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Un’Italia SottoSopra

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Una tenaglia di povertà e deprivazione che giorno dopo giorno stringe ai fianchi sempre più bambini e adolescenti. Sono oltre 1 milione i minori che vivono in povertà assoluta, il 30% in più nel 2012, pari a 1 minore su 10, documenta  “L’ItaliaSottoSopra”  il 4° Atlante dell’Infanzia (a rischio) in Italia di Save the Childre con l’aiuto anche di 50 mappe. 1 milione e 344 mila vivono in condizioni di disagio abitativo. 650.000  in comuni in default o sull’orlo del fallimento, e per la prima volta è di segno negativo la percentuale di bambini presi in carico dagli asili pubblici, scesa dello 0,5%. Il 22,2% di ragazzini  è in sovrappeso e il 10,6% in condizioni di obesità: il cibo buono costa e le famiglie con figli hanno ridotto i consumi e gli acquisti (-138 euro in media al mese), anche alimentari; 1 bambino su 3  non può permettersi un apparecchio per i denti. 11 euro mensili il budget delle famiglie più disagiate con minori, per libri e scuola, una cifra 20 volte inferiore a quella del 10% delle famiglie più ricche; sui 24 paesi Ocse, Italia ultima per competenze linguistiche e matematiche nella popolazione 16-64 anni e per investimenti in istruzione: +0,5% a fronte di un aumento medio del 62% negli altri paesi europei (Ocse); sono 758.000 gli early school leavers e oltre 1 milione i giovani disoccupati.

All’inizio del 2006 il mondo sembrava ancora girare alla grande: gli indicatori puntavano verso l’alto, la finanza realizzava affari d’oro, le banche favorivano il credito, alimentavano i consumi e la speranza di una crescita facile. Poi negli Stati Uniti i tassi dei mutui sono saliti alle stelle, quasi due milioni di famiglie sono andate al tappeto, e l’esplosione della bolla speculativa dei mutui sub-prime ha iniziato a fare girare il mondo nella direzione contraria. L’effetto domino si è propagato in Italia già alla fine del 2007. A una prima fase recessiva nel 2008-2009 è seguita una moderata ripresa nel 2010 e una nuova e peggiore ricaduta a partire dalla seconda metà del 2011, quando la speculazione finanziaria ha preso di mira il mercato dei titoli di stato, l’Italia si è capovolta e milioni di famiglie sono rimaste (e rimangono tuttora) appese a testa in giù. Sembrano confermarlo i grafici a montagne russe dei principali indicatori economici. Rispetto al 2007 il numero delle persone occupate è sceso di quasi mezzo milione. La disoccupazione è salita passando dal 6,1% al 12%. La disoccupazione giovanile è schizzata alle stelle raggiungendo il 40% e oltre 700 mila giovani sono finiti per strada. Il prodotto interno lordo è caduto di 7 punti in cinque anni e il reddito disponibile delle famiglie è crollato del 9%. Soltanto nel 2012 il reddito in valori correnti è diminuito del 2,1%, il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici (il reddito disponibile in termini reali) è andato giù del 4,8%, così come la propensione al risparmio (-0,5 %). Decine di migliaia di negozi e imprese in tutta Italia hanno abbassato le saracinesche. Per arrivare a fine mese molte famiglie sono state costrette a rompere il salvadanaio, a rivedere le abitudini di consumo, e a volte a dover cambiare il proprio stile di vita. Soprattutto quando a casa ci sono dei bambini. Nel 2007 il 31,8% delle famiglie con minori dichiarava di non riuscire a fronteggiare una spesa imprevista, nel 2011 il tasso era salito di altri 10 punti superando il 40%. Prima dell’ultima e più virulenta manifestazione della crisi, 4 famiglie su 10 dichiaravano di tirare a campare con “difficoltà” o “grande difficoltà”.

Nell’Italia SottoSopra la spesa media mensile delle famiglie con bambini si è ridotta in cinque anni del 4,6% (circa 138 euro), quasi il doppio rispetto a quanto si è verificato tra l’intero monte delle famiglie (2,5%). A livello nazionale i tagli non sembrano aver intaccato il comparto alimentare – con un’importante eccezione al Sud, dove la spesa media per questo capitolo scende del 5,8% – ma soltanto perché tanti hanno imparato a convivere con la crisi, ad adattarsi. Il rapporto Coop 2013 rileva il successo crescente di prodotti “in promozione o scontati”, “last minute market”, “formati più grandi per risparmiare”, “marchi più economici”, e un calo del mercato dei prodotti “naturali e locali”. Una complessiva e preoccupante diminuzione della “qualità” della spesa. Il downgrading del carrello, anche questa volta, ha interessato soprattutto chi ha dei figli dipendenti se è vero che nel 2012 il 66% delle famiglie in questa condizione – ovvero ben 4 milioni 400 mila nuclei familiari con prole – ha ridotto la qualità/quantità della spesa per almeno un genere alimentare. Un incremento di 11,7 punti percentuali rispetto al 2007, superiore di 4 punti a quello rilevato tra l’insieme delle famiglie (+8,7%)4. Se a livello nazionale il budget per l’alimentare è rimasto tutto sommato stabile, con le avvertenze di cui sopra e un sempre maggiore ricorso al discount, quello per i prodotti non alimentari ha subito una contrazione molto significativa del 5,5% tra le famiglie con minori (+2,4% rispetto al totale delle famiglie), con alcune differenze territoriali: una consistente riduzione al Nord (-195 euro), e al Sud (-189 euro), e una perdita più contenuta al Centro (-13 euro). A fronte di un aumento della spesa per alcuni beni primari – dovuto ad esempio all’aumento dei prezzi di combustibili, trasporti e abitazione – i tagli sono andati a colpire soprattutto l’abbigliamento, i mobili e gli elettrodomestici, la cultura, il tempo libero e i giochi. Anche in questo caso è interessante notare lo svantaggio relativo delle famiglie con minori, costrette a stringere maggiormente la cinghia rispetto ad alcuni beni e servizi chiave per la cura e lo sviluppo dei figli.

L’Italia SottoSopra stringe le famiglie in una morsa. Da una parte, disoccupazione, calo del reddito e dei consumi. Dall’altra, cattiva amministrazione, debito pubblico, tasse, tagli, vincoli più rigidi di spesa. Anche in questo caso a pagare il conto sono soprattutto le famiglie con bambini, costrette a confrontarsi con il rincaro dei servizi – asili, mense, scuolabus, agevolazioni per i bambini meno abbienti, centri di sostegno allo studio – e con la riduzione delle prestazioni. In qualche caso con la loro stessa interruzione. Gli ultimi dati rilasciati dall’Istat non lasciano dubbi: dal 2007 al 2012 i minori in povertà assoluta sono più che raddoppiati, passando da meno di 500 mila a più di un milione. L’incremento più significativo si è avuto nell’ultimo anno: solo nel 2012 il loro numero è cresciuto del 30% rispetto all’anno precedente, con un vero e proprio boom al Nord (+ 166 mila minori, per un incremento del 43% rispetto al 2011) e al Centro (+41%). Il Sud già fortemente impoverito ha conosciuto un aumento relativamente più “contenuto” (+20%) e raggiunto la quota stratosferica di mezzo milione di minori nella trappola della povertà.

“In questa fase di crisi i bambini e gli adolescenti si ritrovano stretti in una morsa: da una parte c’è la difficoltà di famiglie impoverite, spesso costrette a tagliare i consumi per arrivare alla fine del mese,  dall’altra c’è il grave momento che attraversa il Paese, con i conti in disordine, la crisi del welfare, i tagli dei fondi all’infanzia, progetti che chiudono. In mezzo, oltre un milione di minori in povertà assoluta, in contesti segnati da disagio abitativo, alti livelli di dispersione scolastica, disoccupazione giovanile alle stelle”, commenta Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia.“Un numero così grande e crescente di minori  in situazione di estremo disagio, ci dice una cosa semplice: la febbre  è troppo alta e persistente e i palliativi non bastano più, serve una cura forte e strutturata. E la cura è, secondo Save the Children ma anche istituzioni autorevoli come la Banca d’Italia e l’Ocse, investire in formazione e scuola di qualità, laddove l’Italia è all’ultimo posto in Europa per competenze linguistiche e matematiche della sua popolazione. La recessione non è iniziata soltanto 5 anni fa in conseguenza della crisi dei mutui subprime o degli attacchi speculativi all’euro, ma affonda le sue radici nella crisi del capitale umano, determinata dal mancato investimento, a tutti livelli, sui beni più preziosi di cui disponiamo: i bambini, la loro formazione e conoscenza. Sotto questo aspetto, l’Atlante non offre solo una mappa di ciò che non va, ma mostra bene in controluce ciò che si può e si deve fare per rimettere a posto le cose”.


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Perché dobbiamo pagare per debiti fatti da altri?

crisi-euro-Debiti illegittimi-insolvenza-banche-finanza

Contrariamente a ciò che raccomandano economisti, esperti e organizzazioni internazionali, il “default” non è affatto il peggiore dei mali. Anzi. Perché la crisi economica che stiamo attraversando, prima di essere la crisi del debito pubblico, è la crisi del sistema bancario. È la crisi di un modello economico basato sulla finanza, che ha concentrato la ricchezza nelle mani delle banche a svantaggio del lavoro salariato.  I governi, che non hanno tassato patrimoni e capitali e che non hanno contrastato l’evasione verso i paradisi fiscali, si ritrovano oggi pesantemente indebitati nei confronti dei fondi di investimento stranieri, ma soprattutto nei confronti delle banche europee. Queste ultime hanno bilanci fragili. Hanno creato troppo credito rispetto ai depositi e ai fondi propri.”Diritto all’insolvenza” significa, allora, impedire che in nome della solvibilità del debito pubblico si impongano riforme in senso liberista e ulteriori tagli alle politiche sociali. Significa limitazione dello strapotere della finanza e ripristino di un controllo sociale sull’attività bancaria. Significa ripensare la crisi della zona euro a partire dall’urgenza di nuovi modelli di produzione e di investimento. Il diritto all’insolvenza parte da una domanda semplice: perché dobbiamo pagare per debiti fatti da altri?

I debiti illegittimi, o se preferite “odiosi”,  hanno spesso dato inizio ad un’esplosione che dal 1980 a oggi ha portato l’indebitamento estero dei paesi in via di sviluppo a moltiplicarsi otto volte. Nel 2010 la Banca Mondiale misurava in 4.076 miliardi di dollari lo stock di debito estero accumulato da questi paesi, per un costo annuo di 583 miliardi di spesa per interessi. Di questo debito, 1647 miliardi (il 40% circa) costituiscono debito pubblico, e sono dovuti per il 46% a compagnie private, per il 33% ad Istituzioni Internazionali, e per il restante 21% a singoli stati. Guardando alla ripartizione geografica, quasi il 30% del debito pubblico estero è detenuto dai paesi dell’America Latina.

Prefazione del saggio di François Chesnais su “Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza. Quando sono le banche a dettare le politiche pubbliche” .

Questa prefazione viene scritta mentre Georges Papandreou ha appena annunciato, il primo novembre, l’organizzazione di un referendum sulle ultime misure di «aiuto» alla Grecia contenute nel travagliato accordo europeo del 26-27 ottobre. La sua decisione può essere vista come una misura disperata da parte di un uomo a fine corsa, distrutto dall’estensione e dalla tenacia della resistenza popolare ai piani di austerità e logorato dal comportamento dei dirigenti francesi e tedeschi nei suoi confronti. L’azione dei giovani ad Atene e a Salonicco nello scorso giugno, lungo la scia del movimento degli Indignati spagnoli, ha rinvigorito una resistenza che si esprime su qualunque terreno. Le confederazioni sindacali sono state obbligate a indire due scioperi generali consecutivi, prima in giugno e poi il 19 ottobre, rendendo l’autorità del governo e del parlamento sempre più problematica. La decisione di Papandreou traduce tanto il carattere socialmente insostenibile della serie di piani di austerità imposta alla Grecia, quanto il carattere politicamente insopportabile della decisione di spedire una squadra di sorveglianza della «trojka» – Commissione, Bce, Fmi – in permanenza ad Atene. Che il referendum abbia luogo o meno, che Papandreou mantenga il posto di Primo ministro o venga cacciato, in Grecia si è aperta una fase di instabilità politica che è possibile prevedere si estenda in altri luoghi della zona euro. L’improvvisa e inattesa comparsa del movimento Occupy Wall Street e il successo politico, innegabile sul piano simbolico, della giornata mondiale del 15 ottobre hanno con questo qualcosa a che vedere. Coi militanti americani che puntando il dito contro il cuore della finanza a Wall Street, a cambiare è il clima politico mondiale nel suo complesso. L’annuncio di un possibile referendum in Grecia ha di nuovo provocato l’ennesimo crollo delle borse, con quelle di Parigi e Milano che il primo novembre risultano le più toccate in ragione del forte arretramento dei valori bancari delle grandi banche francesi e italiane. I governi saranno obbligati a mettere in campo progetti di ricapitalizzazione delle banche il cui contenuto è rimasto molto vago al termine della maratona di Bruxelles. Se la ricapitalizzazione si fonda su finanze pubbliche, come è stato il caso a inizio ottobre per la banca franco-belga Dexia, questo provocherà un ribasso dei giudizi sui paesi da parte delle agenzie di rating. Quelli di Francia e Belgio ne sono minacciati dal 2010. L’annuncio del referendum in Grecia ha ugualmente provocato un rialzo dei tassi di interesse sui debiti pubblici ritenuti più vulnerabili. Dopo la Grecia, il Portogallo e la Spagna, l’Italia è diventata il bersaglio degli investitori finanziari. La prima decisione che il nuovo presidente della Bce, Mario Draghi, è stato obbligato a prendere non appena insediato riguarda l’acquisto di titoli italiani e spagnoli. Il 2 novembre, l’emissione da parte dell’Italia di titoli a dieci anni è avvenuta al tasso record del 6,6%. Lo stesso giorno, l’emissione di titoli a dieci anni da parte del Fondo di stabilità monetaria non ha pressoché trovato acquirenti e dovrà essere rifatta, cosa che mette in dubbio la credibilità di uno dei principali strumenti di sostegno ai paesi della zona euro creato dall’Unione europea. Le decisioni assunte il 26-27 ottobre diventano per questo tanto più problematiche. La natura fortemente prociclica delle politiche di austerità di bilancio e di accelerazione delle privatizzazioni che abbiamo analizzato in questo libro viene oggi largamente riconosciuta, persino molto al di là del circolo degli economisti di sinistra. La Grecia è passata da un tasso di crescita di -2,5% nel primo trimestre 2010 a uno di -5,6% nel terzo trimestre 2011, ma il consiglio degli osservatori più lucidi sulla necessità di una ristrutturazione del suo debito, ovvero di una parziale moratoria, non è stato seguito. La recessione è stata così forte che la riduzione del deficit corrente si è accompagnata a un continuo aggravarsi del rapporto tra debito e Pil, che è passato dal 120% al 150%. In Francia, caso analizzato più avanti, il rapporto tra debito e Pil è cresciuto di tre punti in un anno e, stando alle ultime previsioni, nel 2012 toccherà l’87,4%, per effetto di un rallentamento di cui la politica di austerità è una delle cause. Eppure, l’abbandono di queste politiche non sembra essere in discussione. Non solo perché sono parte integrante dell’arsenale neoliberista e del suo credo, ma anche in virtù della fragilità di molte banche. È una delle questioni centrali di questo libro. Perché da parte degli economisti c’è stata una certa reticenza nel riconoscere che la crisi del debito pubblico di fatto nascondeva – e continua a nascondere – una crisi delle banche, soprattutto europee. I loro bilanci sono gravati da una somma di crediti troppo alti – crediti privati più che crediti pubblici –, di cui una parte è inesigibile e un’altra molto vulnerabile in caso di recessione. I governi e la finanza sono ostaggio della seguente contraddizione: le politiche di austerità portate avanti per ridurre il deficit corrente di bilancio e rassicurare le agenzie di rating e gli investitori finanziari del genere Hedge Funds portano a una contrattazione che indebolisce le banche rendendo più difficile la riscossione di tutte le forme di credito. Da parte dei governi e dei centri di potere della finanza e della grande industria assistiamo allora a fughe in avanti. Si tratta della rappresentazione del vicolo cieco in cui si è messo il capitale al termine di una fase in cui si è dovuto ricorrere al massiccio indebitamento per sostenere la crescita e prolungare le false euforie, o piuttosto le menzogne, di un capitalismo «trionfante» sempre più preda della corruzione. Adesso occorre trasferire la responsabilità di questo stato di cose su altri e continuare, nel bene e nel male, a drenare flussi di ricchezza, di vera sostanza economica, così che il servizio degli interessi del debito sia garantito e il rimborso dei prestiti effettuato quando essi vengono a scadenza. I governi e i media si servono allora di ripetute campagne di colpevolizzazione di massa dei cittadini, perché «capiscano e accettino i sacrifici». L’occultamento delle origini del debito pubblico è una delle condizioni perché l’ingiunzione a «onorare il debito» possa continuare a funzionare. È qui che interviene la necessità, o più precisamente la pressante esigenza, di sondare il debito da molto molto vicino. La genesi e la crescita del debito sono specifici per ogni paese ed è solo esaminandole attentamente che diventa possibile definirne la natura, almeno in parte, odiosa – caso della Grecia – o illegittima, come è il caso di molti paesi. Nel caso della Francia (dove il debito ha raggiunto oltre l’80% del Pil), il principio di analisi formulato in questo libro mostra che la sua illegittimità proviene tanto da un’alta spesa pubblica che presenta i tratti di un regalo fatto al capitalismo (nella fattispecie all’industria degli armamenti), quanto dalla politica fiscale e il modo in cui si è declinata una politica che consiste nel compensare con il prestito l’abbassamento dell’imposizione sul reddito, sul capitale e sul profitto delle imprese, dando prova di grande lassismo in materia di evasione fiscale. Sta ai lettori di questo libro decidere se un lavoro simile può essere fatto anche per l’Italia. L’illegittimità deriva anche dall’esame delle operazioni di «prestito» che dovremmo «onorare». Poiché l’ingiunzione a pagare il debito fa appello a riflessi multisecolari, soprattutto di origine contadina. Si fonda implicitamente sull’idea che a essere date in prestito siano somme frutto di un risparmio pazientemente accumulato attraverso un duro lavoro. È forse questo il caso del risparmio delle famiglie o delle risorse dei sistemi pensionistici per capitalizzazione. Non è quello delle banche o degli Hedge Funds. Quando questi «prestano agli Stati» acquistando dei buoni del Tesoro messi in vendita dai ministeri delle Finanze, si tratta di somme fittizie la cui messa a disposizione si fonda sull’azionamento di un «effetto leva» molto alto, costruito simultaneamente su una rete di transazioni interbancarie e sulla cartolarizzazione di crediti già dalla loro creazione. Anche su questo punto sarebbe possibile procedere a un’analisi, sulla base delle informazioni disponibili, delle operazioni delle grandi banche italiane. La crisi delle banche che si è mostrata in pieno giorno, dopo essere stata truccata da debito degli Stati, è sintomo di un fenomeno più esteso. È una delle manifestazioni della situazione di semiparalisi nella quale versa l’economia capitalistica mondiale, in virtù dell’incapacità da parte dei governi, dei centri privati del potere finanziario e della grande industria a pensarne il funzionamento in termini diversi da quelli dei metodi di una crescita costruita dentro la cornice della globalizzazione neoliberista. Sul piano tanto nazionale quanto mondiale, la borghesia proietta sulla popolazione laboriosa, e in particolare sui giovani, un futuro di povertà e frustrazione, quando non è di miseria. La finanza nata dalla liberalizzazione viene attentamente passata al vaglio nel primo capitolo di questo libro. E la conclusione è che essa non sia riformabile. È l’espressione concentrata di un obiettivo di valorizzazione del capitale, come dice Marx «senza fine e senza limiti», a prescindere dalle conseguenze sociali ed ecologiche per l’umanità. La lotta contro il capitale ha sempre richiesto la ricerca di leve per un’azione comune. Il problema dei debiti europei e del loro annullamento è una di queste leve. E quando una di esse può creare le condizioni per una transizione economica e sociale, occorre afferrarla. È il senso di questo libro e la ragione della mia grande felicità per la sua pubblicazione italiana. 2 novembre 2011.

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Non paghiamo il debito pubblico!

 

 

Il debito pubblico italiano ad oggi è di 1.946 miliardi di euro, il 120 per cento rispetto al Prodotto interno lordo.

Dividendo i 1.946 miliardi di euro di debito pubblico italiano (al 28 maggio 2012) per i 60 milioni di cittadini ne deriva un debito personale per ognuno, ognuna di noi di 32.400 euro. Chi possiede il credito? Piccoli risparmiatori? Principalmente Italiani? No. Secondo i dati della Banca d’Italia solo il 13 per cento del debito italiano è posseduto da privati residenti in Italia, il 26,8 per cento è nelle mani di “istituzioni finanziarie monetarie” (banche, fondi comuni), il 13,5 per cento da assicurazioni e fondi pensione, il 3,65 per cento direttamente dalla Banca d’Italia e il 43 per cento è nelle mani di soggetti non residenti, cioè all’estero, presumibilmente grandi istituzioni finanziarie. Quindi perché noi dobbiamo pagare il debito?

Non paghiamo il debito. Tra le obiezioni fondamentali al non pagamento del debito, ovvero alla moratoria e al congelamento degli interessi, vi sono quelle che provengono dal mondo delle banche, del grande capitalismo e della finanza e che, ovviamente, si dicono contrarie alla proposta perché vi vedono minacciati i propri interessi. Ve ne sono però anche altre che provengono da sinistra. Ne utilizziamo tre…

1) il “default” sarebbe pagato dalla popolazione e da lavoratori e pensionati. Il problema sarebbe però ovviato da un atto, sovrano, di moratoria – e non di fallimento, “default” – da cui sarebbero esplicitamente esclusi quei settori da proteggere proprio in virtù degli interessi della collettività. Ad esempio i risparmi dei lavoratori, dei pensionati e di tutti coloro che, con un reddito da lavoro dipendente, hanno sempre pagato le imposte dovute.
2) Dopo la moratoria uno Stato farebbe una fatica immensa a finanziarsi di nuovo sui mercati interni e internazionali: nessuno gli farebbe più credito. I casi di Argentina o Ecuador mostrano il contrario, dipende dalle situazioni. In ogni caso, per l’Italia, si tratta di riequilibrare il ricorso al prestito “interno”. Di fronte a un debito di 1.763.8 miliardi di euro la ricchezza netta in Italia (al netto dei debiti privati) nel 2009 ammontava a 8.600 miliardi (9.448 miliardi, quella lorda, di cui 4.800 miliardi in ricchezza immobiliare). Della ricchezza lorda il 37.7 per cento è ricchezza finanziaria pari a 3.561 miliardi, più del doppio del debito così composta: il 29,8 per cento in biglietti, monete, depositi bancari e risparmio postale; il 44,2 per cento in obbligazioni private, titoli esteri, azioni, partecipazioni e fondi comuni; il 17,7 per cento in riserve tecniche di assicurazione; il 3 per cento in crediti commerciali e solo il 5,5 per cento in titoli di Stato. Quasi mille miliardi, invece, è detenuta in forme liquide. Basterebbe incentivare questa massa monetaria per riequilibrare eventuali scompensi.
3) Un default significa uscire dall’euro e scontrarsi con una forte svalutazione con il crollo del potere di acquisto dei salari. L’andamento dei salari degli ultimi dieci anni, quelli in cui è vigore l’euro, non autorizza a parlare di mantenimento del potere di acquisto. L’Europa può imboccare una strada diversa, quella dell’Europa Sociale che rifiuti la dittatura delle banche. In alternativa l’uscita dall’Euro non avrebbe conseguenze peggiori di rimanerci a queste condizioni.

E poi? La ristrutturazione del debito è una operazione che per risultare efficace non può essere realizzata nel vuoto ma presuppone un programma più ampio. Si tratta, infatti, di accompagnare questa operazione con una politica che aumenti i salari, riduca la precarietà, ristabilisca i diritti sociali e li estenda, ad esempio ai migranti, salvaguardi i beni comuni.
Serve un processo di nazionalizzazione di banche e assicurazioni, a cui il grande capitale ha fatto ricorso solo per salvare i proprio interessi e che invece serve per gestire diversamente il debito e garantirsi dalla speculazione finanziaria.
Serve una riforma fiscale che finalmente aggredisca l’evasione fiscale – in larga parte appannaggio delle grandi imprese come dimostrano scatole cinesi finanziarie e largo utilizzo dei commercialisti alla Tremonti – e che faccia pagare di più i redditi più alti e di meno, molto di meno, chi riesce appena a sopravvivere. Una riforma fiscale fortemente progressiva, con poche e chiarissime agevolazioni fiscali per il lavoro dipendente, in grado di cumulare la tassazione dei grandi redditi con la proprietà e quindi il patrimonio, la rendita, la speculazione. Una vera Patrimoniale per ridistribuire radicalmente le risorse.
Occorre rimettere in discussione questa Europa, compresa la moneta unica, per realizzare un’Unione davvero democratica e fondata sul consenso e la partecipazione dei popoli. Per questo partecipiamo alla petizione popolare per chiedere un referendum sull’Europa.
Bisogna ridurre drasticamente le spese militari, tramite riduzione delle missioni all’estero e abbattimento della spesa per armamenti da trasformare in spesa per le infrastrutture ecologiche e il risanamento dei territori.
Dobbiamo rimettere al centro dell’economia la variabile indipendente, il vincolo insuperabile, del lavoro e della sua dignità, dei diritti, dell’estensione delle garanzie sociali: salario minimo garantito, reddito sociale, riduzione dell’orario di lavoro, diritto al lavoro contro la precarietà dilagante.
Occorre affrontare con decisione il tema della sostenibilità ambientale dello sviluppo economico con la difesa ecologica dei territori dai sventramenti prodotti dal Profitto e dagli interessi delle grandi imprese multinazionali.
E tutto questo ha un senso se si garantisce una nuova partecipazione popolare con forme di democrazia diretta e di autogoverno a tutti i livelli. Questi Parlamenti e i loro governi hanno concluso il loro tempo, siamo per una rivoluzione delle forme della partecipazione e della gestione del potere: referendum su tutti i dossier cruciali, organi di partecipazione diretta, autogestione e gestione razionale e democratica dell’economia attraverso nuove istituzioni democratiche e dal basso.

(Fonte Rivolta il debito)

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