La donna che visse felice senza soldi

Il documentario “Vivere Senza Soldi” ci racconta la vita di Heidemarie Schwermer, una donna tedesca che 20 anni fa fece una scelta estrema: non usare più soldi. Con un’unica valigia di vestiti lasciò il suo appartamento e regalò tutto ciò che possedeva, cambiando radicalmente la sua intera esistenza. Continue Reading


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La potenza della semplicità

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Un gruppo di 50 persone stava frequentando un seminario. Improvvisamente l’oratore si fermò e decise di fare un’attività di gruppo. Iniziò a dare un palloncino a ciascuno dei 50 seminaristi. Ad ognuno fu chiesto di scrivere con un pennarello il proprio nome su di esso. Poi tutti i palloncini furono raccolti e messi in un’altra stanza.
Una volta riempita la stanza di palloncini, l’oratore chiese ai 50 seminaristi di rientrare dentro e trovare il palloncino col proprio nome entro 5 minuti. La scena fu questa: tutti erano freneticamente alla ricerca del palloncino col proprio nome, ognuno si scontrava con l’altro, spinte, gomitate….nella stanza regnava il caos totale!
Allo scadere dei 5 minuti nessuno riuscì a trovare il proprio palloncino.
Vista la prova fallimentare ad ognuno di loro fu chiesto di raccogliere un palloncino qualsiasi e darlo alla persona che aveva scritto il nome su di esso. In pochissimi minuti tutti avevano in mano il proprio palloncino!
A questo punto l’oratore disse: Questo è esattamente ciò che sta accadendo nella nostra vita. Tutti siamo alla ricerca frenetica della felicità…giriamo come delle trottole, ma non riusciamo a trovarla.
La nostra felicità sta nella felicità delle altre persone. Rendete loro felici e avrete la vostra felicità.
E’ questo lo scopo della vita umana.

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Poveri e felici o ricchi e miserabili?

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La fonte del sondaggio non è ufficiale, è un semplice quesito via web, ma i dati sono interessanti per vedere quali paesi hanno una più elevata priorità sui soldi che sulla felicità. 

I soldi da soli non possono comprare la felicità, ma possono aiutare ad acquisire la sicurezza, che è importante per essere felici. La saggezza popolare invece ci suggerisce che la ricchezza e i suoi abusi possono portare, in certi casi, una infelicità molto più grave di quella che deriva dalla povertà estrema.

La National Academy of Sciences ha pubblicato uno studio e ha scoperto che la soglia della felicità è a quota 75mila dollari, superata quella somma non c’è differenza. La ragione, secondo lo studio, è che fino a quella cifra c’è una variazione nei “bisogni primari” poi non più.

Cosa fare allora? Essere ricco e miserabile o povero e felice?

“Il denaro non ha mai reso l’uomo felice, né mai lo farà; non c’è niente nella sua natura che produce felicità. Più uno ne ha più ne vuole.” Benjamin Franklin

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Il prezzo della felicità



Angus Deaton, premio Nobel 2015 per l’Economia per i suoi studi sui consumi, la povertà ed il welfare, nel 2009 ha scoperto che la soglia della felicità è a quota 75mila dollari. In un celebre studio condotto nel 2010 insieme a un altro celebre premio Nobel per l’Economia (Daniel Kahneman), Deaton giunge alla conclusione che un reddito familiare annuo più alto di 75mila dollari, circa 66mila euro, non è correlato a un aumento del well-being, ovvero del benessere emotivo, un aspetto molto importante della felicità individuale. Dunque, ha senso affannarsi per accrescere le proprie finanze, ma col senso della misura. Anche perché, in caso contrario, i risvolti sono negativi per la società nel suo complesso.

La domanda di consumo nell’analisi di Deaton. Il premio Nobel per l’economia è stato attribuito ad Angus Deaton per i suoi contributi fondamentali all’analisi della domanda di consumo. Il consumo è la componente principale della domanda aggregata e quindi studiarlo coglie alcuni tra gli aspetti principali del sistema economico. Per la profondità dell’analisi e la capacità di sottoporre a verifica empirica le ipotesi teoriche, Deaton rappresenta davvero un esempio di economista completo. Le motivazioni del premio sono tre.

In primo luogo si ricorda l’analisi della domanda di singoli beni e la formulazione, insieme a John Muellbauer, del cosiddetto “almost ideal demand system” in un contributo del 1980. Un sistema di domanda mette in relazione la quantità domandata di ciascun bene con il prezzo di tutti gli altri beni, il reddito del consumatore e caratteristiche demografiche, come età e composizione del nucleo familiare. Il modello empirico di Deaton e Muellbauer ha dato luogo a numerosissime applicazioni ed estensioni nei decenni successivi, ed è ancor oggi largamente utilizzato per valutare l’effetto delle politiche economiche e la costruzione degli indici dei prezzi.

Il secondo contributo fondamentale di Deaton riguarda le scelte intertemporali di consumo e la generalizzazione dell’ipotesi del ciclo vitale di Franco Modigliani e della teoria del reddito permanente di Milton Friedman, considerando esplicitamente anche l’incertezza sui redditi da lavoro, i vincoli nel mercato del credito e la differenza tra comportamento dei singoli consumatori e comportamento aggregato. La teoria di Modigliani e Friedman consiste in un modello di scelte del consumatore basato sull’idea che le persone hanno una forte preferenza per la stabilità del flusso di consumo nel tempo. I consumatori risparmiano parte del reddito per far fronte alle loro esigenze di consumo quando il reddito si riduce, oppure si indebitano quando il reddito è relativamente basso per sostenere i consumi correnti e restituire il debito quando il reddito sarà tornato ai livelli normali. In altre parole, secondo la teoria, risparmia chi si aspetta una riduzione di reddito, e si indebita colui che se ne aspetta un aumento. In una serie di contributi tra gli anni Ottanta e Novanta, Deaton ha proposto modelli del consumo più sofisticati, in grado di incorporare nell’analisi delle scelte intertemporali anche il cosiddetto movente precauzionale al risparmio (cioè, il fatto che l’incertezza sul reddito futuro ne rappresenta un ulteriore, importante movente) e dei vincoli che i consumatori incontrano nel mercato del credito (e cioè il fatto che non tutti riescono ad accedere a prestiti per finanziare i consumi), oltre che l’interazione tra incertezza sul reddito e vincoli sul mercato del credito (cioè il fatto che i consumatori non riducono la propria ricchezza a livelli molto bassi per evitare il rischio di non ottenere un prestito in caso di caduta imprevista del reddito).

La dinamica della disuguaglianza. In un altro contributo importante, insieme a Chris Paxson, Deaton estende la teoria del consumo per studiare la dinamica della disuguaglianza nel corso del tempo, verificando empiricamente il fatto che durante la vita lavorativa di una generazione, la disuguaglianza dei consumi aumenta per effetto delle diverse traiettorie di reddito dei singoli individui. Parte del rischio di reddito è assicurata dal sistema di welfare e da trasferimenti tra famiglie; in ciascun paese la dinamica della disuguaglianza dei consumi riflette quindi non solo la dinamica dei redditi, ma anche l’importanza delle istituzioni sociali e delle famiglie per la protezione dei rischi individuali. Questo contributo è stato fondamentale per capire le differenze tra paesi o nel tempo della disuguaglianza dei consumi, ed è stato applicato, con varie estensioni, a molti paesi, sia industrializzati sia in via di sviluppo.

In tutti i suoi studi, l’analisi di Deaton non si limita dunque alle scelte di un singolo individuo considerato isolatamente, ma considera con la massima attenzione il cosiddetto problema dell’aggregazione, mettendo in risalto il fatto che solo in circostanze eccezionali e non realistiche il comportamento dei singoli coincide con il comportamento del consumo aggregato, o di un individuo che fittiziamente rappresenta tutti i consumatori.

L’implicazione fondamentale è che per studiare il comportamento individuale occorre disporre di dati sui bilanci delle singole famiglie; non sono sufficienti, e a volte sono addirittura fuorvianti, le analisi basate sui consumi aggregati, prevalenti negli anni Settanta e Ottanta.

La terza motivazione per il Nobel è quella di aver fornito strumenti statistici agli economisti applicati per verificare le teorie del consumo con dati sui bilanci delle famiglie, ad esempio dimostrando che è possibile studiare alcuni comportamenti di consumo utilizzando indagini ripetute nel tempo su individui diversi, quando non si dispone – come spesso accade nei paesi in via di sviluppo – di indagini sugli stessi individui intervistati più volte nel corso del tempo.

Deaton ha dimostrato una straordinaria capacità di essere, allo stesso tempo, un raffinato teorico, un eccellente statistico e uno studioso attento ai fenomeni economici e sociali. Per il suo intuito, la capacità di formulare ipotesi verificabili empiricamente, imparare dai dati economici e trasmettere un metodo di ricerca rigoroso, in cui analisi teorica ed empirica vanno di pari passo, è uno dei maggiori protagonisti del dibattito economico degli ultimi tre decenni. I suoi contributi hanno influenzato un’intera generazione di studiosi del consumo e delle scelte intertemporali (e tra essi alcuni italiani). E anche per questo gli siamo grati”. lavoce

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Oltre il PIL e la crisi


E’ oramai da più tempo che gli studiosi di scienze sociali segnalano la necessità di un indicatore economico che vada oltre il concetto di PIL, vale a dire l’indicatore della ricchezza prodotta da un paese, al fine di definire l’effettivo stato di salute di una economia e più in generale di una società.

Da più parti si richiama ad una misurazione tramite indicatori che non captino solamente i fenomeni economici, ma anche quelli sociali, quelli ambientali, gli aspetti connessi all’organizzazione economica e di uno Stato, le risorse naturali, le condizioni di vita della popolazione umana, al fine di valutare la piena sostenibilità all’interno di un sistema economico. Correva l’anno 1968 quando Robert Kennedy (guarda il video), poco prima di essere assassinato, in uno storico discorso introduceva il concetto che il PIL non era e non poteva essere l’unico strumento per misurare i successi di del Paese. Kennedy evidenziava come il PIL misuri e comprenda anche l’inquinamento dell’aria, o i mezzi di soccorso a seguito di un incidente stradale, ma come lo stesso numero non tenesse (e non tenga) conto della salute delle famiglie, la qualità dell’educazione, la bellezza della poesia, il ruolo della famiglia che, anche ai giorni nostri, si sta dimostrando il primo ammortizzatore sociale in tempo di crisi, non tiene conto nell’equità nei rapporti tra le persone come non misura il coraggio, la saggezza, la conoscenza di un Paese. Parole quelle di Kennedy che suonano profetiche in un momento storico nel quale tutti sono chiamati a far quadrato per ripartire dopo una crisi economica di dimensioni planetarie come quella che stiamo vivendo.

Ci sono voluti alcuni decenni perché le illuminate parole dello statista americano germogliassero, ma, dopo alcuni economisti e studiosi di altre scienze sociali sia italiani che stranieri (Sen, Stiglitz, Fitoussi, Attali, Dacrema, Beccattini, Carraro, Tiezzi per citarne alcuni) hanno affrontato diffusamente il tema, anche l’Unione Europea nel 2007 è scesa in campo chiedendosi se bastino i dati strettamente quantitativi per misurare l’andamento della crescita economica delle nazioni. Ecco che è emersa la necessità di valutare altri parametri come un indice ambientale globale, delle relazioni accurate che misurino le distribuzioni e le disuguaglianze, delle tabelle di misurazione e valutazione dello sviluppo sostenibile, la tenuta di una contabilità pubblica anche in campo ambientale e sociale. Lo strumento che l’Unione Europea e la Commissione Europea hanno in animo di proporre va dunque a misurare, con una batteria di indicatori, anche elementi quali i consumi energetici, i mutamenti climatici o la produzione di rifiuti e l’inquinamento, ma anche la tempistica di risposta della giustizia che causa, talvolta, in particolare nel nostro Paese, un elevato e generalizzato livello di insoddisfazione nei cittadini e nelle imprese.

Ma prima di tutti costoro un piccolo stato come il Bhutan, negli anni Ottanta, con il suo re Jigme Singye Wangwuck coniò il concetto di Felicita interna lorda (Gross National Happiness) sintentizzando una serie di indicatori che avevano come obiettivo misurare la promozione di uno sviluppo equo e sostenibile. Perché è oramai chiaro che qualità della vita non è solo PIL.

Un esempio: siamo così sicuri che la cementificazione selvaggia che ha coinvolto alcune aree di pregio turistico dell’Europa negli ultimi anni e che ha prodotto un consistente aumento del PIL abbia altresì prodotto un aumento del valore sociale percepito nel territorio dalla popolazione? E’ necessario sempre di più come dice la prima raccomandazione della Commissione voluta da Sarkozy su questi temi, valutare il benessere materiale, ma per fare ciò bisogna analizzare il livello dei redditi e quello dei consumi prima ancora del livello di produzione. Una autentica rivoluzione che pur non demolendo il concetto di Prodotto Interno Lordo, impone una riflessione sulla necessità di introdurre altri indicatori di misurazione su un territorio che vadano a captare l’effettivo livello di benessere perché lo sviluppo economico non è solo PIL, ma anche valutazione della sostenibilità del benessere piuttosto che misurazione della qualità della vita. Tutto questo non è un problema avulso dalla realtà degli studi economici che da lunghi anni si sono interrogati su temi legati all’economia del benessere, a concetti di esternalità positive e negative, ma affrontando queste questioni più da un punto di vista microeconomico: il percorso attuale è quello invece di pervenire a misurazioni di questi fenomeni da un punto di vista macroeconomico che facciano emergere non tanto un territorio migliore di un altro, ma come l’integrazione dei territori possa generare un circolo virtuoso di nuova crescita generalizzata e permetta di individuare quali potranno essere i nuovi fattori di competitività perlo sviluppo di un territorio. Una bella sfida che coinvolge tutti noi e che ci richiama anche a quel grande economista che è stato Ricardo che per primo comprese la grande importanza di aprire i mercati, con la teoria dei costi comparati, per aumentare il livello di sviluppo di un’economia. Andare Oltre il Pil non è dunque una moda, ma una necessità che ci impone il periodo storico che stiamo vivendo: Samuel Johnson ci ricorda che il futuro si guadagna col presente mentre Alfred Marshall ci fa memoria che l’economia è lo studio dell’uomo nei suoi affari quotidiani: oggi gli affari quotidiani riguardano anche un nuovo ordine dell’economia che non può non passare per un criterio di equità intergenerazionale e di sostenibilità anche a favore delle generazioni future e che ci impone di guardare oltre, come dice il presidente francese Sarkozy, alla religione delle cifre e quindi oltre il PIL, ma di misurare l’effettivo benessere qualitativo sociali per produrre anche politiche che mirino allo sviluppo armonico dei sistemi economici.

Dott. Roberto Crosta – Segretario Generale Camera di Commercio di Venezia


Il PIL: un problema di valutazione. Dai primi tentativi di calcolo ai giorni nostri

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