L’unione è l’unica forza dei più deboli, la storia di César Chávez

Lavoratore americano di origine messicana, sindacalista e attivista dei diritti civili, César Chávez creò tramite le sue azioni delle condizioni migliori per i lavoratori agricoli. Obama ha tradotto in inglese e fatto suo lo slogan “Si, se puede”, lanciato da Dolores Huerta nel 1972 durante il digiuno di protesta di César Chávez, allora a capo della lotta contadina degli ispanici della California. “Si, se puede” è anche il motto del sindacato fondato da Chavez e Huerta, lo United Farm Workers: “Una volta cominciato, il cambiamento della società non può essere rovesciato. Non puoi disistruire le persone che hanno imparato a leggere. Non puoi umiliare una persona fiera di sé. Non puoi opprimere la gente che non ha più paura”. Continue Reading


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Il 2015 anno nero per i diritti umani nel mondo

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Il 2015 è stato un anno nero sul fronte del rispetto dei diritti umani nel mondo. Amnesty International, ha presentato il suo rapporto annuale che documenta la situazione dei diritti umani in 160 paesi e territori durante il 2015. Secondo l’ong l’Onu ha fallito nel suo ruolo vitale.

In molte parti del mondo, un notevole numero di rifugiati si è messo in cammino per sfuggire a conflitti e repressione. La tortura e altri maltrattamenti da un lato e la mancata tutela dei diritti sessuali e riproduttivi dall’altro sono stati due grandi fonti di preoccupazione. La sorveglianza da parte dei governi e la cultura dell’impunità hanno continuato a negare a molte persone i loro diritti.

Oltre 122 Stati hanno praticato maltrattamenti o torture, 30 Paesi hanno rimandato illegalmente indietro rifugiati e 19 tra Paesi, governi e gruppi armati hanno commesso crimini e altre violazioni.

Per l’Italia dieci sfide ancora aperte. Dall’immigrazione, alla violenza sulle donne, al sovraffollamento delle carceri, passando per il riconoscimento delle famiglie di persone dello stesso sesso fino all’esportazione delle armi. Amnesty auspica la chiusura degli ultimi quattro ospedali psichiatrici giudiziari ancora operativi nel nostro Paese.

Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International: “Milioni di persone stanno patendo enormi sofferenze nelle mani degli stati e dei gruppi armati, mentre i governi non si vergognano di descrivere la protezione dei diritti umani come una minaccia alla sicurezza, alla legge, all’ordine e ai valori nazionali, la protezione internazionale dei diritti umani rischia di essere compromessa da interessi egoistici nazionali di corto respiro e dell’adozione di misure draconiane di sicurezza che hanno portato a un assalto complessivo ai diritti e alle libertà fondamentali”.

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In Italia 180mila rom, solo 1 su 5 vive nei campi

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Insediati in Italia sin dal 1400 gli “zingari” sono la minoranza storica più svantaggiata e più stigmatizzata.

Oggi, in Italia, vivono tra i 120.000 e i 180.000 rom e sinti, che rappresentano lo 0,25% della popolazione presente sul territorio nazionale. Circa la metà dei rom e sinti presenti in Italia ha la cittadinanza italiana, mentre si stima che circa il 60% del totale abbia meno di 18 anni, e 4 rom e sinti su 5 vivono in regolari abitazioni, studiano, lavorano e conducono una esistenza come quella di ogni altro cittadino, italiano o straniero, residente nel nostro Paese. Una cifra modesta rapportata alla popolazione italiana.

La loro quotidianità, tuttavia, resta quasi sempre sconosciuta agli occhi della pubblica opinione, mentre più visibili, nelle cronache dei giornali e dei commenti degli esponenti politici, sono le circa 40.000 persone che vivono nei cosiddetti “campi” (1 rom su 5 sul totale dei presenti in Italia).

Nei Paesi membri del Consiglio d’Europa (47 Paesi membri, circa 800 milioni di cittadini) la presenza di appartenenti alle comunità rom è stimata intorno ai 12 milioni di individui, mentre sono circa 6 milioni i rom che vivono all’interno dell’Unione Europea.

Secondo i dati diffusi nel 2014 da un autorevole istituto di ricerca americano che ha indagato l’entità dei sentimenti antizigani in 7 Paesi europei (Italia, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia, Grecia e Polonia), il nostro Paese conquista addirittura il primato. In Italia storicamente rom e sinti rientrano tra i capri espiatori d’eccellenza verso cui rigurgitare malcontento e rabbia, soprattutto in momenti di congiuntura economica sfavorevole. Dei 443 episodi di discorsi d’odio contro i rom registrati dall’Osservatorio dell’Associazione 21 luglio, l’87% risulta riconducibile a esponenti politici.

Nel 2014 l’Italia è stata oggetto del secondo ciclo della Revisione Periodica Universale (UPR) effettuata dallo Human Rights Council delle Nazioni Unite, una procedura volta ad analizzare periodicamente la situazione dei diritti umani in ogni Paese membro e ad effettuare raccomandazioni che spronino il Paese sotto revisione a concentrare gli sforzi su determinati aspetti relativi al godimento dei diritti umani entro il suo territorio. Tra le raccomandazioni all’Italia ne figurano varie che trattano della condizione di rom e sinti, e tra queste numerose si concentrano sull’effettiva applicazione della Strategia Nazionale, dimostrando come questo tema venga ritenuto prioritario anche dalla comunità internazionale.

I “campi nomadi” formali rappresentano da anni un’anomalia tutta italiana. Buona parte di essi rientra nella definizione di “baraccopoli” adottata dalla UN-HABITAT delle Nazioni Unite. Sono diversi gli elementi di criticità che, da Torino a Palermo, passando per Roma e Napoli, vengono riscontrati e che li accomunano come luoghi di violazione dei diritti umani:

  • Spesso delimitati da recinzioni, alcuni hanno sistemi di videosorveglianza e di controllo degli ingressi;
  • La maggior parte si colloca al di fuori del tessuto urbano e distanti dai servizi primari, come scuole, ospedali e supermercati. Spesso sono scarsi, se non del tutto assenti, i collegamenti con i servizi di trasporto pubblico;
  • L’isolamento spaziale si traduce in isolamento sociale con forti ricadute sui percorsi scolastici, formativi e lavorativi degli abitanti, le cui opportunità in questi ambiti risultano di conseguenza fortemente ridotte;
  • I già carenti servizi e infrastrutture presenti nei “campi”, risultano spesso deteriorati dall’usura e/o dal dimensionamento inadeguato, traducendosi in condizioni igienico-sanitarie spesso critiche, di cui topi e scarafaggi sono un inequivocabile indicatore;
  • Le unità abitative sono temporanee, solitamente bungalow, container o roulotte, intrinsecamente inclini al deterioramento a causa dei fattori ambientali e al loro interno si registra quasi sempre sovraffollamento, con evidenti ricadute sulla privacy di adulti e minori;
  • La sicurezza del possesso, uno degli elementi di un alloggio adeguato, risulta molto spesso precaria, essendo le abitazioni assegnate per periodi di tempo determinati e ripetutamente rinnovati e mancando solitamente procedure trasparenti che disciplinino la permanenza e l’espulsione dai “campi”.

Le amministrazioni pubbliche non hanno mai fatto una politica che non fosse quella del contenimento e della marginalizzazione delegandone la gestione al privato sociale. Eppure la partecipazione di rom e sinti alla vita collettiva con il proprio contributo umano e culturale è fondamentale per superare l’esclusione, la marginalizzazione di un popolo che ha attraversato secoli di discriminazione fino allo sterminio razziale e che non deve rimanere confinato nei ghetti fisici e spirituali, nei quali troppo spesso viene relegato destinandolo all’assistenza e non alla propria responsabilità.

Ricordano gli Articoli 3 e 6 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali; La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.

>>> Scarica il primo rapporto nazionale, dell’Associazione 21 luglio, sulla condizione dei rom e dei sinti in Italia <<<

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Diritti umani, Amnesty International: Un 2014 devastante

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Per Amnesty International, la più grande organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani, il 2014 sarà ricordato come un anno catastrofico per milioni di persone intrappolate nella violenza di stati e gruppi armati. Nel consueto rapporto annuale della Ong è stata analizzata la situazione politico umanitaria in 160 Paesi. La comunità internazionale è rimasta assente e incapace di proteggere i diritti e la sicurezza dei civili. I governi internazionali hanno ripetutamente dimostrato che alle parole non riescono a far seguire i fatti. In Italia a preoccupare maggiormente Amnesty International, oltre ai diritti di rifugiati e migranti, restano l’assenza del reato di tortura nella legislazione nazionale, la discriminazione nei confronti delle comunità rom, la situazione nelle carceri e nei centri di detenzione per migranti irregolari e il mancato accertamento delle responsabilità per le morti in custodia. A parlare è Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

“Il diritto internazionale umanitario, ovvero la legislazione che regolamenta la condotta nelle operazioni belliche, non potrebbe essere più chiaro. Gli attacchi non devono mai essere diretti contro i civili. Il principio di distinzione tra civili e combattenti è una salvaguardia fondamentale per le persone travolte dagli orrori della guerra. E tuttavia, più e più volte, nei conflitti sono stati proprio i civili a essere maggiormente colpiti. Nell’anno della ricorrenza del 20° anniversario del genocidio ruandese, i politici hanno ripetutamente calpestato le regole che proteggono i civili o hanno abbassato lo sguardo di fronte alle fatali violazioni di queste regole da parte di altri. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è intervenuto ad affrontare la crisi siriana negli anni precedenti, quando ancora sarebbe stato possibile salvare innumerevoli vite umane. Tale fallimento è proseguito anche nel 2014.

Negli ultimi quattro anni, sono morte 200.000 persone, la stragrande maggioranza civili, principalmente in attacchi compiuti dalle forze governative. Circa quattro milioni di persone in fuga dalla Siria hanno trovato rifugio in altri paesi. Più di 7,6 milioni sono sfollate in territorio siriano. La crisi in Siria è intrecciata con quella del vicino Iraq.

Il gruppo armato che si autodefinisce Stato islamico (Islamic State – Is, noto in precedenza come Isis), che in Siria si è reso responsabile di crimini di guerra, nel nord dell’Iraq ha compiuto rapimenti, uccisioni sommarie assimilabili a esecuzione e una pulizia etnica di proporzioni enormi. Parallelamente, le milizie sciite irachene hanno rapito e ucciso decine di civili sunniti, con il tacito sostegno del governo iracheno. L’assalto condotto a luglio su Gaza dalle forze israeliane è costato la vita a 2000 palestinesi. E ancora una volta, la stragrande maggioranza di questi, almeno 1500, erano civili. Come ha dimostrato Amnesty International in una dettagliata analisi, la linea adottata da Israele si è distinta per la sua spietata indifferenza e ha implicato crimini di guerra. Anche Hamas ha compiuto crimini di guerra, sparando indiscriminatamente razzi verso Israele e causando sei morti.

In Nigeria, il conflitto in corso nel nord del paese tra le forze governative e il gruppo armato Boko haram è finito sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo a causa del rapimento, da parte di Boko haram, di 276 studentesse nella città di Chibok, uno degli innumerevoli crimini commessi dal gruppo. Quasi inosservati sono passati gli orrendi crimini commessi dalle forze di sicurezza nigeriane, e da altri che hanno agito per conto loro, contro persone ritenute appartenere o sostenere Boko haram; alcuni di questi crimini, rivelati da Amnesty International ad agosto, erano stati ripresi in un video che mostrava le vittime assassinate e gettate in una fossa comune.

Nella Repubblica Centrafricana, oltre 5000 persone sono morte a causa della violenza settaria, nonostante la presenza sul campo dei contingenti internazionali. Tortura, stupri e uccisioni di massa hanno a stento raggiunto le prime pagine dei giornali a livello mondiale. Ancora una volta, la maggior parte delle vittime erano civili. E in Sud Sudan, lo stato più recente del mondo, decine di migliaia di civili sono stati uccisi e due milioni sono fuggiti dalle loro case, nel contesto del conflitto armato tra le forze governative e quelle dell’opposizione. Entrambe le parti hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Questo breve elenco non rappresenta che una parte del problema. Qualcuno potrebbe sostenere che di fronte a tutto questo non è possibile fare nulla, che da sempre la guerra viene fatta alle spese della popolazione civile e che niente potrà mai cambiare. Ma si sbaglia. È essenziale affrontare la questione delle violazioni contro i civili, oltre che assicurarne alla giustizia i responsabili. C’è una misura evidente e concreta che attende solo di essere adottata: Amnesty International ha accolto con favore la proposta, attualmente appoggiata da circa 40 governi, di dotare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di un codice di condotta che preveda l’astensione volontaria dal ricorso al veto in situazioni di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, per non bloccare l’azione del Consiglio di sicurezza. Sarebbe un primo passo importante e potrebbe già salvare molte vite.

I fallimenti tuttavia non hanno riguardato soltanto l’incapacità d’impedire le atrocità di massa. È stata anche negata l’assistenza diretta ai milioni di persone in fuga dalla violenza che inghiottiva villaggi e città. Quei governi, tanto pronti a denunciare a gran voce i fallimenti degli altri governi, si sono poi dimostrati essi stessi riluttanti a farsi avanti e fornire gli aiuti essenziali di cui avevano bisogno i rifugiati, sia in termini di aiuti economici, sia di opportunità di reinsediamento. A fine anno, i rifugiati della Siria reinsediati erano meno del due per cento, una cifra che dovrà almeno triplicarsi nel 2015. Nel frattempo, un numero enorme di rifugiati e migranti continua a perdere la vita nel Mar Mediterraneo, nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee. La mancanza di supporto da parte di alcuni stati membri dell’Eu nelle operazioni di ricerca e soccorso ha contribuito allo sconvolgente tributo in termini di vite umane. Una misura che potrebbe essere adottata per proteggere i civili nei conflitti è limitare ulteriormente l’impiego di armi esplosive nelle aree popolate.

Ciò avrebbe permesso di salvare molte vite in Ucraina, dove sia i separatisti appoggiati dalla Russia (che seppur in maniera poco convincente ha più volte negato un suo coinvolgimento) sia le forze pro-Kiev hanno colpito quartieri abitati da civili. L’esistenza di regole sulla protezione dei civili è importante in quanto implica un concreto accertamento delle responsabilità e l’ottenimento della giustizia, laddove tali regole siano violate. In questa prospettiva, Amnesty International ha accolto con favore la decisione assunta dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra, di avviare un’inchiesta internazionale in merito alle accuse di violazioni dei diritti umani e di abusi commessi durante il conflitto in Sri Lanka, dove, negli ultimi mesi di combattimenti nel 2009, furono uccise decine di migliaia di civili. Amnesty International si è molto impegnata negli ultimi cinque anni affinché fosse istituita quest’inchiesta. Senza un tale accertamento delle responsabilità non sarà possibile compiere alcun passo avanti. Ma anche altri aspetti inerenti la difesa dei diritti umani devono essere migliorati.

In Messico, la sparizione forzata di 43 studenti, avvenuta a settembre, è andata tragicamente ad aggiungersi alle vicende di oltre 22.000 persone scomparse finora o delle quali si sono perse le tracce dal 2006; si ritiene che la maggior parte di queste siano state rapite da bande criminali ma in molti casi le informazioni raccolte lasciano intendere che siano state sottoposte a sparizione forzata per mano di poliziotti o militari, i quali avrebbero agito in alcuni casi in collusione proprio con le bande criminali. Le poche vittime i cui resti sono stati ritrovati mostravano segni di tortura e altro maltrattamento. Le autorità federali e statali non hanno provveduto a condurre indagini su questi crimini per stabilire l’eventuale coinvolgimento di agenti dello stato e garantire un rimedio legale efficace per le vittime, compresi i loro familiari. Oltre a non aver dato una risposta, il governo ha tentato di nascondere la crisi dei diritti umani, in un contesto di elevati livelli d’impunità, corruzione e progressiva militarizzazione.

Nel 2014, i governi di molte parti del mondo hanno continuato a reprimere le Ngo e la società civile, una sorta di perverso riconoscimento dell’importanza del loro ruolo. La Russia ha accresciuto la sua stretta micidiale con l’introduzione di una spaventosa “legge sugli agenti stranieri”, un linguaggio degno della guerra fredda. In Egitto, le Ngo sono state al centro di un grave giro di vite, con l’utilizzo della legge sulle associazioni risalante all’era Mubarak, per mandare il chiaro messaggio che il governo non intendeva tollerare alcun tipo di dissenso. Organizzazioni per i diritti umani di rilievo hanno dovuto ritirarsi dall’Esame periodico universale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Egitto, per timore di rappresaglie nei loro confronti. Come già accaduto in varie occasioni in precedenza, i manifestanti hanno dimostrato il loro coraggio malgrado le minacce e la violenza contro di loro. A Hong Kong, a decine di migliaia hanno sfidato le minacce delle autorità e affrontato un uso eccessivo e arbitrario della forza da parte della polizia, in quello che è diventato il “movimento degli ombrelli”, esercitando i loro diritti fondamentali alle libertà d’espressione e di riunione.

Le organizzazioni per i diritti umani sono talvolta accusate di essere troppo ambiziose nei loro sogni di dar vita a un cambiamento. Dobbiamo comunque ricordare che i traguardi straordinari sono raggiungibili. Il 24 dicembre, è entrato in vigore il Trattato internazionale sul commercio di armi, dopo che tre mesi prima era stata superata la soglia delle 50 ratifiche. Amnesty International, tra gli altri, si è impegnata a favore del trattato per 20 anni. Più volte ci era stato detto che non saremmo mai arrivati a ottenerlo. Ebbene, il trattato adesso esiste e servirà a proibire la vendita di armi a quanti potrebbero utilizzarle per commettere atrocità. Potrà pertanto svolgere un ruolo decisivo negli anni a venire, quando la questione della sua implementazione sarà cruciale.

Nel 2014 ricorrevano anche i 30 anni dall’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, un’altra convenzione per la quale Amnesty International si è battuta per molti anni e una delle motivazioni per le quali le fu conferito il premio Nobel per la pace nel 1977. Questo anniversario è, sotto un certo punto di vista, un momento da celebrare ma è anche l’occasione per sottolineare come la tortura sia ancora dilagante in molte parti del mondo, motivo per cui Amnesty International, proprio quest’anno, ha lanciato la sua campagna globale “Stop alla tortura”. Questo messaggio conto la tortura ha avuto una particolare risonanza in seguito alla pubblicazione a dicembre di un rapporto del senato statunitense, che ha dimostrato la facilità con cui era stato tollerato l’uso della tortura negli anni successivi agli attacchi agli Usa dell’11 settembre 2001. È sconcertante come alcuni dei responsabili per quegli atti criminali di tortura sembrassero ancora convinti di non avere alcun motivo di cui vergognarsi. Da Washington a Damasco, da Abuja a Colombo, i leader di governo hanno giustificato orrende violazioni dei diritti umani sostenendo che era necessario commetterle in nome della sicurezza. In realtà, è semmai vero il contrario. Questo tipo di violazioni sono uno dei motivi principali per i quali oggi viviamo in un mondo tanto pericoloso. Non può esserci sicurezza senza rispetto dei diritti umani. Abbiamo ripetutamente visto che, anche nei momenti più bui per i diritti umani, e forse in special modo in tempi come questi, è possibile dar vita a un cambiamento straordinario. Dobbiamo solo sperare che, quando negli anni a venire guarderemo indietro al 2014, ciò che abbiamo vissuto in quest’anno ci sembrerà il fondo, l’ultimo punto più basso da cui siamo risaliti e abbiamo creato un futuro migliore”.

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Giornata Mondiale della Popolazione: Investire nei giovani per un futuro migliore

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L’11 di luglio è la Giornata Mondiale della Popolazione. La data dell’11 luglio fu scelta perché, proprio quel giorno del 1987, avvenne lo storico superamento della soglia dei cinque miliardi di individui presenti sulla terra. Istituita nel 1989 dal Fondo delle Nazioni Unite (Unfa) si propone di far crescere la consapevolezza su diverse questioni demografiche, quali l’importanza della pianificazione familiare, la parità di genere, la lotta alla povertà, la cura della salute materna e la tutela dei diritti umani. Negli ultimi 50 anni la popolazione umana del pianeta è più che raddoppiata, passando da 3 a 7 miliardi di persone. Oggi siamo oltre i 7 miliardi e si stima che entro il 2050 raggiungeremo i 9,5 miliardi, per arrivare a quasi 11 miliardi nel 2100. A trainare la crescita della popolazione sarà soprattutto l’Africa che, in meno di 100 anni, vedrà quadruplicare la popolazione attuale che passerà da 1 a 4,2 miliardi. In Europa, invece, si assisterà a un lento declino della popolazione. Questo il messaggio ufficiale del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.

“In questa Giornata Mondiale della Popolazione, invito tutti a dare la priorità ai giovani, a coinvolgerli nei piani di sviluppo e in tutte le decisioni che li riguardano, per porre le basi costruendo un futuro più sostenibile per le generazioni a venire. Un mondo di 7 miliardi è una sfida ma anche un’opportunità, con implicazioni sulla sostenibilità, l’urbanizzazione, l’accesso ai servizi sanitari. I due miliardi di giovani che oggi abitano il pianeta stanno plasmando le realtà sociali ed economiche, investiamo su di loro per costruire le fondamenta del futuro del mondo. Purtroppo, però, ancora oggi, troppi giovani continuano a confrontarsi con la povertà, la disuguaglianza e le violazioni dei diritti umani che impediscono loro di raggiungere il potenziale personale e collettivo.

Oggi più che mai, gli individui possono fare la differenza, unendosi insieme attraverso i social network e lavorando per il cambiamento. Abbiamo visto molti esempi negli ultimi anni dell’immenso potere delle persone nell’abbracciare la speranza contro la disperazione, nel cercare un giusto trattamento dove soffrono discriminazioni e nel chiedere giustizia contro la tirannia. Aspirano ad ottenere diritti universali che le Nazioni Unite sostengono con orgoglio lavorando senza sosta per realizzarli.

Quando agiamo sui nostri valori condivisi, contribuiamo al nostro futuro comune. Porre fine alla povertà e alla disuguaglianza sprigiona un vasto potenziale umano. Promuovere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio favorisce la prosperità e la pace. E proteggere il nostro pianeta tutela le risorse naturali che sostentano ognuno di noi.

Abbiamo abbastanza cibo per tutti, eppure quasi un miliardo di persone soffre la fame. Abbiamo i mezzi per debellare molte malattie, eppure continuano a diffondersi. Abbiamo il dono di un ricco ambiente naturale, eppure è oggetto di aggressione e sfruttamento quotidiani. Ogni persona di coscienza sogna la pace, eppure una parte troppo grande del mondo è in conflitto e piena di armamenti.

Superare sfide di questa portata richiederà il meglio di ognuno di noi. Usiamo questa Giornata Mondiale della Popolazione per intraprendere azioni che possano creare un futuro migliore per ogni abitante del nostro mondo e per le generazioni future”.

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