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Un nuovo Guru delle staminali misteriose

Il dott. Giovanni De Luca

Il dott. Giovanni De Luca

“Questa volta almeno la laurea è quella giusta: medicina e chirurgia e non scienze della comunicazione come Davide Vannoni. Ma sempre di staminali misteriose si tratta, e sempre sulla pelle dei più disperati che davanti a una sentenza senza appello provano di tutto, anche l’impossibile. E a caro prezzo: una morte terribile e un debito che oggi mette in ginocchio gli “eredi”.

È ciò che è successo a Fabio Petroni, 57 anni di Roma, affetto da SLA e da mieloma al terzo stadio. La speranza si chiama dott. Giovanni De Luca, Direttore Sanitario della clinica “Villa Floria” a Mignano Montelungo nel casertano.

“Siamo arrivati al dott. De Luca per passaparola il 29 agosto 2013” racconta la moglie Antonella a Viva la Vita onlus, associazione di familiari e malati di SLA. “Mio marito già non parlava, camminava con molta difficoltà, faticava a respirare ed era nutrito tramite PEG (ndr alimentazione artificiale direttamente nello stomaco)”. E in aggiunta alla SLA un mieloma avanzato che non lascia nessuna speranza. “Muove l’ugola! Tra sei mesi tornerà a parlare: questo ha riferito il medico alla prima visita e ci siamo aggrappati a questa unica speranza con tutte le nostre forze”.

Da qui Antonella racconta a Viva la Vita onlus del primo ricovero durato 11 giorni e della parcella di 11 mila euro che, a detta della struttura, avrebbe pagato la ASL. La ASL però non paga. La famiglia è modesta: vive della pensione di invalidità di Fabio e del lavoro precario della moglie. La struttura propone allora un prezzo “scontato” di 4 mila euro poiché ci saranno successivi ricoveri.

Ma in cosa consiste questo trattamento con le staminali? Antonella ha un’idea vaga, poco precisa: effettuavano un prelievo alla cresta iliaca e dopo un “certo trattamento” iniettavano il preparato sul collo e sulla colonna vertebrale. Con un laser a caldo, poi, bruciavano a punti tutta la schiena per aumentare – così dicevano – la produzione di cellule staminali. Bruciature, vere e proprie ustioni, che il prof. Maurizio Inghilleri, responsabile del Centro SLA del Policlinico Umberto I di Roma, ha visto sulla schiena di diversi suoi pazienti di SLA reticenti a spiegarne le cause. Finché qualcuno ha confessato con vergogna raccontando del metodo del dott. De Luca e dei debiti contratti per questo trattamento. I ricoveri di Fabio a Villa Floria proseguono con cadenza regolare e con altrettanta cadenza regolare i debiti contratti dalla famiglia aumentano, arrivando alla cifra di 20 mila euro. Continuavano a somministrare questo composto di staminali alla gola di Fabio nonostante avesse le metastasi intorno alla trachea. Fabio continua a peggiorare, pesa 40 chili, ma per i medici di Villa Floria sta migliorando e le promesse si susseguono: “A novembre dichiarano che si poteva togliere la PEG così a dicembre Fabio avrebbe potuto mangiare da solo – continua il racconto a Viva la Vita onlus – ma la situazione precipita nel breve volgere di un mese e Fabio muore tra le più indicibili sofferenze il 28 gennaio 2014”. La morte avviene all’Ospedale di Cassino poche ore dopo il trasferimento, e su pressione della moglie che ha obbligato i medici di Villa Floria a trasferire urgentemente il marito in una struttura competente. “È arrivato in condizioni disperate e non potevamo più far nulla” riferiscono i medici del pronto soccorso.

Per chiedere giustizia, la moglie si è rivolta a un legale, l’avvocato Michele Figusdiaz: “La mia cliente ha presentato una denuncia circostanziata perché avrebbe chiesto, per ben sei volte dopo la morte del marito, le cartelle cliniche pagate ben 150 euro senza avere ricevuta o fattura, e mai avute fino ad oggi”. Al posto delle cartelle cliniche viene recapitata alla famiglia Petroni una lettera dal legale di Villa Floria in cui richiede agli “eredi” il pagamento delle prestazioni mediche oltre agli interessi e alle spese legali. La cifra non è indicata, ma la moglie ipotizza molto rilevante. Oltre al danno anche la beffa.

Il caso di Fabio non è isolato, infatti il direttore dell’AIFA Luca Pani ha denunciato “altri tre casi simili a Stamina in Italia”, tra cui Villa Floria, vicende sulle quali stanno indagando sia L’AIFA che i NAS. La dichiarazione di Mauro Pichezzi, presidente di Viva la Vita onlus: “Oggi 21 giugno, Giornata Mondiale della SLA, sentiamo di avere ancora troppo poco da festeggiare e ancora troppo da denunciare. Il caso di Fabio è emblematico e vogliamo che si faccia chiarezza soprattutto su quelle “terapie alternative” che da più parti vengono offerte a pagamento da molti guru in circolazione e aggiungono sofferenze alle sofferenze dei malati inguaribili”. “Dobbiamo fermarli! Non vogliamo che altri disgraziati cadano nella stessa trappola!” questo l’appello accorato della famiglia e di tutta l’associazione Viva la Vita onlus”. Simonetta Tortora – Ufficio Stampa Viva la Vita onlus


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Cattaneo contro Le Iene: “L’inganno Stamina è anche colpa loro”

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Elena Cattaneo, senatrice a vita e direttore del Centro di ricerca sulle cellule staminali dell’università di Milano, critica duramente “Le Iene” tramite una lettera a La Stampa, firmata insieme a Gilberto Corbellini della Sapienza di Roma, e Michele De Luca, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, dove definisce “l’uso della vicenda Stamina” fatto dal programma tv “un esempio eclatante di irresponsabilità, da cui sono venuti danni irreparabili a persone e alla sanità pubblica” e “hanno fatto percepire al pubblico l’idea che il trattamento producesse effettivi e visibili miglioramenti sui bambini malati”, omettendo “di raccontare gli accordi commerciali di Vannoni con la multinazionale farmaceutica Medestea.”

“Caro Direttore,
la libertà di stampa è un valore non negoziabile. Proprio per questo, cioè per proteggerla, chi ne abusa causando danni a persone, in un Paese che costituzionalmente rifiuta ogni ipotesi di autorizzazione o censura, di regola andrebbe responsabilizzato dalla legge. Anche l’indicatore della libertà di stampa ci vede in fondo alla graduatoria internazionale dei paesi civili.

Un esempio eclatante di irresponsabilità nella pratica della libertà d’informazione, da cui sono venuti danni irreparabili a persone e alla sanità pubblica, è l’uso che della vicenda Stamina ha fatto nei mesi scorsi il programma televisivo «Le Iene». Interpretando al peggio la filosofia situazionista, che mescola finzione e realtà, sono state asserite circostanze insussistenti per manipolare e spettacolarizzare le sofferenze di malati e parenti. Viceversa, i fatti provati che condannavano Stamina sono stati trasfigurati. Sono stati letteralmente ribaltati e proposti come una «dimostrazione» della «falsa propaganda del potere costituito» o di non meglio precisati «interessi di potenti multinazionali». In quanto tali, gli eroici giornalisti di «Le Iene» li contrastavano. E per farlo hanno condito il tutto con «impressioni» o «sensazioni» mosse dalle più viscerali e irrazionali emozioni.

Si dovevano usare per far questo bambini malati? Si usavano. Tra le testimonianze pubblicate in questi giorni, che danno conto dell’incredibile calvario offerto da Stamina a famiglie disperate in cambio di numerose decine di migliaia di euro, non è insolito leggere espressioni come «Avevamo visto questo programma “Le Iene”…».
Sulla vicenda Stamina il Senato ha ora dato avvio ad un’indagine conoscitiva, per comprendere anche il ruolo di alcuni mezzi di informazione nella sua origine ed evoluzione. Nel frattempo, ora che sta franando il palcoscenico su cui si è recitata la tragicommedia dell’«inganno Stamina», giocata intorno all’illusione di uno pseudo-trattamento dai poteri taumaturgici, il direttore del programma «Le Iene» (Davide Parenti), cerca di smarcarsi e ripete un ritornello già ascoltato: «Abbiamo solo raccontato». Aggiungendo che la trasmissione ha «reso testimonianza», che «basta guardare le cartelle cliniche» (quali?), «abbiamo avuto curiosità per un tipo di cure, ripeto compassionevoli, che mandavano segnali», etc. E, per eludere ogni responsabilità professionale, butta lì che loro sono «un varietà, ma un varietà anomalo».

A nostro avviso, «Le Iene» hanno gravi colpe nell’avere concorso a costruire, insieme a Vannoni, l’«inganno Stamina». Con una responsabilità morale forse equivalente a quella dello «stregone di Moncalieri» e con un impatto comunicativo sicuramente superiore a quello che «uno o più stregoni» avrebbero mai potuto avere.
Ma facciamo un passo indietro, un po’ di storia per capire meglio e non lasciare dubbi, a nessuno. Già in passato, Parenti e la sua trasmissione avevano «giocato» ad alimentare false speranze presentando fenomenali «cure» a base di staminali proposte in paesi non proprio al centro della scienza e della medicina come: Thailandia o Cina. Coerentemente, nella vicenda Stamina, «Le Iene» non hanno esitato a schierarsi con Vannoni, facendo da cassa armonica alle menzogne e alle falsità. È stato dopo un loro servizio che Adriano Celentano ha scritto la lettera pubblicata dal Corriere della Sera in cui si chiedeva al ministro Balduzzi di consentire ad una bambina di continuare a ricevere il «trattamento Stamina». Da quel momento è stata un’escalation.

«Le Iene» hanno cominciato a montare e trasmettere riprese di bambini gravemente malati, facendo percepire al pubblico che il trattamento Stamina producesse effettivi e «visibili» miglioramenti. A questa tesi, perseguita con instancabile accanimento, hanno a più riprese mortificato e umiliato, oltre che la verità e il legittimo bisogno di chiarezza delle famiglie, anche la reputazione di non poche brave persone, esperti e scienziati «macchiatisi del peccato» di denunciare subito, senza mezzi termini, l’odore di bruciato. «Le Iene» hanno teso una trappola al professor Paolo Bianco, esperto italiano tra i più qualificati al mondo su staminali mesenchimali, provocandolo e montando un servizio per metterlo in cattiva luce. Con sapienti «taglia e cuci» hanno prodotto immagini distorte del serio lavoro svolto dai professionisti della Commissione incaricata dal ministro facendo ricorso a piene mani alla loro (solita) scenografica e stucchevole pseudo-ironia riservata (solitamente) ai peggiori e loschi figuri intervistati in loro passate trasmissioni.

E ancora, hanno ingannato lo staff di Telethon, mostrando Vannoni, «che per caso passava di lì», dialogare con un addetto Telethon (non un incaricato competente di aspetti medici e scientifici), allo scopo di suffragare l’idea che Vannoni fosse «interlocutore abituale e accreditato» degli scienziati del campo e «frequentatore attendibile» dello storico e internazionalmente riconosciuto ente no-profit di ricerca. Eccetera. L’elenco delle «furbate» sarebbe lungo come tutti i servizi mandati in onda. Tutto sempre allo scopo di «raccontare» quel che loro stessi andavano sceneggiando, con l’intento da un lato di spettacolarizzare le sofferenze dei malati, e dall’altro di alimentare un’idea falsata della controversia, dove Vannoni doveva apparire il benefattore contro cui si erano scatenati i poteri forti e cattivi, incarnati dagli scienziati, ovviamente sempre al soldo delle case farmaceutiche (sia chiaro, le stesse che producono i farmaci che spesso salvano la vita a noi e ai nostri figli).

Di una serie di altri aspetti invece «Le Iene» si sono completamente disinteressate:
1) dell’indagare e raccontare che fosse Vannoni a intrattenere accordi commerciali con un’impresa farmaceutica multinazionale (Medestea – che le cronache dicono sia stata censurata dall’antitrust decine di volte per pubblicità ingannevole – tanto per restare in tema di corretta informazione);

2) del perché il proprietario di quella stessa multinazionale comparisse «improvvisamente» dietro le telecamere di «Le Iene» durante l’aggressione a Bianco (giusto quei secondi per permettergli di esprimere squallidi epiteti sottotitolati dal programma senza dire chi realmente fosse e quali fossero i suoi interessi ad esprimersi così);

3) del dettagliare l’insussistenza del «metodo» come riportato nelle valutazioni dell’ufficio brevetti americano (diventate pubbliche solo perché Vannoni & Co. non riuscirono nell’intento di «nasconderle»);

4) dello spiegare cosa significhi uno pseudo-metodo plagiato e falsato da artefatti sperimentali russi (come riportato da Nature);

5) che il trattamento Stamina non avesse nemmeno i requisiti di legge per essere «compassionevole» (termine usato spesso e a sproposito nei loro servizi);

6) che non vi fosse mai stata un’autorizzazione formale dell’Agenzia Italiana del Farmaco ad effettuare il trattamento presso gli Spedali Civili di Brescia (fatto mai smentito da Brescia), e che anzi, nel 2012, l’Agenzia avesse riscontrato illegalità su ogni fronte;

7) del raccogliere e raccontare i motivi che hanno spinto gli specialisti scienziati e clinici del mondo, oltre a premi Nobel, ad evidenziare che «non c’è nessun metodo» e nessuna «cartella clinica» in cui fosse scritto che i pazienti erano migliorati;

8) che in agosto Vannoni stesso avesse detto che la sperimentazione clinica del suo «metodo» era inutile e che per la variabilità della Sma – fino a quel momento malattia bandiera di Stamina e di «Le Iene» – tale malattia era da escludere dalla sperimentazione governativa in quanto sarebbe stato impossibile osservare benefici.

Di tutto ciò, appunto, Parenti e il suo programma si sono disinteressati anche se si trattava di elementi che qualsiasi giornalista aveva a facile disposizione, di fatto coprendo queste evidenze fondamentali.
Senza trascurare che dal sito del programma, che riporta il logo di Stamina, si dava accesso facilmente a informazioni utili a chi intendesse «rivolgersi a qualche giudice» (non a qualche medico!) per ottenere la prescrizione del trattamento Stamina.
Ora, il contratto di convivenza sociale prevede che i danni fatti si paghino. In un paese civile, Parenti e chi per lui, sarebbero anch’essi chiamati a rispondere davanti a un giudice e, probabilmente, nessuna testata che si riconosca nei più elementari principi della deontologia giornalistica darebbe più una riga da scrivere, un secondo di trasmissione, a chi si è comportato come abbiamo visto fare. Perché alla base della deontologia vi è il dovere di ricercare l’oggettività nella ricostruzione dei fatti. Se poi si sale a livello europeo, le raccomandazioni etiche dicono che i giornalisti devono chiaramente e manifestamente «tenere distinti i fatti dalle opinioni». Nel caso Stamina i fatti venivano costruiti, nutriti dalla materia di opinioni insensate o manipolatorie. Questo evidenzia, a nostro parere, una chiara responsabilità diretta di chi ha agito così.
Fino a quando in Italia si potrà continuare a giocare sul fatto che in un «varietà anomalo» si possa fare anche pseudo-informazione senza avvisare lo spettatore che si tratta di puro spettacolo? Questa è diventata l’immagine dell’Italia all’estero: quella di un Paese dove negli ultimi decenni – a livello della comunicazione non solo mediatica, ma anche politica – è sempre più difficile distinguere tra le spettacolarizzazioni mistificatorie e la realtà.
Noi pensiamo che l’Italia vera non sia questa. Vorremmo che anche le competenze e il senso di responsabilità che nel nostro Paese non mancano, venissero sempre mostrate e valorizzate. Ovviamente affidandole a quei mezzi di comunicazione capaci di cogliere, consapevolmente e ogni giorno, il significato civile e la responsabilità sociale del loro ruolo.”

Pronta la replica di Davide Parentianche questa inviata al direttore de La Stampa, in cui Parenti difende la scelta de Le Iene di mandare in onda i servizi sul metodo di Davide Vannoni:

“La commissione scientifica nominata dal Ministero boccia il metodo e dice: è pericoloso per la salute dell’uomo. Ma la stessa commissione scientifica poco dopo è bocciata dal Tar del Lazio perché ritenuta non imparziale. È accaduto pure questo? Assolutamente vero, ma anche in questo caso se chiedi a Cattaneo, De Luca e Cordellini magari ti rispondono sempre con l’indice puntato: è colpa de Le Iene. Se colpe abbiamo, una è quella di esserci affezionati, appassionati, alle storie di famiglie straordinarie, che si sono sentite abbandonate alle loro spietate e incurabili malattie. Per un bizzarro rincorrersi di fatalità e responsabilità, lo Stato ha creato un pasticcio incredibile: da un lato prima autorizza le famiglie ad essere trattate, dall’altro invece blocca i trattamenti e dall’altro ancora con i giudici poi ordina che invece proseguano. Detto ciò non vogliamo sfuggire alla responsabilità che abbiamo verso il nostro pubblico, e quindi diciamo che se uno solo dei nostri spettatori si è convinto che il metodo Stamina funzioni scientificamente – o che secondo noi funzioni – gli chiediamo scusa, perché non è questa la nostra convinzione. E non è quello che volevamo raccontare, né lasciare intendere. Ribadiamo la nostra idea di questa storia: le famiglie che abbiamo seguito nei mesi ci raccontano che i loro figli stanno meglio e lo confermano alcuni medici che li hanno visitati prima, durante e dopo le infusioni. Anche se questa cosa da un punto rigorosamente scientifico non vuol dir nulla, è una cosa che merita un approfondimento e una risposta chiara e credibile.”

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Stamina solo un business?

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Un collegamento video da CapoVerde, a 500 chilometri dalle coste del Senegal. A inizio dicembre Davide Vannoni ha scelto questo modo per annunciare l’ultimo progetto della Fondazione Stamina. Se il suo metodo non troverà il sostegno che merita, ha dichiarato durante un convegno, lui cercherà all’estero “quelle soluzioni che l’Italia sta abbandonando”. E una possibilità è proprio il piccolo arcipelago sperduto nell’Oceano Atlantico: “La proposta è venuta da alcuni pazienti e ci trova favorevoli. Vogliamo creare un laboratorio gestito da una cooperativa di pazienti e senza fini di lucro, all’interno del quale Stamina opererà gratis. Solo se gli stessi pazienti saranno i veri proprietari potremo essere certi che nessuno ci lucrerà” ha detto. Quello delle cure gratuite è un mantra che Vannoni, 46 anni, ripete spesso. II motivo è comprensibile: l’uomo che ha spaccato l’Italia con i suoi trattamenti per malattie incurabili, proponendosi come l’ultima chance per migliaia di famiglie disperate, vuole allontanare ogni sospetto di alimentare un mercato del dolore. Di qui il ritornello sul fatto che la sua Fondazione opera senza scopo di lucro, ripetuto con forza in tivù, sui blog, su Facebook, dove Vannoni segue ogni passo della sua battaglia: lo scontro quotidiano con la comunità scientifica, che lo accusa di non aver mai voluto rivelare i suoi protocolli di cura, le controaccuse ai medici “di sistema” per i finanziamenti istituzionali di cui godono, la protesta dei malati che riversano in piazza la loro sofferenza, arrivando a prelevarsi il sangue in strada per chiedere al ministro Beatrice Lorenzin di dare il via libera alle cure.

L’immagine che Vannoni vuol dare di sé, tuttavia, non riflette del tutto il business che si sta sviluppando attorno a Stamina. In maniera silenziosa, infatti, ormai da tempo sta nascendo un network di laboratori e di società commerciali che vedono il sociologo torinese coinvolto in maniera più o meno diretta. I nodi più importanti sono in Svizzera, dove sono sorte ben due aziende, una delle quali—recitano i documenti ufficiali – “è la detentrice dei diritti esclusivi mondiali del know how di Vannoni”. Ma le ramificazioni raggiungono anche San Marino, dove già da quattro anni esiste una società “in sonno”, collegata al presidente di Stamina, oltre che Città del Messico e Hong Kong, città dove Vannoni ha fatto elaborare a un’impresa specializzata i progetti per aprire laboratori destinati ai trattamenti con cellule staminali. Iniziative che, a prescindere dalle intenzioni e dai meccanismi di pagamento per i malati che Stamina saprà trovare, rischieranno di far partire dei costosi pellegrinaggi della speranza, generando un giro d’affari milionario. Soprattutto se, in Italia, il discusso metodo verrà bloccato. La prima traccia del Vannoni d’oltreconfine era emersa più di un anno fa, quando i carabinieri del Nas si erano recati nella sua casa torinese per una perquisizione. Avevano notato che guidava una Porsche con targa di Lugano, e si erano domandati cosa c’entrasse Vannoni con la Svizzera. Per trovare una risposta, bisogna andare a vedere il bilancio del primo anno di vita di un’impresa denominata Medestea Stemcells, con sede a Torino. Il suo maggiore azionista si chiama Gianfranco Merizzi, un industriale farmaceutico che nei 2012 è diventato il principale finanziatore e partner industriale di Vannoni. È nel bilancio della Medestea che, per la prima volta, vengono messe nero su bianco le mosse internazionali della strategia di Stamina. Il gruppo di Merizzi, infatti, rivela di aver provveduto ad avviare a Lugano due società quasi gemelle. Della prima, battezzata Biogenesis Research, scrive che le sono stati conferiti i diritti mondiali esclusivi sul metodo Vannoni. Della seconda, che si chiama invece Biogenesis Tech, fornisce qualche elemento in più. Ad esempio che Medestea ne ha acquistato una partecipazione da Vannoni per 440.302 euro; e che la società svizzera, forte di un capitale di 100 mila franchi, ha come scopo “la diffusione mondiale della terapia con staminali, attraverso la costituzione di cell factories in joint venture in vari Paesi del mondo”. Dettaglio interessante: nel consiglio di amministrazione delle due società ticinesi Merizzi è affiancato da persone che fanno parte dei movimenti che animano la battaglia sul metodo Vannoni. Il primo è un manager piemontese che figura tra gli amministratori della pagina Facebook del Movimento Pro Stamina; il secondo è il papà di due fratelli affetti da una grave malattia neurodegenerariva che, nei mesi passati, hanno dovuto rivolgersi ai magistrati per ottenere di essere curati con il metodo Vannoni, finendo più volte nelle cronache dei quotidiani. Quale sia il loro ruolo all’interno delle società svizzere dove sono custoditi i diritti di Stamina, è però difficile dirlo. Interpellato da “l’Espresso”, Merizzi risponde di non voler fornire particolari sugli accordi che il suo gruppo sta stringendo all’estero: “Ogni volta che l’abbiamo fatto, si è innescato un meccanismo di denigrazione che ha rischiato di danneggiarci”, spiega. Sostiene che dal mondo scientifico sono partite mail e telefonate alle controparti internazionali che erano state individuate, nel tentativo di bloccare l’espansione di Stamina. “Le posso solo dire che stiamo lavorando per essere pronti, un domani, con le linee di produzione delle cellule. E che, finora, non abbiamo incassato un euro ma, al contrario, investito risorse ingenti per portare avanti le terapie all’ospedale di Brescia e per sviluppare le altre attività”, sostiene. Merizzi non ha mai negato che dietro l’accordo con Vannoni ci sia il proposito di fare business. E, in un’intervista al sito “About pharma“, si era spinto a quantificare in una gamma compresa fra 5 e 7 mila euro il prezzo a cui la cura potrebbe arrivare sul mercato. Un valore che, per Medestea e per Vannoni, si tradurrerebbe in un giro d’affari da decine di milioni; forse centinaia, se riusciranno a piazzare il metodo all’estero. Qui, però, Merizzi ripete la sua linea di difesa: “A chi ci accusa di pensare ai quattrini, voglio ricordare che le cure palliative somministrate attualmente a un malato di atrofia muscolare spinale costano agli ospedali dai 50 ai 250 mila euro. Ditemi voi, allora, chi fa il vero affare”. Anche se il proprietario di Medestea mantiene il riserbo su dove andrà Stamina, nel bilancio c’è scritto che “contatti avanzati” per aprire un primo centro sono in corso in Svizzera, a soli 50 chilometri da Milano: una prossimità che rende concreta la prospettiva di una processione di malati in viaggio dall’Italia. Più distanti, invece, le altre mete: Città del Messico e Hong Kong, per le quali Vannoni già alcuni mesi fa ha affidato a un’azienda specializzata di Milano, la A. Morando Sas, il progetto per realizzare alcune “camere bianche”, come vengono chiamate le stanze ad atmosfera controllata dove sono prodotte le cellule staminali. Nella metropoli asiatica, in particolare, il luogo scelto per la “cell factory” è il Science Park dove ha sede anche la Lee’s Pharmaceutical, una casa farmaceutica cinese con cui Medestea vanta già rapporti di collaborazione. Al di là di queste iniziative, c’è poi un’altra ramificazione di Vannoni che raggiunge San Marino. Così come con la Porsche svizzera (nel frattempo immatricolata in Italia), anche in questo caso la traccia arriva da un’automobile, o meglio da un van modello Mercedes Vaneo, su cui gli esponenti della Fondazione Stamina si sono fatti intervistare in tivù. La targa del furgone, secondo quanto “l’Espresso” ha potuto appurare, è intestata a una piccola srl registrata nella repubblica del Titano, chiamata Biolab. Tre anni fa Vannoni era stato sospettato di aver effettuato dei trapianti di cellule proprio a San Marino, e nel mirino dei magistrati erano già finite altre due società locali, che in seguito avevano cessato o sospeso l’attività. Nelle indagini della procura e negli accertamenti chiesti all’epoca dai parlamentari sanmarinesi, il nome della Biolab, titolare di una licenza per un laboratorio finalizzato al prelievo e al trattamento di cellule staminali adulte, non era però mai emerso e la società ha continuato a operare, senza mai veniere allo scoperto. L’amministratore, Alberto Francini, un avvocato molto noto nel piccolo Stato, spiega a “l’Espresso” che il laboratorio “è in corso di attivazione. Non farei però bene il mio mestiere se le dicessi chi sono i proprietari delle quote della società”. E così, i misteri del guru con la passione per le automobili offshore, non svaniscono del tutto.

(Fonte L’Espresso)

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