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Olio di palma: Ecco perché è tossico

Olio di palma

L’olio di palma, molto usato nell’industria alimentare, secondo un rapporto pubblicato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa, European Food Safety Authority), contiene sostanze tossiche, anche cancerogene, pericolose soprattutto per i bambini.

Secondo l’Efsa, infatti “i contaminanti da processo a base di glicerolo presenti nell’olio di palma, ma anche in altri oli vegetali, nelle margarine e in alcuni prodotti alimentari trasformati, danno adito a potenziali problemi di salute per il consumatore medio di tali alimenti di tutte le fasce d’età giovanile e per i forti consumatori di tutte le fasce d’età”. Continue Reading


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Il fattore BPA: Quando la plastica è pericolosa per la salute

Bisfenolo-A

Non possiamo fare a meno di contenitori di plastica nemmeno quando si parla di cibo: in Europa Occidentale il consumo di plastica è triplicato dal 1980 a oggi, assestandosi intorno ai 120 Kg/annui per ciascun abitante. Per produrre alcuni materiali plastici esiste una sostanza che usiamo e studiamo da circa 50 anni: stiamo parlando del Bisfenolo A – meglio conosciuto come BPA – un composto chimico che sta alla base del policarbonato. Il BPA è trasparente, resistente agli urti e alla temperatura, rigido e durevole nel tempo, ma è anche sotto accusa. L’Unione Europea l’aveva già bandito nel 2011 dai contenitori per alimenti dei neonati. Ora il dibattito è ripreso: l’ultimo comunicato stampa dell’EFSA l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, si occupa di nuovo di questa molecola. C’è dunque qualche rischio anche per gli adulti? L’EFSA ha ribadito ancora una volta che le dosi di BPA a cui siamo esposti non costituiscono alcun rischio per la nostra salute.

Noi e il BPA: quando veniamo in contatto?

Le proprietà del BPA sono sfruttate in diversi ambiti: si spazia dalla realizzazione di apparecchiature mediche, alla creazione di oggetti per il tempo libero o di contenitori di plastica trasparente per alimenti.  Per fare un po’ di ordine, occorre dire che il BPA è contenuto solo negli oggetti contrassegnati dalla sigla 03 (Polivinilcloruro o PVC) o 07 (resine epossidiche e policarbonato), perché le altre plastiche hanno processi di produzione differenti.
L’uso di BPA che desta maggiore preoccupazione è quello in ambito alimentare, ma l’esposizione può anche derivare da polveri, carte termiche o cosmetici. Può il box in cui conserviamo i cibi o la nostra borraccia essere una fonte di gravi malattie? Oppure può essere colpa della lattina di una bibita rivestita dalle resine epossidiche?

I primi sospetti nei confronti del BPA li avanzò Dodds negli anni ’30, ma è dagli anni ’90 che la produzione scientifica intorno all’argomento si fa più abbondante. Il picco degli articoli scientifici che parlano del BPA lo troviamo nel 2012, con  ben 320 pubblicazioni che analizzano i suoi effetti sulla specie umana.
Ma quali sono i capi di accusa?  Il BPA potrebbe essere tossico per fegato e reni, e potrebbe avere effetti sulla ghiandola mammaria. Alcuni studi hanno evidenziato un’interazione negativa con il sistema immunitario, il sistema nervoso e quello cardiovascolare. Altri sostengono che il BPA sia implicato nell’insorgenza di tumori. Il bisfenolo infine sembra essere in grado di imitare il comportamento degli estrogeni, gli ormoni femminili, provocando problemi di fertilità e squilibri nel sistema endocrino.

Le decisioni già prese

Date le premesse il BPA sembrerebbe una sostanza da bandire.  La Commissione Europea si è preoccupata di valutare la sicurezza del BPA una prima volta nel 2002. Nel 2006, in seguito a studi più approfonditi, è stato possibile fissare una dose giornaliera tollerabile  (DGT) di 0,05 mg per ogni kg di peso corporeo. Tale valore è stato stabilito in base a un metodo statistico che stima la dose che potrebbe provocare un effetto avverso di lieve entità su organi come il fegato o il rene.

Dato che gli studi scientifici intorno al BPA hanno continuato a proliferare, l’EFSA è stata costretta a revisionare le dichiarazioni precedenti alla luce dei nuovi risultati. Nell’anno 2010 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha rilasciato un nuovo parere: dopo aver analizzato più di 800 lavori, l’autorità ha dato di nuovo il via libera al BPA, anche se incominciarono a sorgere alcuni dubbi a causa di studi che correlavano il BPA con alcuni problemi sullo sviluppo nei topi. I pareri di FAO e WHO, che riunirono una trentina di esperti americani e canadesi, rinforzarono le opinioni dell’EFSA.
Le revisioni del 2010 hanno fatto scaturire una serie di leggi della Commissione Europea, che regolano senza escludere il contatto con gli alimenti del bisfenolo A per quanto riguarda gli adulti, mentre lo vietano per i neonati.

La ricerca aiuta a definire la legge

Allora possiamo stare tranquilli? Il regolamento emesso nel 2010 non ha certo posto fine agli studi scientifici. “È stata proprio la larga produzione scientifica realizzata intorno al BPA a partire dal 2010, che ha spinto la Commissione Europea a chiedere all’EFSA una nuova valutazione del rischio per l’uomo”, ha spiegato Iona Pratt, presidente della commissione EFSA per i materiali a contatto con i cibi (CEF).
La nuova valutazione ha preso in considerazione l’assunzione di BPA anche da prodotti non alimentari. Inoltre sono stati valutati i livelli di esposizione in base a diverse fasce di età, che comprendono i ragazzi fino ai 18 anni e le donne in età fertile (18-45 anni). Infatti proprio un recente articolo, pubblicato su Endocrinology nel 2014 da un gruppo dell’Università dell’Illinois, suggerisce che il BPA assunto dalla madre durante la gravidanza potrebbe aumentare il rischio di tumore alla prostata per il bambino in età adulta. Infatti le cellule staminali della prostata compaiono durante i primi stadi della gravidanza, per poi sostenere il tessuto prostatico durante tutte la vita dell’uomo. Le cellule sono sensibili agli estrogeni, che aumentano nell’uomo anziano e che sono una tra le cause riconosciute per il tumore alla prostata. Se le cellule prostatiche entrano in contatto con il BPA durante la gravidanza, sembrano più propense a produrre lesioni cancerose, come se diventassero più sensibili agli effetti avversi degli estrogeni. La prova è stata realizzata usando cellule staminali umane impiantate nel topo.

Mentre negli USA si invoca una nuova valutazione da parte della Food and Drug Administration sull’esposizione al BPA, Iona Pratt esprime il suo parere per l’Europa: “La nostra esposizione al BPA è inferiore rispetto a quanto stabilito in precedenza, e quindi non costituisce un rischio per la salute”. Infatti secondo gli ultimi studi l’esposizione quotidiana al BPA è 11 volte inferiore a quella stimata nel 2006. Una nuova banca dati sui consumi alimentari in Europa e l’analisi di oltre 2500 campioni alimentari hanno permesso di rivedere le precedenti stime. Nello studio è stato compreso anche il latte materno.
Malgrado ciò l’EFSA propone di abbassare la dose tollerabile giornaliera di BPA fino a renderla 10 volte inferiore a quella fissata oggi. E questo non è ancora il valore definitivo, perché gli studi sono in continua evoluzione e l’EFSA deve ancora terminare le sue valutazioni.

L’EFSA ora ha indetto una consultazione pubblica, per raccogliere pareri dalla comunità scientifica riguardo ai nuovi documenti emessi. La consultazione si chiuderà il prossimo 13 marzo. “Ogni commento sulle nostre opinioni è benvenuto. Vogliamo fornire giudizi robusti e credibili dal punto di vista scientifico, e penso che una consultazione pubblica sia un buon mezzo per farlo”, ha concluso Iona Pratt.

(Fonte oggiscienza)

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Scandali alimentari, le truffe nel piatto

 

L’ultimo caso a far clamore, ritornato alla ribalta in questi giorni, è stato quello delle mozzarelle che una volta aperte diventavano blu, probabilmente a causa della contaminazione da parte di un batterio. È un’immagine che faticheremo cancellare dalla mente, o almeno così ci sembra a caldo. In realtà col tempo il rischio è proprio quello di dimenticare. Invece l’attenzione deve restare alta: in fondo proprio il caso delle mozzarelle blu è stato portato all’attenzione delle autorità europee dopo la segnalazione di una consumatrice italiana. Tutti possiamo e dobbiamo contribuire a tenere gli occhi aperti contro i rischi per la salute che possono nascondersi nel piatto.

Infatti l’elenco degli episodi preoccupanti verificatisi negli ultimi anni rischia di essere molto lungo. Antibiotici nelle uova, nel miele, nella pappa reale. Itx nei latti per l’infanzia e non solo, salmonella, listeria e altri microrganismi potenzialmente pericolosi nella carne di pollo, formaggi scaduti riciclati per preparazioni alimentari. Bisogna ringraziare Altroconsumo che da sempre si occupa di sicurezza alimentare ed esegue periodici test su moltissimi prodotti alimentari, evidenziando di volta in volta i rischi relativi a contaminanti e problemi di natura igienica. Ma anche mettendo in luce le carenze nei controlli e nella comunicazione del rischio. Facciamo una breve carrellata dei casi più significativi.

Antibiotici dappertuttoUn test svolto qualche anno fa da Altroconsumo su 32 marche di uova voleva verificarne freschezza, integrità, igiene e l’eventuale presenza di coloranti e residui di farmaci. Il risultato fu tristemente sorprendente: c’erano residui di antibiotici in 9 campioni del nostro test, cioè in oltre un quarto delle uova analizzate. Qualche tempo dopo, in un test su 19 marche di miele 6 prodotti risultarono positivi alla presenza di antibiotici vietati per legge. Un’altra analisi svolta sulla pappa reale aveva dato un riscontro altrettanto preoccupante. In alcune confezioni avevamo infatti trovato residui di un altro antibiotico non autorizzato. Si trattava del cloramfenicolo, pericoloso in quanto tossico anche se assunto in piccole dosi. Per la sua pericolosità in Europa è vietato impiegare questo farmaco su animali destinati alle produzioni alimentari. Dopo ogni “scoperta” come quelle de- scritte, Altroconsumo invia un esposto alla procura competente che poi dispone i controlli necessari e, se è il caso, anche i sequestri dei prodotti incriminati.

Itx, dalla confezione al latte. Un fotoiniziatore usato per fissare l’inchiostro da stampa sulle confezioni di cartone poliaccoppiato (come il Tetra Pak), un brutto giorno finisce in un latte per l’infanzia della Nestlé. È l’Itx (iso-propiltioxantone), che nel 2005 sale alla ribalta delle cronache come simbolo di quello che può andare molto storto nella produzione degli alimenti. Ma un test svolto da Altroconsumo dimostrò che il problema non riguardava solo i latti per l’infanzia, ma anche altri prodotti con lo stesso confezionamento, soprattutto tra i succhi di frutta. Emerse allora il colpevole silenzio delle autorità italiane e delle aziende coinvolte: se non fosse scattata la denuncia di Altroconsumo, il caso sarebbe rimasto circoscritto ai latti per l’infanzia e i consumatori sarebbero ri- masti all’oscuro del fatto che il rischio di contaminazione era assai più ampio.

Polli poco puliti. Si presentano sempre più spesso con descrizioni bucoliche che fanno pensare a graziose fattorie in cui gli animali sono allevati all’aria aperta. Insomma il pollo sembra la cosa più sana che si possa mangiare, soprattutto visti i frequenti e corretti richiami dei nutrizionisti a privilegiare il consumo di carne bianca rispetto a quella rossa. Una recente inchiesta svolta da Altroconsumo su 59 campioni di pollo acquistati a Milano e Roma, però, ha evidenziato una situazione assai meno idilliaca. La maggior parte dei tagli analizzati presentava un’elevata carica batterica, indice di una non corretta conservazione della carne. Molti campioni, poi, sono risultati contaminati da microrganismi potenzialmente pericolosi per la salute dei consumatori. La buona notizia è che cuocendo bene la carne questi microrganismi vengono eliminati. Resta però un giudizio negativo sull’incuria dimostrata lungo tutta la filiera, dall’allevamento al punto vendita, che certo non può passare sotto silenzio. Alla fine delle prove solo 7 prodotti su 59 raggiungevano la sufficienza, segno della necessità di controlli più rigorosi.

Ma chi controlla quello che arriva sulle nostre tavole?

Esistono diversi livelli di controllo per garantire la sicurezza alimentare nel nostro paese, anche se manca un osservatorio centralizzato. La prima forma di controllo è l’autocontrollo richiesto ai produttori stessi, che devono vigilare sull’intera catena produttiva, dalla materia prima alla distribuzione del prodotto finito. Se il produttore in uno dei controlli sulla filiera ravvisa un possibile rischio per la salute dei consumatori, deve ritirare il prodotto dal commercio e darne comunicazione alle autorità competenti. Infine in Italia vengono svolti moltissimi controlli pubblici per mezzo di ispezioni negli stabilimenti di produzione, ciascuno dei quali viene controllato in media 60 volte l’anno. Sono coinvolti in queste operazioni una decina di enti, con una netta prevalenza delle Asl. I casi di cronaca fanno però emergere tutti i punti deboli della catena dei controlli, primo fra tutti una sostanziale mancanza di coordinamento, con sovrapposizione di ruoli, copertura del territorio a macchia di leopardo e tutti i rischi che ne derivano.

Il paradosso dell’Italia consiste nel fatto che pur ospitando l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che ha sede a Parma, l’agenzia nazionale, che ha sede a Foggia, non è mai stata operativa, tanto meno nel coordinare i controlli, quindi di fatto è come se non ci fosse.

(Fonte Altroconsumo – Guida alla sicurezza alimentare)

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