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Allarme scuola, non basta un Piano per uscire dall’emergenza

scuola italia

Lo stato di sicurezza di tante scuole nel nostro Paese è grave: quattro edifici su dieci hanno una manutenzione carente, oltre il 70% presenta lesioni strutturali, in un caso su tre gli interventi strutturali non vengono effettuati, più della metà delle scuole si trova in zona a rischio sismico e una su quattro in zona a rischio idrogeologico. Il Piano scuole tanto sbandierato da Renzi viene bocciato dal XII Rapporto su sicurezza, qualità ed accessibilità a scuola, presentato da Cittadinanzattiva. Per elaborare il dossier si sono presi in esame 213 edifici scolastici monitorati in 14 Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Molise, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto), oltre 70mila gli studenti iscritti nelle scuole e oltre 7mila i docenti.

Il contesto ambientale. Il 65% è situata in zona a rischio sismico (54% è il dato sul totale degli edifici scolastici pubblici, di cui 13.742, ossia il 30%, si trova nelle zone a rischio più elevato, le cd zone 1 e 2); il 24% in zona a rischio idrogeologico, il 7% in zona a rischio industriale, il 5% a rischio vulcanico, il 14% in zona a elevato inquinamento acustico; il 2% presenta amianto e radon.

Lo stato degli edifici. Il 41% delle scuole ha uno stato di manutenzione mediocre o pessimo, quasi tre scuole su quattro (73%) presentano lesioni strutturali per lo più sulla facciata esterna (66%); il 25% dei corridoi, il 21% delle mense e dei bagni e il 18% delle aule presenta distacchi di intonaco; segni di fatiscenza sono presenti per lo più nei laboratori (24%), nelle aule e nei bagni (20%), nelle palestre e segreterie (19%), nel 15% delle mense. Di fronte alla richiesta di piccoli lavori di manutenzione, nel 15% dei casi l’ente proprietario non è mai intervenuto e nel 23% è intervenuto con molto ritardo. Nel caso di richiesta di lavori di manutenzione strutturale, ben più lunghi e onerosi, nel 29% delle situazioni l’ente non è intervenuto.

I cortili sono presenti in 178 delle 213 scuole monitorate. Nell’89% dei casi sono recintati, ma lo stato della recinzione è pessimo in una scuola su cinque. Talvolta vengono usati come magazzino, con presenza di ingombri e di rifiuti non rimossi (13%); in una scuola su tre sono utilizzati come parcheggio, dal personale e dalle famiglie. In oltre i due terzi dei cortili, è presente uno spazio verde e in un caso su tre anche una area gioco o sportivo attrezzata.

I bagni sono spesso sprovvisti di carta igienica (manca nel 40%), di sapone (44%), di asciugamani (66%) e di scopini per il wc (assenti nel 46% delle scuole).

La sicurezza interna. Mancano scale di sicurezza nel 22% delle scuole monitorate; solo il 48% presenta vetrate a norma; le porte con apertura antipanico sono assenti nel 76% delle aule, nel 69% dei bagni, nel 63% delle aule computer, nel 61% dei laboratori, nel 38% delle mense e nel 36% delle palestre e anche nel 16% dei cortili dove saranno obbligatorie per legge. Gli impianti elettrici e anti-incendio sono completati o in stato avanzato di adeguamento in oltre il 60% delle scuole.

766 gli incidenti accorsi, nell’ultimo anno, a studenti e personale scolastico nelle scuole monitorate, in 94 casi è stato chiesto l’intervento del 118, in 53 è stato disposto il trasferimento in ospedale.
Il 77% delle scuole ha un sistema di vigilanza interna, svolto prevalentemente (77%) da collaboratore scolastico. Ancora frequente (46%) la cattiva abitudine di lasciare i cancelli aperti durante le ore di lezioni.

Certificazioni e segnaletica.  Una scuola su tre possiede il certificato di agibilità statica, poco più (35%) il certificato di agibilità igienico-sanitaria, solo il 23% quello di prevenzione incendi. Il 95% ha nominato il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, il 67% il medico competente. Il piano di evacuazione è presente in tutte le scuole, mentre il documento di valutazione dei rischi è stato redatto nel 92%.

Le prove di evacuazione sono effettuate con regolarità nel 90% delle scuole, per lo più relativamente al rischio incendio (93%) e sismico (90%). Ancora poche (20%) le prove per rischio idrogeologico. la piantina con i percorsi di evacuazione è presente nell’85% delle scuole, così come la segnalazione delle uscite di emergenza.

Barriere architettoniche e accessibilità. Una scuola su quattro è priva di posti per disabili ad hoc nel cortile o nel parcheggio interno, e quasi una su due non ne ha nemmeno nei pressi dell’edificio. Il 46% degli edifici su più piani dispone di un ascensore, ma questo nel 20% dei casi non funziona e nel 6% non è abbastanza largo da consentire l’ingresso di una carrozzina. Barriere architettoniche sono presenti nel 29% delle aule, nel 28% dei laboratori, nel 21% degli ingressi, nel 20% delle palestre, nel 18% delle biblioteche, nell’11% delle mense e dei cortili. Quasi in un’aula su due non ci sono banchi adatti o adattabili a uno studente in carrozzina, nel 39% non sono installate attrezzature didattiche o tecnologiche per la partecipazione attiva degli studenti disabili. Anche le aule computer, in più di un caso su tre, non hanno sussidi didattici adatti. Mancano bagni per disabili in una scuola su tre. Dal punto di vista della didattica, il 90% attua piani educativi individualizzati.

Bullismo, vandalismo e criminalità. Una scuola su tre ha subito nell’ultimo anno atti di vandalismo, una su dieci è stata al centro di episodi di bullismo, il 6% anche episodi di criminalità all’interno  e il 12% nei pressi dell’edificio.

Scuole green. Cresce negli anni il numero di scuole che utilizza fonti di illuminazione a basso consumo (32%), o pannelli solari e altre fonti rinnovali (9%), e che fa raccolta differenziata (65%).

Scuole aperte. Nell’87% delle scuole monitorate è possibile utilizzare i locali anche al di fuori dell’attività scolastica: nell’80% dei casi si svolgono comunque attività didattiche, nel 49% anche attività culturali, sportive, ricreative e solo nel 5% è possibile realizzare attività autogestite.

emergenza scuola“Pur apprezzando il notevole sforzo dell’attuale Governo di mettere in campo risorse economiche per le scuole, riteniamo, però, che affidarsi esclusivamente a quanto segnalato dai Sindaci, significa non aver agito secondo criteri oggettivi e misurabili di urgenza e gravità: un esempio lampante della non oggettività è che l’Istituto Giovanni Caso di Piedimonte Matese, monitorato nel nostro Rapporto, è in condizioni pessime dal punto di vista della sicurezza e non ha ricevuto un euro di finanziamento. Nel frattempo, oltre che sperare che non accadano altre tragedie (36 quelle sfiorate solo nell’ultimo anno scolastico), occorre trovare altre fonti di finanziamento, eliminare situazioni di spreco, valorizzare e regolamentare il sostegno di soggetti privati e innanzitutto far venire alla luce l’Anagrafe della edilizia scolastica che attendiamo da 18 anni. Entro breve tempo il Ministero dell’Istruzione sarà obbligato, grazie all’azione di Cittadinanzattiva di accesso civico prima ed al ricorso al Tar del Lazio poi, a rendere noti i dati in proprio possesso così come le Regioni glieli hanno forniti”. Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale della Scuola di Cittadinanzattiva


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Scuola: Edifici vecchi e malandati. 342mila alunni esposti al rischio amianto

edifici scolastici

Intonaci che crollano, rubinetti che perdono e vetri rotti, seri problemi strutturali. Preoccupano i dati sullo stato della nostra edilizia scolastica. Lo afferma il Censis, in una fotografia impietosa dell’edilizia scolastica italiana. Ben 2.000 le scuole che espongono i loro 342.000 alunni e studenti al rischio amianto.

Degli oltre 41.000 edifici scolastici statali, il Censis stima che in 24.000 gli impianti (elettrici, idraulici, termici) non funzionano, sono insufficienti o non sono a norma. Sono 9.000 le strutture con gli intonaci a pezzi. In 7.200 edifici occorrerebbe rifare tetti e coperture. Sono 3.600 le sedi che necessitano di interventi sulle strutture portanti (tra queste mura 580.000 ragazzi trascorrono ogni giorno parecchie ore) e 2.000 le scuole che espongono i loro 342.000 alunni e studenti al rischio amianto. Edifici malandati e vetusti: più del 15% è stato costruito prima del 1945, altrettanti datano tra il ’45 e il ’60, il 44% risale all’epoca 1961-1980, e solo un quarto degli stabili è stato costruito dopo il 1980.

Secondo i 2.600 dirigenti scolastici consultati nell’ambito di una indagine del Censis, per il 36% degli edifici è prioritario avviare lavori di manutenzione straordinaria. Ma nella maggioranza dei casi (il 57%) l’esigenza è dare continuità agli interventi di manutenzione ordinaria. Nonostante il patrimonio immobiliare scolastico sia vetusto, e benché si tratti generalmente di strutture che corrispondono a modelli oggi non più funzionali, anche quando sono state progettate dal principio come scuole e non ricavate da caserme o conventi, solo nel 7% dei casi si ritiene fondamentale la costruzione di un edificio più adeguato o il trasferimento della scuola in un’altra sede.

Di lavori se ne fanno pochi, e quando si fanno sono fatti male. Secondo le valutazioni dei dirigenti scolastici, che hanno considerato la qualità degli interventi realizzati in più di 10.000 edifici scolastici pubblici negli ultimi tre anni, sono più di un quarto le strutture in cui sono stati effettuati lavori ritenuti scadenti o inadeguati. Si tratta del 20,5% delle scuole in cui gli interventi hanno riguardato l’abbattimento delle barriere architettoniche, del 22,5% degli edifici in cui sono stati realizzati lavori di manutenzione ordinaria, del 32,8% delle opere di manutenzione straordinaria, del 33,7% delle strutture in cui sono state realizzate reti o introdotti servizi per la didattica digitale.

La recente assegnazione del 95,7% dei 150 milioni di euro stanziati con il Decreto del fare per l’avvio immediato di 603 progetti di edilizia scolastica rappresenta sicuramente un cambio di passo rispetto alle lunghe e farraginose procedure degli anni passati. Sulla base delle risorse stanziate e dei ritardi di spesa accumulati, alla fine del 2013 il Ministero delle infrastrutture stimava in 110 anni il tempo necessario per mettere in sicurezza tutti gli edifici scolastici italiani. Gli interventi straordinari che via via sono stati programmati dopo il tragico crollo della scuola di San Giuliano hanno mobilitato poco meno di 2 miliardi di euro rispetto a un fabbisogno stimato di 13 miliardi. Notevoli i ritardi nell’attuazione. Dei 500 milioni di euro attivati con le delibere Cipe del 2004 e del 2006, a metà del 2013 ne erano stati utilizzati 143 milioni, relativi a 527 interventi sui 1.659 previsti. Per gli stanziamenti successivi, tutti i progetti sono ancora in attuazione o addirittura in fase di istruttoria. Va meglio l’impiego dei fondi strutturali. Il Programma operativo 2007-2013 gestito dal Miur e relativo al Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale), attivo nelle regioni Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, ha assegnato più di 220 milioni di euro a 541 scuole per interventi nell’ambito della sicurezza degli edifici, del risparmio energetico, per l’accessibilità delle strutture e le attività sportive. Nel frattempo è scattata l’«Operazione edilizia scolastica» del Governo, per censire le priorità d’intervento e le risorse necessarie, cui per ora hanno aderito 4.400 Comuni.

Per garantire la tempestività della manutenzione ordinaria e accelerare la realizzazione dei piccoli interventi necessari, conclude il Censis, è stata prospettata recentemente la possibilità di dotare le scuole di un budget specifico. La maggioranza dei dirigenti scolastici interpellati dal Censis (il 54%) si dichiara favorevole, anche se il 45% condiziona tale eventualità alla semplificazione delle procedure per l’affidamento dei lavori.

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Edifici scolastici, quattro storie da copiare

La scuola cade a pezzi. Un patrimonio edilizio vetusto che per quasi il 60% è stato costruito prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica, che per il 33,70% si trova in aree a rischio sismico e per il 10,67% in aree ad alto rischio idrogeologico e che gli enti locali proprietari dichiarano che per quasi il 36% ha necessità di interventi di manutenzione urgenti. La prima emergenza rimane ancora quella della messa a norma: quasi metà degli edifici non possiede le certificazioni di agibilità, sono ancora tantissime, più del 65%, le scuole che non possiedono il certificato di prevenzione incendi. Questa è la fotografia del dossier di Ecosistema Scuola di Legambiente. La mancanza di pianificazione nazionale in materia di edilizia scolastica, afferma Legambiente, è un nodo prioritario che va affrontato con assoluta urgenza ad iniziare proprio dal rilevamento delle emergenze su cui intervenire ed orientare eventuali risorse, che solo un’anagrafe completa ed ufficiale degli edifici può restituirci.

Ma il nostro patrimonio edilizio scolastico non è solo emergenza, ma ha anche tanti casi di eccellenza sparsi sui territori. Da questi dobbiamo partire per pensare a come devono essere le scuole del futuro, a quali bisogni educativi, sociali e ambientali devono rispondere. Offrire una scuola sicura per ogni studente, a prescindere da dove esso viva, è la sfida minima ed irrinunciabile che ci dobbiamo porre come Paese, anche se quello che spesso non valorizziamo abbastanza è quanto oggi anche dal punto di vista tecnico, sicurezza e sostenibilità ambientale coincidano.

Se, anche nel recente passato, si fossero costruite le scuole non unicamente con logiche improntate al contenimento della spesa, ma con regole tecniche più innovative che avessero tenuto conto soprattutto dell’efficienza energetica, della vivibilità e dell’igiene degli spazi, oggi non ci troveremmo con un patrimonio edilizio di più recente costruzione che già richiede interventi di manutenzione urgenti in numero superiore rispetto a scuole più vecchie; un patrimonio che per quasi metà degli edifici non possiede giardini e palestre (si può pensare oggi una scuola senza palestra, che spesso è anche uno spazio sportivo per il quartiere?). Se ancora oggi le scuole costruite interamente secondo i criteri della bioarchitettura sono solo 33 su più di 7000 prese in esame dall’indagine Ecosistema Scuola, è anche vero che sono cresciute di un 20% dal 2007 ad oggi le scuole che utilizzano fonti di illuminazione a basso consumo e del 5% quelle che utilizzano fonti di energia rinnovabile.

Quattro storie da copiare

Scarmagno e la scuola di territorio. Sono due le innovazioni che la Comunità Collinare Piccolo Anfiteatro Morenico ha messo in atto attraverso l’eco scuola primaria di Scarmagno, in provincia di Torino inaugurata lo scorso novembre e realizzata per i due terzi dai contributi regionali. La prima è stata la scelta dei sindaci di concepire il presidio scolastico come simbolo del “territorio”, dove i bambini dei diversi comuni potessero ritrovarsi in uno stesso luogo. La seconda, attiene alle specificità del nuovo edificio, a partire dalla struttura tutta realizzata in Xlam Austriaco, composto da cinque strati di abete, al rivestimento esterno in larice, agli impianti che sono certamente all’avanguardia dal punto vista energetico e del rispetto dell’ambiente e del territorio. La scuola di Scarmagno è una scuola sostenibile a tutto tondo. Infatti il riscaldamento è prodotto con pompe geotermiche, ha un bassissimo impatto acustico (40 decibel percepiti in classe: un quasi silenzio) e cibi a km 0 vengono serviti nelle mense scolastiche.

Nel senese il primo asilo passivo. E’ stata inaugurata a settembre a Gaiole in Chianti, un piccolo comune di 3000 abitanti in provincia di Siena, il primo asilo “passivo” in Italia. La Scuola dell’infanzia Chicchi di Sole è una struttura autosufficiente e ecosostenibile, è una scuola creata per avere il minore impatto sia sull’ambiente che sull’uomo. Antisismica, passiva e sostenibile in termini energetici, fortemente voluta dall’amministrazione con il sostegno economico della regione. E’ stata costruita nei puri principi della bioedilizia attraverso tecniche architettoniche come il sistema costruttivo a parete massiccia cross–LAM, che garantisce anche l’antisismicità dell’edificio, una copertura con giardino pensile, un impianto di recupero delle acque meteoriche per l’irrigazione del tetto giardino, delle aree verdi e per gli scarichi dei wc. Completa la sostenibilità dell’edificio un impianto solare termico, fotovoltaico e di riscaldamento a bassa temperatura costituito da pannelli radianti a pavimento, servito da caldaie a condensazione integrate dai pannelli solari termici.

Edifici storici rinnovabili. Il Comune di Giaveno, in provincia di Torino, ha realizzato un’opera di riqualificazione della scuola primaria statale Anna Frank (un ex seminario della metà del ‘500) volta a migliorare la vivibilità dell’edificio e quindi all’efficienza energetica. L’amministrazione comunale ha realizzato il recupero funzionale delle aree dismesse e non a norma e opere di ampliamento del complesso scolastico con realizzazione di strutture per il tempo libero e ricreative (palestra e arena teatrale). Nel dettaglio sono azioni mirate al recupero delle acque piovane, al risparmio energetico grazie a pannelli solari termici, pannelli radianti e caldaia a condensazione ad alta efficienza. Interventi anche all’esterno dove sono stati creati parcheggi e percorsi pedonali per garantire maggiore sicurezza nell’accesso alla scuola.

Servizi scolastici sostenibili a km ed emissioni 0. Il Comune di Piacenza punta su pratiche ecosostenibili e virtuose come mense bio e mobilità sostenibile. Le scuole piacentine hanno mense in cui il 75% degli alimenti forniti è biologico e i cibi come banane, cacao etc., prodotti nel sud del mondo, provengono dal commercio equo e solidale. Molti alimenti sono distribuiti nelle mense sono a filiera corta, prodotti nell’ambito del territorio della Provincia di Piacenza e certificati DOP– IGP – DOC. Sul fronte della mobilità è attivo da diversi anni a Piacenza il Pedibus, nato per organizzare il trasferimento a scuola degli allievi delle scuole primarie con un “autobus” molto speciale, che si muove grazie ai piedi dei propri passeggeri, ovviamente con la presenza di “conducenti” e di “controllori” adulti. Sono 10 le scuole a Piacenza servite dal Pedibus con 19 linee a disposizione per i trasferimenti dei ragazzi.

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Scuola tra il dire e il fare…

I governi e i governanti fanno tante cose. Spesso hanno mille incarichi e quanto rendano su tanti fronti solo il padreterno lo può sapere. Quanto all’attività di governo la loro azione si può schematicamente dividere su due piani: quello più propriamente politico che investe le decisioni, gli atti legislativi e quelli di governo più tecnicamente intesi; e quello della presentazione e della comunicazione, diciamo pure della “giustificazione” degli orientamenti e degli obiettivi che guidano l’azione di governo.
Relativamente al governo attuale della scuola ciò che lo connota in modo marcato è la discrasia al limite della contraddizione tra ciò che ministro e il suo entourage dichiarano a livello di principi e ciò che fanno in realtà con gli atti di governo concreti.

Qualche esempio?

Basta rileggere il suo programma di governo nei cinque obiettivi strategici:

a) Rafforzare le competenze di base dei giovani;

b) Valorizzare la professionalità dei docenti;

c) Valorizzare l’apprendimento in una pluralità di contesti;

d) Far dialogare i sistemi di istruzione, formazione e lavoro per il rilancio della cultura tecnica e scientifica e il sostegno all’occupazione;

e) Promuovere e sostenere l’innovazione digitale nella scuola.

Se si ha presente la realtà e si pensa a ciò che ha fatto il ministro Profumo, non dico per realizzare, ma anche solo per avvicinarsi a questi obiettivi, si ha netta la sensazione della distanza che corre tra ciò che ha dichiarato e su cui si è impegnato e ciò che effettivamente ha realizzato con gli strumenti di governo che pure ha a disposizione.

Riprendendo i diversi punti:

a) Come si fa a “rafforzare le competenze di base dei giovani” quando:
– li si costringe in ambienti che rendono difficile l’apprendimento;
– si elimina il tempo pieno;
– si rende “unico” l’insegnante della primaria e vengono meno gli spazi temporali per interventi compensativi, integrazione, decondizionamento per quegli alunni problematici, che aumentano sempre più, insieme ai bambini stranieri;
– aumentano gli alunni per classe;
– si diminuisce il sostegno agli alunni diversamente abili o con DSA;
ecc.

b) come si fa a “valorizzare la professionalità dei docenti” quando:
– si abolisce ogni forma di sperimentazione e ricerca;
– si ritorna all’insegnante “unico” tuttologo, quindi di bassa professionalità, nella primaria;
– si promuovono sul campo come esperti di lingua straniera gli insegnanti della primaria che frequenteranno un corsettino, anche on line, di qualche decina di ore. Che lingua straniera mai potranno insegnare? Quanto saranno esposti al pubblico ludibrio?
– viene di fatto abolito l’aggiornamento in servizio per mancanza di soldi alle scuole;
– si espongono gli insegnanti ad un dileggio quotidiano da parte di dirigenti, giornalisti, media;
– si allargano a dismisura le materie che si possono insegnare solo truccando le classi di concorso;
– ogni forma di arricchimento professionale tramite libri, riviste, programmi, pc, partecipazione a convegni e corsi di aggiornamento e specializzazione sono tutti a carico economico dei docenti;
– sono considerati pubblici impiegati;
– vengono svuotati di senso e di poteri gli Organi Collegiali che danno loro voce nella gestione della scuola come i collegi dei docenti ecc.;
– si istituisce un organo di “valutazione” e controllo che già di per sé implica una sfiducia di partenza verso i docenti, che pure sono stati considerati “idonei” e “abilitati” alla professione;
– si pratica una progressiva centralizzazione della gestione amministrativa e dei contenuti dell’insegnamento apprendimento;
ecc.

c) Come si fa a “valorizzare l’apprendimento in una pluralità di contesti” quando:
– l’organizzazione di tempi, spazi e ambienti scolastici non consente di venire a contatto con altri “contesti” né reali, né simulati;
– le aule e le scuole non hanno muri, ma barriere insormontabili che le separano dai richiamati “contesti”;
– le barriere non sono solo architettoniche e spaziali, ma culturali, e non riguardano solo la chiusura della scuola, ma anche la sordità dei “contesti” nei confronti della stessa;
– mancano strategie, indirizzi, iniziative, mancano le idee, i progetti e, principalmente, i soldi;
ecc.

d) La valenza iperuranica di questo punto segna il massimo distacco dalla realtà. Parlare di“sostegno all’occupazione” rischia di essere offensivo verso quell’area di disoccupazione, inoccupazione, precariato, sottooccupazione sempre più vasta che affligge il nostro Paese, colpendo più duramente proprio i giovani, le donne, il sud; come si fa a parlare di sostegno all’occupazione quando praticamente si è smantellata la Formazione degli adulti. Altro che long life learning di cui parla l’Europa.

e) Come si fa a “promuovere e sostenere l’innovazione digitale nella scuola”  (ne ho parlato qui) quando:
– continua l’efferata politica dei tagli anche se la si chiama spending review, che fa tanto tendenza;
– qualche strumento digitale, forse, lo si vedrà solo se comprato con i fondi europei e solo nel sud;
– non si investe prima ancora che negli strumenti nella formazione e nella cultura digitale promuovendola. La scuola non cambia e non si “innova” con la presenza di qualche pc, soprattutto se quel pc viene considerato e usato come una più moderna macchina da scrivere;
– non si “innova” la scuola con la pagella e/o col registro on line, altra trovata pubblicitaria del ministro smart;
ecc.

Tornando al programma del ministro Profumo, agli “obiettivi strategici” seguono le “conseguenti azioni prioritarie”, che lungi dall’essere “conseguenti” agli “obiettivi strategici” denunciano la contraddizione tra la scuola narrata e rappresentata, magari sognata dal ministro, e quella reale, quella che già soffre, continua a soffrire con questo governo, anzi soffre di più proprio a causa di interventi che non sono la medicina, ma la malattia.

Più nel merito delle “azioni prioritarie” entrano osservazioni e riflessioni svolte da altri colleghi come Marina Boscaino e Vincenzo Pascuzzi che richiamo in nota1). Qui voglio riprendere solo i seguenti punti che marcano il maggiore distacco tra gli obiettivi annunciati e la realtà quotidiana della scuola italiana.

f) “Promuovere il merito e l’eccellenza…”.
Questa “azione” si configura come una pura petizione di principio che resta irrealizzabile nel contesto dato e confligge in modo stridente con il ridimensionamento e l’abbassamento complessivo della qualità della scuola italiana, come denuncia il rapporto presentato a Parigi «Education at a glance». Penultimi nella classifica Ocse per la spesa pubblica nell’istruzione (il 4,7 per cento del Pil, contro una media del 5,8).

g) “Edilizia scolastica e messa in sicurezza degli edifici scolastici”.
C’é poco da dire su questo punto. In una scuola su tre (su due al sud) mancano i certificati di sicurezza. Lo stato dell’edilizia scolastica nel nostro Paese è drammatico, al punto che in alcune città le amministrazioni si trovano nel dilemma se aprire una scuola non a norma o lasciare a casa i bambini.

h) “Scuola paritaria nel sistema pubblico di istruzione (Semplificazione delle modalità di finanziamento).” 
Ecco, proprio alla fine compare il vero obiettivo, ribadito anche da Monti, di questo governo. Spostare risorse e peso politico dalla scuola pubblica a quella privata.

Quello che colpisce tra “obiettivi strategici” e “azioni prioritarie” è la mancanza di un riferimento forte nei principi, e nelle azioni di governo conseguenti, alla realizzazione della scuola della Costituzione. Il principio “non uno di meno” è sacrificato al principio della “competizione”, della “selezione”. Il sistema della formazione e dell’istruzione è finalizzato in prima e unica istanza al “mercato”, del quale assume le principali regole del comportamento. La stessa “cultura” è considerata un valore economico accessorio da considerare un “inutile” lusso da tagliare per primo in momenti di crisi (la cultura non si mangia).

La scuola italiana è “altra” rispetto alla rappresentazione che viene data da questo ministero. La scuola italiana ha bisogno di altro e di “alternativo” nei principi cui ispirarsi (la Costituzione), nella gestione (abolizione dello spoil system), nell’equilibrio tra funzioni e prerogative del ministero e autonomia scolastica e territoriale. La “modernità” di cui parla spesso il ministro non è data da qualche computer in più, da qualche LIM o tablet. E’ data da molti altri fattori e in modo particolare da:
– fiducia nel valore assoluto della cultura, della istruzione, ricerca e formazione;
– investimenti significativi nella scuola perché essa non è una variabile dipendente del mercato, ma principio assoluto di civiltà, democrazia, progresso, sviluppo;
– investimenti significativi sulla “risorsa” docenti avendo cura della loro professionalità, retribuzione, livelli di età (modificare la riforma Fornero sull’età pensionabile).
Avendo cura di tutte le condizioni materiali e culturali, di tutte le premesse necessarie che portano allo sviluppo della professionalità (ricerca, sperimentazione, libertà di insegnamento, possibilità e mezzi per aggiornarsi ecc.). Avendo cura degli ambienti di lavoro (aule, alunni per classe ecc.), delle relazioni con dirigenti e colleghi. Avendo cura di assicurare “continuità” e “certezza” del lavoro scolastico (abolizione del precariato), ma anche far sì che ognuno insegni materie di cui è competente e non venga mortificata la sua professionalità come quando la si riduce a puro badantato con supplenze che possono diversamente essere gestite e coperte. Un’ora di supplenza di un docente di ruolo non è un’ora “risparmiata” dallo Stato, ma un’ora “sprecata” di professionalità sottratta alla classe e agli alunni di quell’insegnante.

(Fonte Educazione e Scuola)

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