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L’orco della deflazione

Euro-Europa-inflazione-deflazione

Fino all’altro ieri l’orco cattivo che minacciava la stabilità della nostra economia si chiamava “spread“, ovvero la differenza tra il rendimento dei titoli obbligazionari di un paese e quelli dell’imbattibile Germania. Era temuto perché poneva a rischio la sostembilità del debito pubblico nazionale. Oggi quell’orco è stato messo in gabbia e non fa più paura. Lo ha però sostituito un altro mostro, dall’aspetto apparentemente benevolo, ma persino più complicato da neutralizzare: la deflazione. Ovvero una lenta discesa di prezzi e salari che, spingendo i consumatori a rimandare le decisioni di acquisto di beni durevoli – dall’automobile alla casa – nell’aspettativa di affari sempre più vantaggiosi, finisce per dare il colpo di grazia alle economie più deboli, scarsamente produttive e altamente indebitate. Il timore è che l’Italia, proprio per i suoi squilibri strutturali, sarà potenzialmente una delle prede più facili. A lanciare l’allarme questo mese è stata Christine Lagarde, capo del Fondo monetario internazionale, che ha invitato la Banca centrale europea “a combattere con decisione l’orco della deflazione”, una frase che equivale all’invito a mantenere i tassi di interesse a livelli prossimi o equivalenti allo zero per facilitare l’immissione di liquidità sul mercato, incentivare gli scarsissimi investimenti ed evitare che oltre a quella greca altre economie dell’eurozona entrino davvero nella spirale deflattiva. Al momento il tasso di inflazione dell’Unione monetaria è sceso allo 0,8 per cento in dicembre, un record al ribasso. Tra i Pigs, Spagna, Portogallo e Manda hanno registrato una crescita dei prezzi compresa tra lo 0,2 e lo 0,3 per cento, l’Italia dello 0,7 per cento. Su base annuale la nostra inflazione è scivolata dal 3 per cento del 2012 all’1,2 del 2013.

La diminuzione dei prezzi non sempre è un male. Anzi, per molti aspetti è stata invocata a più riprese dalla Troika (Ue, Frm, Bce) nella forma di una “svalutazione interna” che aiuti i paesi dell’euro economicamente deboli (Pigs) a ritrovare competitivita rispetto ai forti del Nord Europa. E per i consumatori (con ancora un lavoro) segnala anche un felice ritrovamento del potere di acquisto eroso dalla crisi. Il problema però si pone quando il fenomeno si prolunga e le esportazioni non bastano a far riprendere la crescita del prodotto interno lordo. In questo caso il rischio è quello di finire m un circolo vizioso per cui prezzi sempre più bassi scoraggiano investimenti e produzione, i salari calano aiutati da una disoccupazione galoppante, la domanda interna diminuisce e molte aziende sono costrette a chiudere, causando licenziamenti e ulteriori ribassi salariali. Le cose si complicano se a tutto ciò si aggiunge la gestione di un gigantesco debito pubblico, come quello dell’Italia. Se l’inflazione si riduce, anche in presenza di tassi d’interesse bassi, il rimborso delle rate e il pagamento delle cedole diventano più onerosi. Tra gli effetti di un’inflazione “benefica” – quella, per dirla con Alan Greenspan, di cui non ci accorgiamo nel prendere le decisioni – c’era infatti quello di aiutare a diminuire il valore reale del debito e dei suoi interessi. Infine, a rendere particolarmente affilate le unghie all’orco deflattivo nel lungo periodo è un ulteriore elemento spesso dimenticato (ma determinante per un paese come il nostro): la mancanza, di riforme strutturali volte a rilanciare la competitivita.

A ricordare l’importanza dell’ultimo dettaglio è il Giappone, l’unico Paese sviluppato ad avere sofferto di deflazione nel Dopoguerra e quindi il solo benchmark a disposizione dei moderni economisti. Nonostante l’interventismo della sua banca centrale, per oltre un ventennio il paese del Sol Levante è rimasto intrappolato in una spirale deflattiva (prezzi scesi del 12 per cento in due decadi) soprattutto perché incapace di ricapitalizzare il sistema bancario m modo modo tale da fare arrivare liquidità alle imprese e non vederla cristallizzata in obbligazioni di Stato; di riformare un mercato del lavoro rigido per evitare il dannoso dualismo di una popolazione anziana con contratti permanenti e una più giovane precaria; di aumentare la partecipazione femminile nel mondo del lavoro potenziando anche l’assistenza all’infanzia e, soprattutto, di dare un taglio decisivo ai privilegi delle varie caste. Lezione per il resto del mondo: qualsiasi politica monetaria espansiva che una banca centrale possa adottare perde efficacia in un contesto poco propenso ad adattarsi ai cambiamenti. Mentre Manda, Spagna e Portogallo hanno adottato misure per risolvere questi problemi strutturali, l’Italia di Enrico Letta non ha ancora trovato la forza per sconfiggere le lobby di potere che impediscono le riforme ed è sempre più a rischio “giapponesizzazione”. “Gli studi dimostrano che un periodo di bassa crescita e bassa inflazione può durare anche dieci anni”, conferma Francesco Daveri, docente di Economia all’Università Bocconi: “Magari, grazie agli interventi della Bce, non entreremo in deflazione ma avremo un periodo di bassa inflazione e bassa crescita, con le banche e le aziende che, per liberarsi del debito accumulato in passato, affievoliranno gli effetti positivi di una politica monetaria espansionistica”.

In soli tre mesi, tra ottobre e gennaio, la società di ricerche economiche Prometeia ha abbassato la previsione del tasso di inflazione italiano per il 2014 dall’1,8 allo 0,9 per cento, riscontrando l’ininfluenza del recente aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento sui prezzi finali. Ha poi confermato un ritorno in positivo del reddito disponibile allo 0,8 per cento e ha previsto una ripresa del Pil dello 0,8 per cento (il Fmi ha appena abbassato la previsione allo 0,6).

A differenza degli Usa, dove la Fed ha potuto negli ultimi cinque anni aiutare la ripresa economica con un’iniezione di liquidità talmente massiccia da far raggiungere record storici al mercato azionario (tanto che si parla di bolla mobiliare), l’Europa rende la vita decisionale del capo della Bce Mario Draghi molto più complicata. Non solo perché i Paesi a rischio deflazione sono anche quelli maggiormente indebitati (dunque più difficili da curare) ma anche perché a contrastare il bisogno di tassi pari a zero dei paesi del Sud c’è una Germania con un’inflazione più sostenuta della media (intorno all’1,5 per cento) che di tassi bassi non vuole sentire parlare: limano i guadagni di banche e compagnie assicurative, riducono il ritorno sugli investimenti dei risparmiatori teutonici e li incentivano a cercare alternative come il mattone. Solo negli ultimi cinque anni in Germania i possessori di casa sono aumentati del 30 per cento. “Si tratta di un vero esproprio per i risparmiatori tedeschi”, ha sintetizzato Georg Fahrenschon, presidente delle Casse di risparmio tedesche. Se il commento di Daveri (“I tedeschi sono fortunati ad avere questo genere di problemi”) riassume il pensiero della maggioranza degli Europei, rimane il dato che, a differenza della Fed, la Bce sarà costretta a dosare con attenzione i suoi interventi nei prossimi mesi, forse i più cruciali per capire davvero dimensioni e effetti della diminuzione dei prezzi nel nuovo scenario globale. Navighiamo in acque inesplorate. È infatti la prima volta nella storia economica moderna che l’orco della deflazione rialza la testa in un contesto globale in cui produzione, livello salariale della forza lavoro e scambi commerciali rispondono anche a logiche extranazionali che limitano le scelte economiche di banche centrali e governi nazionali.

(Fonte l’Espresso)


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Le 192 Grandi Truffe

Infrastrutture Italia

È notizia di questi giorni i 130 milioni di investimento per mettere in sicurezza le nostre strade, ma il tema ben più importante delle infrastrutture è incredibilmente scomparso dal dibattito politico dopo 10 anni durante i quali, attraverso la Legge “truffa” Obiettivo, aveva preso il centro della scena. 1,5 miliardi di Euro buttati, 192 infrastrutture tra strade, autostrade, linee ferroviarie e solo il 9% realizzato 17 su 192. Perché nessuno parla di questo debito pubblico nascosto (per ora) dentro i bilanci dello Stato?

Dalla campagna elettorale del 2001 il tema infrastrutturale nel nostro Paese è stato assoluto protagonista del dibattito politico, come non ricordare Berlusconi a “Porta a porta” alla prese con la lavagna e pennarelli disegnare le grandi opere da realizzare, e poi al centro di dibattiti e di provvedimenti come appunto la “Legge Obiettivo“. Forse mai come in questi ultimi anni si è parlato tanto di infrastrutture in Italia e mai così in tanti hanno sottolineato il ruolo fondamentale che queste possono svolgere per recuperare i ritardi del Paese. Studi, ricerche, pubblicazioni hanno sviscerato ogni aspetto della situazione e sottolineato i costi pagati dal sistema delle imprese a causa dei ritardi nella realizzazione delle opere causati, si sosteneva, da localismi esasperati e dai veti ambientalisti. Oggi chi blocca le infrastrutture realmente utili in Italia sono le lobby delle costruzioni. Lobby che hanno tutto l’interesse a continuare a tenere in vita questi progetti, a distribuire poltrone e consulenze.

Nessuno ne parla ma il crack della Legge Obiettivo sta assumendo aspetti realmente drammatici:

  • 1,5 miliardi di Euro buttati: dal 2001 ad oggi è questo l’ammontare di Euro spesi per studi o progettazioni preliminari e definitive di opere che mai vedranno la luce. Dal progetto dell’autostrada Lucca-Modena al Tunnel del Mercantour, dalla Pedemontana Abruzzo-Marche fino al Ponte sullo Stretto di Messina. La bulimia di opere, grandi e piccole, ma tutte definite “strategiche” è stata tale in questi anni da aver fatto lievitare l’elenco fino a 192 infrastrutture tra strade, autostrade, linee ferroviarie, porti, aeroporti. Dal 2001 ad oggi, di questo elenco di opere solo il 9% è stato realizzato (17 su 192) ma per tutte le altre l’iter va avanti e quindi continuano le spese, malgrado in molti casi sia assolutamente evidente che non potranno mai essere realizzate. Vengono infatti portati avanti studi e consulenze pagati direttamente dallo Stato oppure attraverso ANAS e FS o al limite attraverso concessioni o project financing. Per alcune di queste opere sono anche stati nominati commissari, create società ad hoc, con ulteriori spese e stipendi e finché queste opere non verranno fermate si continueranno a buttare soldi pubblici.
  • 304 miliardi di Euro di debiti è la spesa prevista (e giudicata sottostimata) per le 175 opere trasportistiche ancora da realizzare contenute nell’elenco (dati ufficiali della Camera dei Deputati). Pur essendo del tutto evidente che risorse di questa entità sono assolutamente impossibili da reperire persino in un arco di venti anni, le opere non vengono fermate, tutte quante stanno procedendo, seppur lentamente, per arrivare fino alla progettazione esecutiva, in alcuni casi aprendo qualche cantiere e molto spesso firmando impegni e contratti che stanno creando debiti occulti di decine di miliardi di euro. Eppure nessuno ne parla. Non solo, questa folle spesa andrebbe a finanziare in larga parte strade e autostrade, come avvenuto dal 2001 ad oggi quando hanno beneficiato del 67% delle risorse stanziate dal CIPE. Città come Roma, Milano, Napoli, Firenze, Palermo, solo per citare le più grandi, non avrebbero alcuna possibilità di realizzare nuove metropolitane e linee di tram perché assenti dall’elenco o relegate agli ultimi posti. Eppure in Italia è proprio nelle aree urbane che si trova l’80% della domanda di trasporto delle persone ed è qui che si evidenzia il più rilevante ritardo rispetto all’Europa.
  • Fallito il project financing si chiedono soldi pubblici per le autostrade del Nord, che dovevano essere pagate dai privati. Le notizie trapelano da qualche tempo in forma più chiara: Pedemontana lombarda, nuova tangenziale Est di Milano, Bre.Be.Mi. sono in crisi. Servono dunque risorse pubbliche e urge l’intervento della Cassa depositi e prestiti per garantire aumenti di capitale. Dopo anni di retorica sui privati pronti a investire nelle infrastrutture, fermati in passato solo dai veti ambientalisti, ora il bluff si svela. Queste opere hanno enormi problemi di finanziamento e quindi si chiede l’intervento dello Stato che dovrebbe garantire non solo questi progetti ma anche, possibilmente, salvare le altre autostrade che si vorrebbero costruire in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna (Pedemontana veneta, Valdastico, Passante Nord di Bologna, Val Trompia, Tangenziale sud di Brescia, Ti.Bre. Parma-Verona, Pedemontana piemontese, Nogara-mare, Autostrada Romea, Valdastico Nord, Campogalliano-Sassuolo) per complessivi 26 miliardi di Euro. Ma è politica la scelta di finanziare queste autostrade con soldi pubblici. Per realizzarle si dovrà rinunciare a altri investimenti, come si è già fatto in questi anni con il Passante autostradale di Mestre, pagato con soldi pubblici (900 milioni), quando Nel Decreto Sviluppo, approvato lo scorso dicembre, il Ministro delle Infrastrutture Corrado Passera ha inserito ulteriori risorse per le grandi opere sotto la forma di credito d’imposta fino al 50% del valore dell’opera a valere su IRES e IRAP. L’aspetto incredibile è che queste risorse pubbliche andranno a opere per le quali “è accertata la non sostenibilità del piano economico finanziario”. Ci troviamo quindi di fronte a un autentico regalo, in soldi pubblici, per opere che non servono (non sono prioritarie) e che non si ripagano neanche con i pedaggi. La beffa è che questo riguarderà in particolare le autostrade e l’interesse da parte dei concessionari sarà tutto nell’utilizzare il credito di imposta come primo sussidio per cominciare i lavori e poi andare a bussare al Ministero delle Infrastrutture per accedere a finanziamenti pubblici per concludere i lavori. Quindi, cantieri infiniti per opere inutili..

Nonostante tutto questo nessuno ne parla, come mai? La spiegazione è forse, persino banale: su quell’elenco di 192 opere c’è un vastissimo consenso, Ponte sullo Stretto e Torino-Lione escluse, trasversale agli schieramenti. Sono tutti d’accordo, hanno interessi di portafoglio. Se Berlusconi è stato l’inventore della Legge Obiettivo, quando al Governo è tornato il Centrosinistra con Di Pietro Ministro delle Infrastrutture, l’elenco è addirittura cresciuto e si è continuato ad investire in nuove autostrade e in Alta Velocità.

L’operazione verità sarebbe quindi urgente ma certo non semplice da realizzare, perché tutti hanno inseguito il sogno lanciato nel 2001 da Berlusconi, per cui tutto era possibile e qualsiasi infrastruttura era a portata di mano perché tanto erano stati tolti i veti locali e la crescita del traffico avrebbe ripagato ogni investimento. Eppure oggi che i numeri dimostrano il contrario, perché il traffico scende per via della crisi e quindi nulla si ripaga, ci vorrebbe il coraggio di dire che quell’elenco di opere è semplicemente impossibile da realizzare. E che finché quell’elenco non verrà cancellato si continueranno a fare gli interessi esclusivamente di grandi aziende delle costruzioni e di progettisti, intermediari e banche. Ed è significativo che nei grandi cantieri siano sempre gli stessi grandi soggetti a figurare, a partire da Impregilo e CMC di Ravenna, e il ripetersi dell’inestricabile intreccio di interessi e partecipazioni incrociate di banche, imprese di costruzioni, concessionarie autostradali.

*Dossier Legambiente “Chi ha ha visto la legge obiettivo?”

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Se tutto va bene siamo rovinati

Italia-crisi

Mentre gli italiani sono in vacanza, o meglio quei pochi che possono permetterselo, Re Giorgio (ricordiamolo il figlio naturale di Re Umberto II) blinda il governo e nasconde i conti sotto il tappeto. Per la prima volta nel suo mandato, il presidente della Repubblica Napolitano ha incontrato Daniele Franco il ragioniere generale dello Stato. Perché? Lo svela il gruppo parlamentare del M5S della Camera sulla loro pagina ufficiale. Mettetevi comodi sotto l’ombrellone, possibilmente seduti e leggete attentamente:

  • Debito pubblico: record a 2.074 miliardi, veleggiamo verso il 130% del Pil;
  • Debito aggregato di Stato, famiglie, imprese e banche: 400% del Pil, circa 6mila miliardi;
  • Pil: atteso un altro -2% quest’anno. Si aggiunge al -2,4 del 2012;
  • Rapporto deficit/Pil: 2,9% nel 2013. Peggioramento ciclo economico Imu, Iva, Tares, Cassa integrazione in deroga lo portano ben oltre la soglia del 3%;
  • Prestiti delle banche alle imprese: -5% su base annua nei mesi da marzo a maggio. In fumo 60 miliardi di prestiti solo nel 2012;
  • Sofferenze bancarie: a maggio sono salite del 22,4% annuo a 135,5 miliardi;
  • Base produttiva: eroso circa il 20% dall’inizio della crisi;
  • Ricchezza: bruciati circa 12 punti di Pil dall’inizio della crisi. 200 miliardi circa;
  • Entrate tributarie: a maggio -0,7 miliardi rispetto allo stesso mese di un anno fa (a 30,1 miliardi, -2,2%). Nei primi 5 mesi del 2013 il calo è dello 0,4% rispetto ai primi 5 mesi del 2012;
  • Gettito Iva: -6,8% nei primi 5 mesi del 2013, un vero disastro;
  • Potere d’acquisto delle famiglie: -94 miliardi dall’inizio della crisi, circa 4mila euro in meno per nucleo;
  • Disoccupazione: sfondata quota 12,2%, dato peggiore dal 1977;
  • Disoccupazione giovanile: oltre il 38%;
  • Neet: 2,2 milioni nella fascia fino agli under 30, ragazzi che non studiano, non lavorano, non imparano un mestiere, totalmente inattivi;
  • Precariato: contratti atipici per il 53% dei giovani (dato Ocse);
  • Ammortizzatori: 80 miliardi erogati dall’Inps dall’inizio della crisi tra cassa integrazione e indennità di disoccupazione.

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Dodici punti per far ripartire l’Italia

liberalismo

La repubblica italiana è fondata sul lavoro (art. 1 della ns. costituzione). Le leggi fatte dai nostri governanti negli ultimi decenni vedono il lavoro (l’impresa, i lavoratori e giovani) tassati in maniera spropositata. Come ridurre il debito dello Stato, le spese e le tasse e far ripartire l’economia, lo sviluppo e quindi il benessere per tutti i cittadini in pochi anni? La Confederazione delle Attività Produttive Italiane (ConfAPRI), propone 12 cose da fare e da tenere bene a mente per governare, presto e bene, il Paese, per far ripartire e mantenere una sana economia e uno sviluppo sostenibile nel rispetto della democrazia, del merito, del lavoro e dell’intraprendere. Dodici proposte per cambiare, modernizzare l’Italia e riprenderci la sovranità.

1. Le imposte totali, come nei migliori paesi aderenti all’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, non dovrebbero mai superare il 40% del PIL  (l’attuale 54-55% è insostenibile e deve essere gradualmente ridotto ogni anno)

2. Il debito pubblico e la spesa pubblica devono essere ridotti gradualmente con la vendita del patrimonio, delle concessioni e delle partecipazioni pubbliche e con l’utilizzo delle riserve della Banca d’Italia e della Cassa Deposito Prestiti, così da far rientrare i due valori nella media OCSE o comunque non oltre l’80% del PIL nell’arco di 5-8 anni, obbligando chi ci governa al pareggio di bilancio. (L’attuale indebitamento va rinegoziato su basi più eque con tasse/moratorie e/o approntando un piano “B” alternative)

3. Federalismo e tagli alle spese pubbliche: le spese devono essere ridotte drasticamente, da quelle della Presidenza della Repubblica al quelle del Parlamento. In aggiunta i parlamentari, come negli USA, potrebbero essere ridotti del 90%: 100 parlamentari in Italia, in proporzione alla popolazione, corrisponderebbero al numero di parlamentari negli USA. Vanno attuate simili riduzioni anche nel numero di consiglieri in tutti gli enti, regioni e comuni, e portato avanti il nuovo ruolo delle province, finanziate dai comuni, come uffici di aggregazione dei servizi e delle reti per i comuni più piccoli, che vanno accorpati. A tutti i disoccupati e cassaintegrati va dato un reddito di cittadinanza e vanno impiegati nella società civile, va fatta una riqualificazione di tutto il personale in esubero con una riqualificazione e un re-impiego che sia più produttivo e utile ai cittadini. Va attuato, senza più rinvii, un federalismo fiscale e funzionale (tasse e servizi distribuiti 1/3 ai comuni, 1/3  alle regioni e 1/3 allo Stato come nei più efficienti stati federali, avvicinando la presa alla spesa, coinvolgendo i cittadini nelle scelte e decisioni fiscali attraverso referendum propositivi).

4. Modernizzazione dello Stato: “legge 10×1”, ovvero riduzione del 90% del numero di leggi con accorpamento in leggi quadro snelle e chiare, comprensibili a tutti i cittadini. Tutto quello che può esser fatto via web (comunicazioni, autorizzazioni, ecc) deve diventare lo standard. Inoltre, serve trasparenza e la pubblicazione sul web di tutti gli atti, bilanci, reddito e patrimoni dei politici e dei funzionari pubblici. Il silenzio assenso va applicato a tutte le procedure: i funzionari pubblici devono essere a servizio dei cittadini e non viceversa. Quello che non è espressamente proibito per legge deve considerarsi lecito e non soggetto ad autorizzazioni o burocratismi paralizzanti. Il referendum propositivo o abrogativo per delle leggi o provvedimenti può essere fatto via posta certificata quando richiesto da più di 50.000 cittadini, applicando il dettato costituzionale della sovranità dei cittadini!
La pubblica amministrazione (la totalità dell’apparato pubblico) va riformata attraverso l’educazione di chi la compone (dipendenti) e di chi la guida (politici), i quali devono sapere che la loro inettitudine ricadrà sui propri figli. Qualsiasi legge emanata dovrà essere facilmente comprensibile da tutti i cittadini.

5. Giustizia: garantire un equo processo in tempi ragionevoli (massimo un anno per ogni livello di giudizio, che dovrà comunque essere provvisoriamente esecutivo), conciliando celerità/diritto alla giustizia a prescindere dalla propria capacità economica/diritto di difesa (senza abusarne); adottare misure deflattive della domanda di giustizia e sanzionare anche economicamente in misura maggiore le cause temerarie e i loro promotori (parti e difensori) con rifusione anche delle spese di giustizia tenendo conto della capacità reddituale. Modernizzare le strutture giudiziarie adeguando il numero dei magistrati e del personale alla popolazione ed alle attività economiche presenti. Sospendere la prescrizione dei reati penali, adottando servizi civili, utili ai cittadini a compensazione del danno e a sostituzione della carcerazione.

6. Scuola più vicina all’economia: studio e training dopo i 16 anni, tasse e proseguimento negli studi solo in relazione ai voti e al talento; università riformate e cancellazione delle autoreferenzialità e nepotismi; coinvolgimento delle esperienze imprenditoriali. Scuola a tempo pieno fino ai 16 anni; adeguamento dell’orario e paghe degli insegnanti come per tutti gli altri dipendenti pubblici.

7. Re-start Italia: Ricerca e innovazione devono essere favorite sia a livello universitario sia imprenditoriale, con destinazione di almeno il 3% del PIL; tax holiday e esenzione tasse e contributi nei primi 3-5 anni per tutte le imprese innovative (o forse per tutte le nuove imprese come avviene in tanti altri stati).

Le regole, leggi e soprattutto la tassazione diretta e indiretta sulle imprese e sul lavoro in Italia dovrà essere gradatamente, ma decisamente, ridotta e riallineata alla media dei cinque stati OCSE più virtuosi, con l’annullamento dell’Irap, dell’Imu sulla prima casa e sugli immobili industriali e turistici, delle tasse e contributi impropri, spostando la tassazione da chi opera e produce alle speculazioni finanziarie, ai redditi di posizione o redditi parassitari. Esenzione dai tre ai cinque anni per tutte le assunzioni di disoccupati, mobilitati, esodati e cassaintegrati.

Favorire la crescita del PIL attraverso un’innovazione di processo e prodotto, l’aggregazione delle imprese e la loro internazionalizzazione favorendo una struttura manifatturiera rivolta all’export.

8. Ammodernamento dei servizi pubblici e delle infrastrutture viarie, ferroviarie, aeree, marittime e logistica moderna con parcheggi e snodi scambiatori (gomma, treno, bus, aereo). Prevenzione, per quanto possibile, e non rincorsa alle emergenze nei disastri naturali. Vanno favoriti gli investimenti e le gestioni private in concessione, che, fatti salvi alcuni servizi essenziali, dovranno andare in gara ogni 5-10 anni: lo stato deve essere regolatore e controllore, nella ricerca del miglior servizio al minor costo.

9. Sanità minima garantita dallo stato sostenuta progressivamente in relazione al reddito e al patrimonio del cittadino.

10. Pensioni minime dignitose: il tetto massimo non dovrebbe superare di 12 volte la minima, decrementate in relazione al reddito e al patrimonio di ogni cittadino. L’età di pensionamento dovrà essere uguale per tutti i cittadini (fatta eccezione per lavori usuranti).

11. Remunerazione della politica e di tutti i manager pubblici o di società partecipate, per i livelli apicali, secondo la “regola Olivetti”: al massimo 10 volte lo stipendio minimo di un lavoratore con una valorizzazione del merito e dei risultati che potranno elevarla di un 30% al massimo e comunque stock options, premi e/o incentivi non potranno cumulativamente superare mai di venti volte lo stipendio minimo.

12. Riconoscimento ed incentivazione al merito cittadino: il merito deve essere un riconoscimento della contribuzione personale alla comunità e anche un criterio per la valorizzazione e la crescita delle persone nella pubblica amministrazione.

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150 anni di debito pubblico dall’Unità d’Italia ad oggi

150 anni di debito pubblico dall’Unità d’Italia ad oggi

L’immagine è tratta da “Autopsia della politica italiana” di Gianni Sinni e Cristiano Lucchi (Nuovi Mondi 2011). Il libro è una raccolta di 38 vivaci quanto rigorose infografiche che vogliono accompagnare i non addetti ai lavori in un percorso di approfondimento degli sprechi, dei costi, degli anacronismi del sistema politico-istituzionale italiano. Riflettori accesi su un mondo che negli ultimi anni ha contribuito in maniera determinante al progressivo declino dell’intero Paese. Ecco materializzarsi sotto l’occhio di chi legge privilegi e sperperi; corruzione ed evasione fiscale; indennità, consulenze e appalti esorbitanti; l’abuso dei contratti derivati; il conflitto di interessi e l’assenza di trasparenza; i costi degli Enti locali, delle Agenzie, delle consulenze fino alla computazione degli oneri verso lo Stato del Vaticano.

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