Doping: Italia seconda al mondo per positività dietro la Russia

Doping, Italia seconda per violazioni nel 2015

L’Italia è il secondo Paese al mondo con più casi doping (129) dopo la Russia (176). L’India è terza, con 117 casi. Poi Francia con 84 e quinta il Belgio con 67. È questo l’ennesimo triste primato Made in Italy che emerge dai dati pubblicati dalla Wada, Word anti-doping agency circa le violazioni verificatesi nel corso del 2015, anno non olimpico. Una classifica che deve far riflettere e preoccupare. Ma questi numeri non devono stupirci. In Italia il giro d’affari accertato dei farmaci vietati è di 50 miliardi l’anno.

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Doping da medaglia: “55 ori olimpici e mondiali da invalidare”

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La storia delle Olimpiadi e dei Mondiali di atletica non sarà mai riscritta ma l’inchiesta sul doping che hanno pubblicato e trasmesso il Sunday Times britannico e l’emittente tedesca Ard-tv tedesca è una documentata denuncia sullo sport disonesto e sulle gare di resistenza truccate, maratona, 5.000 e 10.000 metri, 3.000 siepi, 800 e 1.500 metri, la marcia di 20 e 50 chilometri, heptathlon e decathlon.

Centoquarantasei fra ori, argenti e bronzi vinti immeritatamente nelle due competizioni più prestigiose. La fotografia di un sistema che nonostante le belle parole sfugge alle regole del buonsenso, alle leggi, ai codici dello sport. E scoperchia gli scheletri che gli organismi internazionali, la Federazione di atletica (la Iaaf) nel caso specifico ma indirettamente anche il Comitato Olimpico (il Cio), conservano nei loro armadi, forse un po’ meno blindati.

Per fortuna esistono le gole profonde. Una o più di una. Come quelle che hanno consegnato ai reporter del Sunday Times e di Ard-tv 12.359 test del sangue effettuati su 5 mila atleti dal 2001 al 2012, con l’avvertenza che c’era qualcosa di strano nei dati custoditi dalla Iaaf. È stato giocoforza per le due testate mettere questo «tesoro» nelle mani di due medici e ricercatori, Robin Parisotto e Michael Ashenden: il primo è l’australiano che ha indagato sull’Epo e il secondo, sempre australiano, è stato fra i testimoni contro il ciclista Lance Armstrong. «Francamente non abbiamo mai visto una quantità del genere di esami del sangue così anormali, 21 degli sportivi testati rischiano l’attacco cardiaco». Roba da azzerare Olimpiadi e Campionati del mondo, per la precisione i sei Mondiali da Edmonton a Daegu e le tre Olimpiadi di Atene, Pechino, Londra. Un atleta su sette registra analisi che fanno prefigurare «un’altissima probabilità di assunzione di doping o di forte anomalie» (parole dei due medici), probabilmente dovute a trasfusioni e a Epo. Ottocento campioni di 94 Paesi nella rete della disonestà sportiva. L’atletica sulla graticola.

Settantasei medagliati o plurimedagliati grazie agli «aiuti» esterni: 55 ori, fra Giochi e Mondiali, 47 argenti, poi i bronzi. Il record di analisi olimpiche sospette a Pechino (19 ori), poi Atene (16 ori) e Londra (10). C’è pure una classifica speciale: quella delle nazioni più chiacchierate. In testa la Russia con il 30 per cento dei casi (l’80% delle sue medaglie), poi Ucraina, Turchia, Grecia, Marocco. Il Brasile è al 12%, la Giamaica al 9%. L’Italia è a metà, con il 6%, assieme a Germania e Belgio, prima di Usa, Cina, Francia, Giappone (5%), Gran Bretagna, Sudafrica e Svizzera si fermano al 4%, l’Australia è al 3%.

La graduatoria della vergogna che ha movimentato i lavori dei signori del Cio a Kuala Lumpur e ha suggerito a Craig Reedie, presidente della Wada (l’agenzia internazionale antidoping) una dichiarazione: «Queste sono accuse selvagge, dovremo indagare per fare luce sulla verità». Basta che si rivolga ai due medici, Parisotto e Ashenden, che già collaborano con la Wada. Niente nomi per non violare la privacy ma due esclusioni eccellenti dai file del doping: risultano puliti sia Usain Bolt sia il mezzofondista britannico Mo Farah. Le medaglie indiziate sono nei 1.500 metri (29 podi), la 20 chilometri di marcia (28), gli 800 metri (16), i 5 e 10 mila (15 e 15) come i 3.000 siepi, la marcia di 50 chilometri ne ha 13, chiudono heptathlon e decathlon (9) e maratona (6). Le «gare sporche», le ha definite il Sunday Times.

La Federazione internazionale di atletica ha provato a bloccare lo scoop. Fino a venerdì sera ha schierato avvocati e minacciato ricorsi in tribunale. Ma c’era poco da opporsi. E allora alla Iaaf non è rimasta che riservarsi «il diritto di intraprendere qualsiasi azione legale per proteggere la Federazione e i suoi atleti». Forse la cosa migliore sarebbe aumentare il budget per i controlli antidoping: oggi, 4 milioni di dollari all’anno, dato della stessa Iaaf. Che è la miseria del 5 per cento dei suoi ricavi.

Qui sotto il documentario completo in tedesco, dell’emittente Ard-tv, ma con la possibilità di attivare sottotitoli in italiano.


(Fonte: Corriere della Sera del 3 agosto 2015)

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Il doping in mano alle Mafie. Un giro d’affari di 50 miliardi l’anno

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Dietro la filiera dei farmaci contraffatti c’è la criminalità perché i ricavi sono enormi. Un euro investito su uno stupefacente rende 16 volte, sui farmaci 2500. Il giro d’affari accertato è di 50 miliardi l’anno. Il doping è reato penale che nuove gravemente alla salute, è il lato oscuro dello sport. Da Il Messaggero.

Dai palazzi del potere ai campi di calcio. Passando per le pista in terra battuta. I tentacoli della mafia non affondano solo nel cuore delle istituzioni, ma spalancano anche gli armadietti dei farmaci vietati che gonfiano le gambe degli atleti e smuovono un volume d’affari da capogiro. Il grido d’allarme arriva direttamente dal generale dei Carabinieri e comandante dei Nas, Cosimo Piccinno, intervenuto ieri al convegno Coni ‘Lotta al doping, peculiarità normative e strategie di contratti: aspetti giuridici e operativi: «Ci preoccupa il dato in crescita legato ai medicinali illegali contraffatti, anche attraverso la vendita on-line. Dietro la filiera dei farmaci contraffatti c’è la criminalità perché i ricavi sono enormi. Un euro investito su uno stupefacente rende 16 volte, sui farmaci 2500. Il giro d’affari accertato è di 50 miliardi l’anno». Niente più incontri in zone isolate con la paura di essere colti in flagrante: oggi, a fare da raccordo tra chi vuole comprare un farmaco e chi lo vende, sono gli angoli buii del web, difficili da scovare. «È nata la figura del cyber pusher», ha detto il generale di divisione Piccinno, che ha anche parlato espressamente di «mafia, n’drangheta, mafia giapponese, cinese, russa”. Le farmacie online sono “circa 40mila – ha spiegato il militare – l’acquisto di farmaci è anonimo, facile, e i prezzi economici, abbattuti anche del 60%-70%. Non c’è supervisione e c’è un elevato rischio contraffazione». Importante da questo punto di vista la politica dei controlli: «Oggi la pianificazione avviene con scelta mirata, dal gennaio 2013 grazie all’attività di militari qualificati con master “ispettore investigativo antidoping”. Questi i dati: 4397 denunciati, 612 arrestati, oltre 2 milioni e mezzo di fiale sequestrate. Con indicazione dei NAS la percentuale di positivi sale da 2% a circa il 13%».

LE ISTITUZIONI. La lotta al doping è un argomento che sta molto a cuore al Presidente del Coni, Malagò che da quando è stato eletto si è sempre esposto in prima linea: «L’argomento lo sto aggredendo, nessuno lo ha fatto come l’ho sto facendo io, anche nelle scuole e nelle università». Ma il mondo dello sport per lottare in modo efficace ha bisogno di un aiuto esterno ribadisce il numero uno dello sport italiano: «Io penso che nel mondo dello sport, tante leggi dello stato dovrebbero cambiare perché sono anacronistiche e forse anche sbagliate, una ad esempio quella del professionismo. In attesa che questo un giorno si possa avverare, io penso che la parola integrazione (l’obiettivo del Coni è di integrare il sistema antidoping italiano con nuove professionalità, ndr) vuol dire molto, non è abbastanza ma ci saranno novità salienti in questo senso».

I NUMERI.  Basta scrivere comprare anabolizzanti su un qualsiasi motore di ricerca che immediatamente spuntano 80 mila risultati in italiano. Ciclismo, atletica, calcio, tennis il fenomeno del doping arriva ovunque e non si persegue solo il campione affermato ma anche il soggetto che va nelle palestre, per dare un messaggio diverso. Dal 1° luglio 2013 al 30 giugno 2014 sono stati disposti 116 deferimenti, negli ultimi 5 mesi ben 103. Numeri che vengono snocciolati dal Procuratore Capo della Procura Antidoping del CONI e Vice Procuratore Generale della Corte dei Conti, Tammaro Maiello che poi ha spiegato come siano state valorizzate anche le tecniche di audizione: «Prima l’atleta veniva e raccontava la sua versione. Oggi vengono preparate domande circostanziate, sulla base della lettura approfondita degli atti. In questo ambito abbiamo utilizzato anche l’uso del questionario con persone all’estero». Proprio come è avvenuto recentemente negli interrogatori di Alex Schwazer e Carolina Kostner. Un’idea arriva direttamente da un ex atleta come Massimiliano Rosolino: «Bisognerebbe fare l’antidoping subito dopo la gara, rinviando al giorno successivo la premiazione».

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I nuovi schiavi, costretti a doparsi per lavorare

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Un esercito silenzioso di uomini piegati nei campi a lavorare a volte tutti i giorni senza pause. Raccolta manuale di ortaggi, semina e piantumazione per 12 ore al giorno filate sotto il sole, chiamano padrone il datore di lavoro, subiscono vessazioni e violenze di ogni tipo. Quattro euro l’ora nel migliore dei casi, con pagamenti che ritardano mesi, e a volte mai erogati, violenze e percosse, incidenti sul lavoro mai denunciati e “allontanamenti” facili per chi tenta di reagire.

Persone che per sopravvivere ai ritmi massacranti e aumentare la produzione dei “padroni” italiani sono letteralmente costretti a doparsi con sostanze stupefacenti e antidolorifici che inibiscono la sensazione di fatica e stanchezza. Una forma di doping vissuto con vergogna e praticato di nascosto perché l’assunzione di sostanze di qualunque tipo (dalle sigarette a qualunque sostanza stupefacente o dopante) è severamente proibita dalla religione sikh e dunque condannata senza remore. Eppure per alcuni lavoratori sikh si tratta dell’unico modo per sopravvivere ai ritmi di lavoro imposti, insostenibili senza quelle sostanze.

È la drammatica condizione che vivono molti uomini della comunità Sikh dell’agro pontino, alle porte della Capitale. Ai margini delle strade che circondano il Parco Nazionale del Circeo, luogo di incontro di ecosistemi, biodiversità, storia, leggende e di villeggiatura della “Roma bene”, della politica e dell’imprenditoria, migliaia di “nuovi schiavi” vedono scorrere la loro vita praticando un lavoro faticoso, disumano, inimmaginabile per una società che si definisce civile e un Paese democratico. In un’area dove la presenza delle mafie è radicata anche nel mondo agricolo e imprenditoriale, che vede spesso dominare il lucroso business delle ecomafie, favorito da intimidazioni a istituzioni, imprenditori, forze dell’ordine e a magistrati, si consolida con metodi antichi e violenti la nuova schiavitù: esseri umani umiliati, sfruttati, non pagati e costretti a doparsi per accrescere i profitti del padrone.

Una comunità che per cultura, religione e indole risulta accogliente, pacifica e dedita al lavoro, che subisce in silenzio lo sfruttamento cui è sottoposta, che auspica l’intervento delle Istituzioni per fermare un sistema che implicitamente, e a volte esplicitamente, impone sostanze dopanti ai suoi nuovi schiavi, con danni alla salute, alla dignità personale, all’identità e integrità dell’intera comunità. Una nuova forma di riduzione in schiavitù intercettata da In Migrazione intervistando i braccianti indiani nella zona agricola in provincia di Latina: l’assunzione di sostanze dopanti per non sentire la fatica e il dolore, per sopportare meglio la malattia, per osservare i ritmi imposti dal padrone e riuscire a sopravvivere.

Quella dell’agro pontino è la seconda comunità sikh d’Italia per dimensioni e rilievo. La richiesta di forza-lavoro non qualificata e facilmente reperibile da impiegare come braccianti nella coltivazione delle campagne ha incentivato la migrazione e convinto molti sikh a stabilizzarsi nelle provincia di Latina. Secondo le stime della CGIL la comunità arriva a contare ufficialmente circa 12.000 persone, sebbene sia immaginabile un numero complessivo intorno alle 30.000 presenze. In Migrazione si è occupata in passato delle condizioni di lavoro dei braccianti agricoli di origine punjabi nell’agro pontino con il dossier Punjab, fotografia delle quotidiane difficoltà di una comunità migrante invisibile”. Un’indagine che già ne aveva messo in luce le condizioni degradanti, portando a conoscenza episodi di violenza e sfruttamento attraverso le testimonianze dirette dei braccianti indiani. Un lavoro, quello della raccolta delle testimonianze, mai terminato.

Svegliarsi quando ancora il sole non è sorto e andare a piedi o in bicicletta nei campi. Restare piegati fino a sera per raccogliere ortaggi, caricare cassette, preparare il terreno per la piantumazione, senza pause, senza alcuna precauzione per le sostanze chimiche usate in agricoltura, spesso nell’illegalità, comunque sfruttati e ridotti a volte al silenzio. Un lavoro usurante fatto anche sette giorni su sette sotto il sole cocente come sotto la pioggia. Una routine dello sfruttamento continua che genera frustrazione, prepotenze e un lucroso business in mano a spregiudicati sfruttatori e a volte anche a neoschiavisti e mafiosi. La sera la schiena, il collo e le mani che fanno male, gli occhi arrossati dal sudore, dalla terra e in alcuni periodi dell’anno anche da pesticidi usati senza le dovute precauzioni e cautele; eppure non ci si può fermare.

Nonostante il tempo che passa, per molti lavoratori indiani si resta costretti dalle contingenze sociali e da una legislazione che non agevola l’emersione né la denuncia, a condurre ancora la medesima vita di sfruttamento e prepotenze subite, consapevoli del fatto che non si può perdere il lavoro né il misero salario comunque indispensabile per sopravvivere, pagare l’affitto e inviare le rimesse necessarie alla famiglia ancora in Punjab. Intanto il padrone chiede di lavorare sempre più ore, con sempre maggiore intensità. La soluzione che alcuni hanno trovato per sopportare le fatiche quotidiane consiste nell’assunzione di alcune sostanze dopanti e antidolorifiche necessarie per non sentire il dolore e andare avanti. Non si tratta di droghe per il gusto dello “sballo”, per divertirsi o provare un’esperienza inebriante: si tratta di lavoratori costretti a doparsi per reggere un carico di lavoro che non può diminuire e che è totalmente immerso in un sistema di vessazioni continue e a volte spietate.

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Lance Armstrong il Superman della provetta

Lance Armstrong radiato dall’Unione ciclistica internazionale. Il superman dello sport mondiale come ha detto il presidente dell’Uci, Pat McQuaid, “non ha più posto nel ciclismo”. La radiazione della Usada comporta la revoca dei titoli conquistati. Tutti i risultati competitivi conseguiti da Armstrong nel ciclismo dal 1 agosto 1998 fino al 2011, ultimo anno di attività di Lance, sono stati revocati, tra questi, ovviamente, le sette vittorie al Tour de France. Cancellato. Da icona dello sport a Superman della provetta. Dalle stelle alle stalle. Provocatoriamente ci si chiede, visto che non si riesce a combattere il doping, non conviene legalizzarlo? Claudio Colombo e Danilo Taino sulle pagine dell’inserto del Corriere, La lettura, analizzano sapientemente questa provocazione.

Ciclico come un raffreddore invernale, il refrain sul doping (combatterlo o liberalizzarlo?) spunta implacabile quando un «caso» più o meno eclatante accende l’interesse degli addetti ai lavori e dell’opinione pubblica. La storia di Lance Armstrong è tra questi: devastante come lo fu quello di Ben Johnson nel 1988, scontato nelle sue ripercussioni dialettiche. Che fare, dunque? Ci sono più motivi per sostenere che il doping vada combattuto, arginato e se possibile estirpato, pur nella premessa doverosa che le forze contrarie hanno avuto finora partita vinta e, essendosi fatte sistema, riescono sempre a conservare un sensibile vantaggio su chi si sta impegnando per contrastare questa piaga. Non si tratta di dividere il mondo tra buoni o cattivi, ma di considerare, oggettivamente, le conseguenze negative di queste pratiche a livello personale e sociale. È fuori strada, per esempio, chi sottolinea le contraddizioni della letteratura medica sui danni prodotti dal doping sulla salute degli atleti. Ci sono numerosi studi, a cominciare da quelli avviati nei primi anni ottanta alla Ucla-Los Angeles dal professor Don Catlin, che testimoniano gli effetti collaterali all’utilizzo di steroidi anabolizzanti, sostanze usate nelle discipline di forza (anche esplosiva, come nel caso degli sprint nell’atletica leggera), e particolarmente diffuse a partire dagli anni Settanta. Troppo facile ricordare le impressionanti trasformazioni fisiche subite da atleti e atlete dell’Est europeo bombardati da prodotti proibiti. Più suggestivo invitare alla lettura delle analisi di Catlin sulla roid-rage, la rabbia da steroidi, un mutamento netto della personalità registrato, per esempio, in centinaia di casi di giocatori di football americano. E se passiamo al doping ematico (evoluzione dell’emotrasfusione praticata negli anni 80), le conseguenze sono ancor più sconvolgenti, come suggeriscono i numerosi protocolli che, cominciati una decina di anni fa, stanno per essere completati e indicano un aumento del rischio di infarto e ictus in coloro che ne hanno fatto uso massiccio. Non c’è ragione per liberalizzare il doping. E non è vero che lo sport-spettacolo di oggi, condizionato da tv e sponsor, non possa farne a meno, come si sostiene da più parti. È davvero importante che una gara ciclistica si corra sul filo dei cinquanta all’ora di media? È davvero indispensabile che Usain Bolt batta il record dei 100 metri ogni volta che corre? Crediamo, al contrario, che proprio la folle escalation del doping abbia contribuito a imbarbarire la cultura dello sport, a trasformare l’idea primigenia di confronto tra uomini in una sfida sempre più esasperata ai limiti umani, pessimo messaggio per le giovani generazioni che si avvicinano alle competizioni. Non desta stupore, quindi, che il 35% degli atleti italiani tra i 14 e i 17 anni dichiari di essere disponibile a ricorrere a un «aiutino», se avesse la certezza del risultato. È la cultura del doping, agghiacciante e pericolosa: se così fan tutti, perché io no? Ed è terribile pensare che questa cultura permei anche il mondo paralimpico con la deriva del boosting, l’autoproduzione di microfratture e tagli che, aumentando la pressione sanguigna in soggetti para e tetraplegici, portano a un maggior afflusso di ossigeno ai tessuti, migliorando la performance sportiva. È questo ciò che vogliamo regolamentare o, peggio, liberalizzare? Non secondario è anche l’aspetto economico: doparsi significa spendere molto denaro. I prodotti sono sempre più costosi (è un mercato parallelo con regole e tariffe proprie), così come costa molto dotarsi di strutture mediche deviate, che studiano come doparsi e come sfuggire ai controlli. Lance Armstrong pagò più di un milione di dollari al suo medico-stregone (un buon «investimento»: ne guadagnava 12 a stagione), ma il fenomeno ha proporzioni ben più vaste. Solo in Italia, per esempio, il giro d’affari — al quale non è estranea la criminalità organizzata — ammonterebbe a 800 milioni di euro l’anno. Il doping non è soltanto dannoso per la salute, ma anche discriminatorio e antidemocratico: favorisce un’élite e fa a pezzi il principio di uguaglianza che vorrebbe tutti gli atleti sullo stesso piano. Questo principio va ristabilito. Soltanto un’utopia? No, se accanto a forme di controllo e politiche repressive ci sarà la consapevolezza culturale di un nuovo progetto di crescita sportiva. Il superuomo, in questo mondo, non esiste. E, se esiste, è soltanto una persona malata.

Legalizzare il doping

Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, lo sport moderno era — o si pretendeva che fosse — inteso come affare di gentlemen. Così, in fondo, l’intendevano gli aristocratici inglesi che lo inventarono: vinca il migliore e festeggiamo insieme quando ha tagliato il traguardo. Non che modi per migliorare le performance non ci fossero: dalla coca degli Inca ai funghi dei guerrieri nordici, gli uomini hanno sempre cercato di incrementare le proprie prestazioni fisiche con le sostanze più diverse. Il problema si pose una cinquantina d’anni fa, quando lo sport iniziò a diventare un’attività di rilievo sempre crescente e quando si capì che l’uso della chimica stava diffondendosi nelle competizioni. Nel 1959 scoppiò una grande polemica, che pose il tema all’attenzione del mondo quando due scienziati dell’Università di Harvard dimostrarono che l’uso di anfetamine migliorava i risultati dei nuotatori sulle brevi distanze: non di moltissimo, ma quanto bastava a fare la differenza tra il vincere e il perdere. Così, nel 1964, il Comitato olimpico internazionale mise al bando l’uso di farmaci e iniziò a effettuare controlli sugli atleti. È a quel punto che inizia la battaglia tra un pezzo di scienza al servizio degli atleti che intendono violare le regole e un altro pezzo di scienza al servizio delle autorità che cercano di scoprirli e di prevenirli. Da allora le cose sono andate così: prima l’etanolo che abbassa la frequenza delle pulsazioni cardiache, scoperto in poco tempo; poi le anfetamine: rintracciate con i test; gli steroidi che hanno l’effetto del testosterone e di altri ormoni: individuati; il testosterone naturale, non più chimico: scoperto l’imbroglio, dopo anni, nel 1984; i diuretici: trovati e banditi; l’ormai mitica Epo degli anni Novanta e nuove forme successive di Epo per produrre più globuli rossi: rintracciate; le trasfusioni di sangue e poi di sangue proprio (congelato in precedenza) per non essere scoperti: smascherate anche queste; infine (ma non finirà mai) la manipolazione genetica attraverso virus. Tutto questo per dire che nello sport di oggi la ricerca della performance con ogni mezzo non si ferma e non si fermerà. Combatterla è legittimo, ma soprattutto per salvarsi la coscienza: il doping nello sport non verrà eliminato, come non lo è stato finora, dalle campagne moralizzatrici e nemmeno dai test scientifici più avanzati. «Ultimamente tutti i ciclisti che ho interrogato hanno detto che tutti si dopano», disse nel 2010 il capo della Procura antidoping del Coni, Ettore Torri, mentre sosteneva che il fenomeno non verrà «estirpato» e proponeva la sua legalizzazione. In effetti, l’uso di farmaci che migliorano le prestazioni atletiche andrebbe consentito. Chi lo rifiuta, di solito lo fa sulla base di tre argomentazioni: fa male agli atleti; dà un vantaggio illegittimo a chi lo usa rispetto a chi non lo tocca; rovina il valore sociale dello sport. La prima critica è poco consistente: è evidente che, se fosse legittimata, la scienza sarebbe in grado di produrre sostanze ancora migliori e meno dannose per l’organismo di quelle che produce oggi nella clandestinità. Si tratterebbe di vietare i farmaci che fanno indiscutibilmente male, missione certo più facile per chi controlla, ma non certo per esempio l’Epo, non più pericolosa di un intervento a gamba tesa in una gara di calcio. E semmai stabilire un limite di età rigido per l’uso di qualsiasi farmaco. Di certo, sarebbe molto più facile e sicuro effettuare trattamenti e dosaggi corretti in un ambiente aperto che non nei bagni di un albergo. Secondo, sostenere che il doping falsifichi la lealtà della competizione è vero, ma è vero proprio nella situazione attuale di divieto, dove chi ha più mezzi, più denaro, ha accesso ai farmaci migliori, meno pericolosi e meno rintracciabili ai controlli. I più poveri guardano. È il divieto a creare la disparità. Un mercato aperto e livellato, invece, offrirebbe opportunità simili a tutti. E probabilmente creerebbe concorrenza nella ricerca farmaceutica, con costi più bassi e vantaggi per la qualità. Infine, sport e società. Ma è proprio perché lo sport è il riflesso della società in cui si svolge — come quello dei gentlemen lo era all’apice dell’impero britannico — che non ci si può illudere di isolarlo dalle scoperte scientifiche e — piaccia o no — dalla domanda di spettacolo. La perfezione forse sarebbe tutti a bistecca e pastasciutta. Ma sappiamo che non sarà mai più così. Meglio cercare il second best.


Frode sportiva e doping.Lo sport è vita, cultura, passione. È spettacolo, puro divertimento, ma anche business. Viene dunque da chiedersi: com’è mai possibile che proprio lo sport, che per sua natura dovrebbe rappresentare un momento di esaltazione di valori etici e di serena aggregazione sociale, sia invece diventato un fattore criminogeno? La ragione di questa contaminazione è fin troppo evidente e va ricercata negli ormai enormi interessi economici che connotano il mondo dello sport..

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