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Crescono le spese militari mondiali

spese militari mondiali

Le spese militari mondiali continuano a crescere. Secondo il rapporto annuale pubblicato dallo Stockholm international peace research institute (Sipri), nel 2016 le spese militari nel mondo sono state pari a 1.686 milioni di dollari (circa il 2,2% del PIL di tutto il mondo), 0,4% rispetto al 2015.

Va ricordato che questo dato non comprende il settore delle armi piccole e leggere (pistole, fucili, mitra, bazooka, lanciarazzi ecc.), più difficile da quantificare, ma stimato intorno al 10-20% del totale mondiale.

Nel 2016 gli Stati Uniti hanno potenziato le loro spese dell’1,7% (611 miliardi di dollari), l’Europa occidentale del 2,6 % (334 miliardi di dollari), la Cina del 5,4% (215 miliardi di dollari), la Russia del 5,9% (69,2 miliardi di dollari) e l’India del 8,5% (55,9 miliardi di dollari). Anche in Medio Oriente, Iran e Kuwait aumentano gli investimenti per le spese militari. Un leggero calo è registrato, invece, per l’abbassamento del prezzo del petrolio, in Arabia Saudita (-30%) e in Iraq.

L’Italia ha registrato l’aumento più notevole, + 11% tra il 2015 e il 2016. Per il 2016 risulta che siamo arrivati a 23 miliardi. Secondo i ricercatori svedesi ciò sarebbe da attribuirsi ad un sostegno fornito alle industrie italiane del settore delle armi: Francia, Regno unito, Germania e Italia si trovano in quest’area

Inoltre l’Italia si sta dotando di sistemi d’armamenti particolarmente preoccupanti che sono i bombardieri F35 che saranno dotati di bombe nucleari B61 modello 12, e un’ulteriore nuova portaerei che si va ad aggiungere alle altre due che già abbiamo e che presenta l’Italia sulla scena internazionale come una potenza capace di proiettare la propria forza militare in scenari anche molto lontani.

“La crescita della spesa in molti paesi dell’Europa centrale può essere in parte attribuito alla percezione della Russia come maggiore minaccia”, ha detto Siemon Wezeman, ricercatore senior per il programma AMEX del SIPRI. “Questo nonostante il fatto che le spese militari della Russia nel 2016 costituissero solo il 27% del totale degli stati europei membri della NATO”.


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#F35diteciperché spendere 14 miliardi di euro

#F35diteciperché-Governo-Renzi-caccia-F35

Nei prossimi giorni la Camera dei Deputati tornerà a discutere, con possibilità di decidere, sulla questione dei caccia F35. La società italiana è divisa su molti temi ma sugli F-35 ha mostrato un’opinione se non unanime, almeno ampiamente condivisa e trasversalein grandissima parte pensa che portare avanti il programma di acquisto degli F-35 sia un errore. Oggi più che mai abbiamo bisogno di pace e di non guerra, di servizi sociali e non di armi, di sicurezza sociale e non di missioni militari. La società italiana reclama democrazia, riforme tangibili e scelte coraggiose: chiede di cambiare verso in modo chiaro, senza ambiguità, senza esitazioni e nella direzione giusta.

Con questo appello la campagna “Taglia le ali alle armi” intende sostenere tutte le iniziative parlamentari finalizzate a bloccare tale scelta sbagliata, puntando alla cancellazione definitiva di questo programma.

“Si taglia su tutto ma non sulle spese militari. Se proprio dobbiamo fare dei tagli facciamo quelli giusti! Eliminiamo i veri sprechi: rinunciamo agli F-35. Cancellare il programma di acquisto degli F-35 sarebbe uno dei modi migliori per dimostrare che le promesse di cambiamento vengono mantenute, che la distanza tra la società e chi la governa può ridursi, che una volta tanto i diritti della maggioranza dei cittadini possono prevalere sugli interessi e i privilegi delle caste militari e delle aziende che producono strumenti di morte.

Cancellare il programma di acquisto degli F-35 sarebbe oggi una scelta davvero popolare ma dal Governo e dal Parlamento arrivano segnali discordanti e contraddittori, dichiarazioni e prese di posizione che un giorno sono incoraggianti e il giorno dopo riconfermano gli errori degli ultimi anni.

Chiediamo al Governo e al Presidente del Consiglio di non tergiversare e fare una scelta chiara: dicano No agli F-35, scelgano di far decollare il lavoro e di mettere le ali ai diritti sociali.

La Campagna Taglia le ali alle armi, rinnovando la richiesta di un incontro urgente sulla questione al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e al Ministro della Difesa Roberta Pinotti, chiede di conoscere i motivi per cui il nostro Governo mantiene aperta l’ipotesi di acquisto dei caccia F-35 quando ne sono chiari i problemi nei seguenti dieci ambiti:

  1. ETICAMENTE: in un momento di acuta crisi economica i fondi pubblici andrebbero spesi per lavoro, scuola, welfare, sanità e non per armamenti
  2. COSTITUZIONALMENTE: si tratta di un cacciabombardiere pensato principalmente per l’attacco in profondità, non di uno strumento votato alla difesa aerea
  3. ECONOMICAMENTE: la spesa per i caccia già oggi ammonterebbe a 14 miliardi complessivi, senza contare i costi di mantenimento
  4. SOCIALMENTE: la sicurezza degli italiani non può derivare dall’aiuto alle lobby armiere ma deriva dalla soluzione dei problemi sociali
  5. TECNOLOGICAMENTE: il programma non è maturo e affidabile, i problemi e gli incidenti recenti lo dimostrano, eppure il nostro Governo sta procedendo ai primi acquisti
  6. POLITICAMENTE: sondaggi d’opinione e prese di posizione sui territori (anche da parte di Enti Locali) dimostrano la contrarietà dell’opinione pubblica a questi caccia
  7. INDUSTRIALMENTE: i favoleggiati ritorni tecnologici per l’Italia non si concretizzeranno mai e saranno residuali
  8. OCCUPAZIONALMENTE: i posti di lavoro derivanti da così tanti miliardi sono pochi e molto meno di quanti promessi: non è la maniera più efficiente per usare fondi pubblici
  9. MILITARMENTE: il programma F-35 non assolve ad alcuna necessità di difesa territoriale e ci mette sotto lo scacco di un paese estero in qualsiasi esigenza operativa futura
  10. STRATEGICAMENTE: il programma JSF è servito ad indebolire l’Europa e le sue prospettive di politica estera e di difesa comune

La Campagna invita tutti a sostenere la protesta e a premere sul Governo con un’azione anche sui social network, utilizzando l’hashtag #F35diteciperché”.


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Le balle sui caccia F-35

NO F35

Per giustificare l’acquisto dei caccia F-35, di fronte alla critica della campagna “Taglia le ali alle armi” promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo, la Difesa e chi ha voluto il programma ha da sempre portato avanti giustificazioni date da ritorni economici ed occupazionali. Sostenute però con dati imprecisi se non falsi e mai entrando nel merito della scelta. La richiesta promossa da Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Tavola della Pace è che si torni a parlare del caccia F-35 (o della sua cancellazione) a partire da criteri di fondi e strategici per il nostro paese a partire da un ripensamento del Modello di Difesa.

Di seguito comunque i motivi per cui la Difesa ha cercato di far volare delle bugie che si sono invece rivelate poco credibili.

Costi

Riassumiamo gli oneri previsto per l’Italia nelle prime tre fasi (dollari USA): Fase CDP 10 milioni, Fase SDD 1.028 milioni e Fase PSFD 904 milioni. A questi costi esterni vanno poi aggiunti gli oltre 800 milioni di euro per la costruzione della FACO di Cameri.

Va ricordato che allo stato attuale è possibile uscire dal progetto senza alcuna penale da pagare (basta non ordinare nuovi caccia) contrariamente a quanto sempre affermato da politici e funzionari della Difesa. Gli oneri totali sostenuti dall’Italia come indicato annualmente dalla Nota Aggiuntiva al Bilancio della Difesa a partire dall’anno 2003  fino al 2012 sono stati pari a 1946,7 milioni di euro.

La Difesa ha sempre cercato di abbassare i costi di acquisto dei caccia, riferendo anche in sedi ufficiali (audizioni presso Commissioni Parlamentari con documenti annessi) stime non aggiornate o costi di sola produzione base (URF) incapaci quindi di dare conto dell’effettivo costo per le casse dello Stato di ogni singolo velivolo. Riteniamo questo un comportamento non accettabile a fronte di un esborso così pesante di fondi pubblici e anche per questo aspetto (così come su quello relativo ai problemi tecnici) chiediamo che si apra un’indagine sia parlamentare che da parte della nostra Corte dei Conti.

Sulla base dei dati aggiornati di costo (documentazione ufficiale USA sui lotti che coinvolgeranno anche l’Italia) e tenendo conto del nuovo crono-programma di acquisto dei caccia recentemente rilasciato dalla nostra Difesa, la campagna “Taglia le ali alle armi!” è in grado di stimare i seguenti costi complessivi per il programma JSF

Acquisto di 90 caccia previsti 10,8 miliardi di € (di cui 4,3 per gli STOVL)

Acquisto F-35 compresi costi di sviluppo 14 miliardi di euro

Da notare che ciò significa un costo medio per aereo di 120 milioni di euro (compreso sviluppo) e che stiamo parlando di stime attuali che non tengono conto di successivi prevedibili aumenti e che anzi ipotizzano una decrescita del costo unitario (come gli uffici del programma JSF hanno da sempre promesso senza mantenerlo mai). Non vengono nemmeno considerate le esigenze di “retrofit” già emerse sulla base del fatto che i primi aerei ad uscire dalla produzione non avranno una configurazione definitiva.

Considerando poi, sulla falsariga di quanto fatto per i programmi canadesi e olandese, il costo totale “a piena vita” del programma (quindi con gestione e mantenimento completi) le nostre stime portano a un costo di quasi 52 miliardi di euro.

Ritorni occupazionali

Si è sempre favoleggiato di un ritorno occupazionale (in particolare sull’area novarese) di 10.000 posti di lavoro: da principio dovevano essere “nuovi” e da subito per il programma, poi si è colto che sarebbero stati comprensivi di indotto e probabilmente derivanti dallo spostamento degli occupati Eurofighter. Tralasciando la cronistoria (comunque possibile) delle bugie e degli annunci falsi su questo aspetto, ci concentriamo su dati reali e ultimi annunci della Difesa.

Alla fine 2012 gli occupati a Cameri erano di poche centinaia confermando il sottoutilizzo di una struttura pensata per ben altri ritmi di produzione che non si raggiungeranno mai.

La Difesa continua a rilanciare i 10.000 posti di lavoro non considerando che la stessa industria (Finmeccanica) è passata da una stima di 3000/4000 addetti ad una più realistica di circa 2000 (vicina a stime sindacali  che si attestano su poco sopra le mille unità e a precedenti comunicazioni del sottosegretario Crosetto). Tutto questo dimostra come non ci possa essere alcun essere pensante che possa sostenere in Italia o altrove che gli F-35 vadano comprati per ragioni occupazionali. Come è possibile sostenere che si raggiungeranno le 10.000 unità occupate con l’indotto? E saranno occupate pienamente o solo per porzioni di anni (e per quanti anni?). La posizione della campagna è in questo senso chiara e sfida apertamente la Difesa a dimostrare altrimenti (non bastano dichiarazioni da comunicato stampa).

Se infatti consideriamo che in fase di picco la produzione EFA per Alenia non ha raggiunto mai le 3000 unità è un falso affermare (come fatto anche ad alti livelli) che i 10.000 posti di lavoro previsti per JSF derivano da spostamenti di lavoratori Eurofighter.

Comunque anche tenendo per buone le 2500 unità di impiego diretto (interne a Finmeccanica – fase di picco) per arrivare al totale promesso le 50 ulteriori aziende coinvolte dovrebbero impiegare ciascuna circa 150 persone stabilmente sul programmaimpossibile pensarlo per ditte che per la maggior parte sono piccole o medie imprese e considerando che nessuna di esse nelle dichiarazioni recenti ha diffuso totali occupazionali maggiori delle 120 unità.

Ciò significa che continuare a riproporre la “storiella” dei 10.000 occupati a questo punto non configura più solamente una mancanza di prudenza nelle stime, ma un vero e proprio tentativo di depistaggio che invece il prossimo Governo dovrebbe rifiutare facendo partire una valutazione indipendente anche a questo riguardo

Ritorni industriali

Nelle comunicazioni ufficiali ed anche nei recenti dati diffusi dalla Difesa anche ai giornalisti si favoleggiano ritorni dell’ordine del 100% mai confermati. Addirittura nel 2007 (e la leggenda è continuata) si sosteneva di avere superato tale cifra, sommando però anche le ipotesi di contratto e non solo gli accordi realmente sottoscritti.

Nella realtà oggi le nostre industrie hanno ottenuto circa 800 milioni di dollari di appalti a fronte di una spesa già sostenuta dall’Italia di circa 3 miliardi di euro (ritorno poco sopra il 20% della spesa) il che rende ancora più insensati i 14 miliardi di ritorni “possibili” che la Difesa continua a sbandierare. Non si capisce come sia possibile arrivare ad un 100% del ritorno se ora siamo a livelli molto più bassi ed anche i nostri aerei non verranno costruiti integralmente da noi. Dei primi 140 milioni di dollari sicuramente versati dall’Italia per componenti speciali dei lotti 6 e 7 (senza quindi contare il costo pieno dell’aereo) nessun centesimo è rientrato nel nostro paese perché le lavorazioni sono state divise tra Texas, California, Florida e in alcuni casi anche Regno Unito.

Che le aziende italiane abbiano investito sperando in contratti di ritorno non è una motivazione sufficiente a costringere il nostro paese ad un investimento così ingente. Persino per Alenia Aeronautica, fin dall’inizio indicata come partecipante di primo piano al programma per la costruzione dei cassoni alari, le prospettive non sono confermate. Delle oltre 1200 ali ipotizzate ne sono state messe sotto contratto solo 100 e anche altri competitor si affacciano a questa torta produttiva che potrebbe essere molto meno remunerativa del previsto.

Non è inoltre possibile sapere come siano conteggiati gli 800 milioni: è il totale delle commesse con provenienza esterna al nostro paese oppure il totale dei contratti sottoscritti, con il rischio di subappalti che diminuirebbero conseguentemente la reale portata di tali ritorni? Anche su questo chiediamo chiarezza alla Difesa, che nei suoi grafici mostra sempre confidenza sulle possibilità maggiori senza dare dettagli su stime più realistiche.

L’alternativa conviene

Con il costo di 1 cacciabombardiere F35 (stima media di 130 milioni di euro) potremmo:

  • costruire 387 asili nido con 11.610 famiglie beneficiarie e circa 3.500 nuovi posti di lavoro; oppure
  • 21 treni per pendolari con 12.600 posti a sedere; oppure
  • 32.250 borse di studio per gli studenti universitari; oppure
  • 258 scuole italiane messe in sicurezza (rispetto norme antincendio, antisismiche, idoneità statica); oppure
  • 14.428 ragazzi e ragazze in servizio civile per un anno; oppure
  • 17.200 lavoratori precari coperti da indennità di disoccupazione; oppure
  • 14.742 famiglie con disabili e anziani non autosufficienti aiutate con servizi di assistenza.

clicca qui per aderire alla cancellazione del programma F-35 

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Come buttare via i soldi: Il programma Joint Strike Fighter

programma-Joint-Strike-Fighter-F35

In Italia si è iniziato a parlare del progetto nel 1996 con il Ministro della Difesa Beniamino Andreatta (primo Governo Prodi); il 23.12.1998 (Governo D’Alema) è stato firmato il Memorandum of Agreement per la fase concettuale-dimostrativa con un investimento di 10 milioni di dollari; nel 2002 (secondo Governo Berlusconi), dopo l’approvazione delle Commissioni Difesa di Camera e Senato è stata confermata la partecipazione alla fase di sviluppo con un impegno di spesa di circa 1.190 milioni di euro. Sull’andamento del progetto è stato informato il Parlamento il 28.07.2004 ed il 16.01.2007 (secondo Governo Prodi). L’8 aprile 2009 le Commissioni difesa di Camera e Senato hanno espresso parere favorevole sullo schema di programma trasmesso dal Governo che comprendeva l’acquisto di 131 F35 al costo di 12,9 miliardi di euro (ridotti a 90 velivoli nel 2012), spalmati fino al 2026 e la realizzazione, presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara), di una linea di assemblaggio finale e di verifica (FACO) per i velivoli destinati ai Paesi europe. L’Italia non ha ancora ordinato i velivoli…e speriamo che non li ordini.

L’F-35 Lightning II è un velivolo multiruolo di quinta generazione, che unisce le prestazioni di un velivolo da caccia a spiccate caratteristiche caratteristiche stealth (bassa osservabilità da parte dei sistemi radar) e net-centriche. Le principali missioni assegnate al JSF sono quelle di interdizione di profondità; di distruzione delle forze aeree avversarie; di attacco strategico; di difesa aerea; di appoggio tattico; di controaviazione offensiva.

Quadro indicativo degli acquisti riportato nel richiamato Memorandum of Understanding

Quadro indicativo degli acquisti riportato nel richiamato Memorandum of Understanding

Il programma Joint Strike Fighter venne avviato negli USA, nella prima metà degli anni Novanta, nell’ambito del progetto JAST (Joint Advanced Strike Technology), che prevedeva lo sviluppo di un velivolo da combattimento di nuova generazione in grado di combinare soluzioni tecnologiche capace di garantire un lungo periodo di impiego con la possibilità di sostituire, con un unico aereo in più versioni, un’ampia gamma di velivoli della flotta militare statunitense (compresi quelli a decollo verticale).

Il programma si articola in cinque fasi:

  • CDP (Concept Demonstration Phase svoltasi tra il 1996 e il 2001) che ha portato alla definizione del JSF Operational Requirement Document (JORD). Tale fase di definizione è servita ad individuare le tecnologie essenziali, da studiare e sviluppare nella successiva attività di costruzione prototipica, ed a scegliere la ditta (>Lockheed Martin Aero) destinata a proseguire il programma;
  • SDD (System Development and Demonstration), 2002-2012, che prevede sia lo sviluppo dei sistemi del velivolo che la produzione di 23 esemplari (14 per i test di volo, 8 per le prove a terra ed uno per la valutazione della signatura radar del mezzo). Nell’ambito di questa fase, ilprimo decollo di prova della versione base è avvenuto il 15 dicembre 2006, il velivolo nella versione a decollo corto ha volato per la prima volta l’11 giugno 2008, mentre la versione per l’impiego su portaerei ha effettuato il primo volo il 6 giugno 2010.
  • PSFD (Production, Sustainment and Follow-on Development), a partire dal 2011, in cui vengono definite le partecipazioni industriali, l’impegno economico e i requisiti dei singoli partner, i quali verranno coinvolti nello sviluppo, produzione e test fino a poter operare efficacemente il nuovo sistema d’arma.
  • LRIP (Low-Rate Initial Production), inizio 2012 e conclusione indicativa nel 2016, in cui avverrà una produzione a basso ritmo con consegne di 12 velivoli al mese per Stati Uniti, 3 per i partner internazionali e 7 per l’export. Sono stati finora ordinati 62 velivoli più 19 prototipi.
  • FRIP (Full Rate Production), produzione a pieno regime, a partire dal 2016.

Il programma si svolge nell’ambito di una cooperazione internazionale tra Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Canada, Turchia, Australia, Norvegia e Danimarca.Il coinvolgimento dei diversi Paesi è stato calibrato in base alla partecipazione finanziaria ed alla capacità di acquisto dei velivoli secondo il seguenti livelli:

  • Level I partner (full partner) con partecipazione finanziaria pari al 10% e possibilità di influire sui requisiti del velivolo (Regno Unito);
  • Level II partner con partecipazione finanziaria pari a circa il 4% e limitate possibilità di influire sui requisiti del velivolo (Olanda, Italia);
  • Level III partner con una partecipazione finanziaria pari all’1-2% senza alcuna possibilità di influenzare i requisiti del velivolo (Canada, Danimarca, Turchia, Norvegia, Australia).

Sono state inoltre previste forme di collaborazione da parte di Israele e Singapore, attraverso la sottoscrizione di un accordo bilaterale di Security Cooperation Participation (SCP) con gli USA. Le fasi CDP, SDD, PSFD del Programma sono state regolate da appositi Memorandum of Understanding sottoscritti dagli Stati che partecipano al programma. Il Memorandum relativo alla fase PSFD contiene anche una stima dei velivoli da mettere in produzione, che è riportata nella tabella sottostante. Si segnala tuttavia che i quantitativi effettivi di velivoli da consegnare ai diversi Stati membri del progetto verranno definiti nelle ultime due fasi (LRIP, FRIP).

Sia gli USA, sia i partner che partecipano al programma, si trovano davanti alla sfida rappresentata dal quasi raddoppio dei prezzi unitari medi da inizio programma e dell’aumento del costo del ciclo di vita dei velivoli.

Il Government Accountability Office (GAO) statunitense, in un rapporto del 19 marzo 2010 sulla crescita dei costi e sui ritardi del programma JSF e in un successivo documento del 15 marzo 2011 sui primi risultati della ristrutturazione del programma, ha rilevato che i costi per l’Amministrazione USA sono cresciuti dai 231 miliardi di dollari del 2001 (34,4 per la fase di sviluppo e 196,6 per la fase di acquisizione) fino ai 276,5 del 2007, raggiungendo nel budget 2011 un costo complessivo di322,6 miliardi di dollari. Questo ha fatto prefigurare la necessità, alla luce del Nunn-McCurdy Amendment, di effettuare un’apposita comunicazione in merito al Congresso. Il GAO ha evidenziato le difficoltà nel completamento delle diverse fasi del programma ed ha accertato che ai significativi aumenti di costi si sono accompagnati progressivi ritardi nelle scadenze delle diverse fasi.

Nel 2011, dopo una prima certificazione ai sensi della legge Nunn-McCurdy, il GAO ha segnalato un ulteriore incremento del costo complessivo del programma, che è giunto a 382,5 miliardi di dollari (51,8 per lo sviluppo, 325,1 per la produzione e 5,6 per spese di costruzione militare). Il GAO rileva la possibilità di un ulteriore ritardo (al 2018) del completamento della fase di sviluppo e ribadisce che il programma ha parzialmente conseguito alcuni dei risultati preventivati, ma continua, a fronte di una crescita dei costi di progettazione (e, in prospettiva, dei costi unitari di produzione) a rivelare consistenti deficit qualitativi, soprattutto nel software, e a non rispondere ai livelli di funzionalità previsti, soprattutto nella variante STOVL, mentre sono ancora in corso elaborazioni e modifiche del progetto. Il costo medio del velivolo (compresi i costi di sviluppo e appalto) sono passati dagli 81 milioni di dollari iniziali (2001) ai 156 milioni preventivati nel giugno 2010, dopo una prima ristrutturazione del programma.

In un rapporto del 19 maggio 2011 il Government Accountability Office stima in circa 385 miliardi dollari il costo totale dell’investimento per 2.457 aeromobili entro il 2035. Il report sottolinea che la ristrutturazione globale del programma da parte del Dipartimento della difesa, tuttora in corso, comporta maggiori costi iniziali di sviluppo, un numero inferiore di aerei nel breve termine, ritardi nelle attività di training e dilatazione dei tempi di collaudo e rilascio.

Riguardo alle criticità connesse alla variante STOVL del JSF, il periodo di due anni di osservazione stabilito dall’allora Segretario di Stato alla Difesa USA Gates nel gennaio 2011, a fronte delle difficoltà di realizzazione è terminato in anticipo di un anno. Com’è noto la variante STOVL rappresenta l’unico aereo da combattimento a decollo corto e atterraggio verticale in sviluppo nel mondo, in grado quindi di sostituire gli AV-8B Harrier attualmente in servizio ed essere impiegato su portaerei configurate per questo tipo di velivolo.

Al riguardo, nel corso dell’audizione del Segretario generale della Difesa e Direttore nazionale degli armamenti, sull’attuazione del programma d’armamento Joint Strike Fighter, il Generale di squadra aerea Claudio Debertolis, ha fatto presente che “in effetti, sono gli unici aerei che possono essere impiegati dalla nostra Marina, sulle nostre navi, in sostituzione degli attuali AV8. Per un certo periodo abbiamo temuto che la parte del programma inerente il decollo verticale fosse in pericolo, poiché ci sono stati problemi tecnici che peraltro hanno rallentato il programma di due anni. Ricordo che, oltre alla nostra Marina, soltanto i Marines statunitensi avranno questo versione dei velivoli. Insomma, si temeva una cancellazione di questa parte del programma, assegnando anche ai Marines dei velivoli convenzionali. In realtà, questa versione è stata considerata importantissima e i problemi sono stati superati. Qualche settimana fa il commitment statunitense del programma è stato confermato, dunque a questo punto i velivoli ci saranno e verranno impiegati dalla nostra Marina. L’Aeronautica ne avrà un certo numero, per poter affrontare talune situazioni tattiche che potrebbero presentarsi”.

In data 23 febbraio 2013 il Pentagono ha sospeso tutti i voli di collaudo del caccia multiruolo F-35 dopo aver rilevato un guasto al motore nel corso di un’ispezione di routine, svolta nella base militare di Edwards in California. Secondo quanto riferito la Difesa Usa che ha parlato di una sospensione cautelare, “si tratta di una frattura in una delle pale della turbina del reattore”. Il 1°marzo 2013, il Pentagono ha rimosso la sospensione temporanea imposta ai 51 caccia. La decisione di autorizzare gli aerei al volo, si legge sul sito della Bbc, “è stata assunta dopo che gli accertamenti compiuti hanno confermato che si è trattato di un problema circoscritto e non di un difetto comune a tutti i velivoli”. Da ultimo, in un rapporto della National Audit Office (maggio 2013), organismo del Parlamento ibritannico che revisiona le spese governative, ha evidenziato che i Joint Strike Fighter, ancora in fase di sviluppo, non riuscirebbero ad atterrare sulle portaerei in condizioni climatiche “calde, umide e con una bassa pressione”

L’Italia ha aderito al programma fin dalla fase CDP, a livello di partner informato, con un contributo di 10 milioni di dollaria partire dal 1999, dopo che le Commissioni difesa della Camera e del Senato avevano espresso parere favorevole, rispettivamente nelle sedute del 9 e del 15 dicembre 1998.

Il nostro Paese ha confermato la partecipazione alla fase SDD, dopo i pareri favorevoli con osservazioni espressi dalle Commissioni difesa del Senato e della Camera, rispettivamente nelle sedute del 14 maggio e del 4 giugno 2002. L’Italia è impegnata in questa fase con 1.028 milioni di dollari (corrispondenti allora a 1.190 milioni di euro) in undici anni. Il costo complessivo della fase SDD è quantificato in 33,1 miliardi di dollari.

Il 7 febbraio 2007 l’Italia ha sottoscritto il MoU (Memorandum of Understanding) relativo alla fase PSFD. In termini finanziari l’impegno italiano prevede un onere di 904 milioni di dollari, a partire dal 2007 fino a termine fase (pari al 4,1% dei 21,88 miliardi di dollari di costo complessivo della fase PSFD del programma).

Anche l’adesione alla fase PSFD è stata approvata dalle Commissioni difesa della Camera e del Senato, che l’8 aprile 2009 hanno espresso rispettivamente parere favorevole con condizioni e parere favorevole con osservazioni sullo schema di programma trasmesso dal Governo, che comprendeva anche la realizzazione, presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara), di una linea di assemblaggio finale e di verifica (FACO) per i velivoli destinati ai Paesi europei. Alle Commissioni è stato, in questa occasione, sottoposto l’intero programma JSF (compresa la realizzazione del centro FACO); la durata prevista sia del programma JSF, a partire dal 2009, che della costruzione e del funzionamento del centro FACO/MRO&U è di diciotto anni (2009-2026).

Le condizioni poste alla prosecuzione del programma da parte della Commissione difesa della Camera riguardavano:

  • la conclusione di accordi industriali e governativi che consentano un ritorno industriale per l’Italia proporzionale alla sua partecipazione finanziaria, anche al fine di tutelare i livelli occupazionali;
  • la fruizione da parte dell’Italia dei risultati delle attività di ricerca relative al programma;
  • la preventiva individuazione di adeguate risorse finanziarie che non incidano sugli stanziamenti destinati ad assicurare l’efficienza della componente terrestre e, più in generale, dell’intero strumento militare.

La Commissione ha inoltre richiesto che il Governo renda comunicazioni sugli sviluppi del programma alla Commissione Difesa, con cadenza annuale, e in ogni caso in cui si manifestino scostamenti significativi rispetto alle previsioni effettuate.

Quanto agli oneri, nella tabella sottostante è riportata la serie storica dei costi per l’Italia del programma JSF indicati dalle Note aggiuntive al bilancio della difesa relative agli anni sotto riportati. Con riferimento all’anno 2012 si segnala che la Nota Aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa per l’anno 2012, pubblicata nel mese di ottobre 2011, richiama il Programma JSF nel capitolo sulle spese di investimento, senza specificarne la previsione di spesa. Il Documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2013-2015, presentato al Parlamento dal Ministro della Difesa Di Paola (11 aprile 2013) rende noto che “le poste finanziarie allocate sul programma negli esercizi finanziari 2014-2015 sono rispettivamente pari a 534,4 milioni di euro e 657,2 milioni. Relativamente al 2013, gli oneri stimati nel citato documento ammontano a 500,3 milioni di euro.

serie storica dei costi per l’Italia del programma JSF indicati dalle Note aggiuntive al bilancio della difesa

Serie storica dei costi per l’Italia del programma JSF indicati dalle Note aggiuntive al bilancio della difesa

Da ultimo, il 15 febbraio 2012, il Ministro della difesa, ammiraglio Di Paola , ha annunciato in Parlamento che vi sarà un ridimensionamento del programma: “l’esame fatto a livello tecnico e operativo porta a ritenere come perseguibile, da un punto di vista operativo e di sostenibilità, un obiettivo programmatico dell’ordine di 90 velivoli (con una riduzione di circa 40 velivoli, pari a un terzo del programma), una riduzione importante che, tuttavia, salvaguarda anche la realtà industriale e che, quindi, rappresenta una riduzione significativa coerente con l’esigenza di oculata revisione della spesa”. Si segnala, inoltre, che un recente aggiornamento riguardante la Si riporta di seguito il quadro riepilogativo della partecipazione italiana alle cinque fasi del programma JSF, fornito tra gli altri documenti, in occasione della citata audizione del Segretario Generale e Direttore Generale degli armamenti Generale Claudio Debertolis presso la Commissione difesa della Camera dei Deputati (sedute del 1° e del 7 febbraio 2012).

partecipazione italiana alle cinque fasi del programma JSF
Nel corso dell’audizione gli intervenuti hanno fornito, tra il resto, informazioni sulla Final Assembly et Check-Out (FACO) di Cameri (Novara), destinata a divenire hub tecnologico per l’Aeronautica in quanto sede dell’assemblaggio per gli F35 italiani e olandesi e possibile futuro centro europeo di manutenzione degli F-35 (gli altri due sono negli USA e in Australia).

Le aziende italiane coinvolte. La partecipazione industriale italiana al programma è prevista in 11 miliardi di dollari nelle sole fasi di sviluppo e produzione. La partecipazione dell’industria nazionale alle fasi di supporto logistico e di sviluppo successivo non sono ancora definite, mentre le attività svolte nel centro FACO/MRO&U potranno offrire opportunità aggiuntive alla partecipazione dell’industria nazionale al programma pari a circa 1,5 miliardi di dollari.

Tra le aziende italiane coinvolte si ricordano: Alenia Aermacchi, (che realizzerà il cassone alare del 100% dei velivoli destinati alle forze armate italiane e del 50% di quelli destinati a USA e Regno Unito). Avio (che avrà la responsabilità completa per lo sviluppo e la produzione del sistema di trasmissione e di parte della turbina del motore F136). Galileo Avionica (che ha ottenuto l’appalto per lo sviluppo e la realizzazione della cella “sotto vuoto” del sistema di controllo del tiro); Elsag (che è coinvolta nel settore dei sistemi informativi a supporto dello sviluppo prodotto e per la logistica). Marconi Selenia Communications (alla quale è affidata la costruzione dei sistemi radio di riserva).Le altre ditte italiane che hanno acquisito contratti ed impegni per il futuro sono Aerea (piloni di lancio dei missili), DatamatGemelliLogicSelex communicationMarconiSirio Panel (schermi e luci dell’abitacolo), MecaerMoogOmaOtoMelaraSecondo MonaSicamb (seggiolino eiettabile), Consorzio S3LogElettronicaAermacchi e Vitrociset.

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F35: Il Pentagono ammette “Costi troppo alti e seri problemi tecnici”

F35

Di fronte alla crescita dei costi e dei problemi tecnici dell’F35 anche i generali perdono le staffe. E non un generale qualunque, ma l’ufficiale americano responsabile di tutto il programma del supercaccia.

Christopher Bogdan ha usato parole durissime contro le due industrie che stanno costruendo l’aereo più costoso della storia recente, la Lockheed Martin e la Pratt & Whitney. E senza mezzi termini ha «sparato una cannonata di avvertimento» alle due compagnie.

Il segno dell’insofferenza crescente nei piani alti del Pentagono per le difficoltà che stanno segnando lo sviluppo del velivolo, di cui l’Italia intende acquistare novanta esemplari per un costo complessivo superiore ai 12 miliardi di euro. Più volte nelle scorse settimane tutti i velivoli sono stati bloccati a terra per la comparsa di guai. Mentre i preventivi di spesa per i jet sono decollati vertiginosamente, con il rischio di finire fuori controllo.

Il generale Bogdan ha manifestato tutta la sua insoddisfazione durante una visita in Australia, uno dei paesi che avevano aderito al programma F35 ma adesso sembrano prossimi a uscirne. «Vedo Lockheed Martin e Pratt & Whitney agire come se fossero pronte a vendermi l’ultimissima messa a punto dell’aereo e del motore. Stanno solo cercando di spremere ogni centesimo». Per questo è necessario «un colpo di avvertimento» alle due industrie: «Sono abbastanza frustato per i risultati reali, servono azioni concrete per ridurre i costi di questo aereo. Ho parlato con i vertici delle due compagnie diverse volte in questi giorni. Mi hanno assicurato di avere compreso il mio messaggio, mi hanno garantito che si concentreranno per avere relazioni migliori e mettere in riga i costi del programma sul lungo periodo.Vedremo cosa accadrà».

Il generale ha la responsabilità del programma non solo davanti al Pentagono ma anche di fronte ai partner internazionali, primi fra i quali la Gran Bretagna e l’Italia. E ha parlato della necessità di trasparenza da parte delle industrie americane nei confronti delle nazioni impegnate nel progetto. «Per noi negli Stati Uniti un paio di miliardi di dollari qui o là non fanno grande differenza. Ma se andate in un paese come la Norvegia, l’Olanda o il Canada, allora questi miliardi di dollari diventano un grande problema».

Figuriamoci per l’Italia, alle prese con la più grave crisi economica della storia recente.

La trasparenza invocata dal generale Bogdan non riguarda solo la piena informazione su come stanno procedendo gli investimenti dei partner stranieri, ma anche la necessità mettere a disposizione tutti i dati tecnici sull’F35 alle forze aeree che partecipano al programma.

Si tratterebbe di una svolta: finora gli americani hanno tenuto top secret moltissime informazioni sul velivolo, negandole ad alleati storici come l’Italia, che pure ha già sborsato oltre due miliardi di euro per i nuovi jet. «Originariamente in questo programma, per qualunque ragione, su gran parte dei dati tecnici è stato scritto “riservato agli americani”. Adesso noi abbiamo un accumulo di dossier su cui è stato stampato “riservato agli americani” ma non appartengono solo agli americani. Non è una bella situazione, perché ci sono cataste di documenti che dobbiamo riprendere in mano e riesaminare. Ma dobbiamo farlo».

Il generale teme che la segretezza faccia crollare la fiducia degli altri paesi nel progetto. E lasci così gli Usa da soli a sostenere il costo colossale per rendere operativo il supercaccia: senza le esportazioni, il prezzo di ogni singolo velivolo è destinato a salire alle stelle. Ad esempio, la decisione di Ankara di non acquistare gli aerei della prima trance di produzione, farà aumentare di un milione di dollari la spesa per ciascun F35 destinato agli Usa e agli altri Paesi, inclusa l’Italia.

Quanto ai problemi manifestati dall’aereo, Bogdan è convinto che dipendano «dal peccato originale dell’F35»: in pratica si è deciso di non costruire prototipi, ma partire direttamente con la produzione di serie, da aggiornare in corso d’opera. Un work in progress che in teoria avrebbe dovuto garantire tempi rapidi e costi ridotti, ma nella realtà si sta trasformando in un calvario. I governi devono spendere miliardi a scatola chiusa, per una aereo che al momento non rispetta le prestazioni promesse e rischia di avere un prezzo superiore a ogni previsione. 

(Fonte forzearmate)

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