Buste paga: Poco stipendio, molte tasse e contributi

buste paga italiani

L’Italia sta annegando nelle tasse. Lo Stato non è mai sazio. Lo stipendio netto che arriva nelle tasche dei lavoratori ci colloca negli ultimi posti tra i G20. Lo stipendio basta solo per pagare le tasse ed andare a lavoro.

La denuncia arriva direttamente dalla Corte dei Conti nel Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica. Secondo i magistrati contabili: Continue Reading


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Gli stipendi italiani sono tra i più bassi d’Europa

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Un’analisi dell’Osservatorio JobPricing rivela che un lavoratore dipendente in Italia percepisce una retribuzione annua lorda media di 29.176 euro. Un dato in linea con quanto evidenziato dall’Ocse che colloca i nostri lavoratori al 9° posto tra i 15 Paesi della zona Euro, nella stessa posizione dell’anno precedente. Un impiegato di Parigi, di Helsinki o di Dublino guadagna più del suo collega italiano.

L’Italia si posiziona dopo i principali Paesi della zona Euro come Francia e Germania, con un distacco significativo anche dall’Irlanda e solo poco prima della Spagna, due Paesi che hanno subito in maniera significativa gli effetti della recessione del 2008. Continue Reading

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Una pressione fiscale intollerabile

pressione fiscale

L’Italia ha “una pressione fiscale difficilmente tollerabile. L’affannata ricerca di risultati si è tradotta, tra il 2008 e il 2014, nell’adozione di oltre 700 misure di intervento in materia fiscale, di aggravio o di sgravio del prelievo.”. È la denuncia della Corte dei Conti in occasione del giudizio sul rendiconto generale dello Stato 2014. La pressione fiscale è stata nel 2014 pari al 43,5% del Pil, 1,7 punti in più sulla media Ue.

Anche a causa delle troppe tasse, l’economia italiana, ma anche quella europea, sono in una fase di “ristagno, stagnazione”. L’Italia si colloca ormai ai vertici mondiali per carico fiscale, sia sulle famiglie sia sulle imprese. Se nei prossimi anni l’Italia non cambia passo, il futuro non promette bene.

“Al termine del 2014, la pressione fiscale è stata pari al 43,5%, di poco più elevata di quella del 2013 (43,4%) soprattutto per il maggior gettito delle imposte indirette. L’aumento è dovuto, pressoché esclusivamente, alla componente di competenza delle amministrazioni locali. Al riguardo, va evidenziato che la pressione fiscale continua a rimanere elevata nel confronto internazionale, con un divario, che permane nel 2014, di 1,7 punti percentuali di prodotto rispetto alla media degli altri Paesi dell’area euro.

Difficilmente il sistema economico potrebbe sopportare ulteriori aumenti della pressione fiscale. Prioritaria appare, semmai, la necessità di un intervento di segno opposto, volto a restituire capacità di spesa a famiglie e imprese. Una direzione effettivamente intrapresa nel corso del 2014, con i provvedimenti volti a ridurre il cuneo fiscale sul costo del lavoro. Rientra fra questi, nelle intenzioni del Governo, il bonus erogato alle famiglie, che le regole contabili hanno però portato a iscrivere come maggiore spesa per prestazioni sociali. Certamente a riduzione del cuneo vanno le misure di esclusione del costo del lavoro dalla base imponibile IRAP e di decontribuzione per i nuovi assunti, che costituiscono punti qualificanti della legge di stabilità 2015. La contemporanea azione sui redditi delle famiglie e sui costi delle imprese punta a rilanciare la domanda aggregata, sostenendo i consumi delle prime e la competitività delle seconde: impulsi che potranno trovare alimento addizionale in un contesto di recupero già avviato della congiuntura, favorendo quell’ambiente macroeconomico espansivo che è indispensabile per un effettivo allentamento della pressione fiscale. Ma se la prospettiva di una pressione fiscale che resti sull’attuale elevato livello appare difficilmente tollerabile, anche sul fronte della spesa i margini d’azione sono meno ampi di quanto la percezione comune ritiene. Le stesse analisi condotte per la Relazione oggi resa pubblica confermano la difficoltà di realizzare pienamente il programma di spending review, a motivo degli ampi risparmi già conseguiti per le componenti più flessibili (redditi da lavoro e consumi intermedi) e per il permanere di un elevato grado di rigidità nella dinamica delle prestazioni sociali.

Gli obiettivi di razionalizzazione degli enti pubblici statali e di riduzione dei loro costi di funzionamento sono targets ormai ricorrenti da quasi un quindicennio, anche se assumono un rilievo più pronunciato in una fase di riequilibrio strutturale dei conti pubblici. Un’indagine, effettuata dalla Corte, ha evidenziato la sussistenza di 320 soggetti pubblici, comunque denominati, istituiti, controllati e finanziati dai ministeri e 165 fra loro hanno comportato, un onere finanziario, per lo Stato, ammontante a circa 25 miliardi per il 2013 e a 20 miliardi per il 2014. La Corte ha, altresì, evidenziato come la spesa per il personale di tali enti sia sensibilmente superiore rispetto a quella dei ministeri.

In definitiva, un deciso intervento su tutta la spesa pubblica improduttiva potrà consentire quella riduzione e il riequilibrio della pressione fiscale, a livello statale e locale, di cui, da più parti, si reclama la necessità”.

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Riduzione del cuneo fiscale uguale crescita economica? Falso

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E’ da almeno un decennio che i Governi che si sono succeduti in Italia hanno ritenuto di poter creare le condizioni per la crescita economica riducendo il c.d. cuneo fiscale, ovvero la differenza fra salario lordo e salario netto. E, nell’ultimo Rapporto OCSE (Going for growth), questa misura è fortemente raccomandata per accrescere la competitività delle imprese italiane. Pare, insomma, che la riduzione del cuneo fiscale abbia virtù salvifiche.

Occorre innanzitutto chiarire che il cuneo fiscale, in Italia, non è esageratamente alto, o comunque non è a livelli talmente “fuori norma” da legittimare l’assoluta priorità della sua riduzione. Su fonte OCSE (si veda il grafico su riportato, ndr), si registra che la differenza fra retribuzioni lorde e nette è pari, nel nostro Paese, al 47.6%, inferiore a quella registrata in Belgio, Francia, Germania, Ungheria e Austria, ma superiore alla media dei Paesi industrializzati (pari al 35.6%). In merito alla sua riduzione – sulla quale sembra esserci un consenso pressoché unanime – occorre rilevare alcune criticità.

Per ciò che è dato sapere al momento, la riduzione del cuneo fiscale sarà di importo consistente e dovrà essere finanziato – secondo il responsabile per l’economia del PD, Filippo Taddei – con tagli di spese nell’ordine degli 8-10 miliardi. Qui sorgono tre problemi.

Primo (il più ovvio): perché dovrebbe riuscire nell’impresa il Governo Renzi, laddove – a parità di condizioni politiche e del quadro macroeconomico – il precedente Governo non è riuscito a trovare la necessaria copertura finanziaria?

Secondo: la riduzione del cuneo fiscale viene finanziata con la riduzione della spesa pubblica (detto in modo più raffinato, trattasi di razionalizzazione). Ma, in quanto la spesa pubblica accresce i mercati di sbocco delle imprese che producono per mercati interni – prevalentemente imprese meridionali, il provvedimento ha effetti redistributivi fra imprese e fra territori nelle quali operano. Ciò a ragione del fatto che le imprese esportatrici trovano, di norma, non conveniente per loro un aumento della spesa pubblica, dal momento che questa, accrescendo l’occupazione, si assocerebbe a un rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori e a incrementi salariali. Per contro, le imprese che producono per mercati locali hanno interesse a un aumento della domanda interna, dal momento che ciò consente loro di acquisire più ampi mercati di sbocco [1].

Terzo: non c’è da aspettarsi che la riduzione del cuneo fiscale possa controbilanciare gli effetti recessivi derivanti da ulteriori tagli della spesa pubblica. L’affetto espansivo sui consumi si avrebbe solo se si riducessero significativamente le imposte pagate dai lavoratori, non quelle pagate dalle imprese. Se, stando alle dichiarazioni di Taddei, l’importo mensile netto aggiuntivo nelle tasche di un lavoratore che percepisce 1.600 euro sarà di 50 euro, non solo non c’è da attendersi una significativa ripresa dei consumi, ma soprattutto – per l’ulteriore dimagrimento del residuo di welfare rimasto in Italia – vi è semmai ragionevolmente da aspettarsi che i salari reali degli occupati non aumentino.

In più, una ripresa significativa dei consumi si avrebbe semmai se la riduzione del cuneo fiscale fosse attuata in una condizione di elevata occupazione (a ragione dell’ampia platea di beneficiari): il che, con ogni evidenza, non è la condizione attuale. E neppure c’è da aspettarsi un aumento degli investimenti derivante da una riduzione dell’IRAP, sia perché gli investimenti dipendono essenzialmente dalle aspettative di profitto sia perché, come ampiamente sperimentato negli ultimi anni, nessun provvedimento di detassazione degli utili è in grado di stimolarli.

Inoltre, come è stato messo in evidenza, il cuneo fiscale non rappresenta un fattore rilevante per le decisioni di delocalizzazione delle imprese, così che non dovrebbe avere impatti significativi sull’attrazione di investimenti in Italia (né sulle delocalizzazioni di imprese italiane).

Una causa rilevante della recessione italiana risiede nella continua riduzione della produttività e nella sua “desertificazione produttiva”. A fronte dei molti fattori che hanno prodotto questi esiti (che datano ben prima dell’adozione della moneta unica), è da evidenziare il fatto che la rinuncia all’attuazione di politiche industriali ha posto le imprese italiane nella condizione di poter vendere solo mediante strategie di competitività di prezzo, ovvero in assenza di innovazioni. La competitività di prezzo, in un Paese importatore di materie prime e di macchinari, si traduce esclusivamente in compressioni salariali (e, più in generale, nel peggioramento delle condizioni di lavoro), il cui effetto è il calo della domanda interna e dell’occupazione. Su fonte International Labour Office, si registra che, fra i Paesi dell’Unione Monetaria Europea, è nei Paesi periferici (Italia inclusa) che si verifica che i lavoratori occupati lavorano più ore. Fra questi, il primato spetta alla Grecia, ovvero al Paese che fa registrare i più bassi tassi di crescita nell’eurozona [2].

L’evidenza è apparentemente paradossale, dal momento che ci si aspetterebbe che la crescita economica – a parità di altre condizioni – sia maggiore laddove è elevata l’intensità del lavoro. E ci si aspetterebbe anche che l’occupazione sia maggiore dove è minore il cuneo fiscale.

Tuttavia, si può rilevare che misurando la produttività come unità di prodotto per ora lavorata, in Francia e Germania un’ora di lavoro genera un incremento di produzione circa pari al 20% in più rispetto a un’ora lavorata in Italia e il tasso di occupazione è maggiore, nonostante questi Paesi abbiano un cuneo fiscale e contributivo più elevato. Si può quindi dedurre che una riduzione del costo del lavoro non è condizione sufficiente né per accrescere l’occupazione né per migliorare la competitività delle imprese.

Ma soprattutto, in una situazione in cui sembra socialmente e politicamente inammissibile contrarre ulteriormente i salari, la riduzione del cuneo fiscale è l’unica strategia percorribile per consentire alle nostre imprese di poter sperare di far profitti comprimendo i costi. Il che, in ultima analisi, significa che ridurre il cuneo fiscale costituisce un potente incentivo a indurle a perpetuare una modalità di competizione basata sulla compressione dei costi, ovvero un potente disincentivo a innovare.

NOTE
[1] Si osservi che la deflazione salariale combinata con il calo dei consumi ha generato, negli ultimi anni, compressione delle importazioni, con un lieve incremento del saldo della bilancia commerciale (http://www.economy2050.it/miglioramento-bilancia-dei-pagamenti-apparente-successo-decrescita-italiana/), anche imputabile all’aumento delle esportazioni di beni di lusso, a sua volta derivante dall’aumento delle diseguaglianze distributive su scala globale. V. http://temi.repubblica.it/micromega-online/l%E2%80%99economia-del-lusso-e-del-sommerso/
[2]   V. J.C.Messenger, Working time trends and developments in Europe, “Cambridge Journal of Economics”, 2011, pp. 295-361.

(Fonte micromega)

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