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Latti di crescita? No grazie!

latte vaccino

“I genitori sono bombardati da messaggi pubblicitari sempre più pressanti che invitano a far consumare ai loro bambini più latte. Ma – attenzione! – non un latte qualsiasi.  Penserete “più latte della loro mamma…” No, no! Quello va bene, ma solo per i primi mesi, al massimo per un anno, poi ci sono i super latti, quelli che fanno crescere meglio, che hanno i perfetti nutrienti, esattamente bilanciati per farli crescere sani e forti. Certamente molto diversi dall’eventuale latte che si prende dal banco frigorifero del supermercato per condividerlo col loro bambino di due o tre anni; giammai!

IL LATTE “SPECIAL”
Per questi bambini c’è bisogno di un latte special; lo dicono anche tanti specialisti, pediatri della nutrizione, che si guardano bene tuttavia dal dire che anche dopo un anno il latte ideale sarebbe sempre e ancora quello della mamma. In un recente congresso alcuni di loro hanno confermato, davanti ai microfoni e alle telecamere, che oltre l’anno di vita è preferibile dare ai bambini un latte speciale, quello “di crescita”; nel video (ma questa è pura malignità) si vedeva al collo di uno degli esperti un badge legato con un nastrino in cui campeggiava il nome di una ditta che produce uno di questi latti, mentre sullo sfondo compariva lo stand colorato di un’altra di queste ditte, affollato da pediatri in amichevole conversazione con il rappresentante della ditta. Ma… sempre per pensar male.
Del resto, quale latte fareste bere al vostro bambino da 1 a 3 anni dopo aver visto enormi cartelloni pubblicitari, prodotti in collaborazione con uno dei più grandi Ospedali Pediatrici, che idealizzano il latte di crescita descrivendolo come “ricco di natura” o “formulato per crescere”, nonostante esistano prese di posizione autorevoli che li dichiarano quanto meno inutili?
Appare singolare che la promozione di un prodotto artificiale venga “autorizzata” proprio da parte di una Istituzione sanitaria pubblica, dalla quale, semmai, ci si aspetterebbe la promozione dell’allattamento al seno. Questa iniziativa ci sembra quanto meno inopportuna perché di fatto antepone i presunti vantaggi di una formula artificiale all’allattamento materno, che l’OMS consiglia di proseguire fino al secondo anno ed oltre. Insomma, un’iniziativa dal sapore commerciale al posto di una corretta e trasparente educazione alimentare sui vantaggi di una dieta diversificata composta da cibi freschi e naturali, a partire dal latte materno. Per di più sul tema sensibilissimo delle migliori scelte per l’infanzia.

ALLORA DICIAMOLA TUTTA 

I latti di crescita sono inutili; non esistono Studi (con la “S” maiuscola) che ne provino l’utilità per bambini di età superiore all’anno di vita. Al contrario esiste la presa di posizione dell’EFSA, ed una dichiarazione della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, che indicano come non vi siano elementi ad oggi per ritenere utile l’uso di questi latti formulati.
Anche alcune associazioni di consumatori, in Italia e Gran Bretagna, e il “Bundesinstituts für Risikobewertung” che, in Germania, fa da consulente per il Ministero per gli Alimenti, l’Agricoltura e la Protezione dei Consumatori, sono giunti alle stesse conclusioni e mettono addirittura in guardia contro possibili effetti negativi dell’uso dei latti di crescita: l’alto contenuto di zuccheri, ed il conseguente sapore dolce, che potrebbe influenzare le preferenze del bambino per i cibi dolci e favorire sovrappeso e obesità. Queste agenzie sfidano chiunque, produttori e rivenditori di latti di crescita o esperti in nutrizione infantile, a dire il contrario e a dimostrarlo.
I latti di crescita sono poi anche costosi; il problema economico è oggi centrale per le famiglie e non è giusto che aziende pubbliche incentivino i genitori all’acquisto di un prodotto di cui potrebbero fare a meno e per il quale dovranno spendere anche di più: mezzo litro di latte di crescita costa come un litro di latte fresco intero.

TRE BUONI MOTIVI PER DIRE DI NO AI LATTI “DI CRESCITA”
La diffusione dei latti di crescita può interferire con l’allattamento materno: la spinta commerciale verso l’acquisto di questi prodotti, al di là di quanto scritto in etichetta, inevitabilmente crea incertezza tra i consumatori e condiziona negativamente l’allattamento materno, che invece, come abbiamo già detto, sarebbe raccomandato anche oltre il primo anno di vita, sia dall’OMS che dal nostro Ministero della Salute. La promozione dei latti di crescita è anche in contrasto con il Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno; difatti promuovere il consumo di un latte artificiale nei bambini di una fascia di età in cui è ancora raccomandato l’allattamento naturale, non è consentito dal Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno e quindi questo genere di pubblicità non dovrebbe essere consentito.
La promozione dei latti di crescita è in contrasto con l’educazione alimentare; i latti di crescita non sono prodotti “ricchi di natura”, ma vere e proprie formule industriali grazie all’aggiunta di acqua, saccarosio, lattosio, aromi, vitamine, minerali, ferro, fibre, acidi grassi essenziali. La loro promozione ha ben poco a che fare con quella di sane abitudini alimentari che devono partire dall’infanzia, che dovrebbe invece far parte delle politiche di ogni regione, di ogni istituzione sanitaria e di ogni pediatra, con modalità sia pure diversificate, ma coordinate e indipendenti da interessi commerciali.
Messaggio finale: se allattate vostro figlio, continuate, finché ne avrete voglia, il più a lungo possibile; se non lo allattate, dopo il primo anno, se il bambino vuole bere latte, dategli latte di mucca fresco, intero e pastorizzato, magari allungato con l’acqua.
E quando non lo vorrà più… amen!” Sergio Conti Nibali

“L’uso dei cosiddetti latti di crescita, afferma l’EFSA, non apporta alcun valore aggiunto rispetto a una dieta bilanciata nel soddisfare il fabbisogno nutrizionale dei bambini nella prima infanzia nell’Unione europea. Gli esperti scientifici dell’EFSA non sono riusciti a individuare alcun ruolo unico degli alimenti per la prima infanzia (comunemente denominati latti di crescita) nella dieta dei bambini di età compresa tra uno e tre anni, concludendo che essi non sono più efficaci degli altri alimenti che costituiscono la dieta normale di tali bambini nell’apportare sostanze nutritive. I risultati sono contenuti nel parere scientifico dell’EFSA relativo al fabbisogno e ai livelli di assunzione attraverso la dieta di sostanze nutritive di lattanti e bambini nella prima infanzia nell’Unione europea, richiesto dalla Commissione europea.” Comunicato stampa dell’EFSA del 25 ottobre 2013

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Quanto costa agli italiani lo spreco alimentare domestico?

Sprechi alimentari

Perché rifiutiamo, scartiamo, sprechiamo? Cosa ci spinge a un gesto che in ogni cultura è considerato negativo? Lo spreco richiama nel linguaggio comune lo sperperare, il dissipare, lo scialacquare. Verbi questi che stridono se accostati a qualsiasi bene, ma ancor di più se legati al cibo, bene primario essenziale, che consumiamo nelle nostre case. È proprio questo l’anello “debole” della filiera agroalimentare. Per capire cosa accade nelle nostre economie domestiche è nato l’Osservatorio che fa da “sentinella” agli sprechi fra le quattro mura: Waste Watcher, ideato da Last Minute Market, spin off dell’Università di Bologna, in collaborazione con SWG, società di ricerche di mercato, e il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agroalimentari dell’Università di Bologna (DISTAL). Waste Watcher 2014/Knowledge for Expo si propone di fornire alla collettività strumenti di comprensione delle dinamiche sociali, comportamentali e degli stili di vita che generano e determinano lo spreco delle famiglie, al fine di costituire una base di conoscenza comune e condivisa, in grado di orientare le politiche e le azioni di prevenzione dello spreco alimentare degli attori pubblici e privati. L’indagine è basata su una ricerca di tipo socio-economico svolta scientificamente, basata su opinioni e autopercezioni, non su misurazioni oggettive né dello spreco, né di altre dimensioni.

Quanto costa agli italiani lo spreco alimentare domestico? “Lo spreco complessivo di cibo, dai campi alla filiera al bidone della spazzatura domestico, vale complessivamente 8,1 miliardi di euro all’anno, ovvero 6,5 euro settimanali a famiglia per 630 grammi circa di cibo sprecato” ha spiegato il Presidente di Last Minute Market Andrea Segre’, alla presentazione del Rapporto 2014 Waste Watcher – Knowledge for Expo. “Studiare meglio le cause e i comportamenti familiari sara’ il primo passo per garantire policies adeguate di prevenzione dello spreco. Per questo Waste Watcher propone sin d’ora di attivare anche in Italia i ‘Diari di famiglia’, come già succede negli altri Paesi europei: si tratta di monitoraggi e rilevazioni scrupolosamente annotate da centinaia di famiglie campione, a proposito del consumo e soprattutto dello spreco settimanale. In questo modo potremo arrivare a dati del tutto realistici, laddove i monitoraggi finora effettuati possono registrare la percezione personale sullo spreco in famiglia”. La tendenza è verso una lieve riduzione dello spreco di cibo: erano infatti 8,7 miliardi secondo il monitoraggio pilota di Waste Watcher dell’ottobre 2013. “Ma i dati seguono l’andamento generale di riduzione dei consumi”, ha sottolineato Andrea Segrè.

Non sprecare sembra essere il nuovo comandamento degli italiani: il 63% degli intervistati desidera un’Italia vigile contro gli sprechi, prima ancora di un’Italia equa (39%), solidale (22%), tollerante (12%), sicura (42%), e in generale rispettosa dell’ambiente (47%). Ma c’è di più: l’81% degli italiani controlla se il cibo scaduto è ancora buono prima di gettarlo (era il 63% solo pochi mesi fa, nel gennaio 2014) e il 76% porta o vorrebbe portare a casa il cibo avanzato al ristorante. Il 30% degli intervistati lo fa con una certa frequenza, il 46% vorrebbe farlo ma non trova i contenitori al ristorante ed è troppo timido per chiederli. Il cibo, secondo gli italiani (60%), è il comparto su cui maggiormente si concentra la piaga dello spreco: più che per l’acqua (37%) o l’energia elettrica (20%). Coerentemente, in un’ottica di riduzione dello spreco ma anche di svolta culturale sulle tematiche ambientali connesse, gli italiani chiedono provvedimenti. In particolare auspicano (8,3 in scala da 1 a 10) una vera e propria campagna di educazione alimentare nelle scuole, oltre ad informazioni diffuse sul tema spreco (le considera utili il 94% degli italiani), a partire dai danni che lo spreco di cibo provoca anche rispetto all’ambiente.

Le etichette giocano un ruolo chiave: gli intervistati sollecitano un sistema chiaro per le modalità di consumo. Il 90% afferma di leggerle sistematicamente per verificare la scadenza dei prodotti e l’83% dichiara di conoscere la differenza tra “data di scadenza” (within) e “preferenza di consumo” (best before). Ma solo il 67% di chi ritiene di saperlo (54% del totale del campione) ha dimostrato di conoscere realmente il significato. Anche la tecnologia entra in campo come guida di riferimento per contenere lo spreco: fra le innovazioni auspicate dagli intervistati primeggiano la tecnologia intelligente per gli imballaggi del cibo, con packaging che virano di colore e possono monitorare la freschezza dei cibi (76%); ma anche sistemi di controllo delle temperature del frigorifero (75%) e sistemi di pianificazione della spesa (67%).

Il Rapporto 2014 sullo Spreco domestico di Waste Watcher – Knowledge for Expo si articola in cinque ambiti di indagine: l’approccio allo spreco alimentare, le abitudini alimentari degli italiani, la misurazione dello spreco alimentare domestico, gli strumenti per contrastarlo e il profilo dei nuclei familiari tra attenzione e disattenzione allo spreco. Lo spreco domestico in Italia, nel complesso, parrebbe attestarsi a livelli inferiori rispetto a quello monitorato in altri Paesi europei: nei quali, tuttavia, si utilizza un sistema incrociato di rilevazioni legate ai diari alimentari e alla quantificazione dei rifiuti nel bidone della spazzatura, strumenti che portano a rilevare – secondo la letteratura scientifica di settore – uno spreco doppio rispetto alla sola percezione degli intervistati. In generale, l’atteggiamento riguardo allo spreco alimentare varia conseguentemente all’età, alla sensibilità per l’ambiente, al tempo disponibile, ai figli, alla responsabilità sociale dell’intervistato.

Sono sei i cluster individuati con il Rapporto 2014: sei tipologie di consumatori che compongono il quadro complessivo dell’opinione pubblica, segmentando l’universo dei nuclei familiari:

  • virtuosi (22%): questo gruppo raccoglie la parte più sensibilizzata al tema dello spreco alimentare; lo inquadra sia come una immoralità, sia come un danno ambientale. Con queste motivazioni forti alle spalle riesce a sprecare veramente pochissimo.
  • attenti (27%): il loro atteggiamento è attento allo spreco ma con qualche licenza. Anche questo gruppo è caratterizzato sia dalla sensibilità ai temi ambientali che dalla valutazione morale sullo spreco; ma con un’intensità leggermente minore. La differenza sostanziale è che in questo cluster vi sono più coppie con figli. Sprecano poco.
  • indifferenti (10%): quelli che formano questo gruppo non hanno che una marginale attenzione ai temi della salvaguardia dell’ambiente e non ritengono che lo spreco alimentare produca dei danni. Nonostante questa condizione queste famiglie sprecano relativamente poco, meno della media delle famiglie italiane. La causa del loro comportamento corretto è di origine economica; è un gruppo che ha dei redditi limitati ed è il contenimento della spesa a motivarli nel non sprecare. Sprecano sotto la media nazionale ma più dei gruppi precedenti.
  • incoerenti (26%): accade spesso, nella società, che “si predichi bene e si razzoli male”. Questo gruppo si muove proprio così: segnala l’importanza dell’ambiente, percepisce il danno dello spreco e la sua immoralità, condivide i provvedimenti utili alla riduzione di questo fenomeno; però spreca.
  • spreconi (4%): si tratta di un piccolo cluster ma è significativo di un atteggiamento sociale, relativo non solo a questo tema; “io non ho responsabilità”, è la società che deve pensarci. Questo gruppo ha scarso interesse per l’ambiente e non ritiene che vi siano conseguenze più generali dovute allo spreco; per di più avendo anche una media capacità economica non vive neanche questo deterrente rispetto allo spreco alimentare domestico.
  • incuranti (11%): questo gruppo mostra di cogliere la problematicità dello spreco, ma come tema a se stante; non si scalda troppo per l’ambiente e, soprattutto, non ha interesse ad approfondire le conseguenze e le interdipendenze dello spreco alimentare.

Riassumendo: 1/3 della produzione mondiale non raggiunge i nostri stomaci. Ovvero 1 miliardo e 600 milioni di tonnellate di alimenti viene gettato via. L’80% sarebbe ancora consumabile:

  • 32% produzione agricola (510 milioni di t)
  • 22% post raccolta e immagazzinaggio (355 milioni di t)
  • 11% industria alimentare (180 milioni di t)
  • 13% distribuzione (200 milioni di t)
  • 22% consumo domestico (345 milioni di t)

Il totale dello spreco alimentare nei paesi industrializzati (222 milioni di t) equivale alla produzione alimentare dell’Africa Sub Sahariana (230 milioni di t).

  • ACQUA: L’acqua necessaria per produrre il cibo che si spreca a livello mondiale è pari a 250 miliardi di litri. È il consumo di New York City per i prossimi 120 anni (fino al 2134).
  • SUOLO: Il suolo necessario per produrre la quantità di cibo sprecata è pari a 1,4 miliardi di ha. Il 30% della superficie agricola utilizzabile mondiale.
  • CO2: La quantità di CO2 prodotta dalla produzione, trasformazione, conservazione, trasporto del cibo sprecato è pari a 3,3 miliardi di t di CO2. È il terzo inquinatore dopo Cina (7,3 milioni di t) e USA (6,9 milioni di t).
  • $: Il costo del cibo sprecato è pari a 750 miliardi di dollari. Il PIL della Svizzera.
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Spreco alimentare: Cause e proposte

spreco alimentare

In Europa e in Nord-America si stima che i consumatori buttino via tra i 95-115 chilogrammi pro capite di cibo all’anno, mentre nel sud-est asiatico e nell’Africa sub-sahariana il dato è di 6-11 chilogrammi pro capite. Lo spreco alimentare ha assunto, e sta sempre più assumendo, una dimensione di portata mondiale, tanto che metà del cibo prodotto nel mondo non arriva mai ad essere consumato.

Il problema dello spreco alimentare è da ritenersi connesso alle politiche economiche e di marketing che, negli ultimi 20 anni, hanno prodotto fattori e azioni comportamentali altamente distorsivi della realtà fattuale e delle conseguenze effettuali che da tali modus comportandi e vivendi ne sono conseguite. Le politiche di marketing delle multinazionali e le normative sulla brevettazione dei prodotti agroalimentari hanno contribuito a generare comportamenti sociali tendenti a produrre sempre più “spreco” e “scarto” alimentare. La cultura del “riciclo” e del “riutilizzo” alimentare fatica non poco ad affermarsi rispetto al suo contrario. La sproporzione della produzione alimentare, senza che ciò abbia nel corso degli ultimi 4 lustri consentito di ridurre drasticamente il numero delle persone che nel mondo non hanno accesso alla nutrizione, ha, al contrario, polarizzato ulteriormente le fasce sociali del pianeta. Questa paradossale ipertrofia produttiva ha sull’ambiente un impatto devastante e, se non fermata per tempo, irreversibile. Nell’immaginario collettivo dei Paesi cosiddetti “ricchi” l’educazione alimentare, erroneamente, si traduce in “performanti” diete, o nuovi “costumi alimentari”, che si rivelano dannosi per l’organismo umano con ricadute sulla spesa sanitaria che diventa crescente a fronte di nuove patologie connesse all’alimentazione. Il tema della “scarsità delle risorse naturali”, che deve essere centrale nell’agenda politica di questo millennio, è vissuto, il più delle volte, come un mero esercizio percettivo.

I dati sullo spreco di cibo nei Paesi industrializzati ammonta a 222 milioni di tonnellate, ossia il corrispettivo della produzione alimentare disponibile nell’Africa sub-sahariana, che è di 230 milioni di tonnellate; a contribuire, ulteriormente, alla “cultura dello scarto alimentare” a valle, e nella produzione delle eccedenze a monte, è il disallineamento tra la domanda e l’offerta e la non conformità del prodotto agli standard di mercato: calibratura della frutta, aspetto della verdura che non deve presentare macchie o quant’altro possa far percepire all’acquirente la non salubrità del prodotto e le pratiche commerciali che incoraggiano i consumatori a comprare più cibo di quello di cui hanno effettivamente bisogno; un altro motivo dello spreco alimentare è da imputare alle etichette che indicano la data di scadenza. Sarebbe corretto porre in etichetta la doppia scadenza: il termine minimo di conservazione, che si riferisce alle caratteristiche qualitative del prodotto, “preferibilmente entro” (data di scadenza commerciale del prodotto) e la data di scadenza vera e propria, “da consumarsi entro” (relativa alla salubrità del prodotto alimentare), al fine di evitare confusione sulla commestibilità del cibo. Inoltre, gli imballaggi per alimenti dovrebbero essere offerti anche in confezioni monodose e progettate per la migliore conservazione possibile. Da ultimo, i cibi prossimi alla scadenza e i packaging danneggiati dei prodotti alimentari dovrebbero essere venduti a prezzi scontati, al fine di renderli economicamente più accessibili alle persone bisognose.

Il 19 gennaio 2012 il Parlamento europeo ha approvato, in seduta plenaria, una risoluzione su “Come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della catena alimentare nella UE”, la quale si pone come obiettivo principale la riduzione degli sprechi alimentari del 50 per cento entro il 2025 e di dedicare il 2014 quale anno europeo contro lo spreco alimentare attraverso una strategia per migliorare l’efficienza della catena alimentare degli Stati membri; dalla relazione (2011/2175(INI)), preparatoria della risoluzione, si evince che secondo uno studio della Commissione europea, la produzione annuale di rifiuti alimentari nei 27 Stati membri ammonterebbe a circa 90 milioni di tonnellate, ossia 179 chilogrammi pro capite, senza contare gli sprechi a livello di produzione agricola o le catture di pesce rigettate in mare, considerando che entro il 2020 il totale dei rifiuti alimentari aumenterà fino a circa 126 milioni di tonnellate, ovvero il 40 per cento in più dello stock attuale.

Da recenti studi è emerso che per produrre un chilogrammo di cibo si immettono in atmosfera in media 4,5 kilogrammi di anidride carbonica, che in Europa si producono 170 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente all’anno, ripartiti tra industria agroalimentare (59 milioni di tonnellate), consumo domestico (78 milioni di tonnellate) e prodotti non raccolti nei campi (34 milioni di tonnellate). Si pensi, come esempio, che in Inghilterra il 30 per cento della produzione orticola non viene raccolta (corrisponde allo spreco di 550 milioni di metri cubi di acqua), percentuale che in Italia si attesta al 3,2 per cento; la concentrazione in atmosfera di anidride carbonica a gennaio 2013 ha raggiunto il record di 395 parti per milione, avviando la temperatura globale (si consideri che il 2012 è stato il nono anno consecutivo più caldo dal 1880) verso un aumento superiore di 2 gradi di media, con gravi danni irreversibili all’ambiente, all’agricoltura e, di conseguenza, all’alimentazione. La FAO stima che a livello mondiale la quantità di cibo che finisce tra i rifiuti ammonta a 1,3 miliardi di tonnellate e che 925 milioni di persone nel mondo sono a rischio di denutrizione, e la popolazione mondiale ipernutrita è pari a quella sottonutrita e denutrita: questi dati allontanano, oggettivamente, il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio, incluso quello di dimezzare la fame e la povertà entro il 2015. Sempre secondo dati della FAO, il previsto aumento da 7 miliardi a 9 miliardi della popolazione mondiale richiederà un incremento minimo del 70 per cento della produzione alimentare entro il 2050.

Oliver De Schutter, relatore speciale dell’organizzazione delle Nazioni Unite per il “Diritto al cibo”, nonché docente universitario di diritto all’università cattolica di Lovain-La Neuf (Belgio), nel marzo 2012 ha presentato al Consiglio per i diritti umani, in conformità alla Risoluzione 13/4, la sua relazione che analizza i nessi di causalità tra salute, malnutrizione e spreco alimentare. Relativamente al nesso che esiste tra salute e malnutrizione, il rapporto mette in evidenza che: «l’urbanizzazione, “supermercatizzazione” e la diffusione globale degli stili di vita moderni hanno scosso le tradizioni alimentari. Il problema è di “sistema” e trova le sue cause nel commercio globale, nei cibi troppo elaborati, nelle politiche agricole attuali, nelle tecnologie con brevetto proprietario, nell’elaborare diete “disastrose” dei Paesi sviluppati e in quelli dalle economie emergenti (come il Messico, ad esempio). Il risultato è il disastro per la salute pubblica: 2,8 milioni di persone muoiono prima dei 60 anni a causa di malattie non trasmissibili, diabete e obesità, collegate alla dieta, (saranno 5,1 milioni nel 2030, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità) a cui aggiungere le ripercussioni economiche sulla spesa sanitaria pubblica». E, inoltre, il relatore ha denunciato, in termini generali, la sproporzione che esiste tra gli investimenti pubblicitari nel food, 8,5 miliardi di dollari negli Stati Uniti nel 2010, e i modesti budget per l’educazione alimentare pubblica, che nello stesso anno sono stati pari a 44 milioni di dollari per il programma federale “Nutrition, physical activity and obesity”. Nel rapporto si evidenzia come la pubblicità di cibi “spazzatura” (junk food), rivolta ai bambini e non solo, contribuisce all’eccessivo consumo di snack nell’alimentazione quotidiana che ha snaturato la cultura del rispetto e della conservazione del cibo, che è stata falsata dalle multinazionali nella composizione dei valori nutrizionali come, per esempio, nell’alterazione del contenuto dei grassi, degli zuccheri e del sale, al fine di rendere il cibo “appetitoso” e maggiormente prossimo al consumo immediato e meno prossimo alla sua conservazione perché facilmente deteriorabile. Sempre secondo il rapporto il “cibo perso” nei Paesi in via di sviluppo, dove la carenza di infrastrutture e regole stringenti per la conservazione incide fino al 50 per cento sul deterioramento degli alimenti, comincia ad assumere dimensioni quasi vicine a quelle dei Paesi industrializzati; nell’Unione europea oltre 79 milioni di persone vivono ancora al di sotto della soglia di povertà, mentre 18 milioni di persone dipendono dagli aiuti alimentari. Al contempo, le percentuali degli sprechi alimentari sono così ripartite: il 42 per cento dalle famiglie, il 39 per cento dai produttori, il 5 per cento dai rivenditori e il restante 14 per cento dal settore della ristorazione; secondo i dati dell’indagine realizzata nel 2012 dalla Fondazione per la sussidiarietà e dal Politecnico di Milano, in collaborazione con Nielsen Italia, lo spreco alimentare in Italia ammonta a 6 milioni di tonnellate, pari a un valore di 12,3 miliardi di euro (6,9 miliardi direttamente dai consumatori). Il cibo sprecato in Italia è di 108 chilogrammi pro capite, 450 euro a famiglia composta da un nucleo di 2,5 persone (famiglia media), 42 chilogrammi a persona di avanzi alimentari non riutilizzati ancora commestibili buttati da ogni italiano in un anno, 35 per cento la percentuale di prodotti freschi sprecati, 250 chilogrammi la quantità di cibo buttato dai 600 ipermercati italiani, 16 per cento la percentuale dello spreco che finisce direttamente nelle discariche per la cattiva gestione del frigorifero familiare, mentre la parte di cibo recuperato e donato alle food bank e agli enti caritativi rappresenta poco più del 6 per cento del totale; sempre secondo l’indagine emerge che quasi un miliardo di euro di cibo viene recuperato e l’obiettivo è quello di portare sulla tavola degli indigenti altri 6 miliardi di euro di cibo; infatti, non sempre i prodotti ritirati dagli scaffali che sono prossimi alla scadenza finiscono nella pattumiera. Il merito è da attribuire alle onlus come il Banco alimentare, rete antispreco con oltre 1400 volontari. Obiettivo analogo a quello di “Last minute market”, spin-off dell’università di Bologna che unitamente a SWG hanno creato un “Osservatorio sullo spreco alimentare” il cui nome è “Waste watchers” (sentinelle dello spreco). Secondo le prime stime fatte da Waste watchers, in Italia lo spreco alimentare rappresenta l’1,9 per cento del prodotto interno lordo (circa 18,5 miliardi riferiti al 2011) così ripartito: lo 0,23 per cento si colloca nella filiera di produzione (agricoltura), trasformazione (industria alimentare), distribuzione (grande e piccola) e ristorazione (collettiva), il restante valore percentuale, lo 0,96 per cento del prodotto interno lordo, è rappresentato dal livello domestico. La quantità di cibo sprecato potrebbe essere ridotta del 60 per cento con un’educazione più attenta ai consumi alimentari; Last minute market ha realizzato un documento denominato “Carta spreco zero”, il quale viene continuamente arricchito e aggiornato grazie all’implementazione delle conoscenze, allo scambio delle buone pratiche fra amministrazioni e, di conseguenza, nell’adozione di nuovi strumenti di analisi e di indirizzo che il documento propone; il documento “Carta spreco zero” è stato sottoscritto da oltre 700 sindaci europei e detta un decalogo comportamentale alimentare con cui poter avviare processi razionali al fine di ridurre drasticamente gli sprechi e le perdite alimentari; la legge n. 155 del 2003, detta anche legge del “buon samaritano”, disciplina il recupero e la distribuzione di alimenti cotti e freschi da parte di organizzazioni non profit a fini sociali. Il principio finalistico della legge è quello di incentivare il riutilizzo di cibo ancora commestibile proveniente dai produttori o dalla grande distribuzione, non più vendibile per difetto di packaging o perché vicino alla scadenza, ma anche dalle mense aziendali e scolastiche. Unico vincolo della legge è l’attenzione da prestare al trasporto e al corretto stato di conservazione degli alimenti, equiparando, di fatto, gli enti non profit ai consumatori finali. Infatti, il recupero del cibo deve avvenire mantenendo “la catena del freddo”. Grazie alla legge del “buon samaritano” è stato possibile avviare progetti di raccolta viveri, come il progetto “Siticibo” che in 9 anni ha consentito di salvare dal cestino dei rifiuti 2,5 milioni di porzioni distribuendole nelle mense cittadine degli enti e organizzazioni caritative.

La lotta allo spreco alimentare nei Paesi industrializzati è stato avviato alla fine degli anni ’60 a Phoenix (Arizona, Stati Uniti), grazie a John Van Hengel, attraverso la distribuzione ai bisognosi di cibo non venduto e destinato alla distruzione. Questo strumento di “perequazione alimentare” ha assunto il nome di Food bank, Banco alimentare, che si è diffuso in Europa negli anni ’80 e in Italia nasce nel 1989. Basato sul concetto di “dono e condivisione”, il Banco alimentare si estrinseca nella raccolta delle eccedenze di produzione alimentare agricola e industriale, specificatamente riso, olio d’oliva, pasta e latte. In Italia la raccolta delle eccedenze viene effettuata dal 1995 dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA), la quale ridistribuisce le eccedenze agli enti caritativi iscritti nel relativo albo istituito presso l’ente medesimo; il maggiore fornitore della rete che fa capo ai Banchi alimentari d’Europa è stata l’Unione europea, attraverso il programma europeo d’aiuto agli indigenti, PEAD, nato nel 1987 all’interno della Politica agricola comunitaria, (PAC). Il programma d’aiuto è stato concepito come misura per evitare che le eccedenze della produzione agricola europea fossero distrutte. Oggi, queste eccedenze, grazie alle numerose revisioni della PAC e al miglioramento delle pratiche tecniche di conservazione, si sono sempre più ridotte, portando l’Unione europea ad acquistare direttamente sul mercato le derrate da donare ai poveri che, in Europa, rappresentano 18 milioni di persone; il 14 novembre 2011, il Consiglio dei ministri dell’agricoltura dei 27 Stati membri riuniti a Bruxelles ha sbloccato i piani di assistenza PEAD per gli anni 2012 e 2013 che prevedono lo stanziamento di 500 milioni di euro all’anno; all’Italia per l’anno 2013 sono stati assegnati 98 milioni di euro; il 31 dicembre 2013 si conclude il PEAD; la Commissione europea ha proposto che, nel quadro finanziario pluriennale UE per il periodo 2014-2020, il programma d’aiuti alimentare debba essere coperto non più con i fondi della politica agricola, ma con quelli della coesione sociale, Fondo sociale europeo, prevedendo 2,5 miliardi di euro per i 7 anni della nuova programmazione finanziaria comunitaria. Alcuni Paesi europei hanno sostenuto che il programma dovesse rientrare nell’ambito delle politiche sociali, di competenza quindi dei singoli Paesi e non più con la cabina di regia dell’Unione europea, con il rischio di scatenare una guerra tra poveri; il 12 giugno 2013 il Parlamento europeo, in seduta plenaria, ha votato a favore della nuova proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo al finanziamento del nuovo Fondo di aiuti europei agli indigenti, FEAMD, che andrà a sostituire il programma di distribuzione delle derrate alimentari PEAD. Il Fondo sarà costituito da una base obbligatoria di finanziamento di 2,5 miliardi di euro e gli Stati membri possono decidere di aumentare le proprie allocazioni di un ulteriore miliardo di euro su base volontaria. Il Consiglio europeo del 27-28 giugno 2013 ha sollecitato la necessità di adottare in tempi rapidi tutti i dossier strettamente correlati al quadro finanziario pluriennale UE e, pertanto, tutte le istituzioni hanno insistito per un rapido accordo anche sul “Fondo indigenti”, affinché lo stesso diventi operativo tra la fine del 2013 e gli inizi del 2014; l’articolo 58 del decreto-legge n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 134 del 2012, ha istituito il “fondo per la distribuzione delle derrate alimentari alle persone indigenti”, gestito da AGEA, con lo scopo di raccogliere le derrate alimentari, a titolo di erogazioni liberali, dagli operatori della filiera agroalimentare e da organismi rappresentativi dei produttori agricoli o imprese di trasformazione dell’Unione europea, al fine di far fronte alle eccedenze alimentari e consentire, conseguentemente, la redistribuzione sul territorio nazionale al fine di ridurre lo spreco alimentare.

*Mozione presentata in Senato da Dario Stefano

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