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Madre e figli chiusi in casa per trent’anni

porta chiusa

Per 33 anni due ragazzi della provincia di Grosseto, oggi cinquantenni, hanno vissuto, volontariamente, dopo la morte del padre, da reclusi in casa propria per paura del “male” che c’era fuori. Alla fine sono stati liberati dalla rottura di un tubo dell’acqua. L’unica a mettere il naso fuori dall’appartamento era la madre, ma a causa dell’età avanzata, ha passato gli ultimi 5 anni rinchiusa con i figli. A riportare la storia, che risalirebbe ad un anno fa, è la versione online de Il Tirreno.

“Fuori è pericoloso. Fuori la gente è cattiva. Fuori correte dei rischi. Meglio che restiate in casa. Qui non vi succederà nulla”. Se lo dice la mamma, i figli ci credono, si fidano. E in casa due fratelli, un maschio e una femmina oggi più che cinquantenni, ci sono rimasti oltre trent’anni. Senza osare mai mettere il naso fuori, senza far entrare nessuno. Hanno vissuto-non vissuto così, nel cuore del paese, invisibili al mondo, prigionieri di un muro di insicurezze che, nel pieno della loro giovinezza, con un mondo da scoprire e una vita di affetti, esperienze e relazioni tutta da costruire, si è alzato loro intorno e li ha imprigionati in casa. Finché il mondo non si è accorto della loro assenza e quel muro lo ha abbattuto.

È la fine degli anni Settanta. La famiglia, composta da madre, marito, figlia e figlio, entrambi adolescenti, abita al primo piano di una palazzina sulla via centrale del paese (per riservatezza non si possono rendere noti la località né altri dettagli riconducibili all’identità delle persone coinvolte). La figlia, ragazza bellissima e a detta di tutti molto intelligente, lavora in un negozio. Il fratello, mente lucidissima, sensibile, educato, è in età da militare. Non è chiaro cosa sia accaduto a questo punto, se un fatto specifico abbia spezzato quel filo di fiducia che lega una madre ai figli, o se quel filo si sia sfilacciato lentamente. La morte del padre forse può aver alimentato inconsce paure. C’è anche una parente che inculca nella donna timori irrazionali. “Tienili a casa, non sai chi possono incontrare”, le dice. L’unica cosa certa è che, appena il maschio torna in congedo, da un giorno all’altro in paese i due ragazzi non si vedono più in giro. Scomparsi.

E così, come la “Mother” che in quegli anni cantano i Pink Floyd, la madre protagonista di questa storia comincia a costruire intorno ai figli una cortina di paure camuffata da scudo protettivo. La loro casa diventa il loro rifugio, la loro prigione. Certamente il loro unico mondo, un mondo rischiarato solo dalla luce delle lampadine, con gli avvolgibili chiusi, non un filo d’aria. Un mondo che tuttavia non è ancora abbastanza isolato dal “fuori”.

Familiari, amici, conoscenti, vicini: nessuno è ammesso a varcare la soglia di casa. I parenti che suonano al citofono per avere notizie sono lasciati sul pianerottolo. Le conversazioni avvengono attraverso il portone socchiuso o dalle scale condominiali. E non basta.

La casa, i mobili, i sanitari del bagno, gli infissi diventano anch’essi una minaccia. Sulla loro superficie appaiono microbi e batteri micidiali. Anche loro vanno protetti dalla “contaminazione” esterna. Nell’appartamento si comincia a ricoprire ogni superficie con carta e nastro adesivo. Tutto viene tappezzato nell’assurda convinzione che resti pulito, mentre intorno scorrono le settimane, i mesi, gli anni.

Lo spazio si restringe, fagocitato da giornali e riviste che si accumulano in un angolo, vecchi abiti in un altro, roba ovunque, sacchi della spazzatura che non vengono mai buttati. E sui sacchi si accumula la polvere, e sulla polvere l’umidità, gli odori di casa, e sull’umidità gli scarafaggi. Gli angoli non bastano più. Sacchetti pieni di ogni cianfrusaglia cominciano ad essere allineati lungo le pareti, poi uno sopra l’altro, uno davanti all’altro, strato su strato. Il pavimento scompare. La vita però continua. Alle necessità della famiglia provvede la madre. È lei l’unica a metter piede fuori: esce, fa la spesa, paga le bollette, ritira la pensione, unica fonte di sostentamento per tutti e tre. Una parola con i vicini, i saluti al parroco, un po’ d’aria. E poi torna nella sua “tana”.

Ma come si possono passare trent’anni così? I danni per la mente si possono solo immaginare. Quelli per il fisico a un certo punto diventano spietatamente evidenti. Il ragazzo, dopo alcuni anni, si ammala di distrofia muscolare.

È questo il momento in cui pare aprirsi uno spiraglio. Per la prima volta estranei varcano la soglia di quell’appartamento. Sono l’assistente sociale, poi un vicino di casa – un tipo robusto – che alla bisogna aiuta a sollevare il ragazzo diventato ormai un uomo malato. Una volontaria della Croce rossa li implora di accettare il suo aiuto e fa quel che può. Il parroco manda regolarmente qualcuno a trovarli. All’inizio sono accettati, poi l’appartamento si blinda di nuovo. E il campanello suona a vuoto.

Nessuno varca più quella soglia. Eppure la storia dei “tumulati in casa” in paese la conoscono tutti e non tutti hanno fatto spallucce. I tre, però, rifiutano ogni contatto. Anche quando alla soglia degli ottant’anni la madre comincia a sentire gli acciacchi, e scendere e salire le scale del palazzo diventa un’impresa. Anche lei finisce per rinchiudersi in casa e ci rimarrà per gli ultimi cinque anni.

La spesa? Una telefonata al negozio sotto casa e viene consegnata a domicilio. Sottilette della tal marca, biscotti di quell’altra, cibo pronto surgelato ma solo del tal produttore, fettine. E rotoli su rotoli di Scottex. Prodotti chiesti da una voce e consegnati a una mano: né il negozio, né il fattorino hanno mai visto né il figlio, né la figlia.

Cosa ha finalmente spalancato quella porta dopo oltre trent’anni? Un banalissimo tubo rotto. Una perdita d’acqua che alla fine della scorsa estate ha infradiciato il muro dell’ingresso del palazzo. I condomini hanno dovuto chiudere l’acqua all’appartamento e hanno avvertito che non c’erano alternative: serviva un idraulico per far riparare il tubo. Non è stato facile. “Se non ti vuoi far vedere, apri la porta, vai in camera e aspetta là che l’idraulico abbia dato un’occhiata”, ha implorato una vicina rivolgendosi alla figlia. Ma non c’è stato bisogno. Alla fine la porta si è aperta: al posto della splendida ragazza di un tempo c’era una bellissima cinquantacinquenne. Che per la prima volta dopo trentatré anni guardava in faccia una persona estranea.

L’idraulico che per primo ha messo piede in casa ha raccontato di un girone dantesco. Un tanfo nauseabondo da non respirare, il pavimento appiccicoso ridotto a un filo di mattonelle tra montagne di sacchi. Ogni centimetro quadrato della casa foderato di carta Scottex ingiallita, sacchi ovunque, bambole di ogni foggia accatastate là, quintali di vecchi giornali buttati nei sacchetti di qua, buste con l’immondizia, scarafaggi che spuntano da ogni pertugio, roba su roba ammassata in ogni angolo. E manciate di sorpresine Kinder, musicassette, panni. In un sacco sono stati trovati 57.000 euro, i risparmi di una vita. La casa è ormai impraticabile: lo sciacquone fuori uso sostituito da un secchio d’acqua; la vasca nera di sporco e calcare usata come ripostiglio; il lavandino spaccato e tenuto insieme con il nastro adesivo. E tra l’immondizia e lo sporco, il letto con il pover’uomo paralizzato a malapena raggiungibile tra montagne di sacchetti.

L’idraulico si rifiuta di fare il lavoro a causa delle condizioni (non) igieniche. Ne scoppia una discussione. La figlia minaccia di chiamare i carabinieri se non gli ripara il guasto. Ma l’idraulico è irremovibile. Che fare? Qualcuno chiama il parroco che trova un altro idraulico, ma quando i due si presentano, ciò che si para loro davanti è troppo. Entrambi sono presi da conati di vomito.

I trentatré anni finiscono così: una segnalazione al sindaco, l’emanazione di un’ordinanza di trattamento sanitario obbligatorio e il ricovero in due differenti strutture: la figlia in una casa d’accoglienza, suo fratello e la madre in un ricovero in provincia. Gli addetti del Comune hanno disinfettato l’appartamento e rovesciato copioso insetticida fin sotto il portone, hanno installato gabbie per topi e aperto le finestre. Per la prima volta in casa è entrata aria fresca.

È passato quasi un anno. L’anziana madre e i due figli stanno meglio e la figlia presto potrebbe tornare. Quanto alla casa, è ancora lì, intatta come il giorno in cui fu aperta. Solo in questi giorni i parenti hanno potuto metterci piede, per iniziare a sgomberare e a ripulire in vista del ritorno della donna.

In paese, intanto, chi passa di là alza lo sguardo alle finestre e continua a chiedersi come sia potuto succedere. Come è possibile passare una vita intera incarcerati nelle proprie paure? Perché i servizi sociali, gli unici che in questi anni sono potuti entrare in quella casa e vedere le condizioni di vita di questa famiglia, non sono intervenuti prima? L’assistente sociale ha fatto tutto il possibile?

Della vicenda restano questi interrogativi e un appartamento vuoto, che attende ancora di essere rimesso a posto per ospitare una famiglia che forse, con un aiuto vero, potrebbe riuscire a tornarci a vivere un’esistenza alla luce del sole.


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Non abbiamo più soldi neanche per curarci

Vignetta salute

Se prima a causa della crisi le famiglie dovevano tirare la cinghia costrette a fare a meno di alimenti, di vestiario e di generi di consumo, oggi è in difficoltà anche la capacità di procurarsi le medicine. Dal 2006 al 2013, in Italia, è aumentata la povertà sanitaria in media del 97%. Gli italiani in questi ultimi anni non riescono più ad acquistare i medicinali anche quelli con prescrizione medica.

È questa l’analisi dei dati che emerge dal dossier realizzato dalla Fondazione Banco Farmaceutico Onlus e presentato insieme alla Caritas Italiana in occasione della XXXIV edizione del Meeting di Rimini. I dati del dossier sono il frutto del lavoro svolto da sette anni, dal 2006 al 2013, dalla Fondazione Banco Farmaceutico Onlus che su tutto il territorio nazionale raccoglie, grazie alle donazioni aziendali e alla Giornata Nazionale di Raccolta del Farmaco che si svolge ogni anno a Febbraio, e distribuisce agli enti convenzionati che fanno richiesta di medicinali. Tra questi le Caritas diocesane, il centro Astalli, la Comunità di Sant’Egidio solo per citarne alcuni, tutte realtà che intercettano il disagio sociale in “diretta”. Le categorie sociali che fanno richiesta di medicinali sono ampie: dalle famiglie numerose, agli anziani con pensione minima, fino agli immigrati, anche irregolari.

I risultati sono stati poi incrociati con i dati della Caritas Italiana provenienti da un campione di 336 Centri di Ascolto attivi in 45 diocesi. In termini percentuali l’aumento delle richieste di farmaci è stato pari al 57,1% in tre anni, anche se in termini assoluti non è tra le richieste prioritarie. Molto probabilmente, tale forma di richiesta è assorbita da altre voci del sistema di classificazione. In effetti tre sole voci, richiesta generica beni primari, richiesta generica sussidi economici e assistenza sanitaria, coprono il 70,4 % delle richieste complessive.

“Assistiamo ad un crescente bisogno di farmaci” commenta Paolo Gradnik, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico, “da parte delle più importanti strutture di assistenza caritative. In alcuni casi si tratta di vera emergenza a causa dell’aumento della crisi economica che colpisce soprattutto le famiglie. È quanto mai urgente che la Commissione Sanità del Senato approvi in via definitiva la proposta di legge che consentirebbe la donazione di farmaci da parte delle aziende farmaceutiche. È ora che la politica dia segnali concreti sul fronte della povertà sanitaria”.

Nell’Italia del Nord in sette anni (2006-2013) la povertà sanitaria è cresciuta del 71,91% passando da una richiesta dagli enti assistenziali di 255.783 confezioni di medicinali agli attuali 439.719. Elevata è anche l’incremento dei farmaci donati, che da 192.490 confezioni del 2006 è passato a 255.338 nel 2013. Cresce la povertà, ma aumenta al Nord anche la solidarietà di chi decide di donare un farmaco a chi non se lo può permettere.

Nel Centro Italia la richiesta di farmaci in sette anni è cresciuta in maniera esponenziale passando dalle 32.718 confezioni del 2006 alle 188.560 del 2013 (fino al mese di luglio compreso). Un incremento percentuale del 476,32%. Anche in questo caso si nota una crescita corposa della solidarietà che ha fatto registrare l’incremento dei farmaci donati del 94,24% passando dalle 23.670 confezioni alle attuali 46.034.

Al Sud Italia e nelle Isole la crescita del fabbisogno farmaceutico è cresciuto in maniera contenuta attestandosi attorno al 33,42% nei sette anni presi a campione. Si è passati dai 91.890 confezioni di farmaci richiesti dagli enti nel 2006 alle 122.600 confezioni del 2013 (fino a luglio compreso). Minimo l’incremento dei farmaci donati con una variazione in sette anni del 2,46% passando dalle 46.556 confezioni raccolte alle 47.699 dei primi 7 mesi del 2013.

“Sono dati drammatici, ma purtroppo in linea con quelli della povertà nel suo complesso” afferma don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana. “Per invertire la rotta serve un lavoro comune fatto di alleanze e appare sempre più necessario uno sforzo congiunto, che sappia incrementare la capacità di intercettare le varie situazioni di povertà del territorio”.

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Una crisi sociale

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Cinque anni di crisi, con la brusca accelerazione nel corso del 2012, hanno lasciato un segno profondo nella società italiana. Meno imprese, meno occupati, meno investimenti, meno ricchezza, un’area di sofferenza sociale crescente. Dal 2008 al 2012 in Italia si è perso il 2,4% dell’occupazione, il 6% del PIL, il 4,3% dei consumi delle famiglie, il 20% degli investimenti. Sono a rischio di occupazione nell’industria, ad oggi, circa 245.000 lavoratori. Solo le esportazioni hanno mantenuto i volumi del 2008. Il mercato del lavoro continuerà a manifestare segnali di debolezza, con un tasso di disoccupazione che dovrebbe arrivare all’11,9% nel 2013 e al 12,3% nel 2014, nonostante la moderata crescita del Pil prevista nel 2014.

Negli ultimi cinque anni (2008‐2012) sono scomparsi, nell’occupazione maschile, 726.424 posti di lavoro (‐5,1%), dato che deriva per la gran parte dal calo degli occupati nell’industria e nelle costruzioni (‐674,778). L’industria, con meno 415.485 occupati, ha perso l’8,3% di occupati, le costruzioni, con meno 259.293 occupati, hanno perso il 13,2%. La gran parte dell’occupazione sparita è attribuibile nell’area dei contratti “protetti”, cui rimane, in situazioni di crisi, la sola copertura degli ammortizzatori sociali, che peraltro spesso sono ammortizzatori in deroga, con le incertezze neifinanziamenti che stiamo sperimentando. Annunciano esuberi o eccedenze anche aree considerate solidamente “protette” come Ministeri (7.576), Enel (4.000), Poste (oltre 3.000), Finmeccanica‐Selex (2.529), settore bancario (20.000 posti di lavoro persi tra il 2008 e il 2011, altri 20.000 a rischio fino al 2017), per confermare come il recinto di “protezione” sia sempre più messo in discussione. Dall’altro lato, il settore dei servizi è stato in grado di produrre nuova occupazione anche nella fase di crisi. L’aumento, sempre negli ultimi cinque anni, è dell’1% (+153.328), in particolare per l’occupazione femminile, aumentata del 1,8%, 169.736 unità. A fine 2012 gli occupati nei servizi sono 15,6 milioni, vale a dire il 68,6% del totale degli occupati, il che indica un mercato del lavoro ampiamente “terziarizzato”. Il settore dei servizi, l’unico dinamico dal lato dell’occupazione, non è facilmente assimilabile alla logica dei contratti standard, derivati da un modello “fordista” nato dalla contrattazione nell’industria. Nel terziario dei servizi privati esistono complesse dinamiche di gruppi professionali, una grande articolazione delle stesse figure professionali, una pluralità accentuata di modelli organizzativi. Per fare solo un riferimento strutturale, il lavoro indipendente nei servizi rappresenta il 25,2%, da confrontarsi con il 14,5% dell’industria manifatturiera.

Confronti a livello europeo. Dal lato dei grandi numeri del mercato del lavoro, la situazione italiana, comparata a quella di altri paesi europei, non mostra particolari catastrofi fino a tutto il 2012, rispetto all’effetto di cinque anni di crisi (2008‐2012) diffusa nella gran parte dell’Europa. Il tasso di disoccupazione, tranne che in Germania, aumenta di qualche punto in tutta l’area europea. L’Italia, che parte dal 6,7% nel 2008, arriva al 10,7% nel 2012, da confrontarsi con il 10,5% della media dell’Unione Europea a 27 paesi. Nel 2012, la disoccupazione in Italia ha cominciato a crescere più intensamente. La differenza tra 2012 comparato al 2008 è +4,0 punti percentuali, più della media UE. A marzo 2013 il numero totale dei disoccupati è salito a 3 milioni in Italia e a 3,3 milioni in Francia. I senza lavoro superano i 25 milioni nel complesso dell’Unione europea (20 milioni nell’area dell’euro). Secondo stime della BNL, insieme ai disoccupati propriamente detti aumentano le dimensioni di aree contigue di grave disagio sociale. Sommando ai disoccupati gli inattivi disponibili a lavorare, quelli che cercano lavoro e i sotto‐occupati part‐time i numeri del deficit europeo di occupazione passerebbe da 25 a 45 milioni di persone (32 nell’area euro). Mentre nel suo insieme in Europa la disoccupazione cresce, in Germania la disoccupazione diminuisce a minimistorici. Oggi in Germania i disoccupati sono poco più di due milioni, la terza parte della somma di Italia e Francia.
*Decimo Rapporto sull’Industria in Italia


L’uomo che sussurra ai potenti. Trent’anni di potere in Italia tra miserie, splendori e trame mai confessate. Ministri, onorevoli e boiardi di Stato fanno la fila nel suo ufficio per chiedergli consigli, disegnare strategie e discutere di affari. Luigi Bisignani è unanimemente riconosciuto come il capo indiscusso di un network che condiziona la vita del paese.

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