Vietato andare in bagno, operaio costretto a farsela addosso

Un lavoratore della Sevel di Atessa, provincia di Chieti (gruppo FCA), costretto a urinarsi addosso perché il caporeparto dell’azienda gli ha impedito a tutti gli effetti di lasciare la catena di montaggio per andare in bagno. Questo fatto è accaduto qualche settimana fa nello stabilimento più grande in Italia del gruppo FCA (ex-Fiat). Continue Reading


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Dieselgate Fiat, il governo ha voluto coprire la truffa

Negli Stati Uniti hanno beccato prima la Volkswagen e ora la Fiat. L’Epa, l’agenzia per la protezione ambientale, accusa il gruppo Fca di aver violato, grazie all’ausilio di un software, le norme sul controllo delle emissioni. Sarebbero 104.000 i veicoli diesel a marchio Chrysler con installati software che, come spiega l’Epa, sono capaci di “influenzare il modo in cui operano i sistemi di controllo di ossidi di azoto (NOx) con il risultato che questi veicoli hanno emissioni di NOx più alte rispetto ai veicoli con sistemi funzionanti correttamente”.

Sulle emissioni delle auto Fca, e sui relativi controlli, avevano già avanzato dei sospetti nei mesi scorsi l’associazione Cittadini per l’aria (che fa parte della rete ambientalista europea Transport & Environment) e gli eurodeputati del Movimento 5 Stelle, dopo l’analisi di un report del ministero dei Trasporti, datato 27 luglio 2016, realizzato proprio in seguito al dieselgate, per indagare sulle emissioni dei veicoli in circolazione in Europa. Continue Reading

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Il marcio sistema italiano

Gruppi-nei-guai-Banche-assicurazioni-aziende-di-Stato-Finmeccanica-Montepaschi-Eni-Saipem

La lista di aziende, Finmeccanica, Montepaschi, Eni-Saipem, ma non solo, e finanzieri alla sbarra è troppo lunga per dare colpa all’accanimento dei pubblici ministeri. Tutto ormai è marcio e corrotto, dalle Banche alle assicurazioni alle aziende di Stato.

Ci vorrebbe troppa fantasia per attribuire il tetro spettacolo di questi mesi (il capitalismo italiano alla sbarra) all’accanimento giudiziario. E non solo perché le due liste – i blasoni industriali e finanziari coinvolti e le Procure che indagano – sono troppo lunghe per far credere a un complotto di toghe. Soprattutto è ormai evidente che arresti e rinvii a giudizio non sono causa delle difficoltà delle nostre maggiori aziende, ma il loro sintomo più sinistro.

Sono finiti i soldi. La grande crisi finanziaria iniziata nell’agosto 2007 ha semplicemente accelerato lo smottamento del decrepito capitalismo di relazione all’italiana, nel quale la forza dei capitali è stata surrogata dalle perversioni di un reticolo di alleanze, amicizie, favori. Ma quando i soldi sono finiti veramente, ecco il ricorso quasi obbligato al reato, come unico strumento di mantenimento del potere. Con i cosiddetti “salotti finanziari” di un tempo che si trasfigurano in decadente oligarchia cleptomane. Partiamo dalla Fiat (noblesse oblige): la Corte d’appello di Torino sta processando per aggiotaggio informativo i due più fidati collaboratori dell’avvocato Gianni Agnelli, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens. Una complicata storia processuale, destinata alla prescrizione, ma piena di significato. Nel settembre 2005 la Fiat non era in grado di pagare i suoi debiti con le maggiori banche italiane, e i debiti si sarebbero convertiti in azioni. L’azienda sarebbe diventata delle banche, e la famiglia Agnelli ne avrebbe perso il controllo. Con un gioco di prestigio ai confini della realtà, condotto a termine mentre la Consob si girava dall’altra parte, Gabetti e Grande Stevens salvarono la situazione, secondo l’accusa ingannando il mercato. Anche se fossero riconosciuti innocenti, rimane il fatto che i due hanno salvato il controllo della Fiat in mano a una famiglia ormai priva dei capitali necessari.

Un tema ricorrente, continuare a comandare senza metterci i soldi. Prendete il caso Fonsai. L’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, è indagato per ostacolo alla vigilanza per il cosiddetto papello, il foglietto con il quale sarebbe stata promessa a Salvatore Ligresti la sontuosa buonuscita di 45 milioni. Anche Ligresti è indagato, come i suoi figli e l’ex presidente dell’Isvap Giancarlo Giannini. Mettiamo da parte lo specifico giudiziario e guardiamo alla sostanza della storia. Mediobanca è azionista di controllo della prima compagnia di assicurazioni italiana (le Generali) e dunque da sempre vigila sul destino della seconda, Fondiaria-Sai. Dopo il crac Montedison c’era da sistemare la Fondiaria, e Mediobanca la affidò all’amico e protetto di sempre, Ligresti, che la fuse con la sua Sai. Quando le cose sono andate male, Ligresti non aveva capitali per raddrizzare la barca. Per non vedere la concorrente delle Generali finire in mani ostili, Mediobanca ha organizzato prestiti miliardari provenienti da tutto il sistema bancario. Di suo ha dato a Ligresti oltre un miliardo. Il costruttore siciliano è accusato di anche di essersi fatto gli affari suoi a danno dell’azienda, ma i reati sono cominciati quando si è trattato di salvare Fonsai affidandola a nuove mani amiche, quella della a sua volta indebitatissima Unipol.

Comandare con il debito. Guardate Telecom Italia. Il suo peccato originale è la scalata di Roberto Colaninno, che nel 1999 ha lanciato l’Opa (offerta pubblica d’acquisto) attraverso l’Olivetti, che si indebitò per decine di miliardi di euro. I nuovi padroni fusero Telecom con Olivetti, così la società telefonica è rimasta con addosso i debiti fatti per comprarla, e da oltre dieci anni vivacchia, facendo dell’Italia uno dei Paesi più arretrati nelle reti di comunicazione. Quando gli azionisti lavorano più per le proprie tasche che per l’azienda, i manager si adeguano. Ed ecco che ai primi del 2010 il numero uno della potente controllata Telecom Italia Sparkle, Stefano Mazzitelli, viene arrestato con l’accusa di una gigantesca truffa sull’Iva attraverso false fatturazioni. Indagato con lui l’ex amministratore delegato Telecom, Riccardo Ruggiero. Lo scherzo costa al gruppo, in prima approssimazione 500 milioni di euro.

Tutto si tiene, l’oligarchia cleptomane sembra fare riferimento a un drappello di abili ufficiali di collegamento. Per lo scandalo  Per lo scandalo Sparkle viene arrestato Lorenzo Cola, consulente dell’allora capo di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini. Cola risulta in affari con Gennaro Mokbel, e insieme sono accusati di riciclaggio anche per un affare proprio con Finmeccanica, l’operazione Digint. L’inchiesta avanza e acchiappa il sistema degli appalti Enav, l’ente del controllo di volo. Sui radar sembra sia stata intessuta una fitta ragnatela di tangenti: appalti pubblici che passano attraverso un gruppo pubblico (Selex, cioè Finmeccanica) e finiscono alle aziende amiche.

Alla politica solo briciole. Ecco che la delinquenza dell’impresa privata incrocia la politica. Ma attenzione: la politica non è più l’epicentro della ruberia. La politica assiste, lascia fare, agevola, alle volte propizia il malaffare: ma per lei ci sono le briciole, qualche mancia, qualche favore, l’assunzione di un figlio o di un’amante. Lo scandalo Banca Popolare di Milano, che vede pesantemente coinvolto l’ex presidente Massimo Ponzellini, gira soprattutto attorno ai prestiti di favore fatti alle aziende degli amici e degli amici degli amici. Un fenomeno clamorosamente denunciato dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco e che riguarda tutto il sistema del credito. I signori delle banche, che sono in gran parte i signori delle Fondazioni, che si nominano tra loro e di nulla rispondono a nessuno, anche se gestiscono miliardi di capitali pubblici, spolpano i loro istituti facendo prestiti apparentemente inspiegabili. Ma lo scandalo Mps è il vero volto del problema: quando nel novembre del 2007 si compra la Banca Antonveneta a 9,3 miliardi dal Santander che l’ha appena pagata 6,6 miliardi, non si può credere che i più potenti banchieri europei abbiano lavorato in perfetta intesa per apparecchiare un tangentone da 2-3 miliardi di euro per qualche politico italiano. È evidente che il grosso del bottino resta a imprenditori e/o manager privati.

Esportare corruzione. E così apprendiamo dalla Procura di Busto Arsizio che Lorenzo Cola è più amico del numero uno di Finmeccanica Giuseppe Orsi che del suo predecessore Guarguaglini. E che il malaffare Selex-Enav è la pagliuzza per dare guazza ai politici e ai loro sgarrupati clientes, ma la vera trave è la corruzione internazionale con cui Finmeccanica supporta il proprio business. Orsi è stato arrestato per una tangente che avrebbe oliato la commessa da 563 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta-Westland venduti al governo indiano. Contemporaneamente l’azienda italiana più globale, l’Eni, vede il suo amministratore delegato Paolo Scaroni, indagato per corruzione internazionale: avrebbe oliato ministri e boiardi algerini per ottenere commesse per la controllata Saipem. Vent’anni fa Scaroni patteggiò un anno e 4 mesi per uscire dall’inchiesta Mani Pulite, e l’accusa era di pagare tangenti a manager Enel per avere commesse per l’azienda impiantistica che guidava allora, la Techint. Adesso è accusato (ma lui nega tutto) di corrompere l’algerina Sonatrach per avere commesse per l’azienda impiantistica Saipem. Vedete il passaggio? Vent’anni fa scassinavi a colpi di mazzette le casse dello Stato italiano. Adesso i soldi si trovano più ad Algeri che a Roma.

Tentati dal crimine. Sono aziende messe in ginocchio dalla crisi quelle che macchiano il blasone con reati da strada. Il presidente del Monte dei Paschi, Alessandro Profumo, è indagato per frode fiscale: quando guidava Unicredit si sarebbe reso colpevole, secondo i “gravi indizi” rilevati dalla Cassazione, di “una complessa trama fraudolenta”, con operazioni fittizie su titoli finanziari all’estero, per far pagare alla banca meno tasse: 745 milioni di euro sottratti al fisco, secondo l’accusa. Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera è indagato per un caso simile, riferito a quando guidava Intesa Sanpaolo: il fisco ha lamentato oltre un miliardo di evasione. Nel recente Banchieri & compari. Come malafinanza e cattivo capitalismo si mangiano i soldi dei risparmiatori, Gianni Dragoni calcola tra 4 e 5 miliardi le tasse non pagate dalle banche con questi sistemi: rapinano il fisco per aggiustare i bilanci. O cercano altre scorciatoie per arrotondare: le storie della Seb, controllata lussemburghese di Intesa Sanpaolo, e del Banco Desio, che il Fatto ha raccontato nei giorni scorsi, sono accomunate dalla pratica del riciclaggio, che sembra entrato nel core business delle grandi banche.

Nostalgia per il passato. Al confronto, l’inchiesta sull’azienda di famiglia dell’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che verte su conti svizzeri dove si sarebbe accumulato per anni un bel po’ di nero, stando alle ipotesi dell’accusa, fa quasi tenerezza. Suscita nostalgia per quel nebuloso passato in cui il gioco sporco era solo vizio laterale del capitalista, e non arma irrinunciabile per essere competitivi.

(Fonte Giorgio Meletti – Il Fatto Quotidiano)


Banchieri & compari

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Marchionne, la Fiat, la Chrysler e i 27 miliardi di debiti

Sergio Marchionne all’assemblea degli industriali, rassicura :”L’azienda nel suo complesso non è malata, è sana ed è in ottima forma”. Tanto in ottima forma da avere un debito di 27 miliardi. I maggiori competitor europei hanno una situazione finaziaria positiva, senza debiti, e margini migliori. La Fiat, caro Marchionne, non fa più macchine. Ormai e’ una società finanziaria, o meglio affaristico-truffaldina.

Quando nel giugno del 2009 la Chrysler è uscita dalla amministrazione controllata il suo valore di borsa non raggiungeva il miliardo. Alla fine del 2011 la SEC certificava un valore di 7.5 miliardi. In poco più di due anni il valore dell’azienda era salito del 700%. La stessa progresssione non è avvenuta per i profitti. Dopo perdite superiori ai 600 milioni nel 2010 l’anno scorso chiudeva con un utile di 183 milioni. Si è trattato del primo utile dopo 13 anni. Ma 183 milioni su un fatturato di 43 miliardi non sono gran cosa.

Nel contempo la Fiat annunciava la restituzione del prestito ottenuto dal governo americano, salendo in fasi successive sino a possedere il 56% della azioni della Chrysler. La Fiat non ha acquistato il 56% ma solo il 21%. Il restante 35% era stato regalato dal governo Obama per prendersi in carico della azienda di Detroit. E neppure l’intera tranche del prestito è stata restituita. Il Tesoro americano ha infatti cancellato 1,3 miliardi mettendole tra le perdite. Dati gli scarsi utili, per pagare il prestito e non solo la FIAT è ricorsa al mercato finanziario. Lo scorso anno ha emesso un bond a scadenza otto anni per un totale di 3,5 miliardi. Gli interessi partono dal 7,5%. In totale i prestiti ottenuti per pagare il Tesoro americano sono 9 miliardi. Ogni anno la Chrysler deve pagare piu di 600 milioni di interessi. Ad un debito con il governo è stato sostituito un debito con il mercato finanziario. Questi bond sono stati valutati dalle solite agenzie di rating. Si tratta di un giudizio impietoso, B2, praticamente titoli spazzatura. O se si preferisce ad alto rischio. Eppure sono stati sottoscritti senza grosso clamore. Amici interessati a raccogliere le laute provvigioni di un collocamento di quelle dimensioni si trovano sempre a Wall Street. La Chrysler è così un doppio affare per il mondo finanziario. Un titolo partito da zero lo si puo “crescere” con ampi margini di guadagno che diventano doppi se si presta alla stessa azienda il denaro ad alti tassi per operazioni di lifting finanziario. Non è sfuggito agli analisti più acuti che il tasso pagato è ben superiore a quelli di Ford e GM per analoghe operazioni. La FIAT possiede anche una opzione per acquistare il 40% oggi nelle mani del sindacato dell’auto e Marchionne intende esercitarla entro la scadenza, cioè il 2016. Magari ricorrendo al compiacente mercato finanziario che poi farà correre il valore del titolo per la felicità degli azionisti di riferimento. Nessuna demonizzazione della finanza e della crescita del valore dei titoli azionari. Nessun furore ideologico. Ma proprio la rottura tra il valore reale e quello azionario ha provocato il primo movimento tellurico che ha aperto la via alla attuale crisi.

Se poi osserviamo la conduzione industriale della Chrysler scopriamo che la 500 è stata un insuccesso e che la DART la vettura compatta lanciata in questi mesi è un vero e proprio flop. Nei primi due mesi ne sono state vendute meno di mille. Dellas Honda Cvic, concorrente nello stesso segmento se ne vendono lo stesso numero in un week end. Marchionne più che un risanatore è stato un valorizzatore del titolo aziendale. Questo ha fatto e facendolo ha fatto gli interessi degli azionisti. Per lo meno nel breve periodo. Perché i debiti vanno sempre pagati e prima o poi il conto si presenta ma magari a quel punto qualcuno ha già lascato la barca.

Due sono i fatti produttivi che hanno aiutato Marchionne. Da un lato la leggera ma significativa ripresa del mercato dell’auto negli USA, dall’altro il taglio salariale. Oltre ad una riduzione degli stipendi, quasi tutti i nuovi assunti hanno paghe pari al 50% dei lavoratori già occupati.

Marchionne e la famiglia Agnelli hanno ben tracciato la strategia del gruppo. In America si finanziarizza, nei mercati emergenti ci stiamo alla grande anche perché qui il prodotto richiesto non è di alta qualità. Quindi si va avanti in Brasile, Polonia, Turchia e adesso Serbia, mentre in Europa, sul mercato più difficile, si lascia che ‘il mercato’ spinga alla marginalità la FIAT. Troppo aggressivi i concorrenti, troppo esigente la clientela. Qui, se si vuole fare buisness, ci si deve concentrare sul prodotto, un fatto che magari anche culturalmente è oggi estraneo al gruppo dirigente della azienda di Torino.

Non sono i soli ad avere questa difficoltà. La cultura industriale nel mondo degli affari è stata sostituita da tempo da quella finanziaria, nel migliore dei casi, da quella affaristico-truffaldina negli altri. In Italia c’è una eclisse della classe imprenditoriale in atto da tempo che l’annuncio di Marchionne rivela anche ai piu ciechi. Se si vuole tenere in piedi una economia per produrre beni e servizi bisogna pensare anche a nuovi soggetti. Come dimostra il caso Volswagen la crisi di mercato puo valere più per alcuni che per altri, dipende dalle scelte che si fanno. E poi ci vogliono i soldi per gli investimenti. I venti miliardi per gli stabilimenti italiani erano una cifra francamente poco realistica, una parte della sceneggiata. Oggi la Fiat nel suo complesso ha 27 miliardi di debiti, trovarne altri 20 nei prossimi anni da investire in Italia era proprio improbabile. Chi ci ha creduto, per convinzione o faciloneria o convenienza e chi in queste ore gioca sempre allo stesso tavolo sulla agenda degli Agnelli e di Marchionne non sta facendo un buon servizio al paese, ai lavoratori, e neppure, a lungo andare allo stesso gruppo. Lungo questa strada abbiamo sicuramente la chiusura di altri stabilimenti, la perdita di altri posti di lavoro, la marginalizzazione dell’Italia nel mercato dell’auto e la vittoria della politica del debito.

(Fonte sbilanciamoci)

La Fiat di Marchionne. Da Torino a Detroit. Gli ultimi dodici anni di storia della Fiat coincidono con la trasformazione dell’Italia. In qualche modo la determinano. Se oggi siamo un Paese un po’ più aperto a quel che accade nel resto del mondo lo dobbiamo anche al Lingotto e a Sergio Marchionne. Se oggi siamo un Paese in cui licenziare è più facile, anche quando il motivo del licenziamento è ingiusto, e scioperare è più difficile, lo dobbiamo ancora in gran parte alla Fiat di Marchionne.

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60 anni fa si stava meglio?


1952-2012 quante analogie 60 anni dopo….invece che andare avanti, andiamo indietro? Si stava meglio quanto si stava peggio?

E’ l’anno in cui si vuole realizzare -afferma DE GASPERI- “uno Stato forte”, “una democrazia protetta dalle estreme sinistre”. Difenderci dal “pericolo rosso”. E’ l’anno dove gli italiani scoprono i primi prodotti di consumo; le donne (ultime in Europa nel consumo di prodotti di bellezza) desiderano farsi belle, ma qualcuno se la prende persino con i manifesti. “devono rimanere a fare la calza”. “Incipriarsi non vediamo quale utilità ne possa trarre la società, semmai e’ un danno, oltre che essere un attentato alla creazione”. (devono insomma rimanere brutte, non essere cuncupiscenti). E’ l’anno dove si ha paura delle “invasioni barbariche” dei comunisti, e un coraggioso prete che vorrebbe svincolarsi da certi schemi e partiti confessionali, Don Sturzo, incontra l’opposizione dell’Azione Cattolica. Ma poi Roma va’ a sinistra e scatta l’offensiva. E’ l’anno dove ci si inventa una legge elettorale detta “truffa”, che fa scendere in piazza metà italiani inferociti. Poi, nonostante approvata, si trasformerà il prossimo anno in una beffa per chi l’ha proposta.

La non pianificazione di una politica economica porta aberranti distorsioni nei consumi; e più che al miglioramento dei prodotti di base come l’alimentazione, si da’ infatti impulso ai consumi durevoli. Sono del tutto assenti gli incentivi o una pianificazione nel settore dell’agricoltura e quindi negli alimentari. In pochi anni avremo tutti un’auto, una tv, un frigorifero, ma saremo carenti nei servizi, sanità, scuola, assistenza, infrastrutture. Quanto all’agricoltura (l’unica vera materia prima che possiede l’Italia) essa viene emarginata, penalizzata, dimenticata, distrutta, mentre altri Paesi europei creano grandi cooperative, aziende modello, meccanizzano. Quella italiana non riemergerà più. Cinquant’anni dopo sarà costretta a importare arance, mele, zucchine, carciofi, asparagi, insalate, grano, latte, prodotti caseari e mille altri prodotti; perfino i pomodori prodotti in Cina !

Le acciaierie riescono a produrre solo con il carbone che ci viene concesso se l’Italia in base a una reciproca convenzione invia in Belgio 50.000 minatori. E questi vengono subito rastrellati buona parte nel Veneto poi inviati alle miniere di Marcinelle, Charleroi, ecc. In cambio si puà importare “due quintali di carbone al mese per ogni uomo” giovane e forte che l’Italia riesce a convincere (e ci vuole ben poco per farlo con la fame che c’è in giro) e mandare nelle gallerie e nei pozzi carboniferi un esercito di “talpe”, dove molti ci rimarranno anche sepolti. Molte lamiere che usciranno dalle catene di montaggio delle grandi aziende saranno spesso inzuppate di sudore di questi poveri disgraziati, e spesso anche di sangue. Non meno problematica era la situazione degli operai in quelle industrie italiane dove quel carbone arrivava e produceva profitti. Il mondo del lavoro in fabbrica, era il luogo dove più pesantemente si risentiva del clima di divisione e di repressione in quella combattività operaia che lottava con l’appoggio dei sindacati: per i miglioramenti economici; per una più umana condizione nei massacranti turni di lavoro; per l’assistenza sanitaria e gli infortuni; per il riposo festivo e le mense aziendali; ma soprattutto lottava per le discriminazioni politiche fra gli operai di sinistra, spesso ghettizzati e poi licenziati dopo aver subito umilianti perquisizioni o essere stati individuati con la sistematica ripresa cinematografica nelle manifestazioni sindacali, negli scioperi o nelle riunioni dei vecchi consigli di gestione; organi che vennero esautorati dopo aver pericolosamente gestito quel critico periodo della produzione di guerra per i tedeschi e nello stesso tempo e sempre con la stessa abnegazione, aver contribuito al salvataggio delle grandi strutture industriali minacciate di trasferimento in Germania.

Il Governo diventato tutto democristiano taceva, quando non era impegnato a reprimere. Vale la pena di rileggere una nota di Pietro Calamandrei “La pratica del governo, nelle direttive ai prefetti e ai questori si e’ andata sempre di più orientando, spesso in contrasto con la giurisprudenza giudiziaria, nel senso di fare un trattamento diverso, in tutti i campi in cui la pubblica amministrazione ha un potere discrezionale, ai cittadini appartenenti ai partiti di maggioranza e ai cittadini appartenenti ai partiti di opposizione. Le libertà civili e politiche non hanno più uno stesso significato per tutti i cittadini: la libertà di associazione, di riunione, di circolazione, di stampa ha un contenuto diverso secondo chi lo invoca appartenga al partito degli eletti o a quello dei reprobi: la discriminazione contro i comunisti si e’ pian piano allargata contro tutti i “malpensanti”, contro tutti i “sovversivi”. La libertà di culto non esiste per i protestanti nella stessa misura in cui esiste per i cattolici. Il diritto al lavoro e’ diversamente garantito o messo in pericolo secondo la colorazione del sindacato al quale il lavoratore si iscrive”. E G.G. Migone aggiunge “.

La Fiat, il cui esempio veniva poi seguito dalla maggior parte delle aziende, estrometteva i suoi dipendenti politicamente più pericolosi, senza alle volte neppure curarsi di trovare ai suoi provvedimenti altro pretesto che non l’appartenenza al partito comunista; adottava i più gravi provvedimenti disciplinari contro promotori di manifestazioni politiche e i diffusori di stampa politica nell’interno degli stabilimenti, reprimeva ogni partecipazione agli scioperi sindacali; ripristinava la giusta e necessaria disciplina sul lavoro, disponendo la ripresa cinematografica delle manifestazioni nell’interno degli stabilimenti per colpire esemplarmente i responsabili di atti di violenza; eliminava gradatamente i consigli di gestione e limitava alle sue istituzionali attività sindacali i compiti delle Commissioni interne; instaurava il principio, ora da tutti seguito, di non trattare mai con le maestranze in sciopero; decurtava i premi di produzione in relazione agli scioperi effettuati, premiando invece quanti si rifiutavano di prestarsi alla attività scioperaiola degli agitatori di Estrema Sinistra”. Si voleva organizzare uno “Stato di formiche” ubbidienti per generazioni, mentre gli italiani (quando i boiardi erano ormai convinti di aver ottenuto il totale consenso e l’asservimento) risposero invece da “uomini” , con tutte le contraddizioni, ma da “uomini”, anche opportunisticamente ma senza per questo subire nessuna degradazione della natura dell’essere umano. La contraddizione per fortuna è del resto una caratteristica umana e non da formiche-termiti, solo queste ultime nella loro vita fanno una sola cosa.

Decolla il consumismo. Di fronte ai primi segnali della pubblicità che con edonistici e sensuali messaggi stava disorientando la morale cattolica dei cittadini italiani, dal 1946 al 1954 la Chiesa molto allarmata corse ai ripari creando una moltitudine di santi e di beati. Si scatenò la guerra santa contro la “materializzazione della vita”, la “banalizzazione dei valori” con vari anatemi, e non di rado dal pulpito svergognandola davanti a tutti veniva indicata con il dito dal Savonarola di turno, poi fatta uscire fuori, la colpevole di certe libertà, come quella di avere una gonna quattro dita sotto il ginocchio, o alle labbra il peccaminoso rossetto (per chi non lo sapesse era proibito entrare in chiesa con il rossetto sulle labbra), o una camicetta non accollata fino alla gola e con le maniche un po’ più su dei polsi. Se arrivavano al gomito era scandalo. Forse pochi saprebbero rispondere perchè tutti cartelloni cinematografici degli anni ’50 e ’60 erano dipinti e non riportavano mai una scena (anche modestamente osè come un bacio) del film; i motivi? Appunto quelli detti sopra. Con la fotografia si commetteva un reato, con le immagini dipinte c’era l’ipocrita giustificazione che era “materiale artistico”.

IL “BABY BOOM” è in pieno sviluppo da 5 anni con punte di nati-anno di 1.032.000. E cresciuti questi, nell’anno scolastico ’57-’58 registreremo nelle 5 aule elementari 4.820.286 alunni. Sono quelli che ritroveremo 50enni del 2000, 75 enni del 2025. Mentre nell’anno 94-95 gli alunni elementari diventeranno poco più di 2.500.000, esattamente la metà. Attenzione quindi ai consumi di questi anni 2000-2025. I potenziali acquirenti dei beni di consumo (il 50% è assorbito dalla fascia dei 15-35 enni) saranno quindi la metà.

Si stava meglio o si stava peggio?

Sfogliare questo libro significa tornare ai fantastici anni ’50, ai prodotti di quel periodo, alle auto, alla moda che ha influenzato tutte le generazioni successive. Sono 224 pagine di fotografie a colori che ci danno l’idea di un periodo che ha influenzato largamente tutte le epoche successive. Anche le locandine e la grafica degli anni ’50 sono ampiamente rappresentati in questo libro.

 
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