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La Mafia alla conquista della Germania

Mafia-Germania

Chi ha detto che in Germania la mafia non c’è? I reporter di Irpi raccontano l’indagine della polizia tedesca e italiana che ha svelato un network che abbraccia edilizia, droga e corruzione politica.

La mafia non esiste. Men che meno in Germania. Questo è ciò che dichiara il governo tedesco, e cio a cui crede la gente. Ma i dati ufficiali sono inesatti, e la verità è tristemente all’opposto. La Mafia è sempre più presente in Germania. Ed è forte, molto forte. Soltanto analizzando le carte giudiziarie di indagini ancora in corso, portate avanti in collaborazione dai pool antimafia italiani e dalla Polizia Federale Criminale Tedesca, la BKA, che il quadro complessivo emerge. Ci potrebbero essere addirittura più di 1200 membri della Mafia, in Germania. La Mafia c’è. Ma nelle statistiche si troverà solo se la si cerca.

“La mafia in Germania ha infiltrato ogni settore. Dalle costruzioni, alle energie alternative, dalla gestione dei rifiuti all’azionariato di grandi aziende o banche. Comprano voti e influenzano le elezioni tramite la corruzione,” dice Roberto Scarpinato, Procuratore Generale del pool antimafia di Palermo.

Operazione scavo: molto più di un evasione fiscale. È il 17 gennaio 2013, e 17 persone vengono arrestate. Alcune in Germania, alcune su rogatoria internazionale a Licata, una piccola cittadina dell’agrigentino. ‘Operazione Scavo’, la battezzano gli inquirenti. Sembrava solo un’operazione contro l’evasione fiscale, aziende edili aperte da siciliani in Germania che non versavano le tasse. Ma presto si scopre che sotto c’era molto di più.

Romagnolli

Grazie a documenti ottenuti in esclusiva da FUNKE Mediengruppe e da ricerche congiunte portate avanti dal caporedattore David Schraven e dai giornalisti del centro di giornalismo d’inchiesta IRPI in collaborazione con Grandangolo il Giornale di Agrigento, Wired può oggi raccontare una storia inedita.

Qualcuno, un giorno, deve avere incaricato Gabriele Spiteri, originario di Licata e frequentatore di Colonia dagli anni ’90, e Rosario Pesce, di Riesi ma in Germania dal 1972, di gestire quella che gli investigatori tedeschi hanno soprannominato la Baumafia, la ‘mafia delle costruzioni’. Spiteri a Colonia, Pesce a Dortmund. Quello che c’era nel mezzo, ovvero Essen e Bochum, veniva spartito a seconda degli affari e dei momenti.

I due dovevano coordinare i cosiddetti ‘procacciatori di prestanome’, i quali dovevano trovare tra parenti e amici in Sicilia dei poveri diavoli che si vendessero per poche migliaia di euro. I procacciatori erano senza dubbio il commercialista pregiudicato Massimo Erroi, Biagio Schiliro, Agatino Farinato, Vincenzo Spiteri fratello di Gabriele e Salvatore Vedda (fino a che non ha deciso di iniziare a collaborare con le autorità tedesche). Dopodiche, tra gli arrestati e indagati ci sono Domenico Iacopinelli, Giuseppe Cannizzaro, Lisa Maria Farruggio, Giovanni De Caro, Salvatore Animamia, Fabrizio Randazzo, Antonio Cavaleri, Angelo Cambiano, Michele Farchica, Antonio Donato, Giuseppe Micchiche e Gabriele Fiordaliso.

Usando questi prestanome, Spiteri e Pesce aprivano una serie di aziende edili che avevano il solo scopo di operare come ‘shell companies’, ovvero come scatole per il riciclaggio. Il meccanismo funzionava in questo modo: il denaro veniva trasferito sui conti correnti delle aziende in questione per pagare delle fatture false, a cui non corrispondeva alcun servizio di costruzione. A quel punto il prestanome ‘titolare’ li ritirava in contanti. Il 90% della somma veniva riconsegnata all’imprenditore che aveva comprato la fattura falsa, il 10% invece va ai ‘manager’ Spiteri e Pesce, che li usano per pagare i commercialisti, i prestanome, e i macchinoni per se stessi.

Un sistema geniale. Da milioni di soldi trasferiti legalmente, creano milioni di fondi neri, rimpiegabili o nella Baumafia, o per corrompere politici o per finanziare altre attività illecite. Un passaggio di denaro che viene prima ‘sporcato’ e poi prontamente ripulito. Questo, emerge dalle indagini della BKA, e’ stato fatto per almeno 430 aziende. Di certo, non è Spiteri – bocciato tre volte alle elementari – l’ideatore di questo sistema.

La Baumafia di Spiteri e Pesce era crimine ‘disorganizzato’. I due discutevano praticamente ogni giorno, e spesso, venivano fissati degli incontri per risolvere i contenziosi. Le discussioni dovevano avvenire in alcuni specifici luoghi d’incontro: il Bistrot “La Mirage” a Dortumund, e il Bar Italia90 a Colonia, gestito, quest’ultimo, da Mario Giangreco.

Gabriele Spiteri stesso dalla fine del 2011 gestiva un bar a Colonia, il Jolly Bar, anch’esso luogo di incontro della Baumafia. Il banco di prova lo avevo avuto dal 2009 al 2010 a Licata, quando anche li aveva gestito un bar. Più che un bar, ci dicono i Carabinieri, un buco nero del traffico di cocaina. Un affare, quello della cocaina, che Spiteri aveva importato anche in Germania, e più precisamente, nella sua panetteria a Colonia, la Pasticceria Centro Italia. I clienti ordinavano coca via telefono: “pasta in bianco senza salsa”. O, in caso di grossi quantitativi, si parla di auto bianche. Cento, duecento grammi di coca a settimana le vendite.

Ma Spiteri è egli stesso un consumatore. Un vizio che porta anche a casa in Sicilia, nelle feste che da a Licata, nella villa – oggi sequestrata – che si è costruito grazie ai guadagni di anni di presunta illegalità in Germania.

“Spiteri consumava tanta cocaina quanta l’intera Colonia”, racconta agli investigatori Calogero Di Caro di Ravanusa, classe 1963. Arrestato assieme ai fratelli Spiteri egli è, per gli investigatori tedeschi, un collaboratore di Spiteri, uno allo stesso piano. Eppure viene chiamato ogni qualvolta ci sia un problema da risolvere e – aggiungono le indagini – sembrerebbe quello con contatti più in alto. Per chi conosce la Mafia, è lampante che né Spiteri né Pesce agissero per conto proprio. I due erano stati messi li, con ordini precisi, e avevano un bel mastino alle calcagna, Calogero Di Caro.

Calogero Di Caro: il mastino.  Di Caro ai tedeschi dice di non essere mafioso: “Alcuni anni fa le autorità italiane si erano sbagliate, ma è stato tutto chiarito.”

Non esattamente. Di Caro viene scarcerato nel 1994 dopo due anni e quattro mesi di carcere per avere preso parte ad un omicidio di mafia. All’epoca, conosciuto col soprannome di Lillo Aglialuoro, era guardaspalle di Vito Mirabile, un uomo del boss Angelo Ciraulo, poi fatto ammazzare da Giuseppe Falsone in una guerra di potere che ha spostato il comando del mandamento da Ravanusa a Campobello di Licata per molti anni.

Morto Ciraulo, Di Caro decide di collaborare con la giustizia e fa trovare un arsenale. Ma il suo pentimento è considerato parziale dalle autorità, che non lo considerano affidabile. Seppure in primo tempo ‘condannato a morte’ dai boss rimasti Di Caro, viene lasciato vivere ed, evidentemente, crescere. Nell’ombra, deve avere fatto carriera fino ad arrivare in Germania. Si reca infatti a Colonia appena riesce, alla fine degli anni novanta, uscito dal carcere.

Treffen Kneipe

Lì si fa strada aprendo un’azienda di pulizie, e poi si da alla Baumafia. Il fascicolo della polizia tedesca su Di Caro si ispessisce. Viene condannato per evasione fiscale, estorsione, rapina, truffa, aggressione. Dal fascicolo emergono anche contatti nel mondo del traffico di droga e prostituzione.

Ma chi aveva dato a Di Caro il potere d’azione all’interno della Baumafia? Un suggerimento emerge grazie ad un curioso episodio che si svolge attorno al Jolly Bar di Spiteri a Colonia, a metà gennaio 2013. Appena prima dello scattare delle manette. È il 14 gennaio, e in un’intercettazione Spiteri parla con Biagio Schiliro di un nuovo arrivo, un ragazzo, Angelo Bugiada, classe 1977, di Gela.Molto probabilmente un nuovo prestanome. La polizia interviene. È il momento in cui scattano gli arresti per tutti i 17 della Baumafia. Viene fermato anche Bugiada, interrogato, e rilasciato. Ma poche ore dopo viene fermato nuovamente, mentre si trova in un auto speciale. Un’auto registrata a nome di Angelo Occhipinti.

Non un uomo qualsiasi. Nato a Licata nel 1954, Occhipinti ha una caratura criminale ben più significativa di Calogero Di Caro. Già a fine anni ‘80, secondo la DIA, Occhipinti operava in Germania in strettissimi rapporti con Carmine Ligato, un influente boss della ‘Ndrangheta. Referente di tutte le operazioni commerciali fra mafia agrigentina e ‘Ndrangheta, Occhipinti già nel 1997 era sotto il radar della polizia tedesca.

Absperrung

In Sicilia era uomo di Giuseppe Falsone, e pare fosse stato il boss agrigentino in persona ad indicarlo come capomandamento di Licata in suo nome.

Occhipinti, assieme a Pasquale Cardella, aveva preso il controllo della cittadina dopo il quadruplice omicidio di Brunco-Lauria-Greco-Cellura. Nel 2011, Occhipinti finisce in carcere per estorsione, e Cardella cerca di tenere il mandamento per se. Poco dopo Occhipinti esce, ma il suo riferimento, il boss Giuseppe Falsone, latitante per molti anni, era stato catturato. A quel punto, Occhipinti mira a scavalcare i suoi partner e a prendere per se il controllo di Licata, andando a chiedere la benedizione dell’allora capomandamento di Canicattì, Calogero Di Caro (omonimia con il Di Caro della Baumafia, n.d.r.). Perchè la sua auto fosse a disposizione del giovane Angelo Bugiada non è chiaro, ma la presenza di Occhipinti in Germania potrebbe indicarlo come il capo mandamento di Colonia. E si spiegherebbe a chi risponde Di Caro, e tutta la ‘squadra scavo’ di Colonia.

Chi sgarra muore. Gabriele Spiteri deve forse la vita alla BKA tedesca. Perchè per comportamenti paragonabili ai suoi, l’abuso di cocaina e l’inaffidabilità, in passato era stato eliminato qualcuno di ben più importante di lui.

“Si, la Mafia oggi non uccide più, visto che seguiamo la pax mafiosa e il ‘business model’ dettato da Matteo Messina Denaro”, racconta un ex-killer di Cosa Nostra sentito in esclusiva dal progetto Mafia in Deutschland. “Ma se le cose si mettono male, si uccide. E certo, non lo si fa in Germania, dove è importante non destare alcun sospetto.”

L’omicidio è quindi una soluzione di extrema ratio, ma sempre utilizzata se serve a proteggere gli affari. Lo dicono chiaramente due recenti ed efferati omicidi di palmesi di Manneheim, entrambi voluti in Sicilia. Uno, quello di Calogero Burgio, crivellato di colpi a Palma, sotto casa, come avvertimento. L’altro, poco dopo, una tipica lupara bianca, per gli sfortunati Giuseppe Condello e Vincenzo Priollo. Quest’ultimo solo un autista, ma l’altro, Condello, niente meno che il capo mandamento di Mannheim.

Interview AufmacherMa perché Condello è stato eliminato?

Ce lo racconta in esclusiva l’ex-killer di Cosa Nostra trapanese, che i due morti ammazzati li aveva conosciuti in passato e incontrati di nuovo in Germania.

“Condello era il capo mandamento a Mannheim. Sono stiddari, ma ormai Stidda e Cosa Nostra sono la stessa cosa. Da quando comanda Matteo Messina Denaro la regola è una: il business. Oggi non si spara più, a meno che non sia strettamente necessario. E la condanna a morte di Condello è stata discussa tra tutti gli altri capi mandamento dell’agrigentino. Nessuno si decideva. Ma Condello era ormai un cane pazzo, fuori controllo, usava troppa cocaina ed era uscito di testa, non era più affidabile.” Condello cane-pazzo aveva infastidito il capo di capi, Denaro, ci racconta l’ex-killer: “Che aveva detto ai capi mandamento agrigentini o ci pensate voi, o ci penso io.”

E così, la condanna a morte è stata firmata. A fine gennaio 2012 Condello è stato ammazzato assieme a Priolo e infilato in un cunicolo di uno scolo d’acqua nelle campagne di Palma di Montechiaro. Condello faceva la spola, nonostante una misura restrittiva, seguendo quella logica mafiosa che necessita prima di tutto la presenza costante nel mandamento italiano, e, in secondo luogo, nel suo riflesso tedesco.

Ma quello che conta non è l’omicidio in se, bensì che sotto Matteo Messina Denaro la mafia abbia cambiato volto, e abbia fatto un patto, perfettamente funzionante in Germania, tra varie province mafiose. Parliamo di Trapani, che tiene le redini, Palermo ed Agrigento.

Questo è stato confermato anche dalle nostre ricerche. In particolare emerge dai legami che l’azienda tedesca CEON intratteneva con alcune delle aziende della galassia Di Caro in Germania. Questa azienda è controllata dalla famiglia Bologna-Perlongo, parenti molto stretti di Matteo Bologna, condannato a 22 anni per traffico internazionale di droga. La famiglia Bologna, di Partinico, è riconosciuta essere vicina ai Vitale, boss di quella zona del Palermitano.

Quanto sia sbagliato pensare che la Baumafia sia solo un piccolo gruppo di criminali auto-organizzati ce lo confermano le dichiarazioni di un nuovo pentito. Parliamo di Giuseppe Tuzzolino, un architetto che – nonostante le indagini della DDA di Palermo nascondano ancora la maggior parte dei dettagli – si è scoperto essere stato il braccio destro di Condello nell’organizzare truffe milionarie proprio nel Comune di Palma di Montechiaro. Truffe che però, assicura Tuzzolino, vanno ben oltre il Comune di Palma. Arriverebbero infatti proprio fino in Germania, nella rete di milioni di fondi neri che la BKA ha soprannominato Baumafia.

Le connessioni con la politica. La Baumafia della Nord-Reno Westfalia sembra avere capito come trovare supporto anche al di la dei semplici affiliati mafiosi. Ha capito che per nascondere meglio il suo volto, deve lavorare anche sulla politica. E lo fa in due modi. Innanzitutto cercando di permeare quella tedesca: o con la corruzione, o la compravendita di voti.

A Norimberga alcuni anni fa si è messa a punto una vera e propria strategia della mafia per la compravendita dei voti. Gli italiani in Germania potevano votare il candidato prescelto e guadagnarsi in cambio 50 euro, una pratica ben conosciuta in Sicilia. Il secondo metodo che sembrerebbe essere stato adottato è quello del sostegno ai politici italiani in Germania, almeno a giudicare dagli innumerevoli bigliettini da visita di politici italiani, tutti vicini alla destra di Berlusconi, che Calogero Di Caro, l’uomo di punta della ‘squadra scavo’, aveva nella sua agenda sequestrata.

Contatti con politici italiani in Europa. Interrogato dagli inquirenti il Baumafioso dice: “Si trattava solo di politica”. Un grande senso civico, quello di Calogero Di Caro, che, racconta lui stesso, si occupava “di tirare su voti per i parlamentari italiani all’estero”. E lo ha fatto anche per il pidiellino siciliano Massimo Romagnoli, durante la scorsa campagna elettorale. Riscuotendo un certo successo. Nel 2006 infatti, Romagnoli viene eletto deputato alla Camera con 8.700 voti provenienti dall’estero. La maggior parte di questi erano stati raccolti proprio a Colonia.

È possibile che Massimo Romagnoli non sospettasse minimamente con chi se la facesse Di Caro, ma quest’ultimo lo cita anche durante l’interrogatorio con la BKA tedesca. Agli inquirenti racconta di avere avuto una richiesta di aiuto da parte di Massimo Erroi, il commercialista della Baumafia, quando questo si trovava in carcere in Germania. Gli serviva un passaporto. Di Caro dice di avere pensato a Romagnoli. Poi, dice di essersi “mosso con i miei contatti e in quattro settimane glielo ho fatto avere.”

Massimo Romagnoli nega di aver mai ricevuto tale richiesta. “Conosco Calogero Di Caro, mi ha aiutato con la campagna elettorale,” ha spiegato a IRPI, “aveva un’impresa di pulizie. Ma questo Massimo Erroi è la prima volta che lo sento nominare.” “Personalmente non ho mai ricevuto richieste di questo tipo” continua Romagnoli, al momento impegnato con Forza Italia nella campagna elettorale per le elezioni europee “ne da Di Caro, ne da nessun altro.”

ScarpinatoRoberto Scarpinato, Procuratore Generale a Palermo, è categorico quando parla del potere di seduzione intrinseco a Cosa Nostra. “La mafia in Germania vuole che i tedeschi pensino che non esista. Non ha più bisogno di essere violenta. Può sedurre con il capitale. Certo, c’è ancora una faccia violenta della Mafia, in Italia, ma si mostra solo quando il potere di convincimento dei soldi non basta. In realtà, il mondo oggi rischia di essere conquistato dalla Mafia tramite la seduzione del capitale, e paesi come la Germania sono ad alto rischio. Quando non si cerca di capire la fonte dei soldi, e si accetta l’ingresso indiscriminato di capitale nel proprio paese, allora è la moralità stessa di un popolo che è a rischio. In tempi di crisi come oggi, il potere del denaro e della corruzione possono diventare un’epidemia che scuote una società dalla fondamenta. La Germania deve decidere se accogliere la Mafia, o combatterla.”

Foto di Funke Mediagruppen
I disegni a fumetto sono di Vincent Burmeister. Grazie a Jenny Mainusch per l’aiuto con la traduzione di documenti giudiziari dal tedesco all’italiano.
(Fonte irpi)


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Listino prezzi droghe sul muro della scuola

 

Belgrado. Mille dinari serbi (poco meno di 10 euro) per una dose di ‘skunk‘, qualità di marjuana molto potente. Per la versione più economica ne bastano appena 600. Si passa a tariffe in euro per articoli più raffinati, quali funghi allucinogeni (20 euro) e cocaina (dai 70 ai 100). Si ritorna alla valuta locale, poi, per speed, lsd, eroine e altre droghe sintetiche (tra gli 800 e i 1600 dinari, ca 15 euro). Non sono dati stilati in un report internazionale sul consumo di droga, ma in un graffito comparso su un muro interno del liceo alberghiero di Cacak, cittadina della Serbia meridionale. Al fianco della lista è disegnata un’insegna con scritto ‘STR Lerdi’, traducibile dal gergo in “Ditta individuale: Spaccio”.

Le immagini fanno il giro del paese che – noto per essere una cruciale area di transito del traffico internazionale di stupefacenti – da qualche anno si è scoperto mercato di consumo in costante crescita, soprattutto tra i giovani. Così, nel dibattito pubblico innescato dal graffito di Cacak, i genitori apprendono, scioccati, che quella marchiata sul cortile della ricreazione “è una lista di prezzi valida”, secondo gli esperti. Affatto stupiti, invece, i loro figli trovano anzi “strano che (sul muro) non abbiano scritto il numero di telefono”, come dichiarato da alcuni studenti al quotidiano Vecernije Novosti. “E’ chiaro, probabilmente a chiunque, che non si tratta di un vero rivenditore di droga” è la premessa in cui confida, anonimo, un giovane liceale di Cacak, interpellato dal giornale.”In questo modo qualcuno ha voluto attirare l’attenzione pubblica e sottolineare il problema della facile disponibilità di droga, poiché ne conosce i prezzi e la gente che la vende”. Una pista, quella dell’originale e ironica provocazione, ritenuta valida anche dalla polizia, la quale avrebbe “già interrogato alcuni giovani sospettati”. Gli autori del graffito restano, comunque, ufficialmente sconosciuti.

In base ai dati diffusi a giugno dal ministero dell’Interno, nei primi quattro mesi del 2012 la polizia serba ha sequestrato nel paese 222,36 kg di droga, dei quali 75,7 Kg a Belgrado. Nello stesso arco di tempo, gli agenti hanno scovato 1.841 pasticche di ecstasy. Parallelamente, sempre tra gennaio ed aprile, la speciale Task force per la criminalità organizzata ha sequestrato nel paese balcanico 2,6 kg di sostanze stupefacenti, principalmente eroina. Solo tra maggio e giugno, poi, sono stati sequestrati 552 kg di marijuana e scoperti due laboratori per la sua produzione, con equipaggiamenti da valore di circa 30.000 euro e prodotto per circa 80.000 euro. Dragan Kovacevic, il preside della scuola alberghiera di Cacak chiamato in causa, rassicura però i genitori: ” i vostri figli in questa scuola sono protetti da ogni influenza negativa”, ha detto.

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Crimine organizzato un’economia da 870 miliardi di dollari l’anno

L’Organizzazione delle Nazioni Unite lancia oggi una campagna internazionale di “sensibilizzazione alla criminalità organizzata, un’economia che produce 870 miliardi di dollari all’anno”. La campagna poggia essenzialmente su due video e “sottolinea la grandezza e la portata della criminalità organizzata transnazionale: è un’attività che genera 870 miliardi all’anno, più di sei volte l’importo degli aiuti ufficiali allo sviluppo, l’1,5% del Prodotto interno lordo mondiale o il 7% delle esportazioni mondiali di merci”.

“La criminalità organizzata non risparmia alcun paese, nessuna regione: essa si avvale dei più vulnerabili attraverso la minaccia o la frode”, ha reso noto l’Agenzia Onu per la lotta alla droga e al crimine organizzato. Ad esempio, le vittime del traffico di esseri umani sono 2,4 milioni: esso genera un utile di 32 miliardi di dollari (25,50 miliardi di euro), e “ogni anno, 1,5 milioni di persone sono vittime di un furto di identità”.

La contraffazione (250 miliardi di dollari, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo), la contraffazione di farmaci (1% dei farmaci nel mondo, fino al 30% nei paesi di Asia, Africa e Sud America per l’Oms), il traffico di droga (320 miliardi di dollari o 255 miliardi di euro nel 2009, 85 miliardi di dollari per la sola cocaina) il traffico di legno in Asia (3,5 miliardi di dollari) sono tra i gravi problemi trattati nei video della campagna Onu.

Allo stesso modo, il traffico di armi (da 170 a 320 milioni di dollari) o il cibo adulterato, che, secondo uno studio della British Food Standards Agency, rappresenta in Gran Bretagna il 10% degli alimenti, sono trattati nella campagna dell’Onu. Per non parlare del traffico di animali selvatici, delle materie prime rare o della criminalità informatica, fanno sapere le Nazioni Unite.

Per questa campagna, “destinata al grande pubblico”, l’Agenzia Onu per la lotta alla droga e al crimine organizzato ha creato un sito Web dedicato – www.unodc.org/toc – che “sarà aggiornato regolarmente” e che presenterà “diverse schede informative sugli aspetti finanziari e sociali della criminalità organizzata, il traffico di esseri umani o le contraffazioni”.

Due video di 30 e 60 secondi, che saranno diffusi da alcune televisioni internazionali, saranno visibili anche al seguente indirizzo internet. La campagna sarà anche su Twitter (@unodc;#TOC), Facebook (facebook.com/unodc) e Google+ (plus.ly/unodc).

(Fonte aduc)

 

La tolleranza zero: tra palco e realtà. I molti perché della riduzione della criminalità a New YorkCosa significa tolleranza zero? Da dove nasce questo concetto? Come si è sviluppato? Quale politiche incorpora? E soprattutto: è efficace nel ridurre la criminalità? Ha avuto il merito di abbattere i livelli di criminalità della città più conosciuta d’America? A queste e ad altre domande si è cercato di rispondere con questo libro costruendo un tessuto narrativo il più possibile coerente al dibattito che, negli anni, si è sviluppato negli Stati Uniti. È il racconto di una storia che nasce già negli anni ’80 del secolo scorso e che si manifesta in tutta la sua attenzione mediatica a New York a metà degli anni ’90. È per certi versi anche il racconto di come, negli Stati Uniti, i dipartimenti di polizia cittadina si siano organizzati nel tempo per rispondere alle sfide della criminalità, del disordine e dell’insicurezza.

 

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La guerra infinita dei narcos messicani


“Los Zetas” ricchi e potenti criminali messicani, come ha riportato il quotidiano spagnolo El Mundo, ha utilizzato la Bank of America come piattaforma per il riciclaggio del denaro sporco negli Stati Uniti: è quanto risulta da un’indagine dell’Fbi. I narcos hanno utilizzato i conti correnti di una società del Texas, la “Tremor Enterprises”, di proprietà di José Treviño Morales, di origine messicana; secondo l’Fbi negli ultimi cinque anni oltre 30 milioni di dollari sarebbero stati riciclati attraverso la banca, che non è ritenuta complice delle attività illegali e che sta collaborando con le autorità.

 

Il narcotraffico e’ un problema che ‘riguarda non solo il Messico ma anche gli Stati Uniti’: lo ha sottolineato Oliver Stone, nel paese latinoamericano da qualche giorno per presentare il suo ultimo film, ‘Savages’, che si occupa proprio dei narcos messicani e del crimine organizzato. ‘Savages’ racconta appunto la storia di un cartello della droga che vuole entrare a far parte del gruppo delle principali organizzazioni narcos del paese, ha sottolineato Stone durante una conferenza stampa, presentando il film che e’ interpretato dalla star Salma Hayek e altri attori ‘latinos’, e cioe’ Joaquin Cosio, Sandra Echeverria, Demian Bichir, Diego Catano. Quello dei cartelli della droga ‘ormai e’ come un incendio’, ha sottolineato il regista, rilevando che ‘la guerra contro i narcos e’ stata militarizzata’. Nel film, tratto da un romanzo di Don Winslow, la Hayek interpreta il ruolo della ‘narco’ ‘Elena Sanchez, nota come La Regina’ una donna – ha concluso Stone – che ‘sa quello che vuole e lotta per averlo’.

Questa invece non e’ un romanzo, ma e’ la storia di Francisco 22 anni, che per disperazione si e’ unito agli Zetas, uno dei cartelli della droga più potenti del Messico. Orfano di padre, senza lavoro né soldi, a soli 22 anni quando prese la sua decisione più difficile: unirsi agli Zetas. Uno stipendio minimo di 1.800 dollari gli avrebbe dato quella sicurezza che mai nessun lavoro, in Messico, avrebbe potuto garantirgli. E con una madre malata di diabete, e impossibilitata a lavorare, quei soldi servivano davvero. La storia di Francisco è quella dei tanti giovani messicani che sposano la causa dei narcos. La povertà dilagante (interessa ormai oltre il 43% della popolazione messicana) dà una mano ai cartelli. Così gli Zetas, in poco tempo, si sono convertiti in una vera occasione professionale, soprattutto nel nord e nell’est del paese. “Francisco sperava di continuare gli studi, ma ha dovuto rinunciare per ragioni economiche”, ha raccontato la fidanzata, originaria dello stato di Veracruz, uno dei più colpiti dalla sanguinosa guerra dei narcos che ha fatto oltre 60.000 morti dalla fine del 2006. La madre di Francisco non era in grado di lavorare, era malata, e lui “decise di abbandonare gli studi per curarla”. Faceva la guardia di sicurezza alla stazione, ma il suo stipendio era sufficiente appena per comprare qualcosa da mangiare, si legge su El Mundo. Più volte un suo amico d’infanzia gli aveva proposto di arruolarsi negli Zetas. Aveva sempre detto di no. Finché, un giorno, non ce l’ha fatta. Di fronte alla prospettiva di un guadagno facile, sopra la media, il sogno di una vita migliore, di cure appropriate per la madre, Francisco ha ceduto. Simulando un sequestro, un gruppo di narcos lo ha caricato su una macchina scura. E’ scomparso nel buio della malavita. Poi l’addestramento all’estorsione e al reclutamento forzato. E la strada. “Il suo lavoro era quello di pattugliare i punti di vendita al dettaglio della droga, di segnalare movimenti strani, l’arrivo di veicoli sospetti. Era sempre agli ordini dei suoi capi, notte e giorno, ovunque si trovasse. E non aveva margini di errore”, ha spiegato la fidanzata. Che adesso lo piange. Quando è stato assassinato, Francisco stava partecipando al trasporto di un carico d’armi. “Mi chiamarono dall’obitorio per riconoscere il cadavere. L’ultimo numero che aveva fatto era il mio”.

I regolamenti dei conti tra i narcos e le bande della malavita organizzata proseguono incessanti. Un commando armato, a bordo di oltre una decina di auto, ha fatto irruzione oggi nel municipio di Chimaltitan, Stato di Jalisco, attaccando i membri di una famiglia, uccidendone 4 e ferendone gravemente altri due. Nello Stato di Sinaloa sono stati invece trovati 4 cadaveri, crivellati di colpi e con segni di torture, mentre, attorno alla mezzanotte, un gruppo armato ha attaccato una casa da gioco, uccidendo 3 persone.

La guerra dei narcos messicani non risparmia nessuno. Ieri tre sedi di giornali, una a Taumalipas e due a Nuevo Leon, sono state attaccate con bombe a mano e spari di Khalasnikov, provocando ingenti danni ma non vittime. In particolare gli aggressori hanno colpito due succursali del quotidiano ‘El Norte’, che fa parte del gruppo editoriale che, nella capitale, pubblica l’importante quotidiano ‘La Reforma’, noto per la sua indipendenza. Un organismo legato al settore dei media (Observatorio de los Procesos de Comunicacion Publica de la Violencia), in un comunicato pubblicato oggi da tutti i giornali del Paese, ha condannato i tre attentati, apparentemente messi a segno dai narcos, sostenendo che cio’ ribadisce ‘che lo Stato vacilla nell’offrire garanzie di sicurezza alla stampa’. Secondo la Commissione dei diritti umani, dall’inizio del decennio sono stati uccisi in Messico almeno 80 giornalisti.

(Fonte aduc)

L’ultimo narco.Aprile 2009, campagna del Durango, Messico. Sul ciglio della strada i cadaveri di due agenti della Dea travestiti da campesinos. Accanto a loro, un foglietto: El Chapo non lo prenderete mai! Questo è il destino di coloro che cercano di ostacolare o catturare El Chapo. O di opporsi a lui. Ma chi è El Chapo? Forbes lo annovera tra gli uomini più potenti al mondo grazie alla sua influenza, alle sue illimitate risorse finanziarie e al suo potere assoluto.

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Il mercato della droga in Italia

Mappa delle rotte internazionali della droga

 

Il Rapporto per l’anno 2011 della Direzione centrale per i servizi antidroga ci dice che, nel 2011 sono stati registrati, rispetto all’anno precedente, incrementi nei sequestri di cocaina (+65,12%), di hashish (+0,22%), di marijuana (+98,15%) e del numero delle piante di cannabis, con un eccezionale aumento del 1.289,93%. Sono risultati invece in diminuzione i sequestri di eroina (-14,09%), amfetaminici (-77,43%) e dell’LSD (-82,89%). Numeri impressionanti.

Complessivamente i sequestri di droga nel 2011 sono stati di kg. 39.359,57. Il sequestro più rilevante è stato effettuato ad Ardea (RM) nel mese di agosto (kg. 2.632 di hashish). Per le droghe meno diffuse si segnalano i sequestri di kg. 866,903 di khat, kg. 61,00 di benzodiazepine, nonchè di kg. 13,21 litri 43,75 di GBL, di kg. 13,04 litri 2,24 e 158 dosi di ketamina.

I narcotrafficanti operanti in Italia si sono riforniti per lo più presso il mercato colombiano per la cocaina, transitata principalmente per il Messico, la Spagna, l’Olanda, il Brasile e la Repubblica Dominicana; quello afgano per l’eroina, transitata soprattutto per la Grecia e la Turchia; quello marocchino per l’hashish, transitato in particolare per la Spagna e la Francia; quello olandese per le droghe sintetiche. Anche la marijuana è in gran parte giunta in Italia dall’Olanda.

I gruppi criminali maggiormente coinvolti nei grandi traffici sono stati:

  • –  per la cocaina in primis la ‘ndrangheta poi la camorra e le organizzazioni albanesi, colombiane, dominicane, marocchine e spagnole;
  • –  per l’eroina la criminalità siciliana, pugliese e campana, insieme ai gruppi albanesi, tunisini e marocchini;
  • –  per i derivati della cannabis la criminalità laziale, pugliese e siciliana, insieme ai gruppi marocchini, tunisini, spagnoli e albanesi.

Le rotte mondiali da intraprendere per raggiungere i mercati di consumo rappresenta la scelta strategica primaria dei narcotrafficanti. La necessità di far arrivare a destinazione il maggior quantitativo di sostanza possibile impone la ricerca di vie di flusso sempre nuove e meno controllate, andando anche contro i criteri di economicità.

I parametri di riferimento per i narcotrafficanti sono essenzialmente:
  • – permeabilità dei sistemi di controllo;
  • – connivenze con le autorità locali;
  • – facilità di approdo e basi di stoccaggio sicure;
  • – disponibilità di vettori.
Il nostro Paese non è area di produzione; rimane rilevante la sua importanza come territorio di transito verso altri Paesi e come destinazione per le esigenze di consumo del mercato interno. È, al tempo stesso, territorio caratterizzato da una notevole presenza di grosse organizzazioni criminali per la gestione del traffico illecito, a connotazione sia nazionale che internazionale. Continue Reading
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