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Lettera delle associazioni ambientaliste e della green economy a Matteo Renzi

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Le principali associazioni ambientaliste del Coordinamento FREE (Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica), Greenpeace, Legambiente, Kyoto Club, Comitato Si alle Energie Rinnovabili No al Nucleare e WWF, insieme al coordinamento di associazioni e imprenditori dell’efficienza energetica e delle rinnovabili, chiedono al nuovo Governo Renzi, di rappresentare l’Italia, nell’UE, con un impegno forte sugli obiettivi 2030 in materia di politiche per il clima.

Illustre Presidente,

le scriviamo all’indomani del suo insediamento a capo del Governo per evidenziare il rilievo e l’urgenza degli impegni che attendono il nostro Paese, già nelle prossime settimane, in materia di contrasto ai cambiamenti climatici. Come saprà è in corso nell’UE un processo di definizione degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030. Il riscaldamento globale è un’emergenza conclamata e sulla quale la comunità scientifica internazionale esprime moniti univoci, indicando con precisione le sfide che ci attendono per salvare il Pianeta e scongiurare un futuro in cui gli eventi metereologici estremi crescano in intensità e frequenza. Il libro bianco “Clima-Energia 2030”, appena adottato dalla Commissione, mostra purtroppo una preoccupante timidezza, in aperta antitesi con gli stessi impegni già assunti dall’Europa per contribuire a contenere il riscaldamento globale sotto la soglia critica dei 2°C. Il prossimo 20-21 marzo il Consiglio europeo si riunirà per decidere sui target europei al 2030 in materia di clima ed energia; prima di allora, il 3 e il 4 marzo, sarà la volta dei ministri per l’Ambiente e di quelli con competenze in materia di Energia, anche qui per discutere il futuro dell’Unione nella sfida ai cambiamenti climatici. Saranno, questi, passaggi decisivi per scegliere la strada giusta per l’UE. L’Italia, con il precedente esecutivo, ha già espresso il suo impegno (insieme a Germania, Francia, Danimarca e altri quattro stati) in favore della definizione di tre target ambiziosi e vincolanti per il contenimento delle emissioni di gas serra e lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. Questi ultimi due settori sono essenziali e imprescindibili se si vuole agire efficacemente. Alle fonti rinnovabili dobbiamo quasi la metà della riduzione delle emissioni conseguita sin qui con il pacchetto 20-20-20; riguardo all’efficienza, recenti rapporti tecnici, di parte industriale ne mostrano i benefici economici, ambientali e occupazionali, confermando analisi già effettuate dal mondo ambientalista. Si tratta peraltro di settori in cui il nostro Paese ha le potenzialità per esprimersi in termini di primato, specie se accompagnato da politiche tese a fare sistema. Gentile Presidente, le chiediamo di confermare l’indirizzo sin qui espresso dall’Italia e di fare ancora di più, impegnando il nostro Paese a sostegno di tre target vincolanti (emissioni, rinnovabili ed efficienza) per la salvaguardia del clima. Il recente indirizzo del Parlamento europeo, che ha sconfessato la Commissione, costituisce il livello minimo di ambizione da cui partire per costruire un accordo. Il Parlamento ha votato per tre target vincolanti al 2030:

  • riduzione del 40% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990;
  • produzione di almeno il 30% del consumo finale complessivo di energia da fonti rinnovabili;
  • incremento dell’efficienza energetica del 40%.

Questi obiettivi, secondo il Parlamento, “devono essere obbligatori, e messi in atto sulla base di singoli obiettivi nazionali, tenendo conto della situazione e del potenziale di ogni Stato membro”. Noi riteniamo che per raggiungere la de-carbonizzazione entro il 2050, come dichiarato più volte dai Capi di Stato e di Governo del Consiglio Europeo, sia necessario andare oltre, ma riconosciamo al Parlamento Europeo il merito di aver ristabilito i termini minimi del confronto. Auspichiamo che la volontà di radicale innovazione da Lei più volte indicata come tratto essenziale del suo impegno di Governo, possa trovare traduzione concreta anche in politiche ambiziose per la salvaguardia del clima e lo sviluppo di un sistema energetico sostenibile. La ringraziamo per l’attenzione e auspichiamo questa nostra possa essere l’inizio di un proficuo confronto; rimaniamo a Sua disposizione per ogni chiarimento.


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Stop ai sussidi per le fonti fossili

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In un Pianeta dove le emissioni di CO2 continuano a crescere (+ 20% dal 2000) con effetti ambientali e sociali che si rivelano sempre più drammatici, cambiare modello energetico per ridurre il consumo di petrolio, carbone, gas è una assoluta priorità.

Secondo il Rapporto Green Growth Studies Energy dell’OCSE, la dipendenza dai combustibili fossili del sistema energetico mondiale ha prodotto l’84% delle emissioni di gas a effetto serra. Eppure l’utilizzo di fonti fossili, che sono la principale causa dei cambiamenti climatici, continua a ricevere assurdi sussidi, 5 volte maggiori di quelli alle fonti rinnovabili. Secondo l’International Energy Agency, nel 2012, alle fonti fossili sono arrivati 544 miliardi di dollari, più degli anni precedenti, erano 523 nel 2011 e 412 nel 2010. Contro i 101 andati alle rinnovabili. La stessa IEA, che ha individuato nel Mondo ben 250 differenti meccanismi per finanziare direttamente o indirettamente le fonti fossili, stima che, nel caso in cui non si intraprendono azioni urgenti e concreti, i sussidi alle fonti fossili potranno arrivare, nei prossimi anni a quota 660 miliardi, pari allo 0,7% del PIL mondiale. Va sottolineato inoltre, che normalmente tali aiuti non sono destinati a popolazioni svantaggiate, ma ai produttori petroliferi, che nel 2010 hanno ricevuto il 92% dei sussidi. Del resto solo poche settimane fa lo stesso commissario europeo all’Energia Oettinger è stato al centro di un accusa di censura per non voler rendere pubblici i dati che riguardano i sussidi in Europa nel 2011: il Suddeutsche zeitung ha pubblicato un articolo secondo il quale, una volta noti i dati per cui i sussidi per nucleare e fonti fossili superebbero i 100miliardi di Euro, a fronte dei 30 per le rinnovabili, il commissario sarebbe intervenuto per cancellare questo passaggio del documento. In Gran Bretagna invece, l’accusa nei confronti del Governo è di essere in teoria a favore dell’efficienza, mentre nella pratica sussidia con oltre 4,2 miliardi di dollari le industrie di carbone, petrolio, gas. I principali network ambientalisti chiedono che questi sussidi siano aboliti e che si acceleri sulla decarbonizzazione delle economie. Questo stop, da solo, permetterebbe di ridurre le emissioni di CO2 di 750 milioni di tonnellate, ovvero il 5,8% al 2020, contribuendo al raggiungimento della metà dell’obiettivo climatico necessario a contenere l’aumento di temperatura globale di 2°C. Sono queste le ragioni alla base di campagne come quella portata avanti da 350.org, con “End Fossil Subsidies”, o di quella “Stop Coal Finance” che si propone di convincere banche e grandi investitori a concentrare i loro sforzi economici su progetti sostenibili, fatti di rinnovabili, efficienza e risparmio energetico. Un impegno pubblico a ridurre drasticamente il sostegno economico alle fonti fossili fu preso ufficialmente nel 2009 al G20 di Pittsburgh “encourage wasteful consumption, distort markets, impede investment in clean energy sources and undermine efforts to deal with climate change”. Ma da allora nulla è avvenuto. E’ la stessa Agenzia internazionale dell’energia a sottolineare i motivi per cui i Paesi dovrebbero tagliare i sussidi per le fonti fossili:

– Crea una distorsione dei mercati e crea ostacoli agli investimenti nelle energie pulite
– Svuota i bilanci statali a favore degli importatori
– Aumenta le emissioni di CO2 e aggrava l’inquinamento locale
– Incoraggia lo spreco energetico – Accelera il declino delle esportazioni
– Minaccia la sicurezza energetica con aumento delle importazioni
– Incoraggia il contrabbando di carburante
– Scoraggia gli investimenti nelle infrastrutture energetiche
– Sproporzionatamente a vantaggio della classe media e ricca
– Diminuisce la richiesta totale di energia in risposta ai prezzi elevati.

I sussidi alle fonti fossili in Italia. Incredibile ma vero. I sussidi alle fonti fossili non esistono nel dibattito pubblico e politico italiano. Addirittura nel documento di Strategia Energetica Nazionale approvata nel 2013, il tema dei sussidi alle fonti fossili, semplicemente, non compare! Eppure stiamo parlando di 4,4 miliardi di sussidi diretti distribuiti ad autotrasportatori, centrali da fonti fossili e imprese energivore, e di 7,7 miliardi di sussidi indiretti tra finanziamenti per nuove strade e autostrade, sconti e regali per le trivellazioni, per un totale di 12,1 miliardi di Euro a petrolio, carbone e altri fonti che inquinano l’aria, danneggiano la salute, e che sono la principale causa dei cambiamenti climatici. Se e’ comprensibile che Assoelettrica o il sindacato degli autotrasportatori siano contrari ad affrontare l’argomento, perché beneficiano di questi soldi, oggi e’ inaccettabile che ancora vi sia la censura sui numeri dei sussidi da parte del Governo e dell’Autorità per l’energia che in questi mesi ben altro atteggiamento ha avuto nei confronti degli incentivi alle fonti rinnovabili che, come noto, contribuiscono a ridurre i gas serra. Governo e Parlamento devono fare chiarezza su questa situazione inaccettabile, presentare un quadro e monitorare le diverse forme di sostegno, come esenzioni al pagamento di tasse, riduzione dei costi dell’energia, sussidi e finanziamento alle imprese sia pubbliche che private. Per un Paese importatore di fonti fossili come l’Italia è ancora più assurdo che esistano ancora sussidi di questo tipo, che creano dipendenza nei settori industriali e di domanda, con conseguenze anche economiche pesanti. Basti pensare che la spesa nazionale per l’approvvigionamento di energia dall’estero, costituita dal saldo fra l’esborso per le importazioni e gli introiti derivanti dalle esportazioni, nel 2012 è stata pari a 64,4 miliardi di euro, era di 62,7 miliardi nel 2011 e 52,9 nel 2010. Perché sussidiamo carbone che viene da Indonesia e Sud Africa, petrolio che viene da Russia e Arabia Saudita, gas da Algeria e Russia quando oggi le fonti rinnovabili sono competitive e l’efficienza energetica è da tutti considerata un investimento strategico (Ministro Zanonato compreso) ma poi ignorata. Eppure negli ultimi due anni tutta l’attenzione mediatica e politica si è concentrata sul peso crescente della componente legata agli incentivi alle fonti rinnovabili. E’ un tema serio, è stato giusto intervenire, ma parliamo comunque del 14,9% della spesa delle bollette dei cittadini legata alle “vere” energie pulite. Del restante 85,1% e delle tante voci che nel bilancio pubblico italiano contribuiscono direttamente o indirettamente a avvantaggiare le fonti fossili deve essere ancora fatta piena luce e Legambiente chiede all’Autorità di lavorare in questa direzione. Non è questa la sede per ricordare i vantaggi prodotti dalle fonti rinnovabili in termini sia economici che occupazionali e ambientali, nè occorre ricordare quanto sia dovuto alla dipendenza nella produzione di energia da fonti fossili che importiamo dall’estero il fatto che la spesa annua delle famiglie per l’elettricità è passata dal 2003 ad oggi da 338 euro a 516, con un aumento di quasi il 53%. Ma è in particolare la voce legata al prezzo delle fonti fossili ad essere lievitata passando da 106,6 euro a 293,96! D’altronde, un aumento di questa dimensione ha una spiegazione ovvia, siamo un Paese in balia degli eventi che accadono intorno al prezzo del greggio tra conflitti, speculazioni, interessi delle imprese. Dobbiamo smettere di dare retta alle lobby che fermano un cambiamento che è nell’interesse dei cittadini e del Pianeta. A dimostrarlo sono i dati del contributo delle fonti rinnovabili nei primi 10 mesi del 2013 che con 91 TWh generati in Italia, hanno raggiunto il 39% della produzione netta e al 34,2% rispetto alla domanda di elettricità. Non solo, proprio la produzione da energia pulita ha permesso di ridurre, come non accadeva da anni, il prezzo di acquisto dell’energia elettrica nella borsa italiana (PUN), proprio perché si riduce lo spazio per il termoelettrico e aumenta la concorrenza. Il problema italiano è che la politica invece di capire la portata di questo cambiamento, di aiutarne la prospettiva e generare vantaggi per le famiglie, concentra tutta l’attenzione nel tagliare gli incentivi alle rinnovabili e nell’introdurre nuovi sussidi per le fonti fossili.

Leggi il Rapporto completo di Legambiente

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Clima, allarme dell’Onu: Diminuire subito le emissioni di carbonio

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Lunedì inizierà la 19esima Conferenza dell’ONU sul clima. Dall’11 al 22 novembre, 192 paesi parteciperanno alla conferenza di Varsavia con un solo obiettivo: diminuire le emissioni di carbonio entro il 2020. Gli studi dimostrano che la temperatura dell’aria e il livello del mare continuano a salire e sottolineano l’importanza di trovare una soluzione a questa crescita allarmante. 1,3 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’elettricità e 2,6 miliardi di persone continuano a ricorrere al tradizionale uso di biomassa per cucinare. 

L’UE produce l’11% delle emissioni di gas a effetto serra. L’obiettivo è quello di diminuire tali emissioni del 20% entro il 2020, anno in cui scadrà il protocollo internazionale di Kyoto. La conferenza di Varsavia è anche uno dei primi passi verso un nuovo accordo internazionale. Il Parlamento, che parteciperà alla conferenza, ha rilanciato la proposta di ridurre le emissioni del 30% in UE entro il 2020.

Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane, per la biodiversità e per il pianeta ed è perciò un problema che deve essere affrontato a livello internazionale da tutte le parti. Secondo la relazione della Banca mondiale dal titolo “Turn Down the Heat” (Abbassare il riscaldamento), le attuali tendenze in termini di emissioni porteranno a un riscaldamento di 2° C rispetto all’epoca preindustriale nell’arco di 20/30 anni e a un riscaldamento di 4° C entro il 2100. L’aumento di 4° C potrebbe comportare aumenti di temperatura sostanzialmente più elevati nelle regioni tropicali particolarmente sensibili e recenti risultati scientifici sottolineano i pericoli inerenti anche a un riscaldamento di 2° C.

Il riscaldamento finora prodotto (pari, a livello globale, a circa 0,8° C al di sopra delle temperature pre-industriali) costituisce uno dei fattori alla base di varie crisi umanitarie e alimentari già verificatesi, in particolare quelle più gravi in Africa, soprattutto nel Corno d’Africa e nel Sahel. Secondo uno studio realizzato dall’Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico e dall’Università di Madrid, la frequenza delle ondate di calore estremo raddoppierà da oggi al 2020 e si quadruplicherà nel periodo fino al 2040. Questa tendenza può essere scongiurata nella seconda metà del secolo solo in caso di riduzione sostanziale delle emissioni globali.

Secondo l’International Energy Outlook 2013, tra il 2010 e il 2040 la domanda energetica globale crescerà del 56%, e  soddisfare tale domanda comporterebbe un notevole aumento delle emissioni di CO2. La parte più consistente dell’aumento della domanda e delle emissioni si verificherà nelle economie emergenti. Stando ai dati forniti dal Fondo monetario internazionale (FMI), i sussidi ai combustibili fossili sono pari a USD 1,9 trilioni a livello mondiale, con il massimo dei contributi provenienti dagli Stati Uniti, dalla Cina e dalla Russia (che insieme rappresentano circa la metà di tali sussidi). L’Europa dovrebbe promuovere, nella propria strategia industriale, l’innovazione e la diffusione di tecnologie ecocompatibili, anche nel campo dell’informazione e della comunicazione (TIC), delle energie rinnovabili, delle tecnologie per un uso innovativo ed efficiente dei combustibili fossili e, in particolare, delle tecnologie efficienti sotto il profilo energetico.

In base alle conclusioni di uno studio del Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale (CEDEFOP), è possibile raggiungere un’economia sostenibile nonché efficiente sotto il profilo energetico garantendo nel contempo un aumento dell’occupazione (circa il 20% delle emissioni di gas serra è dovuto alla deforestazione e ad altre forme di uso del suolo e di cambiamenti di tale uso). Ad esempio utilizzando l’agrosilvicoltura si aumentano gli effetti di mitigazione della CO2, grazie a un maggiore stoccaggio del carbonio, e si riduce la povertà diversificando le entrate delle comunità locali.

Il compito della delegazione del Parlamento europeo è quello di discutere con il maggior numero possibile di attori (organizzazioni non governative, delegazioni). Abbiamo già un accordo sulla riduzione delle emissioni delle automobili e per ridurre le emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020. Vogliamo impegni concreti in tutte le regioni del mondo. Vogliamo ottenere dei risultati ora e non nel 2018 o nel 2020. L’appuntamento di “Parigi 2015” si avvicina e dobbiamo ottenere degli impegni vincolanti anche per i paesi in via di sviluppo. Certamente i paesi sviluppati dovranno fornire un maggior sostegno finanziario.  A Varsavia ci prepareremo per Parigi, dove dovremo decidere delle nuove misure per il dopo 2020. Varsavia sarà la conferenza delle promesse e degli impegni chiari. Mi piacerebbe che i paesi sviluppati dimostrino in quest’occasione una volontà forte per la costituzione del Fondo verde per il clima. Altrimenti i paesi sottosviluppati perderanno la fiducia. Sarà una settimana difficile. Ci aspettiamo delle discussioni fino a tarda notte, ma dobbiamo trovare una soluzione.” Matthias Groote – Presidente della Commissione ambiente dell’Europarlamento 

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Siamo sull’orlo dell’abbisso ecologico

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Stiamo andando nel silenzio generale verso un altro importante appuntamento internazionale: la Conferenza delle Parti (COP 19) che si terrà a Varsavia, l’11 e il 12 novembre. Eppure non c’è nell’agenda dei nostri politici. E questo nonostante il quinto Rapporto IPCC (Panel Internazionale per i Cambiamenti Climatici) presentato a Stoccolma il 27 settembre scorso, frutto di una ricerca scientifica durata sei anni.

Il Rapporto afferma che la concentrazione di CO2 (anidride carbonica) nell’atmosfera è al limite di guardia e tra dieci anni saremo fuori dall’area di sicurezza. Le emissioni di gas serra continuano a crescere del 2-3% l’anno. Andando avanti così, gli scienziati dell’IPCC dicono che, a fine secolo, la temperatura potrebbe arrivare ad un innalzamento di 5,5 gradi. Gli scienziati indicano anche le cause responsabili di questo processo: i combustibili fossili (petrolio, carbone e metano) e la deforestazione. E la comunità scientifica concorda che la colpa è dell’uomo.

Il clima è impazzito e la Madre Terra non sopporta più il più vorace degli animali: l’uomo. Ci attende una tragedia con conseguenze devastanti per l’umanità (scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei mari, tempeste come Sandy, centinaia di milioni di rifugiati climatici). E’ in atto un biocidio , un geocidio.

“Moralmente noi abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, all’omicidio, al genocidio -ha scritto il teologo ecologista Thomas Berry- ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidio, l’uccisione di sistemi vitali, e il geocidio, l’uccisione del Pianeta Terra nelle sue strutture vitali e funzionali. Queste opere sono un male maggiore di quanto abbiamo conosciuto fino ad oggi, male per il quale non abbiamo principi né etici, né morali di giudizio. Una semplice dottrina della custodia del creato non sembra più adeguata per affrontare problemi così gravi”.

E’ una situazione che interpella tutti, credenti e non. Giustamente lo stesso Berry afferma che “la più significativa divisione tra gli esseri umani non è basata né su nazionalità né sull’etnia né sulla religione, ma piuttosto è una divisione fra coloro che dedicano la loro vita a sfruttare la terra in una maniera deleteria, distruggendola, e coloro che si dedicano a preservare la terra in tutto il suo naturale splendore”. Credenti e non sono convocati oggi nella storia a un salto di qualità per affrontare una situazione così grave e minacciosa. E’ in ballo la vita, è in ballo il futuro dell’umanità.

Lo stiamo toccando con mano qui in Campania, una terra avvelenata da rifiuti tossici, dai fuochi di materiali tossici, dalle mega discariche. Noi stiamo morendo di tumori, leucemie. Lo stiamo toccando con mano a Taranto avvelenata dall’inquinamento industriale, con quasi novemila malati di cancro, con piombo nel sangue dei bambini e diossine nel latte materno. Lo stiamo toccando noi in Sicilia con i tre poli petrolchimici la cui pericolosità ancora non è messa in discussione. Nel microcosmo osserviamo quello che avviene nel macrocosmo: la Madre Terra è violentata, avvelenata, degradata; non sopporta più la specie umana.

Sono però profondamente convinto che ce la possiamo fare partendo dalle nostre realtà locali. Per questo c’è bisogno di un grande lavoro di informazione e coscientizzazione che porti a una rivoluzione culturale (è agghiacciante il silenzio dei media su questi temi!).

Una rivoluzione culturale che chiede a tutti uno stile di vita più sobrio ed essenziale, il riciclaggio totale dei rifiuti, opponendoci agli inceneritori, un bilancio energetico nazionale che riduca del 30% le emissioni di gas serra entro il 2020, il sostegno al Piano della Commissione Europea che prevede una riduzione per tappe dell’80% delle emissioni di gas serra entro il 2050, un fondo per le nazioni del Sud del mondo per fronteggiare i cambiamenti climatici, ricordando il nostro debito ecologico nei loro confronti. E’ partendo da queste basi che dobbiamo mobilitarci, dal basso, come cittadinanza attiva, per forzare i governi e la politica a una svolta epocale. Purtroppo in questi anni abbiamo in larga parte fallito sia a livello locale che nazionale ed internazionale. Basterebbe, a livello mondiale, ricordare il fallimento delle varie Conferenze delle Parti (COP) sui cambiamenti climatici, da Copenhagen (2009) a Durban (2010), da Cancun (2011) a Doha (2012). Il prossimo appuntamento importante sarà a Varsavia dove si terrà la COP19 (11-12 novembre 2013). Dopo un Rapporto così duro dell’IPCC sulla situazione climatica del Pianeta, non possiamo accettare un altro fallimento a Varsavia.

L’IPCC afferma che il disastro ambientale potrebbe essere evitato se in pochi anni si dimezzassero le emissioni di gas serra causate dall’uso di petrolio, carbone e metano. Ma manca la volontà politica per farlo. Infatti dopo il fallimento del vertice del 2009 a Copenhagen i governanti si sono affidati agli impegni volontari di riduzione del CO2, rimandando al 2020 una cura più efficace..

“Proseguendo su questa strada – ha scritto il teologo della liberazione Leonardo Boff- ci troveremo di fronte, e non manca molto, a un abisso ecologico. Come ai tempi di Noè, continuiamo a mangiare, a bere, e ad apparecchiare la tavola del Titanic che sta affondando. La casa sta prendendo fuoco e mentiamo agli altri dicendo che non è niente.”

APPELLO del padre Missionario comboniano Alex Zanotelli per SALVARE IL PIANETA TERRA

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Prospettive ambientali all’orizzonte del 2050


Video delle Nazioni Unite per lo Sviluppo “Il Futuro che Vogliamo” in occasione della Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20 che si terrà in Brasile dal 20 al 22 giugno 2012.

 

Negli ultimi decenni l’umanità è stata testimone di una crescita e di una prosperità senza precedenti. Dal 1970, le dimensioni dell’economia mondiale sono triplicate e la popolazione è aumentata di oltre 3 miliardi di abitanti. Tale crescita, tuttavia, è stata accompagnata da inquinamento ambientale e sfruttamento delle risorse naturali. L’attuale modello di crescita e la gestione inadequata delle risorse naturali potrebbero in definitiva compromettere lo sviluppo dell’umanità.

Le Prospettive ambientali dell’OCSE all’orizzonte del 2050 formulano il seguente quesito : “Quale sarà lo scenario dei prossimi quarant’anni?” Lo studio, basato sui modelli elaborati congiuntamente dall’OCSE e dall’Agenzia di Valutazione Ambientale dei Paesi Bassi, esamina lo scenario fino al 2050 per identificare i potenziali impatti ambientali delle tendenze demografiche ed economiche in assenza di politiche “verdi” più ambiziose. Il rapporto esamina ugualmente le politiche che potrebbero cambiare in meglio tale scenario. L’analisi si concentra su quattro settori: i cambiamenti climatici, la biodiversità, le risorse idriche e gli impatti dell’inquinamento sulla salute. Queste sono le stesse quattro sfide ambientali fondamentali già contrassegnate con il “Segnale Rosso” nelle precedenti Prospettive ambientali dell’OCSE all’orizzonte del 2030 (OECD, 2008), ad indicare problemi che esigono un’attenzione urgente.

Nel corso degli ultimi decenni, l’attività umana ha dato il via a una crescita economica senza precedenti con l’obiettivo di raggiungere un più elevato tenore di vita. Tuttavia, l’ampiezza stessa della crescita economica e demografica ha travolto i progressi compiuti per contenere il degrado ambientale. Il sostentamento di 2 miliardi di abitanti in più entro il 2050 sarà una sfida per la nostra capacità di gestire e ripristinare le risorse naturali da cui dipende la nostra vita. Lo studio dell’OCSE giunge alla conclusione che è necessario agire ora in modo urgente e olistico al fine di evitare notevoli costi e conseguenze dell’inazione tanto in termini economici quanto umani.

Entro il 2050, la popolazione del pianeta dovrebbe crescere da 7 miliardi fino a superare oltre 9 miliardi di abitanti e l’economia mondiale dovrebbe quasi quadruplicare con una domanda crescente di energia e di risorse naturali. I tassi medi di crescita del PIL potrebbero rallentare in Cina e in India, mentre tra il 2030 e il 2050 l’Africa potrebbe registrare i tassi di crescita più alti a livello mondiale. Nel 2050, un quarto della popolazione dei Paesi OCSE dovrebbe superare i 65 anni rispetto all’attuale 15%. La Cina e l’India potrebbero entrambe registrare un tasso d’invecchiamento demografico significativo, mentre si prevede che le popolazioni più giovani in altre regioni del mondo, soprattutto in Africa, potrebbero crescere rapidamente. Tali cambiamenti demografici, accompagnati da tenori di vita più alti, implicano stili di vita e modelli di consumo che si evolvono e che avranno un impatto sull’ambiente. Si prevede che quasi il 70% della popolazione mondiale sarà composta da residenti urbani entro il 2050, contribuendo così ad accentuare sfide come l’inquinamento atmosferico, la congestione dei trasporti e la gestione dei rifiuti. Continue Reading

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