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Occupazione giovanile, l’Italia fanalino di coda peggio solo la Grecia

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L’Italia si conferma uno dei peggiori paesi per opportunità lavorative rivolte agli under 30, con “uno specifico problema di disoccupazione giovanile, in aggiunta a uno più generale, a causa di condizioni sfavorevoli e debolezze nel mercato del lavoro, e nelle istituzione sociali ed educative”. I dati che emergono dal rapporto sullo stato dell’occupazione dei giovani in Italia dell’Ocse sono sconfortanti.

Nello specifico abbiamo un tasso di occupazione per i giovani tra i 25 e i 29 anni di appena il 52,8%, dal 2007 pre­ci­pi­tata di quasi 12 punti, il secondo peggior dato tra i Paesi Ocse dopo quello della Grecia (48,5%). In generale il nostro Paese è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.

Nella classifica si posizionano, appena sopra il Belpaese, come penultima e terzultima Spagna (58,1%) e Slovacchia (66,9%), mentre il Paese con la maggior percentuale di giovani occupati è l’Olanda (81,7%), seguita da Austria (81,4%) e Giappone (81,2%). Peggio dell’Italia soltanto la Grecia, ma che non è inclusa nelle classifica Ocse. La media dell’area Ocse è di un tasso di occupazione pari al 73,7%.

Per quanto riguarda la quota dei lavori temporanei sul totale, considerando la fascia d’età tra i 16 e 29 anni, l’Italia si colloca al di sopra della media dell’area (38,4%) con un tasso del 52,5%, meglio tuttavia del 52,9% della Germania.

Mentre i giovani Neet, ossia non occupati né iscritti a scuola o in apprendistato, sono il 26,09% degli under 30, quarto dato più elevato tra i Paesi Ocse. All’inizio della crisi, nel 2008, erano il 19,15%, quasi 7 punti percentuali in meno. Nell’insieme dei Paesi Ocse, i giovani Neet erano oltre 39 milioni a fine 2013, più del doppio rispetto a prima della crisi.

Record sulla dispersione scolastica: i giovani sotto i 25 anni che abbandonano gli studi sono il 17,75%, seguiti dalla sola Spagna. Stiamo parlando di circa 750 mila ragazzi: un esercito. La crisi ha quindi ali­men­tato il senso di rinun­cia e sco­rag­gia­mento, e oggi rac­co­gliamo pes­simi frutti.

L’Italia, infine, è quartultima tra i Paesi Ocse per il tasso di occupazione nella fascia d’età 30-54, sceso dal 74,98% del 2007 al 70,98% del 2013. Continue Reading


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Bambini di carta

bambini-carta

Ho visto bambini dimenticati da tempo su una scrivania,
Schiacciati da un cinico fermacarte di nome burocrazia.
Li ho visti fermi e soli cadere in strada uno ad uno
E disperdersi nel vento di inerzia di un qualcuno
Che firmava, senza firma, la loro misera condanna
Umiliando chi da anni sol per essi si affanna
A trasformarli in aerei per volare via leggeri
Dagli spazi sporchi e stretti e dai vicoli più neri.
Garritani M.

Versi scritti da uno degli educatori dell’Associazione Quartieri Spagnoli, impegnata da vent’anni sul fronte della prevenzione alla dispersione scolastica, rendono bene la frustrazione di chi rischia di vedere vanificato tutto il suo lavoro.

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La scuola è finita! Sei idee per rilanciarla

scuola

Così com’è la scuola non funziona, almeno non come potrebbe e dovrebbe. Una scuola nella quale entrare in ruolo è un terno al lotto, tra graduatorie, punteggi, certificazioni vere e false, corsi abilitanti seri e improvvisati, ricorsi al Tar, immancabili sanatorie, ineffabili provvedimenti ope legis. Una scuola dove si è sballottati da una sede a un’altra, dove è riservato lo stesso trattamento a chi lavora duro e con passione e a chi ha la testa altrove, dove si guadagna tutti una miseria. Dove la carta igienica e quella per le fotocopie le portano i genitori. Quello italiano è un sistema di istruzione che soffre di un deficit di qualità e di equità, perché studiare a Caltanissetta non offre purtroppo le stesse opportunità che a Trento. Nel quale esiste una forte disparità di valutazione: come spiegare altrimenti che a Milano solo un maturando su 381 è valutato meritevole di lode, e a Crotone uno ogni 35?

Alla vigilia dell’apertura del nuovo anno scolastico e mentre si torna a confrontarsi, anche per iniziativa del ministro dell’istruzione Carrozza, sulla scuola dei prossimi anni, Tuttoscuola propone il dossier “Sei idee per rilanciare la scuola e contribuire alla crescita del paese”, che offre un contributo di idee e di proposte, com’è sua tradizione, per ricostruire la scuola. Sei sentieri da battere per dare un nuovo volto alla scuola, per farla percepire come un soggetto vitale nel corpo della società.

Una scuola più aperta alla società, anzi sempre aperta (eccetto ad agosto), con più servizi a favore delle famiglie. Aperta di pomeriggio, con corsi di lingua, musica, teatro, sportivi, etc; e aperta fino a fine luglio per accogliere campi estivi, magari tenuti da cooperative sociali di studenti delle superiori o da giovani in attesa di occupazione. Docenti che organizzano rigorosi corsi di recupero estivi, che evitino alle famiglie costose ripetizioni private, contribuendo alla battaglia contro la dispersione scolastica (un giovane su 5 non va oltre la licenza media) e le troppe bocciature (185 mila solo nei primi due anni delle superiori, vale a dire circa un bocciato ogni 6 alunni), favorendo un notevole risparmio sociale. Una scuola con più autonomia, che possa scegliere i propri professori, che sia capace di valorizzarne la professionalità, che venga slegata da tutte le pastoie burocratiche di un centralismo ancora molto radicato. Ma una scuola capace anche di rendere conto dei propri successi e dei propri risultati, con maggiori controlli e più rendicontazione pubblica.

  1. OTTIMIZZARE LE RISORSE. La scuola dispone di un grande (e sottovalutato) “capitale investito”, rappresentato da oltre 40 mila edifici con relative dotazioni e da un organico di un milione di persone, nella maggior parte dei casi altamente qualificate. Ma lo utilizza male, al 50 per cento o poco più del potenziale. Basti pensare che gli orari di funzionamento delle scuole sono gli stessi di sessant’anni fa, mentre la società è profondamente cambiata. Le famiglie oggi spendono moltissime energie e risorse in attività formative extra-scolastiche, di cui la scuola si potrebbe occupare sfruttando il suo potenziale inutilizzato. Più servizi per le famiglie comporterebbero più entrate per le scuole (le risorse che ora le famiglie versano ad altri soggetti, e reindirizzerebbero verso la scuola) e più forza lavoro, accelerando così la risoluzione del problema dei precari. Attività e servizi aggiuntivi si potrebbero svolgere ampliando il calendario scolastico per così dire orizzontalmente, cioè tenendo aperte le scuole quando normalmente sono chiuse (con gli insegnanti che farebbero le ferie come tutti ad agosto), e verticalmente, cioè allungando gli orari di funzionamento (ma non gli orari di lezione curricolare).
  2. ABBATTERE LA DISPERSIONE. Tuttoscuola propone di ridurre drasticamente le bocciature attraverso piani di studio più flessibili e personalizzati, criteri di valutazione che tengano conto dei passi avanti rispetto alla situazione familiare e sociale di provenienza, e abbinando le residue bocciature a corsi di recupero obbligatori e a sistemi di incentivi e disincentivi. I risparmi per le minori bocciature (minori posti di organico) andrebbero reinvestiti in azioni mirate di recupero e rinforzo, con delle task force di docenti specializzati (e più remunerati) da impiegare nelle aree più emarginate.
  3. VALORIZZARE GLI INSEGNANTI. Va superata la concezione della carriera dei docenti legata solo all’anzianità di servizio. Come? Ricorrendo a un sistema di crediti formativi e professionali. L’avanzamento di carriera dovrebbe essere in alcuni passaggi cruciali subordinato o al superamento di specifiche prove di idoneità tra chi ha maturato i crediti, oppure a una decisione motivata del Consiglio di istituto. E andrebbe reso obbligatorio (e finanziato da parte dello Stato) l’aggiornamento dei docenti, che negli anni si è trasformato da dovere in semplice diritto.
  4. UNA VERA AUTONOMIA PER LE SCUOLE, MA MAGGIORI CONTROLLI. Una nuova governance per la scuola, che goda di una vera autonomia, senza distinzioni per statali e paritarie, ma che sia poi in grado di rendere conto alle famiglie e alla società del proprio operato, attraverso l’introduzione, come accade in tutto il mondo, di  una rigorosa valutazione dei risultati secondo criteri di accountability. Va costruito un sistema di valutazione del tutto indipendente, non sottoposto alla vigilanza del Miur. Lo statuto dell’Invalsi, che andrebbe dotato di risorse economiche e umane adeguate, dovrebbe essere ricalcato su quello dell’Istat. Infine, dovrebbe parallelamente essere rafforzato il servizio ispettivo. Oggi è previsto un organico di 300 ispettori, ma sono in servizio meno di 100 titolari, più alcune decine di incaricati. A questa task force è richiesto oggi un compito improbo: controllare quasi 25 mila istituzioni scolastiche, di cui 8.500 statali e oltre 15 mila non statali, tra paritarie e non. Pertanto ogni “ispettore” attualmente in servizio deve seguire in media 200 scuole. In Inghilterra c’è un ispettore ogni 13 scuole, in Francia uno ogni 22 scuole. Servirebbero almeno mille ispettori in più, calcola Tuttoscuola.
  5. ELIMINARE GLI SPRECHI. Occorre una scuola in grado di individuare le diseconomie e gli sprechi, ancora numerosi, per esempio mettendo finalmente uno stop alle “microscuole”, quelle con meno di 50 alunni, che costano solo in termini di personale il doppio delle altre (fino a 8.000 euro per alunno contro i 3.500 di una scuola standard con 100 alunni): ce ne sono molte migliaia. Ovviamente vanno salvaguardate quelle in montagna e nelle piccole isole. Per dare un’idea del possibile risparmio, se gli enti territoriali ne chiudessero, limitandosi ai casi più gestibili, una su 10 si risparmierebbero oltre 100 milioni di euro l’anno.
  6. DIGITALIZZARE LA SCUOLA (PER TUTTI). Una scuola finalmente moderna, una scuola 2.0 come si dice ora, con strumenti e attrezzature informatiche adeguate, con wi-fi e banda larga per l’e-learning, cloud per la didattica, lim ed e-book e nuovi setting di apprendimento. Ad oggi le scuole completamente digitalizzate dal ministero dell’istruzione sono appena 14 su quasi 9 mila.
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