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Il discorso tipico dello schiavo



Nessuna somma al mondo vale un giorno della tua vita vissuta in libertà, vale a dire sulla scia silenziosa dei desideri e non nel chiasso degli obblighi. Il Discorso tipico dello schiavo di Silvano Agosti.

Uno degli aspetti più micidiale dell’attuale cultura, è di far credere che sia l’unica cultura… invece è semplicemente la peggiore.
Gli esempi sono nel cuore di ognuno… per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa più pezzente che si possa immaginare.
Come si fa a rubare la vita agli esseri umani in cambio del cibo, del letto, della macchinetta…
Mentre fino ad ieri credevo che mi avessero fatto un piacere a darmi un lavoro, da oggi penso: “Pensa questi bastardi che mi stanno rubando l’unica vita che ho, perché non ne avrò un’altra, c’ho solo questa.. e loro mi fanno andare a lavorare 5 volte, 6 giorni alla settimana e mi lasciano un miserabile giorno, per fare cosa?! Come si fa in un giorno a costruire la vita?!”
Allora, intanto uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero perché sennò anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire…
Deve sempre pensare, con una coscienza perfetta: “Questi stanno rubandomi la vita, in cambio di mille euro al mese, bene che vada, mentre io sono un capolavoro il cui valore è inenarrabile”
Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere miliardi e un essere umano  mille euro al mese, bene che vada.
Secondo me poi, siccome c’è un parametro che, con le nuove tecnologie, i profitti sono aumentati almeno 100 volte… e allora il lavoro doveva diminuire almeno 10 volte!
Invece no! L’orario di lavoro è rimasto intatto. Oggi so che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla Natura.
Pensa alla cosa più bella che la Natura propone, che è quella, mettiamo, di fare l’amore…
Immagina che tu vivi in un sistema politico, economico e sociale dove le persone sono obbligate, con quello che le sorveglia, a fare l’amore otto ore al giorno… sarebbe una vera tortura. E quindi perché non dovrebbe essere la stessa cosa per il lavoro che non è certamente più gradevole di fare l’amore, no?! Per esempio il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana… certo c’ho il mitra alla nuca, lo faccio, perché faccio il discorso: “Meglio leccare il pavimento o morire?”
“Meglio leccare il pavimento” ma quello che è orrendo in questa cultura è che “leccare il pavimento” è diventata addirittura una aspirazione, capisci?
Ma è mostruoso che il tipo debba andare a lavorare 8 ore al giorno e debba essere pure grato a chi gli fa leccare il pavimento, capisci? Tutto ciò è mostruoso…
“SI VABBE’ MA ORMAI E’ IRREVERSIBILE LA SITUAZIONE…”
…Si, tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è il tipico dello schiavo, no?! Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte.
Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.
Ma rispetto a quello che tu mi hai detto adesso: quando Galileo ha enunciato che era la Terra a girare intorno al Sole, ci sarà sicuramente stato qualcuno come te, che gli avrà detto: “Eh si! sono 22 secoli che tutti dicono che è il Sole che gira intorno, mò arrivi te a dire questa stronzata… e come farai a spiegarlo, a tutti gli esseri umani?” e lui: “Non è affar mio, signori…”
“Allora guarda, noi intanto ti caliamo in un pozzo e ti facciamo dire che non è vero, così tutto torna nell’ordine delle cose”… hai capito? Perché tutto l’Occidente vive in un’area di beneficio perché sta rubando 8/10 dei beni del resto del Mondo. Quindi non è che noi stiamo vivendo in un regime politico capace di darci la televisione, la macchina, ecc… no!
E’ un sistema politico che sa rubare 8/10 a 3/4 di Mondo e da un po’ di benessere a 1/4 di Mondo, che siamo noi.
Quindi, signori miei, o ci si sveglia, o si fa finta di dormire… o bisogna accorgersi che siete tutti morti!


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Cirko PaniKo i funamboli del coraggio

Cirko-PaniKo

“Portiamo in giro un esempio di vita alternativa basata sulla cultura della festa come momento di unione universale. Vogliamo vivere liberi, per questo sacrifichiamo il bisogno di denaro e massimizziamo il valore del nostro tempo personale, investiamo sulla creatività, ricerchiamo la condivisione e beneficiamo delle relazioni sociali al fine di diffondere l’arte, la musica e lo spettacolo”..sono gli artisti del Cirko PaniKo. Giocolieri, clown e addio animali, signori e bambini ecco il circo del futuro. 

Eppure la vertigine più forte non è arrivata mentre i piedi circonflessi ad “u” si arrampicavano sul filo teso sulle teste degli spettatori. Gli artisti del Cirko PaniKo, primo circo contemporaneo in Italia, il pavimento cedere sotto i piedi l’hanno sentito il giorno che si sono scelti nomadi. Ed è stato l’inizio di una festa. Funamboli del coraggio in un mondo di paure e in un’Italia in recessione, sono un collettivo di cinquanta artisti, giovani adulti tra i 20 e i 30 anni, e hanno dato vita ad una compagnia teatrale di spettacolo viaggiante che vive, mangia e respira l’arte del circo interpretato a modo loro. E naturalmente senza nessun finanziamento né statale né privato. “Abbiamo fatto una scelta”, racconta Giacomo Martini, musicista e membro del gruppo dagli inizi, “fare un lavoro che amiamo, ma che non entra nelle categorie professionali che voi tutti conoscete. Abbiamo deciso di non produrre, ma di creare emozioni con il corpo, la voce e qualsiasi strumento possa esserci d’aiuto”. Condividono la scena sotto un tendone giallo, ma soprattutto le battaglie. Il circo contemporaneo è il tentativo di rinascita di un’arte che rischia di essere dimenticata. Nato negli anni ’80, si diffonde soprattutto in Francia con il nome di Nouveau Cirque e sta ad indicare quel tipo di attività circense in cui l’esibizione fonde arti e talenti in uno spettacolo che ha un inizio e una fine. La pista diventa un palco e quando si scosta il telo di plastica si entra nel buio spesso come una nebbia di un teatro senza pareti. Poi si accendono i riflettori e comincia la storia. In Italia i primi a sperimentarlo sono stati gli artisti del Circo PaniKo, poi è stata la volta di El Grito, Magda Clan, Circo Side e Patouf. Quest’anno forse per la prima volta ci sarà un forum che possa metterli a confronto. Eccezioni in una tradizione di famiglie circensi a volte rigide e in un sistema difficile da integrare. “Non abbiamo mai ricevuto nemmeno un centesimo dallo Stato”, aggiunge Martini, “Il circo in Italia purtroppo è controllato da pochi grandi nomi e noi che cerchiamo di offrire qualcosa di diverso non veniamo nemmeno considerati. Siamo una risorsa, per il Paese, per il nostro sistema culturale, ma chissà quanto tempo ancora ci vorrà prima che qualcuno se ne accorga”. Energie invisibili a spasso per campagne e strade di paese, ma anche metropoli di un’Italia troppo abituata a dimenticare i suoi talenti per offrirgli una chance. Così cercano di aiutarsi tra loro, con il passaparola e l’arte dell’arrangiarsi. Mentre intorno restano i pregiudizi. Il mondo li chiama zingari, perditempo o ruba bambini, quando invece sono professionisti che portano nel fodero il più ricercato dei diplomi: studenti alla scuola della strada.

“Tutto è cominciato nel 2006”, continua il musicista, “quando siamo partiti in quattordici su di un autobus e abbiamo viaggiato da Perugia all’India. Ci siamo esibiti nelle strade del mondo e abbiamo vissuto ‘a cappello’, di donazioni e piccoli contributi per i nostri spettacoli”. E l’inizio dell’avventura, della decisione di fare di un’esperienza una scelta di vita, comincia nel 2009 con l’acquisto di un tendone giallo. “Lo abbiamo visto un pomeriggio, in un paese nelle campagne alle porte di Bologna. Era di proprietà di Damian, artista francese, e ce ne siamo innamorati. Gli abbiamo chiesto: ‘ce lo vendi?’ Ha detto sì, ma ad un patto : ‘Voglio esibirmi con voi’. E’ nata così una famiglia”. Lì parte la storia: prima la formazione in Spagna in una residenza per artisti e poi gli spettacoli in giro per l’Europa e l’Italia. E non ha caso hanno scelto il nome PaNiKo, parola che viene dal greco e indica il “tutto”, il cerchio perfetto di ogni cosa in natura, ma anche quell’emozione forte che si prova quando si esce dai sentieri tracciati di quello che è definito. “Il nostro non è un azzardo, ma credere in un modo diverso di fare spettacolo e di vivere i nostri talenti. Abbiamo tutti storie diverse, chi ha studiato alla scuola di circo, chi invece ha cominciato da solo e poi imparato dai compagni”. Un mese e mezzo all’anno si esibiscono al Parco della Montagnola a Bologna. E il resto è viaggio per le città di un’Italia dimenticata che si stupisce nel veder arrivare facce pulite che ancora parlano di sogni e vita vissuta fuori dai confini ma dentro la realtà. “Punto di domanda”, “Senza ombra di dubbio” e “Cabaret d’inverno” alcuni degli ultimi spettacoli realizzati. Hanno un manifesto che recita così: “Portiamo in giro un esempio di vita alternativa basata sulla cultura della festa come momento di unione universale. Vogliamo vivere liberi, per questo sacrifichiamo il bisogno di denaro e massimizziamo il valore del nostro tempo personale, investiamo sulla creatività, ricerchiamo la condivisione e beneficiamo delle relazioni sociali al fine di diffondere l’arte, la musica e lo spettacolo”. Equilibristi e clown, musicisti e attori, la più grande dote degli artisti del circo PaNiKo resta quella di non aver abbandonato ancora l’Italia. “E’ dura”, conclude, perché basta andare al- l’estero e rendersi conto di come la nostra attività viene meglio considerata. Quando giriamo invece tra i nostri paesi vediamo quanto è difficile catturare l’attenzione di chi non è più abituato ad allacciarsi le scarpe e uscire per la cultura”. Ma resistono. Perché quando quella vertigine li ha presi alla testa, mentre un piede dopo l’altro attraversano la sala aggrappati a una fune, hanno sentito i fiati sospesi e i cuori smettere per un’istante di battere. E hanno pensato che ancora ne vale la pena.

(Fonte Il Fatto Quotidiano del 14 Ottobre 2013)

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Giovani artisti e Siae

pensieri-creatività-arte

“La musica nella sua completezza, fatta di mille e più sfaccettature, genera sempre nuove idee. Idee che nascono in fase sperimentale, per poi essere felicemente trascritte in spartito e finalmente presentate ad un eventuale pubblico che ne deciderà la loro sorte. Io musicista e molti altri come me, riteniamo che i nostri nuovi artisti italiani, siano riconosciuti come un bene comune e che non vadano tassati da subito, se non prima di farli maturare, per poi renderli operativi in un futuro servizio di strozzinaggio da parte della Siae che ne richiederà il mantenimento senza mai fare nulla per loro. Dietro i nostri giovani artisti, girano da subito soldi stanziati dagli stessi, sia per le scuole di musica che per le sale prove e per la loro dovuta strumentazione acquistata dai mercanti a caro prezzo. Trovandoci poi in situazioni dove gli unici supporter, sono i rari locali o club che dedicano interamente la loro gestione al palco. Purtroppo oggi oltre ad essere rari, non se la sentono neanche più di rischiare per le troppe pressioni burocratiche, rimborsi spese e diritti d’autore inesistenti che la Siae stessa richiede nei loro confronti, frenando il sistema d’inserimento nel mercato per i giovani e per la loro e dovuta crescita promozionale, oltre all’eventuale rischio di chiusura delle location stesse per mancanza di fondi di gestione palco. Purtroppo in Italia non c’è una realtà per i live dedicati ai soli emergenti, non c’è mai stata una vera cultura e tanto meno un pubblico attento, troppa ignoranza per le nuove iniziative, si sopravvive con la scarsa presenza di amici, unici e veri supporter delle band o dagli artisti stessi che seguono i live per non demordere sulla loro passione! Ora uno può dire: Ma con tutta sta crisi pensi alla musica? Io e tanti altri come me, la musica ci ha saputo donare momenti magici e mille emozioni. Daisaku Ikeda dice: La musica è un linguaggio globale, la magica chiave che apre i cuori della gente al di là delle differenze di nazionalità, etnia e religione. La musica è un grande catalizzatore che porta l’armonia nel cuore, nella mente delle persone, unendo l’umanità in una sola cosa. La musica è la melodia dell’avanzare della vita che trasmette gioia, coraggio e speranza. E’ il suono dell’attività dinamica, della creatività e del progresso.

La cultura musicale se ben gestita è un mercato utile e redditizio anche per la nazione stessa. America e paesi europei come l’Inghilterra, Germania ne fanno un buon business, perché si vivono il mercato con la giusta attenzione e maturità per il loro popoli. Bene! Noi cosa abbiamo? La Siae. A cosa serve la Siae? Per tutelare i diritti d’autore e pagare più di una tassa? E cosa me ne faccio io della Siae se non riesco a far conoscere la mie opere? Purtroppo…vendi o non vendi, gli paghi comunque più di una tassa. Secondo me la Siae come tutore dovrebbe chiudere! A meno che…non decida di sostenere tutte le opere in generale e i centri di presentazione, finanziare nuovi concerti nelle varie città, utilizzare anche programmi televisivi su un proprio canale europeo in chiaro, dedicarsi interamente all’arte e spettacolo italiano ecc. Dedicarsi alla ricerca e a promozioni di nuovi talenti senza discriminazioni in base allo stile musicale, così da poter aprire la porta nazionale e europea ai nostri giovani artisti più meritevoli che sono veramente tanti e non solo per i raccomandati. Poter dare sostegno su tour promozionali, nazionali e europei, magari gestendo il tutto con la retta annuale del artista contribuente da loro iscritto e non trattenere il denaro per la sola loro gestione ministeriale triste e antiquata! (Concerto Death Metal = Per la Siae Concertino con orchestra….vabbè!!) Sicuramente dedicandosi alla crescita del mercato ci saranno più iscrizioni, più lavoro e più opere da tutelare! Non esiste solo il calcio come business. NB. Ovvio che il pensiero non è per la sola musica, ma per tutte le opere, artisti, autori, attori di ogni genere che condividono come me la Siae.” Stefano B.

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Made in Italy: 1000 eccellenze che valgono 183 miliardi di dollari

Made in Italy

Mentre la lunga e forte crisi che stiamo attraversando si ripercuote con forza sulla nostra economia interna e impone di fare di più per ridare reddito alle famiglie che si sono impoverite e per restituire speranza e motivazione alle tante energie depresse del Paese, dal nostro export arrivano segnali incoraggianti. Negli ultimi anni, malgrado la crisi economica mondiale, il made in Italy ha raggiunto straordinarie posizioni di preminenza sui mercati esteri. Nonostante la cessione di marchi storici nazionali a gruppi stranieri, vantiamo quasi 1000 prodotti in cui siamo tra i primi tre posti al mondo per saldo commerciale attivo con l’estero. Vuol dire che se pensiamo al mercato globale come a un’olimpiade, ai prodotti come discipline sportive in cui vince chi ha un export di gran lunga superiore all’import, l’Italia arriva a medaglia quasi mille volte. Fanno meglio di noi solo Cina, Germania e Stati Uniti. Il risultato di questo ricco medagliere è un saldo positivo di 183 miliardi di dollari al 2011. Una tendenza che si conferma anche nel 2012, quando siamo stati il secondo paese europeo, dopo la Germania, per attivo manifatturiero con i Paesi extra-UE. Se adottiamo come metro della competitività la bilancia commerciale dei singoli prodotti, emergono in tutta evidenza la creatività e la duttilità del made in Italy, la capacità del nostro sistema produttivo di reagire di fronte al mutare degli scenari internazioni e di fronte alla crisi. Insieme a Cina, Germania, Giappone e Corea, infatti, l’Italia è uno dei soli 5 Paesi del G-20 ad avere un surplus strutturale con l’estero nei prodotti manufatti non alimentari. In altri termini, escludendo l’energia e le materie prime agricole e minerarie, l’Italia è uno dei paesi più competitivi a livello mondiale. È questo il Paese che emerge dal rapporto I.T.A.L.I.A. – Geografie del nuovo made in Italy realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison e presentato oggi a Treia (Mc), in occasione dell’apertura dell’XI Seminario estivo di Symbola.

Le eccellenze competitive italiane nel commercio con l’estero.  Con un totale di 946 prodotti classificatisi primi, secondi o terzi nel saldo commerciale mondiale, l’Italia è seconda solo alla Germania nella teorica classifica della competitività delineata dal nuovo indicatore e precede economie generalmente considerate più forti, come la Corea del Sud e la Francia. Più nel dettaglio, il nostro Paese vanta 235 prodotti medaglia d’oro a livello mondiale per saldo commerciale. Nell’insieme queste 235 eccellenze fanno guadagnare all’Italia 63 miliardi di dollari. I nostri prodotti che si classificano al secondo posto nel mondo per saldo commerciale sono invece 390 e fruttano 74 miliardi di dollari. Le medaglie di bronzo dell’export italiano sono invece 321 prodotti che valgono un saldo commerciale complessivo di 45 miliardi. E poi ci sono altri 492 prodotti in cui l’Italia si è classificata quarta o quinta per saldo commerciale mondiale e che hanno  aggiunto alla nostra bilancia commerciale altri 38,4 miliardi di dollari.

Industria, i settori competitivi e la forza dei distretti. Oltre ai numeri, sono significativi anche i settori che generano questo surplus. La maggior parte delle nostre eccellenze manifatturiere non proviene solo da settori tradizionali, quali potrebbero essere il tessile o le calzature, ma arrivano dalla meccanica e dai mezzi di trasporto, dalle tecnologie del caldo e del freddo, dalle macchine per lavorare legno e pietre ornamentali, dai fili isolati di rame e dagli strumenti per la navigazione aerea e spaziale.  Ai quali si affianca il presidio di quei settori in cui il made in Italy è forte per tradizione, come il design o il lusso. Nell’insieme, insomma, si tratta di oggetti che disegnano la geografia di un nuovo made in Italy e che dimostrano quanto le nostre imprese siano state in grado di risintonizzarsi con successo sulle nuove frequenze del mercato globale senza perdere la capacità di creare bellezza.

Andando ad analizzare i nostri 235 prodotti medaglia d’oro, emerge infatti che 31,6 dei 63 miliardi di surplus generati dalle nostre eccellenze provengono da beni del settore dell’automazione meccanica, della gomma e della plastica; altri 18,1 miliardi si devono ai beni dell’abbigliamento e della moda, 6,4 miliardi da beni alimentari e vini; 2,9 dai beni per la persona e la casa; mentre 4,3 miliardi da altri prodotti, tra cui quelli dell’industria della carta, del vetro e della chimica. Nella top ten dei nostri prodotti medaglia d’oro troviamo nell’ordine: le calzature con suola in cuoio naturale (2,7 miliardi), macchine e apparecchi per imballaggio (2,5 miliardi), piastrelle di ceramica verniciate o smaltate (2,5 miliardi), borse in pelle e cuoio (2,1 mld) occhiali da sole (1,9 mld), pasta (1,8 mld), cuoio a pieno fiore conciato (1,8 mld), barche e yacht da diporto (1,6 mld), conduttori elettrici (1,4 mld) e parti di macchine per impacchettare e altre macchine e apparecchi (1,4 mld). Ma non mancano anche primati più sfiziosi e curiosi, come quelli nel saldo commerciale delle giostre o dei bottoni.

Tra i prodotti secondi posti per saldo commerciale hanno particolare rilevanza i vini e gli spumanti, che portano al Paese un bottino di 4,7 miliardi di euro, rubinetti e valvole ( compresi quelli senza tracce di piombo), i mobili in legno , le parti di turbine a gas,t rattori agricoli, macchine per riempire e imbottigliare ed etichettare, navi da crociera, lavori in alluminio, caffè torrefatto, lampadari, mobili in legno per cucine, pomodori lavorati, lastre e fogli in polimeri di etilene, granito lucidato e lavorato. Per quanto riguarda i nostri prodotti medaglia di bronzo per saldo commerciale mondiale vanno citati le parti e gli accessori per trattori  e autoveicoli, gli oggetti da gioielleria, ingranaggi e ruote di frizione per macchine, i prodotti di materie plastiche, divani e poltrone, parti di macchine a apparecchi meccanici, ponti con differenziali oer autoveicoli, costruzioni in ghisa, ferro e acciaio, mobili  in metallo e maglioni.

Da notare, inoltre, che la maggior parte dei prodotti italiani che competono nel mondo nasce da produzioni altamente specializzate e concentrate in distretti industriali, è ad esempio il caso delle calzature, delle pelli, delle piastrelle, o ancora delle giostre e delle imprese della packaging valley bolognese-emiliana.

Turismo. Una menzione a sé merita anche il turismo: non avremo mai un ritratto fedele delle performance del settore fino a quando verrà usato come indicatore il numero di arrivi. Al contrario, guardando ai pernottamenti, a fronte della sofferenza del mercato domestico, si evidenzia il primato italiano in Europa per pernottamenti di turisti extra UE. Come dire che nel Vecchio Continente siamo la meta preferita di americani, giapponesi, cinesi, australiani, canadesi, brasiliani, sudcoreani, turchi, ucraini e sudafricani. E nel 2011, con 387 milioni di notti all’attivo, l’Italia si è classificata terza in Europa per numero complessivo di pernottamenti di turisti stranieri e residenti, preceduta solo da Francia (a quota 400) e Spagna.

Agroalimentare, un settore vocato alla qualità. Il nostro agroalimentare è un comparto in cui la vocazione alla qualità è evidentissima. Non a caso il nostro paese ha una capacità di creare valore aggiunto pari a quasi duemila euro per ettaro: il doppio di quando mediamente registrato in Francia, Germania e Spagna, addirittura il triplo se confrontato con la Gran Bretagna. Non a caso con 252 prodotti registrati tra Dop, Igp e Stg, 521 tra vini a denominazione di origine controllata e garantita o a indicazione geografica tipica e 4.671 specialità tradizionali regionali,  vantiamo il primato prodotti registrati e e siamo il primo paese dell’UE per numero di operatori biologici (oltre 48 mila). Quanto alle esportazioni siamo undicesimi al mondo per valore esportato, ma in 13 produzioni delle 70 monitorate abbiamo la leadership globale. Dal solo dall’export della pasta, nel 2011, abbiamo ricaviamo 1,3 miliardi di euro.

Localismo e sussidiarietà: il Terzo Settore. Nella produzione ed erogazione di servizi il nostro Paese non raggiungerebbe mai l’attuale grado di welfare se non potesse contare sul contributo della variegata galassia del terzo settore, che contribuisce direttamente al 4,3% del nostro Pil, equivalente a 67 miliardi di euro. Una ricchezza che andrebbe affiancata anche con il risparmio e il benessere sociale derivante dalle ore di lavoro messe gratuitamente a disposizione da oltre 4 milioni di volontari.

Innovazione e ambiente. Il 23,6% delle imprese italiane negli ultimi tre anni hanno scommesso sulla qualità ambientale e sulla green economy. Perché investire in tecnologie e prodotti ‘verdi’ non vuol dire ‘solo’ diventare più sostenibili, contribuire a costruire un futuro migliore per il pianeta, per noi e i nostri figli. Significa anche fare innovazione: il 37,9% delle aziende che fa investimenti green introduce innovazioni di prodotto o di servizio, contro il 18,3% delle imprese che non investono nell’ambiente. E significa export: il 37,4% delle imprese green vanta presenze sui mercati esteri, contro il 22,2% delle altre.

Arte e cultura, un settore strategico e trainante. Mentre il Paese, nel 2012, perde lo 0,3% delle imprese, quelle del sistema produttivo culturale (tra industrie culturali propriamente dette, industrie creative – attività produttive ad alto valore creativo ma ulteriori rispetto alla creazione culturale in quanto tale – patrimonio storico artistico, performing arts e arti visive) crescono del 3,3%, arrivando ad essere quasi 460 mila, il 7,5% del totale delle attività economiche nazionali. Danno lavoro a quasi 1,4 milioni di persone, il 5,7% del totale degli occupati. Creano, direttamente, 75,5 miliardi di euro di valore aggiunto. E ne attivano nel resto dell’economia altri 133. In tutto fa 214,2 miliardi: il 15,3% circa del totale.

“Di fronte a una crisi durissima e a un mondo che cambia – commenta Ermete Realacci, Presidente della Fondazione Symbola -, c’è un’Italia che nonostante le sirene del declino si ostina a fare l’Italia e per questo trova il suo spazio nel mondo. C’è un’Italia che sa innovare senza perdere la propria anima, che ha capito che nel mondo del XXI secolo, se uno spazio c’è per il nostro Paese è quello della qualità. E’ l’Italia che scommette sulla qualità, sulle competenze radicate nei territori e mantenute salde con la coesione sociale e la cura del capitale umano. Che presidia la nuova frontiera della qualità ambientale. Che sa dare valore alla propria bellezza, intercettando la grande, e crescente, domanda di Italia che viene da ogni angolo del pianeta. Raccontare questa Italia è l’ambizione di questo rapporto”.

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