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Economia mondiale: Una buona e una cattiva notizia

pil

Per quanto riguarda lo stato di salute dell’economia mondiale ci sono una buona e una cattiva notizia. La buona è che, stando agli economisti del Credit Suisse, quest’anno il PIL mondiale registrerà una crescita del 3,3%, facendo segnare un progresso rispetto al 2,9% del 2013. La cattiva è che, nonostante il miglioramento, il dato si aggira intorno alla media degli ultimi 40 anni, che è stata del 3,4%. Poiché tecnicamente siamo in fase di ripresa, la crescita non superiore alla media indica un PIL potenziale più basso che in periodi analoghi.

Secondo Neal Soss, Vice Chairman of Global Fixed Income and Economics Research del Credit Suisse, non è raro che una grave crisi finanziaria sia seguita da fasi di debole crescita dovuta al taglio della spesa da parte di governi, aziende, istituti finanziari e consumatori. Il pericolo è rappresentato dall’eccessivo protrarsi di questa fase. In tal caso, la mediocrità della crescita può cominciare a sembrare più duratura e le imprese sono meno motivate a investire sulla prospettiva di espansione. Inoltre, le competenze dei disoccupati di lungo periodo rischiano di atrofizzarsi fino a compromettere il loro reinserimento nel mondo del lavoro. “Lo svantaggio di una situazione del genere – qualora la crescita si confermasse debole – non è solo il rallentamento congiunturale in sé, ma anche la riduzione del potenziale dell’economia,” afferma.

Senza più stimoli fiscali né monetari in vista, gli economisti temono che i leader mondiali corrano proprio questo rischio. “La maggior parte dei paesi è insofferente agli stimoli fiscali dichiarati e all’effetto leva dei bilanci pubblici,” scrivono gli analisti del comparto obbligazionario del Credit Suisse nell’ultima ricerca economica trimestrale condotta su scala internazionale. Per varare i diversi piani di salvataggio l’Unione europea ha imposto drastiche misure di rigore a Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda. Negli ultimi quattro anni l’aumento delle tasse e i tagli alla spesa hanno ridotto il disavanzo pubblico statunitense dal 10% del PIL (1400 miliardi di dollari USA) nel 2009 a un 3% stimato (514 miliardi di dollari USA) quest’anno. In Giappone l’aumento dell’imposta al consumo dal 5 all’8% non è stato accompagnato da uno stimolo monetario, a dimostrazione della volontà politica di ridurre tanto il deficit quanto il debito pubblico, che è il doppio del PIL. Nel frattempo, le autorità cinesi cercano di contenere la spesa degli enti locali, mentre a febbraio il Brasile ha promesso tagli per 18,5 miliardi di dollari USA per rispettare l’obiettivo di avanzo di bilancio dell’1,9 per cento. Anche il ricorso a un ulteriore stimolo monetario appare improbabile. La maggior parte delle banche centrali continua a perseguire una politica espansiva, ma la Federal Reserve riduce costantemente gli interventi di allentamento quantitativo e sia la Banca del Giappone che la Banca centrale europea hanno deluso chi aveva scommesso su un’ulteriore riduzione dei tassi nel primo trimestre.

Nella speranza di aumentare il potenziale economico nel giro di cinque anni o più, diversi paesi hanno varato riforme strutturali che a breve termine rischiano di essere ancora più dolorose. Gli sforzi della Cina di riequilibrare l’economia verso i consumi interni, ad esempio, finiranno per creare un modello di crescita più sostenibile che non dipenderà più dai finanziamenti erogati da un sistema bancario ombra collaterale ad amministratori locali imprudenti. Anche l’offensiva sferrata di recente contro la corruzione dei funzionari pubblici è un passo nella giusta direzione. Tuttavia, queste due misure hanno contribuito a rallentare la crescita del PIL che è addirittura inferiore al 7,5 stimato dal governo. Intanto, la Reserve Bank of India mira a ridurre al 4% entro due anni l’inflazione che dal 2005 si attesta su una media dell’8,4%. Secondo gli economisti del Credit Suisse, le politiche “estremamente rigorose” necessarie per conseguire questo obiettivo ridimensioneranno senz’altro la crescita.

Se non sembra probabile che la politica faccia ripartire l’economia mondiale, un aumento della spesa aziendale potrebbe riuscirci. Ci sono senz’altro tutti i presupposti. Alla fine del quarto trimestre 2013, le aziende statunitensi hanno realizzato utili dopo imposte record pari a 1900 miliardi di dollari USA, facendo registrare un incremento del 35% rispetto al picco precedente di 1410 miliardi di dollari USA raggiunto nel 2006. Nel terzo trimestre 2013 i flussi di cassa netti delle imprese hanno toccato un record assoluto (2280 miliardi di dollari USA). Eppure, negli Stati Uniti, i 458,6 miliardi di dollari USA di investimenti aziendali netti effettuati nel settore privato nel quarto trimestre 2013 erano sempre meno che nel 2007. “A mio avviso, dopo la crisi che abbiamo attraversato, per ripristinare il clima di fiducia ci vuole semplicemente tempo”, sostiene Soss. “Ma, a quanto pare, manca ancora quel qualcosa capace di infondere ottimismo negli imprenditori in una prospettiva di medio e lungo termine e indurli a immettere liquidità nel sistema dando impulso all’attività economica.”

Forse questo qualcosa è una piacevole sorpresa del tutto inaspettata o ancora qualche mese di dati economici incoraggianti: quanto basta per dimostrare la sostenibilità della ripresa, anche se più lenta e meno vigorosa di quanto ci fossimo augurati.

The Financialist 


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Siamo un popolo di ignoranti

analfabetismo funzionale in Italia

Le competenze alfabetiche (literacy) degli adulti italiani risultano ben al di sotto della media dei paesi Ocse. Siamo ultimi, dopo Giappone, Stati Uniti, Australia, Germania e anche dopo Cipro e Irlanda. Si tratta di competenze fondamentali per la crescita individuale, la partecipazione economica e l’inclusione sociale.  Al tempo stesso emerge una positiva tendenza al miglioramento dei livelli di competenza del segmento femminile.

E’ quanto emerge dall’indagine ISFOL-PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), svolta nel periodo 2011-2012,  al fine di analizzare il livello di competenze fondamentali della popolazione tra i 16 e i 65 anni. L’indagine, realizzata in 24 paesi, è stata promossa dall’Ocse e realizzata in Italia dall’ISFOL su incarico del Ministero del Lavoro.

Il nostro paese si colloca all’ultimo posto della graduatoria nelle competenze alfabetiche, anche se rispetto alle precedenti indagini Ocse la distanza dagli altri paesi si è ridotta. Inoltre l’Italia risulta penultima nelle competenze matematiche (numeracy), fondamentali per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta.

Punteggi medi nelle competenze alfabetiche (literacy) nelle ripartizioni territoriali in relazione alla media Ocse, Spagna, Francia, Germania

Le competenze analizzate dall’indagine sono espresse in punteggi da 0 a 500.  Nelle competenze alfabetiche il punteggio medio degli adulti italiani è pari a 250, contro una media Ocse di 273. Nelle competenze matematiche la media italiana è pari a 247 rispetto a 269 di quella Ocse.

I punteggi sono riconducibili a 6 diversi livelli di competenze e il livello 3 è considerato il minimo indispensabile per “vivere e lavorare nel XXI secolo”. In riferimento alle competenze alfabetiche il 29,8% degli adulti italiani si colloca al livello 3 o superiore, il 42,3% al livello 2 e il 27,9% non supera il livello 1. Quanto alle competenze matematiche il 28,9% è al livello 3 o superiore, il 39% a livello 2 e il 31,9% al livello 1 o inferiore.

Punteggio medio nelle competenze alfabetiche (LIT) e matematiche (NUM) in Italia e altri paesi Ocse per titolo di studio

Il divario Nord-Sud è stabile per tutti i livelli di istruzione considerati ed è più ampio, in particolare, per i livelli di istruzione universitaria. Rispetto alla media Ocse il deficit del nostro paese è più accentuato per i livelli di istruzione più avanzati.

Il 40% di chi ha seguito un percorso formativo raggiunge o supera il livello 3 nelle competenze alfabetiche, contro il 20% di chi non lo ha fatto.

Per questi ultimi il punteggio medio è pari a 241, a fronte di un punteggio di 268 per chi ha seguito corsi di formazione. A tal riguardo preoccupa il fatto che la partecipazione ad attività di apprendimento formale ed informale per adulti in Italia sia la più bassa tra i paesi Ocse:  il 24% a fronte di una media del 52%.

Abbandonare precocemente gli studi determina un costo in termini di competenze, un investimento mancato per il futuro. Una delle situazioni più preoccupanti rimane quella dei Neet, cioè i giovani di età compresa tra i 16 e i 29 anni che non studiano e non lavorano.

In termini di competenze alfabetiche il punteggio medio è pari a 242, cioè 8 punti sotto la media nazionale. Solo il 5% dei Neet raggiunge il livello 3, contro il 25% dei coetanei che lavorano e il 50% di chi studia.

Tra gli adulti solo un terzo degli occupati raggiunge il livello 3, con significative differenze a livello territoriale.

Percentuale di occupati per livelli di competenze alfabetiche (literacy) e ripartizioni territoriali

Dall’indagine emergono comunque anche una serie di aspetti positivi:

– si riscontra un processo di contenimento dell’analfabetismo. Diminuisce, rispetto alle precedenti indagini internazionali (IALS e ALL), la percentuale di popolazione che si posiziona nei livelli più bassi di competenza (la quota sotto il livello 1 passa dal 14% a circa il 5,5%), mentre è aumentata al contempo la percentuale di popolazione a livello 2 (dal 34,5% al 42,3%);

– si riduce la forbice tra giovani e anziani. Il gap tra la fascia dei 16-24enni e la fascia dei 55-64enni passa, per quanto riguarda le competenze alfabetiche, da 63 punti delle precedenti indagini ai 30 di PIAAC; con un miglioramento delle fasce di età più mature;

– si contrae lo scarto con la media Ocse relativamente alle competenze alfabetiche e si riscontra un miglioramento complessivo rispetto alle altre indagini svolte negli ultimi anni, mentre gran parte degli altri paesi rimane stabile.

I dati mostrano anche una significativa riduzione del divario tra maschi e femmine. Per le donne si rileva, infatti, un recupero di competenze, soprattutto sul versante delle competenze alfabetiche.

Inoltre le disoccupate registrano un punteggio più elevato rispetto ai disoccupati maschi (250 contro 234) e lo stesso avviene per le  competenze matematiche (243 contro 227). Ciò conferma l’esistenza di un significativo capitale femminile che meriterebbe di essere maggiormente valorizzato sul piano professionale.

Continuare a imparare, rimanere attivi, accrescere le proprie capacità sembrano dunque gli strumenti per avvicinarsi a quei paesi europei affini all’Italia per caratteristiche socio culturali ed economiche.

Strumenti sui quali è probabilmente necessario investire per creare benessere e sviluppo individuale e nazionale. Ma quanto è colpa del singolo cittadino e quanto è colpa del sistema di insegnamento ormai vecchio e desueto?

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Siamo a oltre 3 milioni di disoccupati. Meno lavoro per tutti!

Governo Letta disoccupazione

Nel corso del 2013 le condizioni del mercato del lavoro italiano sono peggiorate progressivamente. Nei primi sei mesi del 2013 l’occupazione si è ridotta del 1,8% rispetto al 2012 (-407mila occupati nella media dei primi sei mesi) mentre è aumentato considerevolmente il numero dei disoccupati (+16,4%, pari a +431mila unità). La crisi del mercato del lavoro potrebbe aggravarsi nella seconda metà dell’anno. 

Nei primi sei mesi del 2013 le condizioni del mercato del lavoro sono ulteriormente peggiorate. L’occupazione si è ridotta del -1,8% rispetto al 2012 (-407mila unità) mentre è aumentato considerevolmente il numero dei disoccupati (+16,4%, pari a +431mila unità). A giugno il numero degli occupati (22,5 milioni) ha raggiunto il valore più basso del nuovo secolo. Di questi, calcola l’Istat, 605mila sono sottoccupati part-time, un trend incredibilmente in aumento, tanto che rispetto a un anno prima, il 2011, se ne sono 154mila di più, ossia il 34,1%, e rispetto al 2007 ce ne sono 241mila in più. In cinque anni dunque l’aumento dei sottoccupati part-time è stato del 66,1%.

I disoccupati sono oltre 3 milioni, a fine anno potrebbe raggiungere 3,5 milioni. Per effetto di queste dinamiche il tasso di disoccupazione ha toccato il valore record del 12,1%. La mancanza di lavoro colpisce soprattutto le fasce più deboli: donne e giovani, per i quali i tassi di disoccupazione sono rispettivamente pari al 12,9% e al 39,1%. La crisi dell’occupazione sembra ben lontana dall’esaurirsi. I pochi posti di lavoro vengono creati dalle piccole imprese. Dei 711.178 nuovi occupati totali registrati in questo decennio, il 64,3% ha trovato lavoro nelle piccole aziende con meno di 50 addetti, il 5,8% nelle medie ed il 29,9% nelle grandi.

Nei primi sei mesi del 2013, il numero di ore autorizzate di Cassa Integrazione (457,2 milioni) ha segnato un aumento del 4,6% rispetto al 2012, toccando il livello più alto dal 2009. Se utilizzate per intero, si tradurrebbero nella perdita di circa 332mila posti di lavoro. L’aumento delle ore autorizzate è determinato dai settori delle costruzioni (+13,7%, pari a +7,8 milioni di ore) e dell’industria in senso stretto (+6,4%, pari a +22,3 milioni di ore), che da sola assorbe circa il 67% delle ore autorizzate complessivamente. La crisi occupazionale delle costruzioni e dell’industria si riflette anche nell’artigianato. Nei primi sei mesi dell’anno le ore autorizzate di Cassa Integrazione per il comparto sono state 46,1 milioni con un incremento (+4,1 milioni) di circa il 10% rispetto ai primi sei mesi del 2013.

“Per uscire dalla crisi abbiamo bisogno di aiutare tutto il mondo delle imprese”, dichiara Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA, “anche se in questa fase è alle piccole e micro realtà produttive che va rivolta una particolare attenzione. Quelle con meno di 50 addetti sono l’asse portante della nostra economia: costituiscono il 99,5% del totale delle aziende presenti nel nostro Paese e occupano oltre 11 milioni di addetti. Al netto degli addetti del pubblico impiego e dell’agricoltura, il 67% del totale dei lavoratori italiani presta servizio in una piccola o micro impresa. Stiamo parlando di aziende artigiane/commerciali, di piccole imprese e di attività guidate da liberi professionisti che non chiedono aiuti o prebende, ma una pressione fiscale e un peso della burocrazia in linea con la media europea e la possibilità di accedere con maggiore facilità al credito“.

Il Governo Letta ha pronto l’asso nella manica, la disoccupazione per tutti! Vuole arrivare a 10 milioni di disoccupati entro la fine del suo Governo. Riuscirà nell’impresa?

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Lavoro un 2012 da dimenticare

disoccupazione

Sempre più disoccupati e imprese sul lastrico. Nel 2013 i disoccupati saranno 3 milioni. Tre milioni, circa il 70% del totale, sono anche le aziende che soffrono di problemi di liquidità dovuti al ritardo dei pagamenti. I mancati incassi, per queste imprese, toccano i 40,5 miliardi di euro all’anno.

Cresce a dismisura il numero dei senza lavoro presenti in Italia. Nel 2012, secondo una stima elaborata dall’Ufficio studi della CGIA, il numero medio dei disoccupati è aumentato di 609.500 unità. Nel 2013 l’esercito di coloro che sono alla ricerca di una occupazione  è destinato a salire ulteriormente, per la precisione di altre 246.600 unità. Se per l’anno in corso lo stock dei senza lavoro si attesta attorno ad un dato medio annuo pari a 2.717.500 (che equivale ad un tasso di disoccupazione del 10,6%), l’anno venturo sfiorerà quota 3 milioni (precisamente 2.964.100, con un tasso dell’ 11,5%).

Dati  CGIA di Mestre

Dati CGIA di Mestre

“Una situazione allarmante che sta diventando una vera e propria piaga sociale – afferma il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi –  Purtroppo le condizioni generali della nostra economia sono pessime e questo si riflette negativamente sulla tenuta occupazionale anche delle piccole imprese. Giovani, donne e stranieri sono le categorie più a rischio, senza contare che tra questi ex lavoratori sta aumentando drammaticamente il numero dei disoccupati di lungo periodo”.

Il quadro generale, ricorda la CGIA, è molto pesante: dall’inizio di quest’anno la contrazione dei prestiti bancari erogati alle imprese è stata di 26,7 miliardi di euro (pari al -2,7%), mentre le sofferenze in capo al sistema imprenditoriale sono aumentate di 8,7 miliardi di euro (pari al +10,9%). Se consideriamo che la produzione industriale è scesa del 6,5% e gli ordinativi del 10,4% , appare evidente come la situazione in capo alle imprese, soprattutto quelle di piccola dimensione, sia peggiorata drammaticamente. A tutto questo si aggiunge che in Italia oltre 3 milioni di imprese, pari al 70% del totale, soffrono di problemi di liquidità dovuti al ritardo dei pagamenti. Le perdite per i mancati incassi arrivano a toccare i 40,5 miliardi di euro all’anno. I problemi legati ai ritardi nei pagamenti – ricorda la CGIA –  sono all’origine di una moltitudine di problemi che le piccole imprese devono affrontare quotidianamente. La contrazione nell’erogazione del credito avvenuta in questi ultimi anni di crisi economica, nonché la dilatazione dei tempi con i quali le imprese (soprattutto quelle di piccola dimensione) vengono pagate dai propri committenti, hanno contribuito a mettere sul lastrico moltissime realtà.

Le cause di questo malcostume tutto italiano – segnala la CGIA di Mestre che ha elaborato un’analisi condotta da Intrum Justitia – vanno ricercate nei tempi medi di pagamento effettivi che intercorrono nelle transazioni commerciali con le altre imprese e con la Pubblica amministrazione. Nel primo caso i giorni medi necessari per il saldo fattura sono 96; nel secondo caso si arriva addirittura fino a 180 giorni. In entrambe le situazioni siamo maglia nera quando ci confrontiamo con i nostri principali partner economici dell’Ue.

“Dal 1° gennaio – commenta Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA – avremo pagamenti certi e questa anomalia tutta italiana, che colpisce soprattutto le piccole e micro imprese, dovrebbe finalmente terminare. Infatti, i contratti stipulati dopo il primo dell’anno saranno disciplinati dal decreto legislativo n° 192 che recepisce la Direttiva europea contro il ritardo dei pagamenti.  Una novità che obbliga il committente a pagare entro 30 giorni dal ricevimento della merce o dall’emissione della fattura. Salvo accordi tra le parti, il pagamento può slittare sino a 60 gironi e in casi eccezionali superare anche quest’ultima soglia. Finalmente si ristabilisce un principio fondamentale: chi lavora deve essere pagato in tempi certi e ragionevoli. Chi, invece, non rispetta gli accordi subirà delle sanzioni economiche di tutto rispetto”.

Ora – grazie all’introduzione dell’Iva per cassa, che dal 1° dicembre di quest’anno consente alle aziende con un fatturato inferiore ai 2 milioni di euro di versare l’Iva allo Stato solo dopo il pagamento avvenuto – e a questa legge che dovrebbe ridurre i tempi medi di pagamento, le piccole imprese hanno qualche strumento in più per difendersi in questa fase economica così difficile.

“Purtroppo – conclude Bortolussi – rimane ancora un grosso problema da risolvere. Ovvero, lo smobilizzo di circa 80-90 miliardi di euro che le aziende private italiane avanzano dalla Pubblica amministrazione. Purtroppo, nonostante l’impegno profuso in questo ultimo anno dal Governo Monti, la lentezza con la quale questi soldi vengono elargiti è sfiancante, con il risultato paradossale che molte piccole aziende rischiano la chiusura per crediti e non per debiti”.

Quest’anno il Pil è previsto attorno al -2,3/-2,5%. I consumi privati si dovrebbero attestare al -3,4%, quelli pubblici al -0,7% e gli investimenti sono destinati a subire un vero e proprio tracollo: -8,1%, con una punta del -10,9% per quelli relativi alle attrezzature e  ai macchinari. Nel 2013 la caduta subirà una frenata, ma ancora una volta tutti gli indicatori saranno preceduti dal segno meno. Il Pil sarà pari al -0,5% circa, i consumi privati  -0,9%, quelli pubblici -0,3%, mentre gli investimenti chiuderanno con un -2,1%.

“Con queste previsioni – conclude Bortolussi – non c’è da meravigliarsi se le aziende non ce la fanno più a trattenere le proprie maestranze. Anche le piccole imprese, che in passato erano riuscite ad assorbire i lavoratori espulsi dalle ristrutturazioni che avevano interessato le grandi imprese, ora sono allo stremo e dopo 5 anni di crisi la loro tenuta è ormai ridotta al lumicino.  Servono delle misure anticicliche in grado di far ripartire l’economia: l’Italia, verosimilmente, rispetterà gli impegni presi in sede europea ma rischia di diventare un Paese sempre più povero”.

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