Italia svenduta

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Secondo i dati diffusi dalla Banca Mondiale, nel periodo compreso tra i primi Anni Cinquanta e la fine degli Anni Ottanta, l’Italia si collocava al primo posto assoluto tra i Paesi Occidentali (e ad uno dei primi Posti a livello Mondiale) per crescita economica.

Sempre secondo i dati diffusi dalla Banca Mondiale, nel periodo che va dal 1995 ad oggi, l’Italia è invece all’ ultimo posto assoluto sul Pianeta per crescita economica. Cioè al primo posto per decrescita.

Sarebbe sempre meglio tenere molto bene a mente questi due dati statistici, clamorosamente divergenti, quando si discute della Storia recente del nostro Paese.

E sforzarsi di capirli. Continue Reading


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Julio Garcìa Camarero: Consumo e consumismo

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“Nella casa del saggio la ricchezza è schiava, in quella dello stolto padrona”
Lucio Anneo Seneca

Il neoliberalismo globale ed il marketing ci dicono che il consumismo e la crescita economica sono le uniche fonti di soddisfazione e felicità, insieme al possesso dei beni materiali. Tale condizione si può ottenere, nel migliore dei casi, solo trasformandosi in consumisti eternamente insoddisfatti ed infelici condannati ad un lavoro totalizzante ed alienante, di cui si percepisce solo una millesima parte della ricchezza prodotta e la neppur minima sensazione di creatività, una delle nove necessità basiche dell’uomo e della donna. C’è una netta differenza tra consumismo e consumo, quest’ultimo sano e necessario.

Riduzione della biodiversità, esaurimento delle risorse, inquinamento, cambiamento climatico, sono tutti mali che hanno come colpevole lo sperpero umano. O, detto in un altro modo, il consumismo di pseudo-necessità. Seneca diceva: “A casa del saggio la ricchezza è schiava, in quella dello stolto è padrona” e, a sua volta, Antonio Machado rispondeva: “Solo gli stolti confondono prezzo e valore”. La prima citazione è una verità inconfutabile: bisogna dare più valore all’essere che all’avere. La seconda citazione richiama, da un lato, il saggio stoicismo di Seneca e, dall’altro lato, ci proietta nel mercificato mondo moderno che mette un prezzo a qualsiasi cosa.

Potremmo conciliare modernità e stoicismo affermando che “solo gli stolti confondono consumo e consumismo”. È una stoltezza confondere il consumo sano con il micidiale consumismo. È una stoltezza condannare il consumo come se si trattasse di consumismo.

Il consumo, infatti, non solo è necessario, ma indispensabile per sopravvivere. Non dobbiamo tornare al neolitico e, anche se ci tornassimo, dovremmo per forza consumare. Le popolazioni indigene della selva amazzonica mangiano iguane e vivono molto meglio, soprattutto più felicemente, di quelle persone del primo mondo che trascinano il loro corpo obeso pieno di insoddisfazione consumista dentro un supermercato ricolmo di cibo-spazzatura, dove cercano di dimenticare il mutuo da pagare e l’alienazione di un lavoro sfiancante.

Senza consumo non c’è vita: le piante, gli animali, gli uomini consumano alimenti, acqua, aria ed energia. Consumare è necessario per sopravvivere. Ma l’obiettivo dell’essere umano non è soltanto sopravvivere, è vivere bene e per raggiungere quest’obiettivo non è necessario consumare tanto, come questo neoliberalismo galoppante prossimo alla crisi terminale ci fa credere.

È un errore confondere la quantità e la qualità. Bisogna consumare qualità. La qualità deriva principalmente dalla misuratezza, la diversità e la spiritualità. Bisogna consumare libertà, liberazione dal lavoro alienante, liberazione dai complessi di inferiorità, liberazione dalla trappola del consumismo, etc. etc. Bisogna nutrirsi, innanzitutto, di beni relazionali: condivisione di emozioni, contatto reale tra le persone, amore, spiritualità, solidarietà, convivialità, empatia… Sono beni di cui è estremamente importante il consumo e, ancora di più, riservare il tempo per consumarli.

È estremamente importante non confondere il consumo di beni spirituali con il consumo di beni esclusivamente crematistici. Questa confusione sta portando l’umanità al proprio suicidio, all’odio diffuso ed alla criminalità. Anche il consumo di beni materiali, come il cibo, è indispensabile, nella misura in cui ci si nutre in giusta quantità di alimenti di qualità, piuttosto che abbuffarsi di cibo-spazzatura. Bisogna vestirsi e utilizzare quegli oggetti sufficienti ed utili per vivere bene.

D’altro canto, è assolutamente necessario condannare l’ obsolescenza programmata e la moda. Se non si incitasse alla droga della moda e non ci fosse obsolescenza programmata, direttamente connessa al valore aggiunto (pretesto e falsa giustificazione della conservazione di posti di lavoro), non esisterebbe consumismo e, se non esistesse il consumismo, non bisognerebbe sottomettersi a lavori alienanti e mal retribuiti e, se non si fosse costretti a lavorare a queste condizioni, ogni uomo potrebbe disporre di un’infinità di ore libere per consumare molti beni relazionali.

Oltre a questo, bisogna consumare beni materiali sofisticati. Non bisogna guardare con sospetto ai progressi della conoscenza, tramandata da millenni. Bisogna saper apprezzare e utilizzare nel modo giusto questa accumulazione di saperi. Bisogna saper dare la giusta importanza allo sviluppo dell’Idea. Non si possono condannare le parole ‘sviluppo’ e ‘progresso’ semplicemente perché il loro significato è stato distorto e maltrattato, soprattutto negli ultimi trent’anni di neoliberalismo.

Il capitalismo ha preso a pugni e cazzotti queste due parole, ha deformato il loro significato a furia di bugie, inganni e ipocrisia al solo fine di non spegnere il fuoco sacro del valore aggiunto. Così opera il fanatismo religioso del capitalismo, un culto esteso in ogni centimetro quadrato della superficie terrestre.

Probabilmente il primo obiettivo della decrescita deve essere la riconquista del vero significato di molte parole che sono state sfigurate dal sistema nazi-capitalistico in cui viviamo. Il loro significato è stato rovesciato, maltrattato e rinchiuso nel campo di concentrazione del pensiero unico. Ecco alcuni esempi che chiariscono quanto detto: si è arrivati a far coincidere il progresso dell’umanità con la crescita crematistica del valore aggiunto; lo sviluppo e la felicità umana con l’accumulazione di capitale da parte di una oligarchia estremamente ristretta; lo sviluppo di una nazione con la crescita economica dei suoi viceré o mafiosi, a costo di un aumento dello sfruttamento, della fame e della corruzione.

Il consumo finalizzato al raggiungimento di una buona qualità di vita è diventato sinonimo del consumismo nocivo a chi consuma, ma molto utile a chi produce pseudo-necessità, utile ad aumentare il valore aggiunto. Potremmo continuare a lungo con questi esempi; la prima missione della decrescita non è, allora, respingere questi concetti, ma riscattarli, riaffermare il loro vero significato.

Per questo, non dobbiamo essere schizzinosi e rifiutarci di consumare beni materiali sofisticati. Partiamo dal mocio, un esempio banale di produzione dell’ingegno umano che ha portato alla liberazione di molti uomini e, probabilmente, molte più donne. Utilizzare il mocio sicuramente non incide in modo negativo sulla capacità di carico della biosfera. L’invenzione degli elettrodomestici ha ridotto il carico di lavoro di uomini e donne, ma queste ore libere guadagnate non devono essere trasformate in lavoro indesiderato, finalizzato alla sola accumulazione di denaro e che induce a una precarizzazione del lavoro stesso.

C’è anche da dire che, al contrario, non bisogna considerare un’evoluzione la possibilità data alle donne di diventare parte del corpo militare, anzi, bisogna considerarla una terribile involuzione.

La donna deve conquistare la libertà di una relazione di tipo orizzontale con l’uomo, né l’uomo né la donna devono considerarsi superiori. Godere degli stessi diritti non significa, tuttavia, che uomo e donna debbano essere identici. Bisogna difendere la diversità dei sessi che, al contrario, si sta assottigliando senza che ce ne rendiamo conto, sotto la legge del “pensiero unico”.

L’atto simbolico di indossare i pantaloni da parte della donna o di sbiancarsi la pelle da parte di una persona di colore non porta a una maggiore emancipazione delle donne o dei neri, ma è al contrario la manifestazione di un complesso d’inferiorità, la rinuncia all’orgoglio di essere donna o nero. Qualcuno potrebbe tacciare di machismo le mie affermazioni in questo paragrafo, ma il vero machismo è credere che la donna debba assomigliare in tutto all’uomo, degradando la sua natura e la sua condizione.

Dov’è il limite tra il consumo e consumismo? Sta nella misura, parola che non è sinonimo di moderazione. La misuratezza rientra nel campo semantico della qualità, mentre la moderazione in quello della quantità. Eccedere o contenere i consumi può portarci rispettivamente ad una cattiva o buona vita. Prendiamo il caso della candeggina: una goccia di questo liquido diluita nell’acqua può salvare la vita di una persona, ma un leggero aumento della sua dose può portare alla morte. Come riconoscere la misura adeguata delle cose? Non è facile, ma ci sono vari strumenti – come l’impronta ecologica – che ci possono aiutare a capire dove finisce il consumo e inizia il consumismo.

È bizzarro come anche la sinistra scommetta sulla crescita, al giorno d’oggi. Come si può convincere la sinistra dell’importanza della decrescita, invece? Gorz ci suggerisce che “tutti quelli che, a sinistra, rifiutano di affrontare la questione dell’equità senza crescita dimostrano che il socialismo, per loro, è soltanto la continuazione delle relazioni capitaliste perpetrate attraverso mezzi diversi”.

Questa interpretazione sviluppista-produttivista è, tuttavia, un’errata interpretazione del marxismo, dato che Karl Marx realizzò un libretto, pubblicato nel 1821, dove affermava che “una nazione è davvero ricca se, invece di dodici, lavora sei ore”. E Carlos Taibo, esperto della società sovietica, terminava la sua “Storia dell’Unione Sovietica” sostenendo che “Marx, negli ultimi anni, aveva manifestato la propria adesione alle società impegnate nella soddisfazione delle necessità umane e poco interessate alla produzione finalizzata al conseguimento di profitti illimitati”.

(Fonte ilcambiamento – Julio Garcìa Camarero Traduzione in italiano di Valentina Vivona)

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Capire il concetto di Decrescita

In Italia si parla di “Decrescita”, intesa come corrente di pensiero, da almeno un decennio ma solo nelle ultime settimane l’abbinamento di questa parola all’aggettivo “Felice” è entrato di forza nel lessico politico. Tutto ciò grazie al sorprendente risultato elettorale del Movimento 5 Stelle, che ne ha fatto propri alcuni punti. Non che idee simili o addirittura uguali a quelle proposte da Grillo, non siano presenti nei programmi di altre forze politiche (penso all’estrema sinistra parlamentare), ma nessuno mai aveva fin quiavuto il coraggio di utilizzare apertamente, in un programma elettorale, il termine “Decrescita”.
Comunque sia, oggi finalmente se ne parla. Tuttavia nel dibattito che ne è scaturito, per faziosità o per ignoranza, la Decrescita è stata definita nei modi più disparati ed imprecisi.
Senza poi contare che i media spesso hanno cercato di parlarne con il chiaro intento di evidenziare i punti di debolezza, oppure per descrivere la Decrescita come un’idea bislacca coltivata da brizzolati figli dei fiori.
Ritengo siano sostanzialmente tre i modi per parlare in modo impreciso di Decrescita.

Il primo è il “Metodo Carfagna”.
Mara Carfagna, ex-ministro della Repubblica, nel corso di una puntata di Servizio Pubblico condotta da Santoro, ha definito la Decrescita una sorta di ritorno ad una condizione agreste-bucolica“, come se i decrescentisti volessero tornare al Medioevo o all’età del ferro.
Questo primo “metodo” basa tutto il ragionamento sulla ridicolizzazione. Descrive i decrescentisti come dei nostalgici della vita magistralmente descritta da Ermanno Olmi ne “L’albero degli Zoccoli“. Pur auspicando il ritorno di alcuni dei contenuti del film (come l’autoproduzione e il senso di comunità), garantisco che questa sera non siamo arrivati con il calesse e non auspichiamo che i lavoratori siano costretti a tagliare un’albero per ricostruire gli zoccoli che servono ai propri figli per andare a scuola.

Il secondo è il “Metodo Trento”.
Sandro Trento, docente di Economia all’università di Trento, in un articolo apparso su “Il Fatto Quotidiano” commette l’errore più comune, confondendo la Decrescita Felice con la decrescita che caratterizza l’attuale periodo di crisi economica, di impoverimento e di depressione dei consumi.
Come dicevo questo è l’errore più diffuso anche tra la gente comune che crede di vivere la decrescita perchè subisce un’improvvisa e importante riduzione di consumi, obbligati dal momento di crisi.
Mi permetta però il prof. Trento di manifestare la mia incredulità difronte ad un docente di Economia che, conoscendo sicuramente le basi economiche della Decrescita Felice, commette un così banale errore.

In fine c’è il “Metodo Feltri”.
Sempre su “Il Fatto Quotidiano” il giornalista Stefano Feltri (che già si era distinto in passato per le critiche alla decrescita) ci spiega che i decrescentisti commettono un errore imperdonabile in quanto affrontano i temi legati all’economia con un approccio etico e non scientifico (come se l’economia fosse una scienza esatta) e rincara la dose facendo chiaramente intendere che l’economia è un argomento per soli esperti e solo a questi è riservata la discussione.
Detto ciò, Feltri, parla di Decrescita circoscrivendola ai gruppi di acquisto solidali e all’orto dietro casa al posto del supermercato.
Feltri non entra nel merito delle proposte della Decrescita e chiude il dialogo con i decrescentisti in quanto non considerati all’altezza della discussione. Varrebbe la pena ricordare a Feltri che Serge Latouche è un economista come lo era Nicholas Georgescu-Roegen padre della bio-economia che è alla base della Decrescita.
In fine mi sia permessa una battuta: se in questo periodo storico stiamo vivendo l’esito delle teorie economiche sviluppate da esperti che si sono approcciati ai problemi con criteri scientifici, forse varrebbe la pena affrontare le nuove sfide con un rinnovato spirito etico.

Esistono altre firme che si sono cimentate nello scrivere di Decrescita, rientrando perfettamente nelle tre categorie citate. Vorrei elencarle con le relative testate per evidenziare la trasversalità dell’incomprensione mostrata verso questa corrente di pensiero: Nicola Porro su La7, Antonio Pascale sul Corriere della Sera,Giuseppe Turani su Il Quotidiano Nazionale (1),  Camillo Langone su Libero,  Francesco Maria Del Vigosu Il Giornale, Massimo Bocuzzi su L’Unità e Roberto Mania su Repubblica.
Tutti ingranaggi di un complicato sistema che porta ad una sistematica disinformazione a carico della Decrescita.

Non stupirà quindi che anche tra noi normali cittadini sia imperante la confusione. Confusione che nasce anche dal termine dato a questo progetto politico, economico e sociale. Nell’immaginario collettivo la parola Decrescita rievoca qualcosa di negativo, ricorda la riduzione di un bene necessario. Avremo modo di sfatare questa credenza popolare.
A questo si aggiungono alcune banali incomprensioni sull’interpretazione di alcuni principi che caratterizzano la Decrescita.
Errore di interpretazione che comettono, ad esempio, coloro che riducono i propri consumi, per questioni etiche, mantenendo però una valutazione positiva di ciò a cui  hanno rinunciato.

E chiaramente tutto questo non è la decrescita.

Ma cos’è quindi la Decrescita? E soprattutto, può essere la strada per uscire dalla crisi economica, sociale ed ecologica che attanaglia il nostro Paese?

Per aiutarci a capire la teoria, utilizzo la pratica applicata al mio settore, quello agricolo-alimentare. Secondo uno studio commissionato dalla FAO (Global Food Losses and Food Waste), circa un terzo del cibo prodotto ogni anno per il consumo umano – grosso modo 1,3 miliardi di tonnellate – va perduto o sprecato. Ogni anno i consumatori dei paesi ricchi sprecano quasi la stessa quantità di cibo (222 milioni di tonnellate) dell’intera produzione alimentare netta dell’Africa sub-sahariana (230 milioni di tonnellate). In aggiunta, la situazione dei produttori europei è dichiarata ormai insostenibile e ogni anno, puntualmente, si decide per esempio la distruzione di massa di pesche o degli agrumi in Sicilia, mentre i produttori francesi manifestano il loro malcontento distruggendo i carichi di frutta importati a prezzi irrisori dalla Spagna (source). Nel frattempo i media ci raccontano che dobbiamo andare avanti con la ricerca sugli OGM per creare specie più produttive, al fine di sfamare tutta la popolazione mondiale! La verità forse è altrove: siamo nel bel mezzo di una fase storica di sovrapproduzione di merci che non riesce ad essere assorbita dalla domanda, perché aumenta la produttività degli impianti e diminuisce la capacità di spesa delle popolazioni “ricche”.

In 40 anni, il PIL aumenta del 350%, la popolazione del 16.5%, gli occupati dello 0.5%. Dal 1960 al 1998 in Italia, il Prodotto Interno Lordo (cioè l’indice internazionale che misura l’entità in valore dello scambio di merci all’interno di un paese) si è più che triplicato, passando da circa 424 mila miliardi di lire a circa 1 milione e mezzo di miliardi di lire. Nello stesso periodo la popolazione è cresciuta da 48.967.000 a 57.040.000 abitanti, con un incremento del 16.5%. Il numero degli occupati però, è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998). Una crescita così rilevante non solo non ha fatto crescere l’occupazione in valori assoluti, ma l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41.5% al 35.8% della popolazione (Maurizio Pallante – La Felicità Sostenibile – Rizzoli 2009). Ma dove voglio andare a parare con questo ragionamento pindarico tra sprechi alimentari, consumi, PIL e disoccupazione? E’ la dimostrazione di quello che stiamo vivendo in questo periodo: il fallimento del sistema capitalista-consumistico della produttività a tutti i costi. Consumate! Comprate cose inutili, buttate via quelle vecchie, andate al supermercato….e fate aumentare il PIL! Il PIL e l’economia finalizzata alla crescita hanno portato alla sovrapproduzione di beni, all’abbassamento delle remunerazioni, abbattimento di costi e salari, aumento dello spreco di risorse. Ma soprattutto, spostamento della ricchezza dai più ai pochi e, non meno importante, al peggioramento della qualità, sia dei beni che dello stile di vita. Tutto ciò grazie alla spinta al ricorso al credito che ha fatto indebitare le famiglie. Ci hanno “insegnato” a vivere al di sopra delle reali possibilità.

Per i politici contano solo i consumi. Molti imprenditori di sicuro rabbrividiscono a queste parole; “ma come?…bisogna produrre di meno?…comprare di meno?…. come facciamo profitto?… come creiamo posti di lavoro?” Bè finora il sistema capitalista-consumistico (così come quello comunista-statalista) ha prodotto benessere e occupazione solo nel breve termine (e a discapito della maggioranza della popolazione dei paesi sottosviluppati e sfruttati!). Ormai l’innovazione tecnologica e la standardizzazione dei prodotti (anche dei cibi industriali) permettono di aumentare sempre di più la produzione oraria di un bene (omologato, standard, e spesso privato della propria naturalezza o utilità) diminuendo drasticamente la manodopera e quindi anche i costi per le aziende. Risultato: mercati inondati di prodotti a basso costo da aziende che si scontrano a chi fa il prezzo più basso; così si arricchisce la Grande Distribuzione, a discapito dei piccoli produttori che soccombono. Di conseguenza si ottiene: taglio dei costi, disoccupazione e diminuzione della qualità dei prodotti. Unico vantaggio (effimero): il prezzo più basso dei beni di consumo, però a fronte di una scarsa qualità e ripercussioni sullo stile di vita e molto spesso sulla salute.

La possibile soluzione? A sentire politici ed economisti di tutto il mondo l’unica cantilena proposta è: “stimoli alla crescita, incentivi al consumo, indebitamento ecc. ecc.”….. ma pur continuando a stimolare questa economia ormai satura, a chi li vendiamo tutti questi prodotti in eccedenza e quindi inutili? Ai cinesi? Per battere la loro concorrenza dovremmo lavorare alle loro stesse condizioni (bassi salari, zero sicurezza, non rispetto delle norme ambientali ecc.), quindi tornare nel medioevo della storia industriale! E comunque non ce la faremmo mai, perché tra prodotti di largo consumo americani, europei, cinesi, indiani, potremmo riempire il mondo ed esportarli nello spazio a paghi 1 e prendi 3, se fosse possibile.

Il ruolo fondamentale delle piccole imprese. Ci sarebbe un’altra strada, quella suggerita da Serge Latouche, economista francese che ha teorizzato il modello della Decrescita: buttare via tutte le teorie fallite sulla produttività ad ogni costo e sfruttare le innovazioni tecnologiche per fare prodotti più utili e salutari; in modo da produrre meno, pagare il giusto, guadagnare in salute e remunerare i produttori. In tal modo un’azienda non deve essere costretta a ingigantirsi (indebitandosi pesantemente) per fabbricare tonnellate di prodotti che non sa come vendere; cioè il risultato di quello che ci insegnano nelle aule delle università: mi indebito, divento grande, risparmio sui costi delle materie prime, sfrutto le economie di scala e vendo a prezzo più basso. E ritorniamo lì, dove ci scontreremo con un altro che venderà ancora più pezzi a un prezzo più basso del mio, e io sarò fuori. Solo che la capacità di consumo della gente non è infinita.

E allora, qual’è la soluzione? Allora filiera corta, mercati e produttori locali, tante piccole aziende artigianali e quindi più occupazione; tutto questo non significa tornare indietro, non innovare, tornare alle lavorazioni manuali. In Italia le piccole e medie imprese rappresentano (forse rappresentavano?) la struttura portante del sistema economico e produttivo: su oltre 4,4 milioni di imprese, il 99,9% è, infatti, costituito da PMI; di queste, la quasi totalità (il 94,6%) rientra nella dimensione di micro impresa (con meno di 10 addetti), mentre le imprese di taglia media (da 50 a 249 addetti) sono appena lo 0,5% del totale (Elaborazioni su dati EUROSTAT, anno 2008). E il loro contributo in termini di occupazione è rilevante: l’81,7% degli addetti è, infatti, occupato nelle PMI (le micro imprese da sole occupano il 48% del totale degli addetti). Secondo i dati EUROSTAT tutta l’Europa ha una struttura fortemente incentrata sulle PMI: il 99,8% delle imprese europee ha meno di 249 addetti ed assorbe il 67,4% dell’occupazione; il 91,8% di esse ha meno di 10 addetti (dati 2008). La stessa Comunità Europea ha riconosciuto il ruolo centrale delle imprese di minore dimensione nell’ambito dell’economia europea, e nel 2008 ha emanato la Comunicazione “Pensare anzitutto in piccolo”, lo “Small Business Act” per l’Europa”, che promuove un articolato quadro di interventi con l’obiettivo di migliorare il contesto giuridico, economico ed amministrativo delle PMI nell’intera Ue. La UE vuole in pratica attuare il documento stilato nel 2010 “Europa 2020 – una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”, cioè promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale.

La terza via, quella delle Comunità e dell’autoconsumo. Una certa parte d’Italia l’ha dimostrato da tempo: la forza trainante è la piccola media impresa artigianale che con i prodotti di qualità (non concorrenziali e non imitabili!) riesce a galleggiare sulle macerie che il “vecchio sistema” ci sta lasciando. E dalla mia piccola esperienza con le piccole imprese alimentari, posso testimoniare come nel lungo termine, il prodotto artigianale, talvolta innovativo (e la riscoperta della tradizione e delle peculiarità naturali è spesso un’innovazione!), permette di lavorare la quantità necessaria da vendere, con alta qualità, prezzo giusto e remunerativo: insomma piccoli, bravi e duraturi. Si chiama sviluppo sostenibile, si conserva la qualità, il territorio e l’occupazione. Vedi gli ipermercati che per 30 anni hanno fatto chiudere tante botteghe per dare lavoro a 800 euro al mese. Ora molti di quegli ipermercati in Italia (nonostante le dimensioni efficienti, prezzi bassi, le offerte e gli stipendi da ricatto) stanno chiudendo. Carrefour e altri marchi esteri si stanno ritirando dall’Italia, lasciando capannoni abbandonati, e gli ex dipendenti fuori a protestare, con buona pace dei finanziamenti pubblici ricevuti. In compenso, nei paesi e nelle città, stanno tornando a nascere negozi di prossimità e aziende agricole in filiera corta che riportano tanti giovani nell’agricoltura. Alla base di ciò è necessario un comportamento maggiormente consapevole dei consumatori, che in un certo senso, “aiutati” dalla recessione, consumeranno meno ma meglio, magari unendosi in gruppi di acquisto solidale (GAS). Questo quadro farà certamente soccombere le grandi aziende che fanno enormi volumi di produzione a costi bassi; ma come dimostrato, non sono le grandi aziende che creano il grosso dell’occupazione (al contrario di quello che politici, finanzieri e sindacalisti ci fanno credere). Questa sembra la strada, e quando questa crisi epocale spingerà le famiglie (come già sta succedendo anche in America) all’auto-produzione, a coltivare l’orto in città o sul balcone o a farsi il pane in casa, a comprare meno cibo ma con maggiore attenzione alla qualità e alla salute, allora ci accorgeremo di essere dentro al cambiamento.

(Fonte decrescita)

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Serge Latouche “Sfidare i limiti è l’imperativo del nostro tempo”

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L'”andare oltre” di oggi è l’emblema del dominio, perché si annida in un modello di sviluppo planetario che rispetta una sola regola: ignorare ogni confine naturale, geopolitico, etico, antropologico e simbolico, assimilandone l’idea stessa a remora passatista di cui liberarsi per aprire ai mercati. Serge Latouche non ci sta. Da anni elabora il progetto di un’alternativa praticabile al binomio crescita-illimitatezza. Si chiama decrescita e il suo concetto strategico è limite.

Limite “di Serge Latouche esce in prima edizione a settembre 2012 per Bollati Boringhieri. È un nuovo e ulteriore capitolo del progetto decrescentista dedicato al limite, o meglio, come si capisce fin dalle prime pagine, ai limiti che bisognerebbe riscoprire per arginare la dismisura dell’attuale modello di sviluppo.
Per i neofiti può considerarsi una valida introduzione alla vasta produzione letteraria di Latouche, un primo passo per capire cos’è la “decrescita” e soprattutto perché sempre più professori, studiosi e addirittura qualche politico la propongono quale via da percorrere.
Il progetto della decrescita è ambizioso e interdisciplinare, va dal risparmio energetico all’autosufficienza alimentare passando per la liberazione dell’uomo dalla multiforme schiavitù post-moderna (monetaria, mercantista, pubblicitaria, culturale, …).
In questa sede mi limito a leggere qualche capitolo e sintetizzarne il contenuto, rimandando al testo su citato ogni riferimento ed eventuale approfondimento.

1. Limiti geografici
Il limite costituisce un territorio nello spazio, in geopolitica si parla di limes, frontiera. Ciò non è prerogativa dell’uomo, gli animali si definiscono e si limitano in zone, territori, habitat, mediante segni riconoscibili; tuttavia l’uomo è un animale particolare poiché attraverso il pensiero può estraniarsi dalla sua condizione fisica ed illudersi della propria illimitatezza. La differenza sostanziale si evidenzia nel modo della propria organizzazione. Se l’animale si organizza privatamente o collettivamente, all’interno di un habitat definito e limitato che possa contenerlo e supportarlo, l’uomo no. L’uomo è un animale simbolico ed il suo limite è innanzitutto culturale anche se l’astrazione e l’immaginazione devono sempre fare i conti con il reale del quale non si può prescindere. Scrive Augustin Berque ne Les limites de l’écoumène: poiché la simbolicità trascende radicalmente i limiti fisici dello spazio e del tempo, questo introduce l’incommensurabile, ma la base rimane del tutto misurabile, è il Pianeta.
Nella storia dell’uomo, la sfrontatezza e l’avventura hanno sempre trovato il loro limite nella possibilità del proprio tempo, dato dalla tecnica, dalla cultura e non meno dalla morale (religiosa o imperiale). Gli spazi normalmente non abitati dall’uomo sono detti deserti, ma dalla modernità si è cercato in tutti i modi di farli retrocedere. L’uomo supera continuamene i propri limiti, li trasgredisce e sogna costantemente l’impossibile. Lo chiamano progresso. Tuttavia il progresso tecnico che risolve i vecchi problemi è lo stesso che genera quelli nuovi, smascherando così l’indicibile: se i problemi sono solo tecnici non si vede il motivo di tanto pessimismo di fronte al capitalismo globalizzato contemporaneo, ma la Megamacchina è primariamente un’organizzazione sociale fatta di uomini, non un gigantesco macchinario composto da ingranaggi.

Il problema non sta tanto nel fallimento della scienza e della tecnica né nella loro intrinseca perversione, quanto nella dismisura dell’uomo moderno. (Serge Latouche,La megamacchina. Ragione tecnoscientifica, ragione economica e mito del progresso)

2. Limiti politici
L’uomo quale animale sociale è sempre vissuto all’interno di una organizzazione politica di volta in volta chiamata clan, tribù, comune, nazione. Il limite politico confluisce ed integra il limite geografico ma non si riduce tuttavia in quest’ultimo. L’assolutezza del “politico” sul territorio è un concetto fondamentale delle moderne società di diritto anche se questo dato, nonostante venga ribadito costantemente dai manuali di diritto pubblico, si scontra con la realtà di fatto: tra il 1980-90 attraverso la “disintermediazione finanziaria”, la “desegmentazione dei mercati” e la “deregolazione sociale” (le cd. tre D) la sfera politica è stata fagocitata dall’economico. Scrive Latouche: le autorità politiche dei grandi Stati-nazione si ritrovano nella stessa posizione che era un tempo quella dei sottoprefetti di provincia: onnipotenti rispetto ai loro amministrati nell’applicazione puntigliosa di regolamenti repressivi ma totalmente soggetti dagli ordini dall’alto e totalmente dipendenti dal potere gerarchico. [..] Questo modo di funzionamento permette di aggirare i limiti imposti dalle procedure formali della democrazia rappresentativa e comporta una ridefinizione dei limiti giuridici, con lo sviluppo di nuove possibilità di sbarazzarsene (paradisi fiscali, ..). Abolendo di fatto la sovranità politica dei singoli stati, onni mercificando il mondo, si è sostituita la solidarietà sociale alla guerra di tutto contro tutti.
Che significato ha la “pace” per l’U.E.? Scrive Alain Badiou in Pour una politique illimitèe: se la pace perpetua è sinonimo di guerra perpetua, allora, la ragione umana e la filosofia stessa hanno perso. Tra guerra e pace l’Occidente ha scelto l’impero del male minore, l’imperialismo economico, che abolisce le frontiere ed i limiti tra la morale, l’economia e la politica. Non occorrono moli saggi scientifici, è la cronaca quotidiana a farci notare come il consumismo conviva senza problemi con il caos politico.

3. Limiti culturali
La cultura è l’insieme delle norme, della morale e della sensibilità di un gruppo umano. Non è pensabile che mutamenti economico-politici non la influenzino e non ne siano influenzati. Una costante, nella diacronicità della cultura in un dato luogo, è sicuramente la riprovazione che i componenti hanno verso chi trasgredisce le regole. Già dall’antica Grecia esisteva chi metteva in discussione l’arbitrarietà della “tradizione”. Questo dubbio sofistico, del tutto legittimo, inizia a diventare un problema solo con l’ascesa del pensiero occidentale in cui la trasgressione assurge a norma. L’acculturazione occidentale non si fonde con le culture vicine attraverso lo scambio reciproco di differenze e comunanze, piuttosto tende a sostituirsi alla cultura limitrofa, imponendo attraverso immagini, gesti, rappresentazioni, pensieri, teorie e credenze, il proprio “desiderio”: la religione dell’economia.
L’esito dell’impoverimento culturale, dovuto alla mancanza di reciprocità (leggasi Levi Strauss), è l’incapacità di concepire altri progetti socioeconomici e liberatori.

Con la globalizzazione, assistiamo, ad un vero e proprio gioco al massacro interculturale su scala planetaria. Lo smantellamento di tutte le preferenze nazionali non è altro che la distruzione delle identità culturali. (Serge Latouche, Limite)

Dove ci porta questa omologazione culturale? Il tragico errore dell’universalismo è pensare che, in una prospettiva di unificazione dell’umanità, il processo possa condurre ad un limite naturale ed auspicabile. In realtà questo processo è non solo una distruzione del sud da parte del nord ma anche un autodistruzione del nord, e per contraccolpo una distruzione del nord da parte del sud, perché le culture possano vivere e sopravvivere soltanto nel pluralismo. (Serge Latouche, Limite)

4. Limiti morali
Il punto più controverso del pensiero decrescentista ma forse, in ultima analisi, quello fondamentale è la questione etica. Latouche, non nuovo a letture comparate della storia occidentale, parte dall’antica grecia e in particolar modo dalla contrapposizione di phrònesis (prudenza) e hybris (dismisura). La prudenza, il limite, è la virtù morale per eccellenza dell’uomo politico anche se è limitata al gruppo di appartenenza, al di fuori del quale regna la giungla e la pirateria. La relatività del limite si scontra con il pensiero occidentale, che all’opposto si fonda sul cristianesimo, una religione a vocazione universale (katholikòs) che denuncia l’arbitrarietà e la parzialità delle altre etiche, pagane, delineando i contorni di una morale unica ed universale. Latouche cita lo studio di Domenique Schnapper per commentare il progetto dei lumi sulla liberazione dell’uomo: la democrazia è un’utopia che rifiuta i limiti naturali della disuguaglianza e delle differenze: a partire dal momento in cui la società degli uomini si auto costituisce, si auto legittima, non ammette nessuna legittimità esterna a se stessa. Dunque in un certo senso nessun limite.
Latouche si domanda: riconoscere all’individuo il diritto assoluto al benessere senza limite non è la ibris per eccellenza?
L’uomo moderno, liberato dalla tradizione e dalla Rivelazione, controlla il mondo attraverso la tecnica e l’economia in un modo paradossale, ossia attraverso la liberazione delle “passioni tristi” (Spinoza) quali l’ambizione, l’avidità, l’invidia e l’egoismo. La modernità ha sostenuto, e gli ipermoderni sostengono ancora, che i vizi privati possono divenire virtù pubbliche se opportunamente canalizzate dall’economia. Avanti, avanti! Crescere, crescere, crescere! È questo che ancora si insegna nelle scuole di economia.

5. Una proposta per concludere
Quello di cui abbiamo bisogno non è il controllo, ma la padronanza del desiderio di controllo, una auto limitazione. Abbiamo bisogno di eliminare questa follia di espansione senza limite, abbiamo bisogno di un ideale di vita frugale, di una gestione da buon padre di famiglia delle risorse del Pianeta. (Cornelius Castoriadis, Briser la cloture)

Il libro si conclude sintetizzando la proposta decrescentista già analizzata in altri libri ad esempio “Come sopravvivere allo sviluppo” o “Breve trattato sulla decrescita serena”. Tuttavia Latouche, in questo libro, alza il tiro del suo progetto inizialmente limitato alla dimensione economica, ipotizzando un’autolimitazione multidimensionale: geografica, politica, culturale, ecologica, economica, conoscitiva e morale. Secondo Latouche occorre una politica eco sociale che ristabilisca la correlazione tra meno lavoro e meno consumo, tra più autonomia e più sicurezza esistenziale.

La norma del sufficiente, in mancanza di un riferimento nella tradizione, va definita politicamente. (André Gorz, L’Ecologie politique enre expertocratie e autolimitation)

Questa crisi obbliga l’uomo a scegliere tra gli utensili conviviali e lo schiacciamento da parte della Megamacchina, tra la crescita indefinita e l’accettazione di limiti multidimensionali. La sola risposta possibile sta nel riconoscere la sua profondità e accettare il solo principio di soluzione che è offerto: stabilire per accordo politico, un’autolimitazione. (Ivan Illich, La convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo)

(Fonte decrescita)


Limite

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