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L’economia della crescita ha fallito, serve un passo indietro

decrescita felice

Ho costituito, insieme ad altri professori ed esperti di economia, l’Istituto di studi interdisciplinari di Bioeconomia. Il Dogma della crescita ha fallito. Serve una proposta ben strutturata con il contributo di tutti, capace di analisi e risposte valide. Serve visione lunga per creare capacità di futuro. Ecco a voi il manifesto. Di Maurizio Pallante

La produzione di merci a livello mondiale ha superato la capacità del pianeta di fornirle le risorse rinnovabili di cui ha bisogno, ha ridotto drasticamente i giacimenti di molte risorse non rinnovabili accrescendone i costi di estrazione e aumentando l’incidenza dei danni ambientali che provoca, ha superato le capacità della biosfera di metabolizzare gli scarti biodegradabili che genera, ha accresciuto le quantità delle sostanze di sintesi chimica, tossiche e non tossiche, non metabolizzabili dalla biosfera. Continue Reading


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Un futuro possibile



Nel nostro ultimo libro pubblicato in inglese “Decrescita: Un Vocabolario per una Nuova Era” (“Degrowth, a vocabulary for a new era“, ancora non edito in Italia ndr), non solo sosteniamo che la crescita economica stia diventando strutturalmente più difficile da perseguire nelle economie avanzate, ma anche che essa sia socialmente ed ecologicamente insostenibile. Il clima globale, il welfare, i vincoli sociali e più in generale tutti quegli elementi e valori che per varie epoche hanno resistito, sono ora sacrificati in nome di una nuova divinità rappresentata dalla crescita economica.

Così come si farebbe con un paziente in stato terminale, viene richiesto alla gente di soffrire senza fine, in nome di qualche decimo di punto percentuale di Pil in più per il profitto dei sempre meno (il ben noto 1 per cento).

In teoria la crescita sarebbe necessaria per ripagare i debiti, creare nuovi posti di lavoro o aumentare i redditi dei più poveri. In pratica abbiamo già avuto periodi di crescita sostenuta ma siamo ancora indebitati, i nostri giovani sono disoccupati e la povertà è più alta che mai. Ci siamo indebitati per crescere e ora siamo obbligati a crescere per sdebitarci.

La decrescita è prima di tutto un appello alla de-colonizzazione dell’immaginario sociale dall’idea che ci sia un solo futuro possibile e che questo debba essere basato sulla crescita. La decrescita è l’ipotesi che sia possibile vivere meglio con una vita più semplice ed in comune. È un progetto di una società alternativa che nasce a partire dalla redistribuzione delle risorse, che si fonda sulla sostenibilità della vita e che pratica la democrazia in modo sostanziale. La decrescita non è quindi sinonimo di recessione, ma è l’idea che si possa avere prosperità sociale senza crescita economica. Gli approcci approssimativi e disinformati del primo ministro Renzi (in marzo, durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2015 della Scuola Superiore di Polizia, Matteo Renzi ha detto che l’Italia è uscita dal tunnel della crisi e “se qualcuno parla di decrescita, bisognerebbe farlo vedere da gente brava”, ndr) e di Luca Simonetti (autore di Contro la decrescita. Perché rallentare non è la soluzione, Longanesi, ndr) cadono infatti nellamistificazione.

In altre parole: possiamo ottenere un lavoro soddisfacente senza la necessità di una crescita infinita; possiamo sostenere un welfare che funzioni senza che l’economia cresca annualmente e possiamo ridurre le disuguaglianze sociali ed eliminare la povertà senza il bisogno di accumulare ogni anno più denaro.

La decrescita mette in discussione non solo gli esiti, ma lo spirito stesso del capitalismo. Il capitalismo sembra non conoscere limiti: conosce soltanto come espandersi, come creare distruggendo. Il capitalismo non conosce stabilità. Può vendere qualsiasi cosa, ma non può vendere meno.

La decrescita offre una nuova narrativa per una sinistra radicale che intenda andare oltre il capitalismo, senza necessariamente ripercorrere la via autoritaria e produttivista del socialismo reale (o del ‘capitalismo di stato’ come le definirebbe qualcuno).

Una nuova sinistra, nuova nelle idee e giovane data l’età dei suoi aderenti, si sta formando in Europa, dalla Spagna alla Grecia passando per le esperienze slovene e croate. Questa nuova sinistra sarà anche verde e in grado di proporre un modello di economia cooperativa basata sulle idee della decrescita? Oppure – come nel caso di quella in America Latina – finirà per riprodurre la logica espansiva del capitalismo, sostituendo semplicemente con aziende nazionali le multinazionali e lasciando poco più che le briciole al popolino?

Molte persone vicine alle idee e alle critiche sollevate nel nostro libro, ci dicono che sebbene si tratti di critiche ragionevoli, le proposte che ne seguono sono vaghe e di difficile applicazione. Sembra più facile immaginare la fine del mondo, o talvolta quella del capitalismo piuttosto che immaginare la fine della crescita economica.

I partiti politici più radicali non hanno neanche il coraggio di pronunciare la D di questa parola, o quanto meno di mettere in questione la desiderabilità della crescita. Per rompere l’incantesimo della crescita economica, noi di Research & Degrowth di Barcellona, abbiamo deciso di estrapolare alcune proposte politiche a partire dalle stesse teorie della decrescita. Queste politiche sono discusse più dettagliatamente nel nostro ultimo libro.

Di seguito presentiamo 10 proposte politiche pensate e scritte per il contesto spagnolo (più precisamente catalano). Tuttavia, ripensate alla luce delle specificità nazionali, sono valide anche altrove. Le idee presenti nel testo, infatti, sono rilevanti per le sinistre radicali ed i partiti ecologisti di tutta Europa. Continue Reading

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Decrescita felice: Lettera aperta a Matteo Renzi

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“Illustrissimo signor Presidente del Consiglio,

ho letto una sintesi del discorso che ha pronunciato il 16 settembre alla Camera e per deformazione professionale sono rimasto colpito dal passaggio in cui ha parlato in termini critici della decrescita felice. So che non si rivolgeva al sottoscritto, che non conta nulla, ma allusivamente a qualcuno che ha un rilevante peso politico e a volte ha parlato di decrescita seppure episodicamente e in modo non approfondito.

Mi stupisce che Lei, così istruito e brillante, continui a confondere il concetto di decrescita col concetto di recessione. Eppure nei libri di economia è scritto chiaramente che una crisi economica come quella che stiamo vivendo da 8 anni, caratterizzata da una diminuzione generalizzata e incontrollata di tutta la produzione di merci, si chiama recessione. Di decrescita, nei libri di economia non si parla, tutt’al più si legge la locuzione crescita negativa, come dire, per analogia, che una persona anziana ha una gioventù negativa. A differenza della recessione, la decrescita è la riduzione controllata e guidata della produzione di merci che non servono a nulla o, peggio ancora, creano danni.

Per fare un esempio, nelle case italiane, che sono mal coibentate, si disperdono i due terzi dell’energia che si utilizza per riscaldarle. Se invece di sostenere genericamente la domanda regalando dei soldi nel tentativo di rimettere in moto l’economia, o di finanziare grandi opere che servono solo a devastare il nostro paese e a far guadagnare soldi a chi le realizza, Lei e i Suoi illustri collaboratori aveste sostenuto la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, non solo si sarebbe rimessa in moto la produzione e si sarebbero creati molti posti di lavoro, ma questi posti di lavoro avrebbero risanato l’aria riducendo le emissioni di CO2 e si sarebbero pagati da sé con i risparmi economici che consentono di avere, senza accrescere il debito pubblico. Tutti questi vantaggi si sarebbero ottenuti, pensi un po’, con una riduzione selettiva, con una decrescita dei consumi di energia che si spreca, che non serve cioè a riscaldare le case. Potrei farle molti altri esempi di tecnologie più avanzate di quelle attualmente in uso che consento di ottenere gli stessi risultati.

Detto questo, nel momento in cui il botto della ripartenza, di cui Lei ha sproloquiato col sottotono che La contraddistingue, era quello di un tonfo e, invece della crescita strepitosa dello 0,8 per cento annunciata, il 2014 farà registrare una riduzione del -0,4 per cento (ma negli ultimi anni le previsioni si sono sempre rivelate sopravvalutate), Lei si permette di dire nel Suo discorso alla camera che: «la decrescita è felice solo per chi non ha mai visto in faccia un cassintergrato, non ha mai visto un imprenditore andare in banca e versi respingere una richiesta di fido, non ha sentito lo strano odore di una fabbrica chiusa».

Chi deve abbassare gli occhi davanti a un cassintegrato e a un imprenditore cui è stata respinta in banca una richiesta di fido è Lei, sono i Suoi illustri collaboratori e i Suoi illustri predecessori, perché sulla crescita avete fatto solo delle grandi chiacchiere – a Lei sulle chiacchiere non La batte nessuno – ma, pur avendo le leve del potere ed essendo convinti che la crescita sia la soluzione dei loro problemi, non siete stati capaci di far ripartire l’economia. Sono sette anni che dichiarate di vedere la luce in fondo al tunnel e quando i fatti regolarmente vi hanno smentito, avete avuto la faccia tosta di ripetere che se l’economia non era ancora ripartita come avevate previsto, prevedevate che sarebbe comunque ripartita nei prossimi mesi. Ho preparato un elenco delle vostre chiacchiere a vuoto e se il giornale che ospita questa mia lettera aperta, mi concederà lo spazio, le richiamerò alla memoria collettiva. Mi permetta inoltre di aggiungere che strani odori non ne ho mai sentiti provenire dalle fabbriche chiuse, ma solo da alcune fabbriche aperte dove, per far crescere la produttività non si è avuto nessuno scrupolo a utilizzare processi produttivi che hanno avvelenato non solo l’aria, ma anche i suoli e il ciclo dell’acqua. Ma facevano crescere il prodotto interno lordo, e tanto bastava.

Io credo, illustre Presidente del Consiglio, che il progresso non consista nel produrre sempre di più, ma nel produrre bene, nella capacità di sviluppare tecnologie più evolute che ci consentono di accrescere l’efficienza dei processi produttivi, cioè di ridurre progressivamente il consumo di materie prime e l’impatto ambientale dei processi produttivi. Meno e meglio. A uno che si dichiara cattolico ed è cresciuto tra gli scout, non dovrebbe essere necessario ricordare queste semplici regole di vita. A uno, che pur avendo avuto questa formazione, gongola perché il prodotto interno lordo cresce se si inseriscono nel suo calcolo la prostituzione, il contrabbando e la droga, suggerisco di ricordare alle forze dell’ordine che ogni carico di droga sequestrato comporta una decrescita selettiva ed è una stilettata al suo cuore generoso nei confronti dei cassintegrati e degli imprenditori che si vedono rifiutare un mutuo”. Maurizio Pallante

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#EarthDay2014: Il “Manifesto per un’Europa decrescente“

earth-day-2014

In occasione dell’Earth Day 2014 il Decrescita Felice Social Network ha voluto mettere in campo un importante progetto: Il “Manifesto per un’Europa decrescente“. Un documento che ha l’ambizione di tracciare la strada che porta alla costituzione di un’Europa sostenibile ed ecologicamente compatibile. Beni comuni, Riorganizzazione territoriale, sovranità monetaria e area euro, tassazione e burocrazia, consumo di suolo, trasporto, agricoltura, salute e ambiente, lavoro e occupazione, banche e industria, tecnologia ed energia, pubblicità, difesa, sostenibilità e diritti sono i temi toccati in questa prima edizione. Un’alimentazione più sana, un ambiente pulito, una nuova concezione del lavoro slegata dal produttivismo, maggior libertà e autonomia… sono tutti obiettivi a portata di mano, a patto di abbandonare per sempre la logica perversa della crescita infinita. Invitiamo chi contesta le presunte privazioni derivanti dall’adozione della decrescita a riflettere seriamente sui sacrifici, quelli sì veramente dolorosi, necessari per mantenere in vita un Moloch che diventa sempre più crudele ed esigente all’aggravarsi dei sintomi della sua fine – riscaldamento del pianeta, perdita di biodiversità, picco del petrolio ed esaurimento di materie prime. Il Manifesto per un’Europa decrescente è il nostro modo di dissociarci e di proporre un’altra economia, un’altra politica, un’altra società. Mondo alla Rovescia aderisce all’iniziativa.

Beni comuni
Gli elementi fondamentali per la nostra esistenza devono essere pubblici e collettivi

Spesso dimentichiamo che il nostro primo bisogno è respirare, per cui la nostra prima esigenza è garantirci una buona aria che si ottiene non ampliando la produzione, ma limitandola allo stretto indispensabile. Ogni processo produttivo, infatti, comporta la produzione di inquinanti che compromettono l’aria.

Altrettanto indispensabile è l’acqua che forma il nostro corpo umano per il 70%. Un tempo l’acqua non costituiva un problema. I fiumi ne trasportavano in abbondanza e pulita, permettendo a chiunque di utilizzarla per i propri bisogni. Ma con l’avvento dell’industrializzazione e dell’agricoltura ad alta produttività, i nostri fiumi sono diventi cloache chimiche mentre le falde si sono abbassate a livelli di guardia. In conclusione l’acqua sta diventando una risorsa sempre più scarsa di cui il mercato vorrebbe impossessarsi.

E parlando di fiumi, il pensiero corre inevitabilmente alle inondazioni che si susseguono con frequenza crescente a causa di argini troppo deboli o di letti troppo compressi da un eccesso di cementificazione In ambedue i casi il risultato è l’ incapacità di reggere l’urto delle bombe d’acqua che i cambiamenti climatici rendono sempre più frequenti.

Aria, acqua, fiumi, sono solo i primi componenti di una lunga lista che comprende anche clima, mari, laghi, boschi, spiagge, paesaggi e molti altri elementi che assumono il nome collettivo di beni comuni. Beni, cioè, che hanno al tempo stesso la caratteristica di essere indivisibili e fondamentali per l’esistenza di noi tutti. Dal che ne derivano due conseguenze. La prima: non sono privatizzabili. La seconda: vanno gestiti in maniera collettiva attraverso strumenti di rispetto e di riparazione. L’educazione prima di tutto per indurre un comportamento responsabile. E poi l’adozione di norme che fissino criteri minimi di rispetto, e una politica fiscale che incoraggi i comportamenti virtuosi e penalizzi quelli dannosi. Infine l’organizzazione di interventi collettivi per mantenerli in buone condizioni e riparali se danneggiati.

L’Europa deve adottare leggi che indirizzino gli stati aderenti a non privatizzare i beni comuni e ad adottare norme, misure fiscali e di bilancio che li proteggano adeguatamente.

Riorganizzazione territoriale
Una nuova municipalità per una nuova società

La struttura territoriale dell’Europa, suddivisa in nazioni più o meno indipendenti, non risponde più alle esigenze dei cittadini e della loro sostenibilità ambientale. Si rende sempre più stringente la necessità di riorganizzare territorialmente l’Europa. Dovrebbe ad esempio essere ridefinito il concetto di “Comune” rispetto a come lo conosciamo oggi. Non più esclusivamente un luogo con una connotazione geografica di carattere prevalentemente storico, ma un’area omogenea sotto l’aspetto culturale, economico e sociale, con limiti geografici tali da permettere una reale implementazione di una rete di relazioni personali ed economiche.

Le amministrazioni locali diverranno autentici propulsori in una logica di sussidiarietà di tutte le iniziative volte a instaurare una reale economia di transizione e a rafforzare la resilienza, la coesione, l’auto iniziativa e la solidità economica, sociale e culturale delle comunità locali, ivi comprese monete locali, scuole popolari, open source & data (non solo in campo informatico).

Va poi definita l’interazione di queste realtà autonome con le Istituzioni superiori. Proviamo a pensare all’Europa intesa come una rete, non gerarchica, di Municipalità (o eco-regioni) autonome, formate a loro volta da reti concentriche di Comuni, dove sia possibile attuare una “democrazia di prossimità”, ovvero una più avanzata forma di governo popolare che permetta ai cittadini di partecipare a tutti i livelli dei processi decisionali.

Si otterrebbero così piccole unità politiche in grado di garantire i servizi primari e interconnesse tra loro, direttamente controllate dai cittadini, inserite in realtà più grandi: le Municipalità.

Nell’ottica della transizione, ovvero ponendosi l’obiettivo di preparare le comunità ad affrontare la doppia sfida costituita dal riscaldamento globale e dal picco del petrolio, le Municipalità dovrebbero essere dimensionate al fine di aspirare, quanto meno, a garantire l’autosufficienza energetica e alimentare dei cittadini che le abitano.

Le nuove Municipalità quindi devono essere caratterizzate da una certa omogeneità ambientale, ed ovviamente anche storica, culturale e linguistica. Per poter organizzare tutto questo i confini delle Municipalità non devono necessariamente corrispondere ai confini dello Stato così come lo conosciamo oggi, dovrebbero invece poter essere dinamici, quindi facilmente aggiornabili, per poter rimanere in costante contatto e scambio con le Municipalità confinanti, nonché per poter garantire il senso di appartenenza e di identità delle popolazioni che le vivono.

Sovranità monetaria e area euro
Fare dell’Euro un vero bene comune per tutti gli europei

Così com’è strutturata, l’area euro non può certo andare avanti. In assenza di meccanismi in grado di compensare gli eventuali shock asimmetrici (a causa dell’enorme eterogeneità delle diverse economie facenti parte dell’unione monetaria), ovvero di fondi perequativi con cui redistribuire in automatico una consistente parte del gettito fiscale (negli USA la percentuale è del 40% circa) da una regione la cui economia è in espansione a una che è in crisi, le nazioni più deboli sono destinate a collassare, schiacciate dal peso del crescente debito pubblico, da politiche deflattive (come il taglio della spesa pubblica e l’aumento della tassazione) e dall’impossibilità di svalutare la propria moneta.

E’ quello che sta succedendo in Italia, dove una moneta troppo forte e le esigenze di mantenere i conti in ordine, proprio perché è aumentato sia l’ammontare che il costo del debito pubblico, stanno facendo saltare il tessuto di piccole e medie imprese e i distretti, cioè l’asse portante del paese, con la conseguenza che l’unica maniera che il paese ha per “restare competitivo” è quella di abbassare gli stipendi e continuare ad erodere diritti ai lavoratori (cioè convertire i lavoratori al precariato, anche se per ora questo riguarda soprattutto i più giovani).

L’obiettivo primario del SEBC e quindi della Banca Centrale Europea non deve essere solamente il mantenimento della stabilità dei prezzi, ma anche quello di contrastare la disoccupazione, sostenere il credito ai piccoli imprenditori (e in particolari ad artigiani e contadini) e finanziare nuovi investimenti che abbiano come obiettivo la difesa dell’ambiente (ad esempio finanziare progetti per la bonifica e la riqualifica delle zone contaminate, progetti per fermare la degradazione del suolo e l’avanzamento del deserto, la creazione di nuove riserve ecologiche e via dicendo). La BCE dovrebbe intervenire nell’acquisto dei titoli delle Municipalità in difficoltà ogni qual volta il rendimento di questi ultimi aumenta a fronte di una diminuzione del rendimento dei titoli di altre Municipalità dell’unione monetaria (nell’autunno del 2011, ad esempio, i rendimenti dei BTP decennali italiani sono andati ben oltre il 7% dal 4% circa di qualche mese prima, mentre nello stesso periodo il Bund decennale tedesco è passato dal 3,5% circa a rendimenti anche inferiori al 2%).

Tassazione e burocrazia
Combattere la burocrazia per far risorgere la piccola impresa

L’Europa deve essere “amico” del piccolo imprenditore, dell’artigiano, del piccolo commerciante, del contadino o del semplice cittadino che intende praticare l’autoconsumo e la vendita diretta di parte della propria produzione. L’eccessivo peso delle documentazioni imposte per lavorare e di regole tributarie, sanitarie e igieniche gravose stanno portando alla rapida estinzione di queste categorie di lavoratori – il vero fulcro, ad esempio, del dinamismo italiano –, il tutto a vantaggio dei grandi industriali e delle multinazionali straniere.

La rimozione degli ostacoli burocratici e dei pesi fiscali può essere raggiunta dalla creazione di una zona di franchigia legata al reddito (ad esempio 15.000 – 20.000 euro annui), che permetta una completa eliminazione dei vincoli burocratici e una tassazione minima. Promuovere e incentivare i piccoli negozi nei centri urbani e i mercati rionali può avvenire agevolando l’iter burocratico e “liberalizzando” le licenze e le piazze a disposizione dei piccoli commercianti. La rinascita di un’economia locale deve assolutamente passare dalla riscoperta del ruolo del piccolo imprenditore (artigiano o commerciante che sia) e dal ritorno a un’agricoltura contadina.

Consumo di suolo
Preserviamo e riqualifichiamo il bene comune fondamentale, il nostro territorio

Per evitare di essere sempre più dipendenti da prodotti agricoli provenienti dall’estero, iniziare a preservare la fertilità del suolo ed evitare il continuo dissesto idrogeologico, occorre fermare subito la cementificazione del suolo. La riqualifica delle zone abbandonate e le opere di ristrutturazione devono essere incentivate attraverso sgravi fiscali.

Trasporto
Non dobbiamo precipitare dal picco del petrolio!

L’automobile è una forma di trasporto inefficiente (per trasportare una persona occorre spostare più di una tonnellata di ferro, plastica e metalli più o meno rari, con tutto l’ingombro che ne consegue), costosa (se si considerano anche i costi indiretti che vengono scaricati sulla collettività, come gli ingorghi di traffico, gli incidenti stradali e i costi per la costruzione e il mantenimento dell’impianto stradale) e soprattutto inquinante (responsabile di gran parte delle emissioni delle polveri sottili – una delle concause di gran parte delle “malattie della modernità”, tumori inclusi – e delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera).

Occorre investire nel trasporto pubblico, che deve essere economicamente conveniente e affidabile (invece che investire immense somme di denaro in opere faraoniche, come l’alta velocità, occorrerebbe migliorare il servizio dei trasporti pubblici destinati ai lavoratori, garantendo quindi puntualità e pulizia).

Agricoltura, Salute ed Ambiente
L’ambiente deve essere fonte di salubrità, non causa di malattia

L’agricoltura industriale non è sostenibile ancora per molto (essendo completamente dipendente dal petrolio, necessario alla produzione di fertilizzanti chimici, pesticidi ed erbicidi, oltre che per il carburante), è inquinante (è responsabile dei processi di eutrofizzazione e dell’immissione nell’atmosfera di grandi quantitativi di protossido di azoto e gas metano, entrambi gas serra molto più potenti della CO2) ed è responsabile della contaminazione dell’ambiente e del cibo che compriamo con i vari inquinanti organici persistenti (come ad esempio le diossine). Questo tipo di inquinanti provocano gravi danni alla salute umana, ed è scientificamente provato che siano fra i responsabili delle cosiddette “malattie del progresso” (quasi tutti i tipi di tumori, diabete, Alzhaimer, morbo di Parkinson, epatite, eccetera). Occorre incentivare l’agricoltura biologica (con una particolare attenzione alla permacultura) scaricando i costi di certificazione biologica (i cui controlli dovranno essere effettivi e non solo documentali) tramite la tassazione dei prodotti chimici per uso agricolo, liberalizzando completamente la vendita dei prodotti biologici sia nell’azienda, che nei mercati/supermercati locali e garantendo un regime fiscale sostanzialmente più conveniente rispetto all’agricoltura industriale.  Occorre altresì favorire la filiera corta, garantendo analoghi vantaggi alla trasformazione dei prodotti alimentari nei laboratori aziendali anche favorendo l’associazione dei piccoli produttori. Gli OGM devono essere messi al bando sia per un motivo precauzionale (nessuno conosce gli effetti a lungo termine su uomo ed ecosistema), che perché in grado di ibridarsi con le colture tradizionali (come succede per mais e colza, la cui impollinazione avviene per via aerea) e per evitare di portare alla scomparsa del gran numero di varietà di prodotti agricoli di qualità che l’Europa ancora vanta. Per la stessa ragione va incentivato il recupero delle biodiversità coltivata promuovendo le varietà locali e le sementi antiche, favorendo lo scambio delle conoscenze e delle buone pratiche tra zone territoriali limitrofe o ambientalmente similari.

Il modo migliore per occuparsi effettivamente della salute dei cittadini è quello del vecchio adagio di “prevenire è meglio di curare”. La gente spesso si ammala perché si ritrova con un sistema immunitario indebolito da stress, inquinanti di vario genere e una vita sedentaria. L’Europa deve informare in modo efficace i propri cittadini sui pericoli per la salute che a lungo tempo portano stili di vita sbagliati (ad esempio un regime alimentare che preveda l’assunzione di troppi alimenti di origine animale o la mancanza di un’attività fisica costante). Occorre abbassare la soglia di tolleranza minima (che tendenzialmente dovrebbe essere molto vicina a zero) per i vari inquinanti presenti nei prodotti alimentari. Non esistendo, di fatto, studi scientifici che siano in grado di dimostrare che quella “soglia minima di tolleranza” è adeguata anche a livello cronico (cioè per una contaminazione con quella sostanza inquinante per tutti i giorni e per un lungo periodo di tempo) e in caso di interazione con altri inquinanti, dovrebbe sempre prevalere il principio della precauzione. Occorrere eliminare o ridurre al minimo tutte le fonti di contaminazione delle diossine (come ad esempio i prodotti chimici utilizzati nell’agricoltura industriale, i processi di combustione che avvengono per produrre energia o bruciare rifiuti e via dicendo) e dei perturbatori endocrini (come ad esempio il Bisfenolo A, un additivo chimico presente in alcuni tipi di plastica).

Se si vuole creare una società sostenibile nel tempo, ovvero in grado di mantenere uno stile di vita dignitoso anche per i nostri figli, occorre preservare l’ambiente, di cui facciamo parte. La bonifica dei siti inquinati passa dal rispetto del principio “chi inquina paga”, che affinché venga effettivamente fatto rispettare deve avvenire prima di ogni nuovo progetto industriale, che per essere approvato dovrà quindi presentare una copertura assicurativa “consistente”, ovvero in grado di ripagare ogni possibile danno arrecato a terzi e l’eventuale bonifica del sito inquinato. Il rimboschimento dei suoli degradati e a rischio smottamento, insieme alla tolleranza zero per ogni forma di abusivismo edilizio sono necessari per fermare il dissesto idrogeologico del paese. Fiumi e coste devono tornare balneari, per fare questo occorre fermare subito la continua immissione di sostanze inquinanti (e in particolare degli scarichi fognari e industriali) nell’ambiente. L’Europa deve aumentare la superficie protetta da parchi e riserve ecologiche, con particolare attenzione ai parchi marini, indispensabili per riportare la vita nei mari (e il pesce nelle reti dei piccoli pescherecci a conduzione famigliare).

Occorre inserire nella nostra Costituzione la salvaguardia dei diritti degli ecosistemi e degli esseri viventi che ne fanno parte come bene comune e quindi interesse di tutti i cittadini, da preservare e consegnare intatto alle future generazioni di europei.

Lavoro e occupazione
Lavorare di meno per creare più occupazione di qualità

Con una popolazione di oltre 500 milioni di persone, un PIL che è maggiore di quello statunitense e 4,3 milioni di km² di superficie, l’Unione Europea ha tutti i numeri (e le competenze) necessarie per cambiare l’attuale corso della globalizzazione e quindi limitare i suoi devastanti effetti sull’ambiente e le persone. Adeguare le importazioni di merci extra-UE agli standard europei in materia di sicurezza del lavoro, di tutela dell’ambiente e di diritti dei lavoratori metterebbe fine alla continua concorrenza sleale che permette alle grandi multinazionali di ottenere il massimo beneficio dall’attuale globalizzazione ai danni dei lavoratori europei e dello stato di salute del pianeta.

Oltre ad incentivare i disoccupati a diventare piccoli imprenditori (artigiani, commercianti o agricoltori), il modo migliore per contrastare la disoccupazione è quello di disincentivare gli straordinari (tramite una maggiore tassazione) e ridurre l’orario lavorativo settimanale (ad esempio passando dalle 40 alle 34 ore lavorative). Il micro-credito destinato ai piccoli imprenditori deve essere garantito tramite l’istituzione di fondi pubblici e la riduzione della burocrazia necessaria per ottenere i finanziamenti. L’obiettivo del lavoro deve essere quello di procedere verso la riduzione dell’impatto ambientale e del consumo di risorse e verso un uso più efficiente delle risorse della Terra.

L’occupazione deve essere una priorità, ma dobbiamo smetterla di parlare genericamente di “Lavoro” e dobbiamo iniziare a parlare di “Lavoro Utile” ovvero di quell’occupazione orientata alla riduzione degli sprechi e quindi alla ristrutturazione energetica dell’edilizia, energie rinnovabili, riduzione dei rifiuti, filiere corte alimentari e industriali, in un’ottica territoriale, distrettuale. Meno trasporti, meno costi, meno sprechi. In quest’ottica va definita e attuata una direttiva comunitaria che ostacoli il fenomeno dell’obsolescenza programmata così come sta attualmente accadendo in alcuni paesi europei. L’Europa dovrebbe produrre all’interno dell’Unione la maggior parte dei beni necessari a mantenere l’attuale stile di vita.

Devono quindi essere messe in atto tutte le quelle azioni che permettono di ridurre l’import e l’export inutile. Si potrebbe definire un’apposita tassa rendendola proporzionale ai chilometri percorsi da una merce su gomma, prendendo spunto da un meccanismo a scaglioni (ad esempio un’aliquota dell’1% per i primi 100 km, del 10% da 101 a 200 km, del 20% da 201 a 500 km, del 30% da 501 km a 1.500 km e del 40% oltre 1.500 km). Questo provvedimento agevolerebbe l’economia locale, ridurrebbe il traffico  – e quindi le spese per le infrastrutture e gli incidenti –,  oltre che le emissioni di anidride carbonica e altri inquinanti nell’atmosfera.

Banche e Industria
Riportiamole a misura d’uomo

Occorre favorire la presenza di istituti di credito locali a scopo mutualistico (Banche Popolari e Cooperative) e di un’industria di piccola o media dimensione tramite una nuova tassazione che favorisca i piccoli istituti locali e colpisca invece i grandi gruppi bancari. Le piccole e medie imprese sono l’asse portante dell’economia. Una misura locale di un’impresa è da preferire ai grandi gruppi multinazionali. Tassazione e burocrazia devono seguire il principio per cui occorre sempre privilegiare le economie locali e le piccole dimensioni. Le aziende devono diventare il motore di un processo di ristrutturazione e di rilocalizzazione dell’economia locale. Il sistema produttivo deve poter attingere al credito di rete locale, cioè finanziato dal risparmio collettivo raccolto localmente, così come i canali di distribuzione e la rete commerciale devono avere carattere locale. Va da sé che, vista l’importanza della rilocalizzazione economica poiché fondamentale per il sostentamento della società locale, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale. Il rilancio dell’economia locale, ha evidentemente una ricaduta positiva sull’economia globale e può essere intrapresa attraverso molteplici strade.

Tecnologia ed Energia
Da nemiche a migliori alleate dell’ambiente, basta ripensarne l’uso

Occorre investire sulla “tecnologia della decrescita”, ovvero su una tecnologia in grado di far risparmiare risorse naturali, energia e soprattutto rifiuti. Le imprese devono produrre prodotti che siano facilmente riciclabili (per provare a creare un ciclo di riutilizzo delle risorse naturali consumate quotidianamente) e ridurre al massimo gli imballaggi (che devono essere tassati): il vuoto a rendere deve essere incentivato. L’Europa deve incrementare gli sgravi fiscali e finanziamenti a tasso agevolato per coibentare gli edifici abitativi e tramite una convincente campagna mediatica sottolineare il risparmio in termini di denaro (oltre che di inquinamento) che questo comporterebbe.

Liberalizzare la produzione di energia su piccola scala e decentrata (ad esempio tramite gli impianti di co-generazione, il mini-idroelettrico e il mini-eolico), puntare sul risparmio energetico e combattere gli sprechi energetici (sia nel pubblico che nel privato) devono diventare la priorità per il breve termine. Nel medio-lungo termine occorre invece puntare sulla totale eliminazione dei combustibili fossili per la produzione di energia (non solo del carbone, ma anche del gas naturale), per puntare su fonti energetiche rinnovabili e quindi sostenibili anche in un mondo senza più petrolio. Una più oculata illuminazione notturna dei centri urbani (illuminati a giorno) potrebbe portare a un significativo risparmio in termini di bolletta elettrica ed emissioni di anidride carbonica. I grandi gruppi produttori di energia devono tornare di proprietà pubblica e dovrebbero trasformarsi in organizzazioni no profit, per garantire un prezzo più equo dell’energia e non intralciare la produzione di energia a rete.

Pubblicità
Liberiamoci del potenziale letale delle armi di distrazione di massa

La pubblicità è una delle più dannose forme di persuasione della nostra società, una sorta di veicolo dell’infelicità di massa. E’ inoltre noto che gli unici in grado di permettersi grandi budget pubblicitari sono le grandi multinazionali, il tutto a discapito dei piccoli imprenditori, che basano più le proprie fortune sul passaparola e la presenza fisica nell’economia locale. Occorre contrastare l’abuso di pubblicità e l’invasione delle nostre vite da parte del mondo commerciale. Occorre considerare l’introduzione di una imposta (sempre secondo il metodo a scaglioni) e l’aliquota deve essere proporzionale al fatturato del gruppo di riferimento del marchio in questione (ad esempio del 5% dell’importo speso per un fatturato fino a 100.000 euro, del 15% da 101.000 a 1,5 milioni di euro, del 25% da 1,5 milioni di euro a 10 milioni di euro, 40% oltre i 10 milioni di euro). Occorre eliminare tutte le forme di sponsorizzazione di scuole e università, mentre la vendita di bevande e snack nei locali pubblici (scuole, università, ospedali, biblioteche, eccetera) dovrebbe spettare alle sole aziende locali. La reti radio-televisive pubbliche devono ridurre drasticamente la pubblicità (e quindi uscire dalla logica del mercato e tornare ad essere un mezzo in grado di formare la cultura dei cittadini e non la brutta copia di una televisione commerciale).

Difesa
Difenderci… da chi e come?

L’Europa deve tornare ad essere effettivamente indipendente dalle potenze straniere. Occorre costruire un’unione effettiva dell’Europa, con un unico esercito affiancato da Corpi Civili di Pace non armati, e con un’unica politica estera. Questo favorirebbe la chiusura di molte basi militari e la riduzione drastica delle spese militari stesse a favore delle Municipalità.

Sostenibilità e diritti
Un’Europa ecologicamente sostenibile per  diritti reali e tangibili.

Nell’infinità dei nostri bisogni ce ne sono alcuni che assumono il nome di diritti, perché vanno garantiti a tutti, indipendentemente dalla condizione economica, dal genere, dall’età, dalla fede religiosa o dal paese di provenienza. In altre parole vanno garantiti per il fatto stesso di esistere, in quanto attengono alla nostra dignità in quanto esseri umani. Una tale garanzia non è solo una questione di equa distribuzione della ricchezza, ma anche e soprattutto di libero accesso, da parte degli individui, a quelle risorse culturali, sociali e istituzionali senza le quali qualsiasi diritto è di fatto inesigibile.

Il tema dei diritti non può quindi che essere al centro di una progettazione politica socialmente, oltre che ecologicamente, sostenibile. Il grado di civiltà di una società si misura in base al livello di diritti che garantisce ai suoi membri, e tuttavia, perché tale livello possa essere mantenuto nel tempo, occorre una visione di lungo periodo che contempli la garanzia dei diritti delle generazioni future come obiettivo. E’ dunque assolutamente essenziale la nascita di una nuova cultura politica che sappia coniugare l’attenzione per l’ambiente con la preservazione dei diritti e delle libertà fondamentali degli individui, nucleo politico dei regimi liberal-democratici. L’idea centrale è che una società futura sostenibile ma con cittadini privi dei diritti e delle libertà fondamentali sia altrettanto distopica che una società di individui possessori di diritti e libertà mutilate a causa di un ambiente non sufficientemente salubre e/o di insufficienti risorse per esperirli concretamente. Una concezione politicamente liberale dei diritti è compatibile con una prospettiva di sostenibilità di lungo periodo, a condizione che il danneggiamento dei diritti delle generazioni future sia tenuto in debito conto e costituisca tanto un criterio guida per le politiche quanto un limite legittimo ad alcune libertà non fondamentali degli individui. Un’Europa dei diritti deve necessariamente essere un’Europa ecologicamente sostenibile, in quanto unicamente attraverso un ambiente sano i diritti possono essere reali e tangibili.

Una sana economia stazionaria che compensi queste due necessità – non contrapposte, bensì fortemente interdipendenti -, che sappia cioè coniugare rispetto dell’ambiente e diritti delle persone, comporta necessariamente un parziale ripensamento del mercato, e un suo ridimensionamento a una dimensione sostenibile. Ciò è possibile solo dando contemporaneamente maggior spazio alla dimensione comunitaria: rilocalizzare piuttosto che delocalizzare, ri-utilizzare piuttosto che sovra-produrre.

Pur fra mille imperfezioni già oggi si sono istituzionalizzate forme di economia solidale all’interno dei sistemi previdenziale, sanitario de educativo. Se da una parte queste forme di solidarietà comunitaria vanno rafforzate e gestite con maggiore efficienza, dall’altra vanno ripensate radicalmente in un’ottica di sostenibilità.

Occorre in conclusione trovare vie possibili per rompere la dipendenza dell’economia comunitaria dalla crescita. Una via per farlo è attraverso l’incentivazione della partecipazione dei cittadini al funzionamento dei servizi pubblici tramite il loro lavoro. La tassazione del tempo invece che del reddito è probabilmente una strada da perseguire. Ma potrà essere possibile solo se i cittadini si troveranno culturalmente preparati per questo passaggio. Per questo cultura, politica, società ed economia sono indissolubilmente legati al tema dei diritti. Ignorare tale evidenza significa vincolare i diritti alla loro dimensione negativa di opportunità esterne sancite da norme. L’obiettivo è invece l’espansione dei diritti non solo nel loro numero ma anche e soprattutto nella loro intrinseca multidimensionalità.

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Conoscere la verità: Più sapremo e più potremo

magritte-laveritànegata

Buongiorno a tutti voi. Si parla spesso di democrazia, di economia, di salvare i propri risparmi, di migliorare il sistema, di abolire i partiti….E così via…

Vi riporto la mia situazione e quella dei miei numerosi colleghi: Siamo dipendenti statali, con la grande fortuna di avere un impiego SICURO: a fine mese lo stipendio arriva sempre. Negli ultimi anni, la situazione è andata sempre peggiorando: lo stipendio viene consumato sempre e tutto, ogni mese. Stessa situazione per i miei colleghi. Bollette sempre più care, pedaggi autostradali, benzina, assicurazioni in aumento, tasse nuove, imprevisti vari… So benissimo che la maggior parte di persone nel mondo non si può assolutamente permettere tutti questi “lussi”, e quindi non mi lamento per questo, ma ogni tanto rifletto su tutti coloro che mi stanno attorno e che guadagnano meno di me: come possono fare? Se finisce inesorabilmente il mio stipendio, figuriamoci quello di uno che guadagna 1000 euro al mese. E tutto questo mi dispiace, vorrei aiutare, vorrei fare una rivoluzione per cambiare le cose. PARLIAMOCI CHIARO: il problema non sta nella presenza o meno di ricchezza, bensì nella DISTRIBUZIONE della RICCHEZZA.

Pochi Italiani posseggono la maggior parte della ricchezza del paese. E si ritorna alla teoria di Pareto del 20/80 circa. Ossia, circa il 20% della popolazione possiede circa l’80% della ricchezza. Circa, perché secondo me la percentuale di tale popolazione è del 10%! Tutti i colleghi che conosco, militari e dipendenti statali, hanno problemi con lo stipendio, nel senso che NESSUNO di noi riesce a mettere da parte qualche cosa. Figuriamoci poi coloro che hanno un paio di figli con la moglie che non lavora perché non riesce a trovarlo, e magari un mutuo sulle spalle! Signori, la situazione è peggiore di quello che si pensa e di ciò che ci dicono alla radio ed alla TV. Ma non per tutti, ovviamente.

I ricchi sono diventati sempre più ricchi, mentre la borghesia è diventata sempre più povera: ed era quella che consumava di più. AMMETTIAMOLO, il sogno americano (così come quello europeo e italiano) sta fallendo: non è vero che tutti potevano diventare ricchi. E’ piovuto solo sul bagnato, e solo i soldi hanno attirato altri soldi. Noi altri, poveri mortali, stiamo rimanendo con un pugno di mosche in mano. Oppure dei debiti: verso le banche, lo Stato, i ricchi oligarchi. Ma la cosa che più mi spaventa è la nostra IGNORANZA, nel senso di non sapere. Siamo cresciuti con la speranza di un futuro roseo, migliore, comodo, scuro e tranquillo (sono nato nel 1971). Poi le cose sono peggiorate, e le certezze hanno tremato. Ma la nostra ignoranza NO, è rimasta solida, alimentata dalle bischerate propinate dalle televisioni, radio e giornali, tutti posseduti dai soliti ignoti ricchi oligarchi… La nostra ignoranza ha salvato la nazione da una probabile rivoluzione, ma ha salvato soprattutto la classe politica dirigente.

Grazie ad internet le cose stanno migliorando, ma si sa, leggere, studiare e capire è fatica. E l’italiano medio è un po’ pigro, e soprattutto capisce poco di finanza, economia e politica, anche perché queste cose a scuola non si insegnano o si insegnano male: non viene detta la verità. Ci si sofferma su modelli statistici, gaussiani, su esempi teorici, facilmente studiabili ma poco probabili. E all’apparir del vero, le cose sono diverse. Il capitalismo doveva portare ricchezza a tutti: non è stato così. Dovrebbero far leggere il libro di Robert Kyosaky: “Padre ricco padre povero. Quello che i ricchi insegnano ai figli sul denaro“, oppure il “Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita” di Taleb, dovrebbero dirci la verità sul Signoraggio, sulla Banca Centrale Europea, sulla FED, sul Fondo Monetario Internazionale, sulle Corporation, sui privilegi dei nostri politici. Invece, a scuola, sui giornali, nelle TV e nelle radio tutto questo viene taciuto. Il 99% delle persone di mia conoscenza non sa che la Banca Centrale Europea è controllata da banchieri privati, E NON E’ UN ENTE PUBBLICO (eppure basterebbe andare a vedere in Wikipedia le quote di partecipazione).

Il primo passo da fare, dovrebbe essere quello di divenire meno ignoranti. Ma studiare è faticoso, e le scuole si fanno a smarcare, per raggiungere presto un diploma, una laurea per cercare un lavoro per guadagnare qualche soldo per vivere. Tanto, ormai, lavorare con ciò che si è imparato a scuola, è diventato un concetto superato, improbabile.

Il secondo passo potrebbe essere quello di cambiare la classe politica, e soprattutto diminuire gli sprechi che essa produce: macchine blu, baby pensioni maturare con 4 anni di politica, portaborse strapagati… eccetera eccetera.

Terzo passo: dire la verità. Ci dovrebbero dire la verità. A costo di atti impopolari. E i nostri CAPI dovrebbero parlarci in modo chiaro, senza raccontare fandonie o usare il “politichese”. E smettere con il solito teatrino napoletano al Parlamento e al Senato. LASCIATE PERDERE I GIORNALI E LE TV.

Quarto passo: RI-DISTRIBUZIONE della ricchezza. Attenzione, non DISTRIBUZIONE, ma RI-DISTRIBUZIONE, alla Robin-hood. Rubare ai ricchi per dare ai poveri. Si potrebbe prendere molto di più dai ricchi: ma questi sono furbi, e con i soldi possono pagare ragionieri ed avvocati per trovare tutti i modi per pagare meno tasse. Bisognerebbe capire che siamo tutti sulla stessa barca che sta affondando, e che sarebbe necessario cambiare MENTALITA’.

Quinto passo: Cambiare MENTALITA’. Siamo cresciuti nel boom del consumismo. Ma ci vogliamo rendere conto che tutto questo non è più sostenibile? Stiamo decimando le risorse, consumando la natura ed il pianeta… per cosa? Per avere un telefonino sempre più tecnologicamente avanzato, per avere il Robot che gironzola in casa e aspira la polvere, per passare le ore davanti ad un quadro animato sempre più grosso (la TV!!), oppure davanti ad un monitor immersi in una realtà virtuale di social network? E’ questo che vogliamo, per cui siamo stati creati? La vita vera è fuori, è in mezzo alla gente, è l’utilizzo del nostro corpo per camminare nel mondo… la vita vera è quella a contatto con la natura, con gli animali, con gli elementi, con i fiori, con gli amici, gli affetti, i sorrisi… Chiaro che i soldi servono!! Ma è la corsa al consumismo, al voler sempre aumentare il tenore di vita, all’accumulo di oggetti e beni, che ci sta portando alla rovina. Dobbiamo capire: è necessaria una DECRESCITA FELICE e CONSAPEVOLE, ma per tutti, ricchi in prima fila.

LA STORIA DELLE COSE Sesto: imparare ad essere lungimiranti e meno egoisti. Richiede uno sforzo enorme e difficile, ma potrebbe salvare le generazioni future, ossia i nostri figli e nipoti. E’ facile pensare: che mi frega, io vivo una volta sola e tra una decina di anni morirò, quindi preferisco godere adesso, consumare tutto, fare la bella vita, sprecare soldi e risorse, tanto del “doman non v’è certezza”. Ed è questa mentalità che ha provocato crisi e povertà diffusa nel mondo. Si può benissimo vivere sereni e felici senza avere auto di lusso, gioielli e vestiti firmati. Ma è difficile: siamo cresciuti sotto il bombardamento mediatico di una pubblicità insistente che ci suggerisce sempre di comprare, consumare e continuare ad accumulare… sappiamo il prezzo degli oggetti ma non conosciamo il loro valore.

Settimo: Cambiare il nostro stile di vita. La società moderna ci ha portato a vivere in grandi città, in megalopoli sempre più affollate, trafficate e inquinate. Ma così abbiamo fatto ad essere così stupidi? Ci siamo rinchiusi in enormi edifici con tante finestre e balconi, come tanti piccioni in una maledetta e sporca piccionaia, circondati dal cemento e dall’asfalto. Ma come abbiamo fatto? Maledizione, ci siamo allontanati dalla natura, dall’aria pulita, dalla flora e la fauna. A causa del consumismo. Dovevamo cercare lavoro redditizio e sempre meno faticoso per poter guadagnare soldi per comprare, comprare e comprare. E tale lavoro era in città, ora ne siamo schiavi e ci lamentiamo del traffico, della confusione, del rumore… Ci siamo dati la zappa sui piedi. Stupidi che siamo. Ma che potevamo fare? E’ inutile che continuo a elencare punti e idee, peraltro molto personali. Tanto abbiamo capito cosa voglio dire. Ma non ho finito. Ho ancora un paio di idee da scambiare con voi che stimo e seguo da diverso tempo, così come stimo coloro che ci vorrebbero far aprire gli occhi: Marco Travaglio, Paolo Barrai, Byoublu e gli altri scrittori nei siti web.

Da un po’ di tempo si parla di portare in salvo i nostri risparmi, di fuggire dall’euro, dal dollaro… MA QUALI RISPARMI? La maggior parte degli italiani non ha risparmi. Poi ci sono gli anziani, scettici per esperienza e natura: i miei genitori hanno qualcosa da parte. Ho provato a spiegare loro la situazione economica italiana, e sai cosa mi hanno detto: “macchè, le tv, radio e giornali dicono di non preoccuparsi…figurati! In Italia non siamo mica stupidi come gli Americani! Ce la siamo cavata nel dopoguerra, figurati ora! E poi cosa dovrei fare? Mettere i soldi sotto il materasso? Portarli dove? In un conto in Brasile?? Ah ah ah non farmi ridere! Lì, si, che me li rubano tutti!! E poi lo sai, in Italia, c’è sempre il lavoro in nero, i soldi in nero che girano… e ci si aiuta a vicenda, almeno qui nel paesino di campagna in cui c’è sempre chi ha verdura fresca, polli e un pezzo di terra da coltivare… ” Come dar loro torto? Hanno attuato la decrescita felice… anche perché sono anziani! I loro bisogni sono diminuiti e hanno cominciato ad accontentarsi delle piccole cose…. E i servizi sanitari, in quella zona della toscana, funzionano bene: il paese è piccolo e le persone si conoscono, e si vogliono bene, si aiutano. Non sarà facile gestire, e capire quale sia la cosa migliore da fare: troppe variabili, troppi intrighi internazionali e politici… e le “caste” non vorranno mollare la presa, abbandonare il potere; le multinazionali, figuriamoci, se vorranno cambiare la loro mentalità di produrre, produrre, produrre e consumare, consumare, consumare… La scuola non ci insegnerà la verità; la libertà di stampa sarà sempre controllata dai pochi… etc etc.

Mi viene da pensare: si stava meglio quando si stava peggio… ma forse ogni generazione ha detto questa frase: sarà che è sempre stato così? La modernità ci ha portato internet: sfruttiamolo per diffondere CONOSCENZA, VERITA’, IDEE, COMMENTI… PIU’ SAPREMO, e PIU’ POTREMO. Sfruttiamo i social network per promuovere conoscenza, idee… E per favore: spegniamo quella maledetta TV!!! O per lo meno usiamola per imparare, per vedere documentari, servizi interessanti… Il GRANDE FRATELLO e Company fanno parte del TEATRINO della nostra “CASTA”, dei nostri RICCHI, che ci vogliano tenere impegnati, per dimenticare la realtà… sono il COLOSSEO del DUEMILA. Guardateli pure, ma consapevoli che è tutta una finzione, un modo per distrarci dalla cruda realtà. Dobbiamo insistere, continuare…

Agostino R.

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