0

Per lo Stato italiano questa non è una famiglia

Monica-famiglia-vedova

Spesso la realtà supera la fantasia. La storia di Monica e della sua famiglia è uno di questi casi. Purtroppo oltre al dolore, alle difficoltà che in queste situazioni non mancano, ci si trova a confrontarsi con le assurdità e le contraddizioni di leggi pensate a tavolino senza che siano state pensate le ricadute reali. L’incredibile vicenda raccontata dal giornalista Alessandro Dell’Orto su Libero.

“Prego, si accomodi. Non badi al disordine, ma ho fatto il turno di notte”.
Monica, che lavoro fa?
“Ostetrica all’ospedale Vizzolo di Melegnano. Un part time prevalentemente notturno”.

Quando dorme?
“Quasi mai. Stamattina ho finito alle 7, ma con cinque figli quando smonto è impossibile riposare. E d’inverno, con le scuole, è ancora peggio”.

Parliamone, dei figli. Quanti anni hanno?
“Emanuele 5, Paolo 10, Simone 14, Anna 17 e Francesco 19. Questa è la mia famiglia ora. Anzi, la mia ex famiglia”.

Appunto.
“Lo Stato non ci considera tale. Noi non abbiamo più diritto a esserlo, proprio negli anni in cui si discute di riconoscere le famiglie di fatto o le famiglie omosessuali. Chissà, forse perché siamo troppo tradizionali. Ecco, questo è ciò che mi brucia”.

E fa bene a denunciarlo.
“Guardi, chiariamo subito una cosa. Io non intendo fare troppe polemiche e non voglio che questo sia visto come un lamento. Racconto solo la nostra storia. L’ho fatto pochi giorni fa in una lettera inviata, attraverso amici, all’onorevole Mario Sberna. Chissà, visto che ora fanno la finanziaria…”.

Parlava di famiglia all’antica.
“Io e mio marito abbiamo sempre avuto questo desiderio. Ora che è morto e non siamo più considerati famiglia, il dolore è ancora più grande. Doppio”.

Monica, partiamo dall’inizio.
“Nel ’93 sposo Gianni Cornara, pediatra. Un anno dopo nasce Giacomo. Poi, via via, gli altri quattro”.

Ma resta il desidero di allargare il nucleo familiare.
“Sì, per offrire ad altri tutto il bene cristiano ricevuto nella vita per noi e per i nostri figli. Così per sei mesi prendiamo un bambino di 3 anni in affido, che poi però torna dai genitori naturali. E decidiamo per una nuova adozione”.

Emanuele.
“Lo conosciamo nel 2009 attraverso un annuncio dell’associazione “Famiglie per l’Accoglienza”. È appena nato ed è affetto da acondroplasia, una forma di nanismo. Coivolgiamo gli altri figli, che sono entusiasti, e diventa uno di noi. Eccolo, glielo presento”.

Sguardo furbo e sorriso tenero. Come sta?
“La sua è una patologia genetica invalidante. Per ora sta bene, ma c’è sempre il pericolo che subentrino altri problemi più avanti”.

Monica, fino al 2012 la vostra è una famiglia numerosissima e felice.
“Già. A settembre, però, mio marito muore a 55 anni. Infarto. E iniziano i primi guai burocratici”.

Cioè?
“Devo rivolgermi al tribunale dei minori per ottenere l’autorizzazione ad accettare l’eredità dei figli che, a parte il primo, in quel momento sono minorenni. E ci vogliono documenti, marche da bollo, attese di mesi”.

Nel frattempo, però, un altro dramma.
“Giacomo, il primo, il 29 dicembre cade in un burrone mentre sta sciando in vacanza. E muore. Era uno degli eredi, e devo ricominciare tutte le pratiche da capo. Di fatto pagando due volte per gli stessi beni e spendendo, per le due successioni, 15 mila euro. Non solo”.

Spieghi.
“Per cedere l’auto, per esempio, devo chiedere l’autorizzazione al tribunale dei minori, il quale mi dà l’ok dopo 8 mesi, ma chiedendo di giustificare, per la parte dei figli, le spese che faccio per loro. E mi ritrovo a dover tenere un pacco così di scontrini. Poi richiedo all’Asl gli ultimi due stipendi arretrati di mio marito, dove lavorava come libero professionista. E il giudice, probabilmente pensando che sia il trattamento di fine rapporto di un dipendente, mi obbliga a investire le loro parti, meno di 800 euro a testa, in titoli di Stato o garantiti”.

Scusi, ma di fatto ora cosa vi fa perdere il diritto di essere famiglia?
“La pensione di reversibilità di mio marito. Ogni mio figlio prende 320 euro al mese e quindi supera la quota di 2800 euro annui. E automaticamente non è più fiscalmente a mio carico”.

Cosa comporta?
“Che non percepisco più le detrazioni per i figli a carico e l’assegno per il nucleo familiare che era di circa 1200 euro annui. Che ognuno di loro deve fare il suo modello 730 e quindi non si possono scaricare le spese mediche perché singolarmente nessuno di noi supera i 170 euro previsti dalla legge. Per fortuna stiamo tutti bene. Ma se uno di loro dovesse mettersi un apparecchio per i denti?”.

E a livello scolastico?
“Le racconto questa. Anna frequenta l’istituto tecnico per i servizi sociali e Francesco si è appena diplomato allo scientifico. Hanno vinto la borsa di studio della Fondazione Girola per orfani in Lombardia, 4000 euro a testa. Risultato: hanno dovuto inserirla nel modello 730 e ora per l’Atm non risultano più studenti. Quindi non hanno più diritto alle agevolazioni per i trasporti pubblici come invece succede ai loro compagni”.

Ed Emanuele?
“È disabile al cento per cento, ma ora non ha più nemmeno i benefici economici”.

Perché?
“Avendo un reddito, non può percepire l’indennità di frequenza per le scuole (270 euro al mese per 8 medi) e in più io non ho più diritto all’esenzione del bollo auto prevista dalla Regione Lombardia, perché lui non è più fiscalmente a mio carico. Capisce? Di fatto noi siamo sei singoli sotto lo stesso tetto. E ora anche con una doppia proprietà”.

Cosa intende?
“Il governo Prodi, ai tempi, diede la possibilità di acquistare un immobile per lavorare beneficiando di sgravi fiscali. Mio marito lo fece e si trasferì in uno studio nuovo. Che ora, dopo la sua morte, viene considerato abitazione. Anzi, nostra seconda abitazione e può immaginare con quale aumento di imposte e con l’impossibilità di scaricare qualunque spesa tipo mutuo”.

Monica, ha mai provato a fare un calcolo? Se decidesse di non percepire più le pensioni di reversibilità forse ci guadagnerebbe…
“Sicuramente non ci perderei. Ma non posso far rinunciare i miei figli che sono minori, facessi questo non li tutelerei”.

Quanto costa mandare avanti una famiglia di sei persone?
“Tanto. Anche le spese più banali, tipo un gelato, si moltiplicano”.

E come fa? Come ha fatto in questi anni?
“Tutto ciò che mi entra, esce. Il mio stipendio, le pensioni e la solidarietà degli amici. Sono fortunata, c’è gente che ogni mese mi versa dei soldi fissi. E qualcuno si è preso cura dei figli aiutandomi a pagare le rette delle scuole cattoliche. Vede, io credo che ciò che si semina si raccoglie”.

Già, perché lei fa anche volontariato.
“Mio marito aveva fondato il Banco di Solidarietà Onlus e dopo la sua morte sono diventata il presidente dell’Associazione. Recuperiamo le eccedenze alimentari e, grazie ai volontari, le ridistribuiamo a 130 famiglie qui a San Giuliano. Soprattutto quando hai bisogno, capisci quanto sia importante aiutare gli altri”.

Monica, la sua storia è incredibile. Secondo lei cosa si potrebbe fare per risolverla?
“Io credo che la soglia dei 2800 euro annui per essere a carico dei genitori sia assurda. Ma dubito venga cambiata. L’alternativa sarebbe che la pensione di reversibilità per orfani non fosse più considerata reddito. Di certo, così come stanno le cose, questa situazione non ha logica”.

E lei non lo accetta.
“Vede, io il dolore per la perdita di mio marito e mio figlio li ho saputi affrontare e gestire. Da credente, ho dato un senso a tutto questo. Ma il fatto di non essere più famiglia mi devasta. Questo, davvero, è ingiusto”.

Condividi:
0

Essere single in tempo di crisi non conviene

Spesa-single

Quasi un italiano su tre, il 31%, è single. Le famiglie composte da un unico componente sono salite a quasi 7,7 milioni, con un aumento record del 41% in dieci anni. La spesa media per alimenti e bevande di un single è di 332 euro al mese, il 62% superiore a quella di una famiglia tipo di 2,3 persone che è di 204 euro. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dell’ultimo censimento Istat sulla popolazione e famiglie in Italia.

In Italia sono passate da 5.427.621 (24,9% del totale) a 7.667.305 (31,2% del totale) le cosiddette famiglie unipersonali  per effetto dei profondi mutamenti demografici e sociali che si sono verificati. La tendenza all’aumento si osserva su tutto il territorio italiano, precisa la Coldiretti, ma le percentuali piu’ elevate di “single” si registrano in Liguria (40,9 per cento), la Valle d’Aosta (39,6 per cento) e  Friuli-Venezia Giulia (35,6 per cento), mentre  percentuali più basse del valore nazionale si hanno per quasi tutte le regioni del Meridione, secondo l’analisi relativa al periodo 2001 -2011.
Con il maggior numero di italiani che vivono da soli si è verificata una forte crescita del numero di unità familiari presenti in Italia che solo salite a 24.611.766, con un aumento dell’11,5 per cento in dieci anni. Il cambiamento della struttura familiare, afferma la Coldiretti, influenza profondamente i bisogni ed i comportamenti socioeconomici degli italiani.
Vivere da soli è piu’ costoso: i single in Italia spendono per gli acquisti alimentari oltre il 60 per cento in rispetto alla media delle famiglie italiane, secondo una analisi Coldiretti sulla base dei dati Istat dalla quale si evidenzia che la spesa media per alimentari e bevande di un single è di 332 euro al mese mentre ogni componente di una famiglia tipo di 2,3 persone ne spende 204. I motivi della maggiore incidenza della spesa sono certamente da ricercare  nella necessità per i single di acquistare spesso maggiori quantità di cibo per la mancanza di formati adeguati che comunque anche quando sono disponibili risultano molto piu’ cari di quelli tradizionali.
A far aumentare le famiglie unipersonali è stato soprattutto l’invecchiamento della popolazione con un crescente numero di persone anziane che vivono sole. E’ proprio in  questa fascia che si concentra il maggior disagio sociale. In Italia nel 2013 ci sono stati, ben 578.583 over 65 anni di età (+14% rispetto al 2012), che sono dovuti ricorrere ad aiuti alimentari facendo la fila davanti alle mense o alle associazioni caritatevoli o chiedendo in aiuto pacchi alimentari. Per chi invece ha disponibilità economiche il problema è spesso quello della solitudine. Non è un caso che l’85% degli italiani continua a fare la spesa alimentare quotidiana sottocasa, frequentemente nei piccoli e spesso antieconomici negozi di quartiere che svolgono un rilevante ruolo sociale nei confronti dei cittadini, secondo il rapporto Coldiretti/Censis dal quale si evidenzia che proprio la spesa è l’attività svolta dal maggior numero di persone nel raggio di 15-20 minuti a piedi dalla propria residenza. Il desiderio di costruire rapporti umani e di condividere paure, desideri e speranze sono piu’ importanti del conto economico per un grande numero di cittadini. Il crescente desiderio di fare comunità è avvertito soprattutto dalle persone che vivono sole. Il momento di fare la spesa secondo Coldiretti/Censis è quello piu’ importante per parlare e stringere rapporti all’interno del Paese o del quartiere e supera addirittura le attività spirituali (il 76,6%), la visita medica (71,6%), la scuola per i figli o i nipoti (65,2%) e la cura del corpo (dalle palestre alle piscine ai parchi per fare jogging ecc.) con il  54,2%).
Un fenomeno di riduzione significativa dei negozi tradizionali determina quindi anche evidenti effetti negativi legati alla riduzione dei servizi di prossimità, ma anche un indebolimento del sistema relazionale, dell’intelaiatura sociale e spesso anche della stessa sicurezza sociale dei centri urbani.

Condividi: