Crescita, Italia ultima in Europa

L’Italia è fanalino di coda dell’Unione europea. Ultima nella classifica dei tassi di crescita del Pil previsti dalla Commissione Ue per il 2017. Nel 2015 siamo stati terzultimi, nel 2016 penultimi dietro la Grecia. Nessun altro tra i 28 vedrà il prodotto salire meno dell’1%. Continue Reading


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Italia, in 20 anni ultima in Europa per produttività del lavoro

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Quando parliamo di produttività ci riferiamo alla capacità di un sistema di crescere, di creare occupazione e sviluppo. Secondo i dati dell’Istat il tasso di crescita reale medio annuo della produttività del lavoro in Italia dal 1995 al 2015 è stato pari a 0,3%, performance decisamente inferiore a quella dell’Unione europea (+1,6%), dell’area Ue15 (+1,4%) e dell’area euro (+1,3%). Continue Reading

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La crisi della “virtuosa” Finlandia spaventa l’Europa

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Karl Whelan, professore di economia all’università di Dublino, descrive sul sito medium.com  la situazione della Finlandia. Neppure uno dei paesi cosiddetti “virtuosi” è immune dagli effetti perversi dell’eurozona, e così anche i finlandesi si sentono ripetere il mantra delle “riforme strutturali”, invocazione in realtà priva di senso.  Questo dimostra che la crisi dell’eurozona ha ben poco a che fare con la pigrizia meridionale, la corruzione, la burocrazia, sempre invocate come capri espiatori, e che l’Europa sta seguendo un modello di crescita sbagliato.

Di Karl Whelan , 19 marzo 2015

Il dibattito sui problemi economici dell’Europa tende a concentrarsi molto sulla necessità per paesi come Italia e Grecia di introdurre “riforme strutturali” per rilanciare la crescita. Tuttavia, la crisi dell’Europa va  molto oltre i paesi dell’Europa meridionale con la loro reputazione di inefficienza e irresponsabilità fiscale.

La settimana scorsa il Financial Times ha pubblicato  un interessante report sulla Finlandia. Negli ultimi anni i governi della Finlandia sono stati tra i più fanatici nel rimproverare i paesi ad alto debito sulla necessità di tagliare il deficit e concentrarsi nelle riforme strutturali. Ma le cose non stanno andando così bene in Finlandia in questi giorni. Il PIL si è contratto per tre anni consecutivi (vedi pagina 28 del bollettino statistico della Commissione europea).

Il FT è abbastanza disorientato da questo andamento, e ammette che “la ricetta da seguire per la crisi attuale non è chiara” come invece lo era durante la crisi finlandese post-sovietica dei primi anni ‘90.

La verità, tuttavia, è che la crisi della Finlandia non è poi così complicata. Infatti, è una storia semplice che possiamo aspettarci di vedere ripetersi in molti paesi d’Europa, e in particolare in Germania, nei prossimi decenni. Due fattori stanno determinando il crollo della Finlandia: una demografia in crisi e una scarsa crescita della produttività.

La demografia

Il primo elemento chiave del crollo della Finlandia viene identificato dal FT: la Finlandia sta rapidamente invecchiando. Di conseguenza, la popolazione del paese in “età lavorativa”, tra i 15 e i 64 anni, è in calo. Questo ha comportato che non c’è stata alcuna crescita dell’occupazione negli ultimi quattro anni, nonostante un leggero aumento del tasso di partecipazione delle persone in età compresa tra i 15 e i 64 anni, e qualche piccola variazione del tasso di disoccupazione nello stesso periodo.

L’Eurostat prevede che questo trend demografico continuerà nel prossimo decennio. Anche se nei prossimi anni il tasso di disoccupazione in Finlandia dovesse calare, è improbabile che ci sarà una qualche crescita dell’occupazione nel prossimo decennio. In questo senso, come ho approfondito in un testo redatto insieme a Kieran McQuinn, la Finlandia fa da apripista rispetto ad altri paesi.

In particolare, la percentuale della popolazione tedesca in età tra i 15 e i 64 anni è destinata a precipitare nel prossimo decennio, scendendo al di sotto della Finlandia entro il 2030, per poi declinare ulteriormente. La situazione nel gruppo dell’eurozona dei 12  (cioè gli 11 paesi originari, più la Grecia) è relativamente simile, con la percentuale destinata a scendere sotto il livello della Finlandia negli anni 2030. Qui sotto le previsioni di Eurostat.

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Produttività

La performance scadente dell’occupazione è un aspetto del cattivo andamento economico della Finlandia. L’altro aspetto è un’evoluzione deludente della quantità di PIL reale prodotto da ciascun lavoratore, quel che gli economisti chiamano produttività del lavoro.

In questo campo la Finlandia aveva tradizionalmente ottenuto risultati un po’ migliori rispetto al resto dell’eurozona. Come mostra il grafico sotto, la produttività del lavoro è cresciuta costantemente in Finlandia dagli anni ‘60 fino al 2007. Tuttavia, nei sette anni successivi al 2007, la produttività del lavoro finlandese è scesa di circa il 3%.

Questa evoluzione può essere una brutta sorpresa per i finlandesi, ma su questo punto la Finlandia si conforma all’andamento europeo. La crescita della produttività nell’eurozona è in frenata da lungo tempo. Infatti, nel mio testo scritto con Kieran McQuinn, si sostiene che in futuro la crescita della produttività europea potrebbe essere perfino peggiore di quel che è stata nell’ultimo decennio, dato che molta di questa crescita era dovuta all’accumulo di capitale e che questo fattore è probabile che si indebolirà.

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Riforme strutturali? Il sistema pensionistico

Quindi la ricetta europea per una lenta crescita sta dando i suoi frutti in Finlandia. L’invecchiamento della popolazione significa nessuna crescita dell’occupazione, e produttività deludente significa nessuna crescita del PIL.

La risposta da parte dei politici europei alla lenta crescita è sempre la stessa: “riforme strutturali”. Questo termine è usato così spesso che ci si può qualche volta dimenticare che questa invocazione delle riforme non è quasi mai sostenuta da specifiche raccomandazioni di politica economica. Ma perché un qualsiasi programma di riforme possa funzionare in un paese come la Finlandia, esso dovrebbe fare qualcosa per risolvere i due fattori che abbiamo descritto: l’occupazione e la produttività.

In materia di occupazione, la Finlandia ha un tasso di disoccupazione dell’8,8 per cento. Nonostante l’attuale crisi del paese, questo dato è sotto la media dell’eurozona , quindi è difficile che si possano trarre grandi vantaggi da riforme volte a ridurre i tassi medi di disoccupazione.

Un’altra potenziale area di riforma sono i sistemi pensionistici. Molti paesi europei hanno sistemi pensionistici generosi e tassi di partecipazione alla forza lavoro molto bassa tra i più anziani. La Finlandia, tuttavia, se la cava piuttosto bene su questo punto.

Il seguente grafico confronta i tassi di partecipazione alla forza lavoro degli anziani in Finlandia (le linee marroni) con quelli dell’eurozona a 12 paesi (le linee blu) e quelli della Svizzera (le linee nere). Quest’ultima viene mostrata perché organizzazioni quali l’OCSE e la Commissione Europea l’hanno indicata come modello per gli alti tassi di partecipazione alla forza lavoro degli anziani. Il grafico mostra che la Finlandia se la cava molto meglio rispetto al resto dell’eurozona ed è generalmente molto più vicina alla Svizzera rispetto al resto dell’eurozona.

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Il mio testo scritto con Kieran McQuinn discute la possibilità che la riforma delle pensioni possa rilanciare la crescita in Europa. Abbiamo calcolato che una riforma delle pensioni che vedesse i lavoratori finlandesi rimanere nella forza lavoro come i loro equivalenti svizzeri, darebbe una spinta alla crescita del PIL di 0,12 punti percentuali all’anno nei prossimi trent’anni. Si tratta di un impatto piuttosto modesto. In generale, è chiaro che la riforma delle pensioni non è la strada giusta perché la Finlandia possa tornare alla crescita.

Riforme strutturali? La Produttività

L’altra area per una potenziale riforma di cui si parla spesso è una riforma a favore delle aziende che riduca la burocrazia e aumenti la produttività. Non c’è da sorprendersi se il giornalista del  FT in Finlandia ha trovato diverse persone (un capo dell’opposizione e un ex ministro delle finanze svedese) pronte a discutere dell’”enorme necessità di riforme strutturali”.

Come tutti i paesi al mondo, la Finlandia non è perfetta e sono sicuro che ci sono un sacco di riforme a favore delle aziende che potrebbero essere introdotte. Ma è importante discutere la questione in un contesto adeguato. L’Indagine Doing Business della Banca mondiale raccoglie una enorme gamma di indicatori sulle facilitazioni al business e in questo momento colloca la Finlandia al nono posto nel mondo. Ciò significa che essa è la migliore nazione dell’eurozona, e dietro solo al Regno Unito e alla Danimarca nell’UE.

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Sulla base di questi dati, sembra improbabile che la Finlandia sia in grado di elevare significativamente il suo tasso di crescita della produttività attraverso delle riforme strutturali.

Che dire degli altri paesi? Il nostro testo discute il potenziale impatto che potrebbero avere le riforme strutturali sulla crescita in ogni paese dell’eurozona a 12. In alcuni casi (come Spagna e Grecia), queste riforme possono avere effetti molto positivi. Ma, in media, le riforme difficilmente possono ribaltare l’impatto di una demografia declinante e delle attuali tendenze della produttività e riportare la crescita ai livelli precedentemente visti in Europa.

Il futuro della crescita in Europa sembra essere finlandese.

(Fonte vocidallestero)

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La Germania è il modello da seguire?

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Negli ultimi dieci anni l’economia europea ha visto svariati rovesciamenti di fronte: la Germania, ad esempio, da malato d’Europa ne è diventato il modello. Ma lo è veramente? Le riforme di Schröder, e ancor più le “controriforme” di oggi, non vanno verso l’aumento della produttività, come invece sembrano fare le riforme intraprese – anche se imposte – da alcuni paesi della periferia. Se questi sapranno tenere duro, usciranno dalla crisi più competitivi; e la pole position di Berlino non è garantita per sempre.

Dieci anni fa, la Germania era considerata il malato d’Europa: la sua economia era impantanata nella recessione mentre quella degli altri paesi europei era in ripresa, il suo tasso di disoccupazione era superiore alla media dell’eurozona, il suo sistema finanziario era in crisi ed essa non riusciva a rispettare le norme europee sul deficit eccessivo. Oggi, invece, la Germania viene presentata come un modello da seguire. Nel valutare questo ribaltamento di condizioni, è utile operare una distinzione tra le misure di competenza dello Stato e quelle che ricadono nell’ambito d’azione delle parti sociali e della società in generale.

La sola area in cui la responsabilità di un governo è chiara e non controversa è quella della finanza pubblica. Nel 2003, la Germania aveva un deficit di bilancio pari a quasi il 4% del pil, una percentuale non elevata per gli standard odierni, ma che allora superava la media Ue. Oggi i conti pubblici tedeschi sono in pareggio, mentre la maggior parte degli altri paesi dell’eurozona registra disavanzi superiori a quello tedesco di dieci anni fa. La Germania ha risanato i propri conti principalmente tagliando le spese: la spesa pubblica – che nel 2003 era pari a quasi il 46% del pil, e quindi superiore alla media dell’eurozona – è stata ridotta di cinque punti percentuali del pil nei successivi cinque anni. Nel 2008, quindi, mentre il mondo scivolava nella “grande recessione”, la Germania aveva un’incidenza della spesa sul pil fra le più basse d’Europa.

Il governo tuttavia non poté fare molto per migliorare la bassa produttività tedesca, il grande problema della Germania dell’epoca. Anche se oggi ci può apparire strano, nei primi anni dopo l’adozione dell’euro la Germania era considerata un paese poco competitivo per effetto dell’elevato livello dei suoi costi salariali. E molti temevano che con la moneta unica il paese avrebbe perso, insieme alla possibilità di manovrare i cambi, anche quella di risolvere il problema. Invece, come sappiamo, la Germania è tornata a essere competitiva al punto che oggi le si rimprovera di esserlo anche troppo, grazie a un mix tra moderazione salariale e riforme strutturali tese ad aumentare la produttività. Un’analisi più approfondita dei dati, tuttavia, evidenzia come questo risultato sia ascrivibile più alla prima misura (la moderazione salariale) che alla seconda.

La moderazione salariale è stata dunque il fattore determinante: ma non è una misura che può essere imposta dal governo ed è stata piuttosto il risultato del buon funzionamento del mercato del lavoro tedesco. L’elevato tasso di disoccupazione tra il 2000 e il 2008 ha costretto i lavoratori ad accettare salari più bassi e orari di lavoro più lunghi, mentre nei paesi alla periferia dell’area i salari crescevano al ritmo del 2-3% annuo. È questo quindi il fattore che fino al 2008 ha spinto al ribasso il costo del lavoro per unità di prodotto tedesco rispetto a quelli del resto dell’eurozona.

Per quanto riguarda la produttività, è vero che diverse importanti riforme del mercato del lavoro sono state effettivamente varate dieci anni fa, ma il loro impatto sulla produttività sembra essere stato trascurabile. Tutti i dati disponibili indicano una crescita del tasso di produttività molto bassa per l’economia tedesca negli ultimi dieci anni. Ciò non sorprende se si considera che le riforme non hanno minimamente interessato il settore dei servizi, generalmente considerato troppo regolamentato e protetto. I tassi di produttività sono cresciuti di più nel settore manifatturiero, in ragione della sua esposizione all’intensa concorrenza internazionale; ma anche in quel settore la performance tedesca non è la migliore fra i grandi paesi dell’eurozona. Eppure, anche in Germania il settore dei servizi è pari al doppio di quello manifatturiero. Una riforma sostanziale del terzo settore sarebbe stata quindi auspicabile per generare incrementi significativi della produttività dell’economia: ma nel 2003 tutta l’attenzione era concentrata sulla competitività internazionale e sull’industria, e la riforma non c’è stata.

Vediamo ora quali sono le tre proposte economiche su cui si incardina il programma del nuovo governo tedesco, la Grosse Koalition: salario minimo, riduzione dell’età pensionabile e controllo degli affitti. Va detto per inciso che nessun paese meridionale, e forse nessun altro paese membro, potrebbe introdurre un pacchetto di misure di questo tipo senza ricevere aspri rimproveri da Bruxelles (e da Berlino). Il che dimostra che il sistema di coordinamento delle politiche economiche all’interno dell’area dell’euro è completamente asimmetrico. Comunque, tutti e tre gli elementi di controriforma tedeschi hanno un impatto economico molto significativo.

Salario minimo. È prevista un’ampia copertura (si prevede di escludere solo i giovani e i disoccupati di lunga durata) e livelli elevati (si parla di 8,5 euro all’ora). La ricerca empirica sugli effetti dei salari minimi (basata principalmente sull’esperienza degli Stati Uniti) indica che tale misura non ha in genere un effetto importante sull’occupazione.
Riduzione dell’età pensionabile. Un’importante riforma del governo socialdemocratico di Schröder aveva collegato l’età pensionabile a variabili demografiche oggettive, producendo un aumento graduale della normale età di pensionamento fino a 67 anni (con generose eccezioni per le occupazioni fisicamente più impegnative). Oggi è in atto una parziale retromarcia che consente ad alcuni lavoratori, entrati nel mercato del lavoro in età molto giovane, di ritirarsi con una pensione piena a 63 anni.
Calmieramento degli affitti. Il basso livello dei tassi di interesse ha avuto come risultato una ripresa della crescita dei prezzi delle case, dopo decenni di stagnazione. L’andamento dei prezzi immobiliari ha un impatto sui canoni di locazione, che sono quindi aumentati. In Germania, a differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri paesi Ue, la stragrande maggioranza delle famiglie vive in affitto: quindi, anche se l’aumento degli affitti è stato modesto e concentrato nelle zone più ricercate, il suo effetto è stato di creare una domanda di calmieramento che avrà ovviamente un effetto distorsivo sul mercato nel lungo periodo. Nel breve periodo, i controlli sugli affitti potranno incentivare il settore edilizio, dato che essi non si applicano alle abitazioni di nuova costruzione. Nel lungo periodo, produrranno un aumento della percentuale di proprietari di case, in linea con quanto accade nell’Europa meridionale, dove decenni di politiche di calmieramento degli affitti (fino agli anni Novanta) hanno prodotto tassi molto elevati di case abitate dai proprietari.

La conclusione generale è che alcuni elementi del “modello tedesco” potrebbero essere proficuamente adottati dalle travagliate economie periferiche dell’area dell’euro. Un dura turo risanamento dei conti pubblici impone il contenimento della spesa, e le riforme del mercato del lavoro possono, nel tempo, consentire l’ingresso di nuovi occupati nel mondo del lavoro. Tuttavia, la sfida più importante per paesi come l’Italia o la Spagna resta la competitività. La periferia dell’Europa può tornare a crescere solo se riesce a esportare di più. L’elevato livello dei tassi di disoccupazione sta già imponendo un calo dei salari, ma questa è la via di uscita dalla crisi più dolorosa e genera un’aspra opposizione. Meglio sarebbe riuscire a ridurre il costo del lavoro aumentando la produttività: e da questo punto di vista, purtroppo, la Germania non costituisce un modello.

Per fortuna, alcuni paesi periferici si vedono oggi costretti dai loro creditori a intraprendere riforme drastiche, non solo del mercato del lavoro, ma anche del settore dei servizi. Sono queste le riforme che – anche se inizialmente subite sotto imposizione – consentono un certo ottimismo, perché nel tempo favoriranno la produttività e la flessibilità, portando i paesi che le attuano a diventare più competitivi. La lezione che dobbiamo cogliere dalle alterne sorti dei paesi dell’area dell’euro negli ultimi dieci anni è che bisognerebbe evitare di prefigurare il futuro sulla base delle difficoltà di un dato momento. Le riforme intraprese oggi in alcuni paesi periferici sono molto più profonde di quelle attuate dalla Germania nei suoi momenti di difficoltà. I paesi che avranno il coraggio di persistere nello sforzo di riforma potrebbero uscirne molto più snelli e competitivi. Quelli che invece non ne saranno capaci (e l’Italia deve riuscire a evitare questo scenario), si troveranno bloccati nella trappola di una bassa crescita ancora per molto tempo. Quali saranno le condizioni dei singoli paesi fra dieci anni è materia del tutto incerta, ma la pole position tedesca non è garantita per sempre. I posizionamenti dei vari paesi nella graduatoria dell’economia europea potrebbero cambiare in qualsiasi momento.

*Daniel Gros – Aspen Institute Italia

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Economia mondiale: Una buona e una cattiva notizia

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Per quanto riguarda lo stato di salute dell’economia mondiale ci sono una buona e una cattiva notizia. La buona è che, stando agli economisti del Credit Suisse, quest’anno il PIL mondiale registrerà una crescita del 3,3%, facendo segnare un progresso rispetto al 2,9% del 2013. La cattiva è che, nonostante il miglioramento, il dato si aggira intorno alla media degli ultimi 40 anni, che è stata del 3,4%. Poiché tecnicamente siamo in fase di ripresa, la crescita non superiore alla media indica un PIL potenziale più basso che in periodi analoghi.

Secondo Neal Soss, Vice Chairman of Global Fixed Income and Economics Research del Credit Suisse, non è raro che una grave crisi finanziaria sia seguita da fasi di debole crescita dovuta al taglio della spesa da parte di governi, aziende, istituti finanziari e consumatori. Il pericolo è rappresentato dall’eccessivo protrarsi di questa fase. In tal caso, la mediocrità della crescita può cominciare a sembrare più duratura e le imprese sono meno motivate a investire sulla prospettiva di espansione. Inoltre, le competenze dei disoccupati di lungo periodo rischiano di atrofizzarsi fino a compromettere il loro reinserimento nel mondo del lavoro. “Lo svantaggio di una situazione del genere – qualora la crescita si confermasse debole – non è solo il rallentamento congiunturale in sé, ma anche la riduzione del potenziale dell’economia,” afferma.

Senza più stimoli fiscali né monetari in vista, gli economisti temono che i leader mondiali corrano proprio questo rischio. “La maggior parte dei paesi è insofferente agli stimoli fiscali dichiarati e all’effetto leva dei bilanci pubblici,” scrivono gli analisti del comparto obbligazionario del Credit Suisse nell’ultima ricerca economica trimestrale condotta su scala internazionale. Per varare i diversi piani di salvataggio l’Unione europea ha imposto drastiche misure di rigore a Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda. Negli ultimi quattro anni l’aumento delle tasse e i tagli alla spesa hanno ridotto il disavanzo pubblico statunitense dal 10% del PIL (1400 miliardi di dollari USA) nel 2009 a un 3% stimato (514 miliardi di dollari USA) quest’anno. In Giappone l’aumento dell’imposta al consumo dal 5 all’8% non è stato accompagnato da uno stimolo monetario, a dimostrazione della volontà politica di ridurre tanto il deficit quanto il debito pubblico, che è il doppio del PIL. Nel frattempo, le autorità cinesi cercano di contenere la spesa degli enti locali, mentre a febbraio il Brasile ha promesso tagli per 18,5 miliardi di dollari USA per rispettare l’obiettivo di avanzo di bilancio dell’1,9 per cento. Anche il ricorso a un ulteriore stimolo monetario appare improbabile. La maggior parte delle banche centrali continua a perseguire una politica espansiva, ma la Federal Reserve riduce costantemente gli interventi di allentamento quantitativo e sia la Banca del Giappone che la Banca centrale europea hanno deluso chi aveva scommesso su un’ulteriore riduzione dei tassi nel primo trimestre.

Nella speranza di aumentare il potenziale economico nel giro di cinque anni o più, diversi paesi hanno varato riforme strutturali che a breve termine rischiano di essere ancora più dolorose. Gli sforzi della Cina di riequilibrare l’economia verso i consumi interni, ad esempio, finiranno per creare un modello di crescita più sostenibile che non dipenderà più dai finanziamenti erogati da un sistema bancario ombra collaterale ad amministratori locali imprudenti. Anche l’offensiva sferrata di recente contro la corruzione dei funzionari pubblici è un passo nella giusta direzione. Tuttavia, queste due misure hanno contribuito a rallentare la crescita del PIL che è addirittura inferiore al 7,5 stimato dal governo. Intanto, la Reserve Bank of India mira a ridurre al 4% entro due anni l’inflazione che dal 2005 si attesta su una media dell’8,4%. Secondo gli economisti del Credit Suisse, le politiche “estremamente rigorose” necessarie per conseguire questo obiettivo ridimensioneranno senz’altro la crescita.

Se non sembra probabile che la politica faccia ripartire l’economia mondiale, un aumento della spesa aziendale potrebbe riuscirci. Ci sono senz’altro tutti i presupposti. Alla fine del quarto trimestre 2013, le aziende statunitensi hanno realizzato utili dopo imposte record pari a 1900 miliardi di dollari USA, facendo registrare un incremento del 35% rispetto al picco precedente di 1410 miliardi di dollari USA raggiunto nel 2006. Nel terzo trimestre 2013 i flussi di cassa netti delle imprese hanno toccato un record assoluto (2280 miliardi di dollari USA). Eppure, negli Stati Uniti, i 458,6 miliardi di dollari USA di investimenti aziendali netti effettuati nel settore privato nel quarto trimestre 2013 erano sempre meno che nel 2007. “A mio avviso, dopo la crisi che abbiamo attraversato, per ripristinare il clima di fiducia ci vuole semplicemente tempo”, sostiene Soss. “Ma, a quanto pare, manca ancora quel qualcosa capace di infondere ottimismo negli imprenditori in una prospettiva di medio e lungo termine e indurli a immettere liquidità nel sistema dando impulso all’attività economica.”

Forse questo qualcosa è una piacevole sorpresa del tutto inaspettata o ancora qualche mese di dati economici incoraggianti: quanto basta per dimostrare la sostenibilità della ripresa, anche se più lenta e meno vigorosa di quanto ci fossimo augurati.

The Financialist 

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