In Italia cibo, internet, servizi postali e telefoni più cari della media Ue

In Italia il cibo costa il 13% in più che nel resto d'Europa

Siamo il Paese d’Europa con i salari più bassi e la tassazione più elevata, ma siamo anche quello Stato dove il cibo costa tredici volte di più che nel resto d’Europa. Internet, servizi postali e telefoni addirittura il 20% più cari della media Ue. È quanto emerge dagli ultimi dati dei prezzi al consumo diffusi da Eurostat.

Volete sapere quali sono gli unici Paesi in cui il cibo costa più che da noi? Svizzera, Norvegia, Danimarca, Svezia, Lussemburgo, Austria e Finlandia. Paesi con un pil pro capite decisamente più alto rispetto a quello nostrano. Continue Reading


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Dati Eurostat su rifiuti ed economia

Eurostat

L’istituto statistico europeo, Eurostat, ha pubblicato alcuni dati di confronto sia economico (inflazione, disoccupazione, povertà, industria) che su settori specifici come la raccolta dei rifiuti.

Nell’Ue a 27 l’inflazione e’ passata dal 2,3 di dicembre 2012 a 2,1 di gennaio segnando su base mensile un meno 0,8%. Nel contempo la disoccupazione nella zona euro sale ai livelli record a gennaio 2013, la piu’ alta dall’inizio delle rilevazioni Eurostat: nella Ue-17 si assesta a 11,9% e in Italia a 11,7%. ”Un aumento significativo rispetto a un anno fa”, scrive Eurostat, quando nella zona euro era a 10,8% e in Italia a 9,6%. Peggio dell’Italia solo la Spagna: a gennaio 2013 i senza lavoro sono il 26,2%.

Altro dato preoccupante fornito da Eurostat riguarda la crescente povertà dovuta alla crisi. Nel 2011 il 27% dei giovani e dei bambini con un’età inferiore ai 18 anni sono stati a rischio di povertà e di esclusione sociale. L’Italia supera la media Ue col 32,3%.

Poi ci sono i dati economici sull’andamento dell’industria europea. In particolare a gennaio 2013 i prezzi industriali sono aumentati dello 0,6% sia nella zona dell’euro che in quella Ue-27 rispetto a dicembre 2012, quando l’indice aveva registrato una diminuzione dello 0,2% in entrambe le aree. E su base annua, rispetto al gennaio del 2012, i prezzi della produzione industriale hanno guadagnato l’1,9% nella zona euro e l’1,8% in quella Ue-27. Infine i dati sulla gestione dei rifiuti nei singoli paesi europei.

Nel 2011 circa il 40% dei rifiuti municipali trattati nell’area Ue-27 sono stati riciclati o trasformati in compost, contro il 27% del 2001. Nella zona Ue-27, e’ stata di 503 kg la media dei rifiuti municipali generati a persona, e 486 i trattati. I rifiuti sono stati smaltiti in vari modi: il 37% in discarica, il 23% all’inceneritore, il 25% riciclati e il 15% trasformati in compost, contro il 56% dei rifiuti in discarica nel 2001, il 17% inceneriti, il 17% riciclati e il 10% in compost.

Secondo quanto rilevato da Eurostat per il 2011, il riciclo e’ piu’ frequente in Germania. Il piu’ alto ricorso all’inceneritore si registra in Danimarca (54%) e il compostaggio in Austria (34%). Mentre nel 2011 gli stati membri col piu’ alto tasso di rifiuti smaltiti in discarica sono stati la Romania (99%), la Bulgaria (94%), Malta (92%), Lettonia e Lituania (88%). Le piu’ alte percentuali di rifiuti inceneriti si registrano in Danimarca (54%), Svezia (51%), Belgio (42%), Lussemburgo e Olanda (38%), la Germania (37%), Francia e Austria (35%). Il riciclo e’ piu’ praticato in Germania (45%), Irlanda (37%), Belgio (36%), Slovenia (34%), Svezia (33%), Olanda (32%) e Danimarca (31%). Il primo posto per la trasformazione in compost e’ dell’Austria (34%), Paesi Bassi (28%), Belgio e Lussemburgo (20%), Spagna e Francia (18%).


La terza rivoluzione industriale. Come il «potere laterale» sta trasformando l’energia, l’economia e il mondo. La nostra civiltà deve scegliere se continuare sulla strada che l’ha portata a un passo dal baratro, o provare a imboccarne coraggiosamente un’altra. E non ha molto tempo per farlo.

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Debito pubblico italiano, ecco come si è formato

Nel corso degli anni 70 e 80 la spesa pubblica italiana è stata inferiore tra i 5 e i 10 punti del Pil rispetto a Francia e Germania, ma la pressione fiscale è ancora inferiore, tra i 10 e i 15 punti! All’origine dello specifico debito italiano c’è meno Stato sociale ma molte meno tasse per i ricchi.

Guardiamo ai dati Eurostat: dal 2000 al 2010 la pressione discale dell’Europa a 27 è passata dal 44,7 al 37,1 per cento con una riduzione del 7,6 per cento. Le imposte sui redditi delle società sono passate dal 31,9 al 23,2 con una riduzione dell’8,7 per cento!
Se in Italia la riduzione fiscale non c’è praticamente stata – si tratta solo di -0,3 per cento – in gran parte è dovuto alla dilatazione progressiva di una gigantesca evasione fiscale. In ogni caso le imposte sui redditi da capitale sono passate dal 41,3 al 31,4 per cento cioè circa il 10 per cento in meno! Si consideri che in Grecia tale riduzione è stata di ben il 17 per cento. La principale causa dell’aumento del debito pubblico è quindi la riduzione delle tasse per ricchi e imprese mentre per il lavoro dipendente il fisco è rimasto molto aggressivo.

Dal 2007 ci si è poi messa la crisi economica. Ma la dilatazione dei debiti è stata una precisa scelta delle politiche degli ultimi decenni all’insegna del neoliberismo. Pur dicendosi contro la spesa pubblica le politiche liberiste hanno aumentato il debito. Anche perché la spesa è stata necessaria per sostenere i profitti delle grandi imprese. Propagandando la necessità di garantire i profitti per aumentare gli investimenti, e quindi l’occupazione, quelle politiche hanno prodotto una riduzione drammatica dei salari, dello Stato sociale e una generalizzazione delle privatizzazioni. Secondo l’Ires-Cgil, in dieci anni, dal 2000 al 2010, i salari hanno perso circa 7000 euro del loro potere di acquisto mentre i profitti netti delle maggiori imprese industriali italiane (campione Mediobanca) dal 1995 al 2008 sono cresciuti di circa il 75,4% e, al contempo, dal 1990 a oggi, si registra una crescita dei redditi da capitale (rendite) pari a oltre l’87%.

Gli effetti della gestione del debito pubblico si condensano in queste cifre. Non solo, sempre secondo la ricerca della Cgil l’andamento degli investimenti in rapporto ai profitti, negli ultimi trent’anni, è calato del 38,7%. I profitti, cioè, non sono stati reinvestiti nella crescita economica ma nella rendita finanziaria che ha garantito ulteriori profitti grazie agli interessi dei debiti pubblici, agli interessi dei debiti privati dei lavoratori – cresciuti per effetto della riduzione dei salari – alle speculazioni monetarie e dei prodotti derivati, trasformando la finanza globale in un Casinò. Quando il gioco è finito, quando i debiti sono divenuti troppo alti è sopraggiunta la crisi. Ma con la nazionalizzazione delle perdite prodotte dai grandi istituti finanziari il debito privato è stato trasportato nel debito pubblico facendolo pagare a tutti noi. E ora si vogliono applicare politiche di austerità per ridurre un debito pubblico che si è formato nel tempo per foraggiare gli interessi del profitto e non certo per migliorare le condizioni di vita di lavoratori e lavoratrici, di precari e di giovani.

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