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Il ritorno delle malattie infettive

ritorno malattie infettive

Nel mondo riaffiorano antiche paure per il ritorno delle malattie infettive. Negli ultimi decenni malattie dimenticate, come la tubercolosi, la malaria, il colera, la difterite, il morbillo e la meningite si sono diffuse in maniera rilevante e più di 30 malattie prima sconosciute come l’Ebola, l’HIV (che ha ucciso in totale più di 20 milioni di persone e continua ad ucciderne ogni anno), l’Hantavirus e la SARS sono emerse come nuove minacce per la salute umana. Continue Reading


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Le parole più cercate dagli italiani su Google nel 2014



L’azienda di Mountain View fornisce ogni anno le classifiche dei trend nazionali delle ricerche e anche nel 2014 i risultati hanno svelato più di una sorpresa. Le classifiche di Google sulle ricerche emergenti sono realizzate attraverso l’analisi di miliardi di query effettuate nel corso dell’anno sul motore di ricerca.

Il 2014 è stato l’anno della celebrazione dello sport, con la vittoria della Germania ai Mondiali di calcio in cima alla classifica delle parole emergenti ricercate su Google in Italia e con Cristiano Ronaldo che svetta al primo posto nelle star emergenti del Mondiale.

Per la tecnologia l’iPhone 6, e per i personaggi, Robin Williams, restano temi di grande interesse, insieme ai grandi fatti di cronaca e attualità, come la diffusione del morbo Ebola.

Al primo posto della classifica dei “perché” troviamo: perché vengono le blatte, al secondo perché Pepa muore e terzo perché si dice bugiardino. La parola regina tra le 10 ricerche “emergenti” del 2014 è “selfie“, un fenomeno che quest’anno è letteralmente esploso, seguito da P.v. e N.F.C.

Queste, invece le Top 5 nel mondo:

Top5 Ricerche
1 – Robin Williams
2 – World Cup
3 – Ebola
4 – Malaysia Airlines
5 – ALS Ice Bucket Challenge

Top5 People
1 – Jennifer Lawrence
2 – Kim Kardashian
3 – Julie Gayet
4 – Tracy Morgan
5 – Renee Zellweger

Top5 Atleti
1 – James Rodriguez
2 – Michael Schumacher
3 – Ray Rice
4 – Luis Suarez
5 – Neymar da Silva Santos

Top5 Elettronica di Consumo
1 – iPhone 6
2 – Samsung Galaxy S5
3 – Nexus 6
4 – Moto G
5 – Samsung Note 4

Top5 Global News
1 – Ebola
2 – ISIS
3 – Malaysia Airlines
4 – Crimea / Ukraine
5 – Ferguson Google 2014

Doodles 2014
1 – World Cup 2014 – Watching the game while the boss is away
2 – 2014 Winter Olympics
3 – Rubik’s Cube
4 – Philae Robotic Lander
5 – Nelson Mandela

Top5 Loss
1 – Robin Williams
2 – Philip Seymour Hoffman
3 – Peaches Geldof
4 – Shirley Temple
5 – Maya Angelou

Top5 World Cup Matches
1 – Brazil vs Germany
2 – Germany vs Argentina
3 – Brazil vs Chile
4 – Argentina vs Belgium
5 – Brazil vs Croatia

Top5 YouTube Videos
1 – Mutant Giant Spider Dog (SA Wardega)
2 – Nike Football: Winner Stays. ft. Ronaldo, Neymar Jr., Rooney, Ibrahimović, Iniesta & more
3 – FIRST KISS
4 – The Voice IT | Serie 2 | Blind 2 | Suor Cristina Scuccia – #TEAMJ-AX
5 – iPhone 6 Plus Bend Test

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Gli angeli dell’Ebola

infermieri Ebola Time

Ogni fine anno la rivista Time incorona la personalità dell’anno attraverso l’omaggio di un’apposita copertina. Ad aggiudicarsi la dedica del settimanale americano in questo 2014, ormai agli sgoccioli, sono gli infermieri che stanno combattendo contro la minaccia rappresentata dal virus Ebola nelle zone funestate dall’epidemia nell’Africa sub-sahariana e che, più di ogni singolo politico o esponente dello star system, identificano con il loro sacrificio uno spirito umano che, mai come in questo periodo, necessita di eroi e di esempi positivi. La testimonianza degli enormi sacrifici compiuti dagli infermieri che stanno combattendo una battaglia “non con armi scintillanti, ma con il cuore degli eroi”, di  Alessia, infemiera di Medici Senza Frontiere, di ritorno dalla Liberia.

Ebola… Ebola con la E maiuscola… il solo nome porta subito alla mente pensieri eIl rischio, la paura, la speranza. immagini che richiamano morte, sofferenza, dolore, tanta paura… anzi… terrore.

Per me che lavoro e mi muovo da anni tra le malattie infettive, come infermiera, Ebola è una malattia di cui si sa poco, Ebola è un virus che causa una febbre emorragica, Ebola è Africa. Medici senza Frontiere mi fa sapere che quella è la mia destinazione: Africa occidentale e per la precisione Monrovia, la capitale della Liberia.

La prima emozione è l’eccitazione per la partenza. Finalmente torno in missione, è un anno e mezzo che sono ferma a Roma e torno nel paese da dove ho cominciato la “carriera” come operatrice di MSF. Era il 2011. Poi, siccome da mesi leggo, m’informo e seguo l’andamento dell’epidemia, comincio a realizzare che stavolta sarà diverso; troverò un’altra Liberia ad aspettarmi.

Le due settimane prima della partenza le passo tra dati, reportage, articoli scientifici e notizie sull’arrivo dell’Ebola nel mondo occidentale. I numeri che leggo su Monrovia non mi invogliano certo a partire: migliaia di casi, morti e un contagio che non si riesce a controllare. Un mio collega, Roberto, appena tornato, mi racconta che la situazione nel nostro centro di trattamento è disastrosa: la gente muore fuori dai cancelli perché non ci sono più posti.

E allora la paura per il rischio di contagiarmi comincia a insinuarsi tra le pieghe della mia pelle, ma la tengo a bada, cosciente del fatto che un po’ di paura a volte è sana e ti aiuta a conservare una sorta d’istinto di sopravvivenza. Il 15 ottobre parto da Roma, Fiumicino, con il mio zaino pieno di parmigiano, tarallucci, cioccolata, tanti calzini (scoprirò sul campo la loro utilità), blocchi di carta da disegno e tanti colori per i bambini ricoverati.

Monrovia, Elwa 3 e Chimo

Atterraggio senza problemi. Sono le 2 di notte, Monrovia dorme. Il giorno dopo, stanca per il lungo viaggio e disorientata da tutto ciò che di nuovo mi circonda, metto finalmente piede nel più grande centro per il trattamento dell’Ebola mai costruito: Elwa 3. È una struttura enorme, 240 posti letto tra qualche settimana; per ora ne utilizziamo 120 che sono tutti occupati al mio arrivo. Sono un’infermiera, ma qui il mio ruolo è quello di supervisionare lo staff liberiano che lavora con noi (più di 1000 persone) e fornirgli una formazione continua affinché i nostri pazienti possano ricevere un’assistenza di qualità. Cerco di trovare una mia dimensione tra le migliaia di persone che si muovono tra gli ingranaggi di questa “macchina” e cerco di scolpire nella mia mente due concetti  base, che da questo momento ripeterò a me stessa un’infinità di volte: “Stay safe and wash your hands”. Qui è necessario sentire i nostri limiti sia fisici sia psicologici: se non si è in grado di farlo si rischia il contagio o si rischia il burn out. Ed è con Chimo che sperimento i miei di limiti.

Chimo è uno dei tanti orfani che l’Ebola ha “messo al mondo”.  Lo ricoveriamo nella zona dei confermati, dove ci sono i pazienti risultati positivi al test per l’Ebola. Il suo letto si trova sotto una tenda che diventa una fornace quando il sole è allo zenit e qui siamo all’Equatore. Mi preparo a entrare nella “zona ad alto rischio”, di contagio naturalmente, indossando un tutone giallo, due mascherine, il cappuccio, il pesante grembiule di plastica, due paia di guanti e gli occhialoni simili a una maschera da sub. Il caldo estremo, i movimenti, la visuale limitata e il rischio non ci rendono la vita facile. Entro con due medici e un’infermiera liberiani e con il mio collega statunitense. Ci dirigiamo prima dai pazienti più gravi, quelli che manifestano i sintomi più pesanti della malattia: vomito, diarrea a volte misti a sangue. Chimo fa parte di questa schiera di pazienti. Quando ci fermiamo davanti al suo materasso sta dormendo, ma non è il sonno sereno di uno bambino; è un sonno inquieto, indotto dall’estrema fatica che l’Ebola ti trasmette. Respira male, Chimo.

Io e Dan, il mio collega, ci avviciniamo a lui. Vogliamo vedere se reagisce: cominciamo a chiamarlo per nome. Non si muove. Con difficoltà, dovuta al nostro “bizzarro” abbigliamento, ci chiniamo su di lui e proviamo a farlo sedere sul suo lettino. È infastidito, ma accenna un’apertura degli occhi. Spaventatissimo davanti alla visione di “marziani” gialli si dimena ma in fondo è un buon segno, significa che ha ancora delle energie. Chiedo all’infermiera liberiana di tranquillizzarlo, parlandogli con il suo accento (il mio inglese con accento fortemente italiano probabilmente sarebbe stato incomprensibile).

La disidratazione gli ha creato tanti piccoli tagli sanguinanti sulle labbra. Chimo deve bere, altrimenti come tanti altri non ce la farà. Nel frattempo ci accorgiamo che si è sporcato la tuta. Con tante precauzioni e dolcezza nei movimenti, perché Chimo prova dolore, lo puliamo. Ci sono tanti pazienti, ma lui è tra i più gravi ed è un bambino. Il nostro obiettivo è farlo bere, di continuo. Riuniamo tutto il nostro staff e spieghiamo chiaramente che tutti gli operatori che a turno entreranno dentro la zona ad alto rischio per le diverse attività, dovranno provare in tutti i modi possibili e immaginabili a dare acqua e sali minerali a Chimo. Chiediamo anche agli altri pazienti di aiutarlo, ma nella tenda, accanto a lui, ci sono troppi pazienti critici che non hanno nemmeno la forza di badare a se stessi. Comincio a provare un grande senso di frustrazione, perché il piccolo non beve abbastanza. Chimo non fa che peggiorare.

Mohamed, 16 anni

Dalla zona dei sospetti mi chiedono di trovare un posto nella zona dei confermati per un ragazzino di 16 anni, positivo al test: Mohamed. Il letto vicino a Chimo è libero. Mohamed cammina con le sue gambe, ha febbre, ma per ora non sembra stare così male come molti altri. Chimo dorme sempre. Non mangia. Mohamed ci dice che Chimo vive nel suo stesso villaggio. Questa coincidenza ci spinge a chiedergli di aiutarlo in nostra assenza e di avvertirci nel caso veda qualche peggioramento. Una mattina entro nella tenda di entrambi e trovo Chimo seduto. Mohamed è vicino a lui, indossa un paio di guanti e lo aiuta.  Il piccolo ha ancora brutti sintomi, ma si è mosso finalmente dal suo letto. Ringrazio Mohamed e gli spiego dove dovrà buttare i guanti e poi dove e come lavarsi le mani. Mi chiedo se non sia la vicinanza di Mohamed, una persona conosciuta, che stia aiutando il nostro piccolo paziente. La conferma di questa mia supposizione ce l’ho i giorni seguenti. Chimo riesce a stare seduto sul letto, da solo. Beve, da solo. Inizia a mangiare la zuppa. Si fida di Mohamed che lo accudisce come un fratello e lo fa molto meglio di noi operatori. La mia frustrazione viene domata da queste immagini.

Passano più di 2 settimane e cominciamo a vedere ogni giorno Chimo e Mohamed fuori dalla tenda, seduta su delle sedie, a godersi i pochi centimetri di ombra.

Decidiamo di ripetere il test dell’Ebola a Mohamed, poiché le sue condizioni cliniche sono ottime. Il pomeriggio il risultato arriva: NEGATIVO. Facciamo a gara tra di noi per dare la bella notizia al nostro paziente. Sembra contento. Gli diciamo che il giorno dopo potrà tornare a casa, nel suo villaggio; ci occuperemo noi di contattare qualcuno della sua famiglia. Il suo sorriso, però, sembra accennare una smorfia di disappunto: “Non me ne vado finché Chimo non guarisce. Torneremo insieme al nostro villaggio”. Il silenzio che cala tra noi medici e infermieri esprime tutta la commozione e il rispetto per Mohamed che in fondo non è che un bambino; un bambino coraggioso e generoso.

Il ritorno a casa

Passano altri giorni. Le gambe smagrite di Chimo riescono a tenerlo in piedi. Lui e Mohamed sono sempre insieme. Non hanno legato molto con gli altri bambini, ma sono riusciti a farsi forza a vicenda e gli altri pazienti lo sanno e sono proprio le grida di gioia dei pazienti e le loro danze impazzite a dare l’addio ai nostri due amici: anche Chimo è guarito. Si torna a casa insieme, anche se ad attendere Chimo nel suo villaggio non ci sarà più la sua famiglia d’origine.

L’uscita dalla zona ad alto rischio avviene attraverso la procedura della doccia. Questa è il passaggio che unisce due mondi e due tempi. Attraverso la doccia non solo si torna a casa, ma si torna alla vita, “si rinasce”, dicono alcuni pazienti.

Io e il mio staff medico ci prepariamo ad accogliere i nostri amici e per farlo organizziamo una platea di sedie di fronte alla doccia. Il primo a uscire è Mohamed. Dopo qualche minuto Chimo, che rimane attonito, stordito e incapace di accennare alcun sorriso di fronte a una folla festante e gioiosa. Gli regaliamo un pinguino di peluche; ne è spaventato all’inizio, ma poi comincia a tenerlo stretto sotto il suo braccio come fosse il suo migliore amico. La dimissione prevede un rituale finale, che è uno dei momenti più simbolici per il nostro centro e per MSF: tutti i pazienti guariti devono immergere la loro mano in un secchio di vernice e lasciare la loro impronta su un muro costruito all’entrata.

Le mani colorate di Mohamed e di Chimo sono ancora lì a ricordarci ogni giorno la loro storia, la loro forza, la loro solidarietà e la loro voglia di tornare a casa….insieme.

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Emergenza Ebola: Ogni governo deve fare la sua parte

Distribuzione geografica dei nuovi casi e casi totali in Guinea, Liberia e Sierra Leone



Nonostante tutti gli annunci, 9 stati membri del G20, che sono tra le maggiori economie mondiali, non hanno ancora dato un “giusto contributo” in termini di fondi e supporto medico alle popolazioni colpite da Ebola: non nella misura che ci si aspetterebbe da paesi di questa estensione e ricchezza. E tra queste anche l’Italia.

Nella classifica di generosità per la lotta all’Ebola il governo italiano è penultimo tra quelli del G8, davanti solo alla Russia che non ha stanziato nulla. A fare i conti in tasca ai governi è l’Onu, che settimanalmente aggiorna i dati delle donazioni e li suddivide per Paese. In cima ai “top-contributor” ci sono gli Usa con 377 milioni, seguiti da Regno Unito (95), Canada (51). Alla lista delle superpotenze manca la Cina, il primo partner commerciale del continente africano, che dopo avere preceduto tutti nell’invio di aiuti con 41 milioni ora si è fermata.

Del miliardo e 140 milioni di dollari raccolti finora solo 2,2 milioni sono arrivati dal governo italiano: lo 0,2% del totale, quanto l’Austria o le Filippine. Davanti alla Spagna, ma doppiati dal Venezuela e surclassati dalla Danimarca. In realtà, l’Italia nelle settimane scorse ha annunciato un contributo di 50 milioni di dollari in risposta all’appello dell’Onu. Si tratta di un impegno generoso, già confermato con uno stanziamento iniziale di circa 6 milioni di dollari, ma che deve essere ancora mantenuto completamente nei fatti.

Le Nazioni Unite avvertono che gli staff medici stanno facendo di tutto per rallentare e bloccare l’epidemia di Ebola, che ha già ucciso 4.818 persone su 13.042 casi segnalati nell’Africa occidentale, ma che è necessario agire in fretta per dare una risposta alla diffusione del virus.

In Africa occidentale: aumentano i prezzi, cresce la povertà e mancano le strutture per fronteggiare l’epidemia. In Guinea il tasso di crescita si è quasi dimezzato, e lo stesso è avvenuto in Liberia. Il reddito è sceso di 105 milioni di dollari e le spese sono aumentate di 100 milioni. Le entrate familiari sono diminuite di oltre il 12%. In Liberia e in Sierra Leone particolarmente colpiti i settori di turismo, agricoltura e industria mineraria. L’inflazione è aumentata e c’è una forte carenza di beni essenziali, incluso in cibo. In soli sei mesi il reddito familiare è diminuito del 35% in Liberia e del 30% in Sierra Leone. Colpito è anche il turismo di paesi vicini come Gambia e Senegal.

Senza risorse, il prezzo da pagare in termini di vite umane e denaro, sarà altissimo. La Banca Mondiale stima che, se il virus si diffonderà nei paesi vicini, il costo economico potrebbe variare da 27 a 32 miliardi di dollari entro la fine dell’anno. Oxfam, al lavoro per fermare la diffusione del virus, chiede che tutti i paesi del G20 si prendano la responsabilità di gestire almeno un centro di trattamento ognuno, cosa che richiede un staff medico dalle 25 alle 35 persone. Ogni governo deve fare la sua parte, senza nascondersi dietro la generosità altrui.

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