Alitalia spolpata da politici e manager

L'ultimo volo di Alitalia

Alitalia è stata terreno di scorribande di ladruncoli incapaci, politicanti e corporazioni farlocche. Presunti manager, consulenti del niente, affaristi senza scrupoli, faccendieri, tutti impegnati in operazioni schizofreniche e abnormi. Tutti con un solo scopo: spolpare Alitalia. Una perfetta rappresentazione di un’Italia in rovina. Continue Reading

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In Italia crolla il salario, tutta colpa del Jobs Act

crollo salario

Secondo i dati sul costo del lavoro diffusi dal rapporto Eurostat la retribuzione oraria in Italia nel primo trimestre 2016 è diminuita dello 0,5% rispetto allo stesso periodo del 2015, segnando l’unico calo in Europa per un grande Paese.

Stando al calcolo di Eurostat il salario orario nell’Ue a 28 è aumentato in media dell’1,7% con differenze significative nei vari Paese e con cali solo in Italia (-1,5%) e a Cipro (-0,3%). Gli aumenti salariali più consistenti si registrano nei Paesi dell’Est (+10,4% in Romania, +7,6% in Bulgaria), paesi nei quali però il costo del lavoro orario complessivo è molto più basso della media (nel 2015 4,1 euro l’ora in Bulgaria, 5 in Romania a fronte dei 25 euro medi in Ue e 43,1 euro in Danimarca). Continue Reading

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Il costo del lavoro in Italia e in Europa

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In Italia un’impresa paga i propri dipendenti circa 28 euro e 30 centesimi: poco meno della media Eurozona di 29 euro orari, ma più della media Ue che è di 24 euro e 60 centesimi. In tutta Europa ci sono paesi dove conviene delocalizzare sia per una fiscalità migliore, ma soprattutto perché il costo del lavoro è più basso.

Italia a metà classifica in un’Europa più divisa che mai dal costo del lavoro. È la fotografia scattata da Eurostat, l’Istituto di statistica dell’Unione europea, che ha appena diffuso i dati del 2014 dei 28 Stati membri Ue. Agli estremi opposti stanno Bulgaria, con meno di 4 euro all’ora, e Danimarca (40,3 euro).

In Italia un’ora di lavoro costa mediamente a un’impresa 28,3 euro, meno della media dell’Eurozona (29 euro) ma più della media Ue (24,6 euro), che comprende Paesi molto meno cari per le imprese e dove quindi si tende a delocalizzare, come Bulgaria (3,8 euro per ora) o Romania (4,6 euro per ora). L’Italia però segna un incremento del costo del lavoro che è inferiore alla media sia dell’Eurozona che della Ue. Tra il 2013 e il 2014, il costo del lavoro in Italia è cresciuto dello 0,7%, a fronte di un incremento dell’1,1% nell’Eurozona e dell’1,4% nell’Ue.

In Italia il 28,2% del costo del lavoro è determinato da fattori non legati allo stipendio dei dipendenti, come i contributi pagati ai lavoratori. In questo l’Italia sconta un gap competitivo nei confronti della Germania, dove i costi non salariali pesano solo per il 22,3% ma non della Francia (33,1%), che vanta un non invidiabile record europeo. Il nostro Paese è comunque il terzo più “caro” nella Ue per costi non salariali dei salari dietro appunto alla Francia, e alla Svezia (31,6%). Nei 19 Paesi membri dell’Eurozona i costi non salariali sono in media del 26,1%, e nei 28 Paesi dell’Ue del 24,4%: i più bassi sono a Malta (6,9%) e in Danimarca (13,1%).

Sono quattro i Paesi in cui lo scorso anno il costo del lavoro è diminuito: Cipro, Portogallo, Croazia e Irlanda. Tre di questi sono Stati salvati dalla Ue e non è un caso, perché hanno subìto un processo di “svalutazione interna” legato alle dure politiche di austerità cui sono stati soggetti. La svalutazione interna è un modo di rendere più competitivo il proprio export attraverso un abbassamento dei salari e un aumento della produttività; è quindi un’alternativa alla classica svalutazione della moneta, che non è possibile all’interno di un’Unione monetaria come l’Eurozona. Il caso più emblematico è la Grecia, dove il costo del lavoro orario era nel 2014 di 14,6 euro e sei anni prima di 16,8 euro.

Nella stessa Spagna, altro Paese duramente colpito dalla crisi ma che ora sta rialzando la testa con risultati oltre le aspettative, negli ultimi tre anni il costo del lavoro è rimasto praticamente invariato intorno ai 21 euro all’ora. I maggiori aumenti sono invece stati registrati in Estonia (+6,6%), Lettonia (+6%) e Slovacchia (+5,2%). L’Est Europa resta però molto lontano dalla vecchia Europa.

(Fonte Il Sole 24 Ore)

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La verità sugli stage in azienda, uno sfruttamento permanente



Secondo la Uil i tirocini truffa sono circa il 90%, a dimostrare come questa modalità sia sempre più spesso utilizzata per sopperire alle lacune produttive, o di personale, delle piccole e medie realtà imprenditoriali, soprattutto. In moltissimi casi gli stage in azienda vengono utilizzati come lavoro gratuito o sottopagato in sostituzione di personale dipendente. Una truffa. Uno sfruttamento permanente, con il preciso intento di risparmiare sempre di più sul costo del lavoro, a spese soprattutto dei giovani.

Nelle aziende americane e del Regno Unito, il primo criterio che va rispettato è proprio quello di riprodurre una esperienza che sia “simile a quella di un ambiente educativo”. In altre parole il tirocinio deve garantire l’acquisizione di competenze solide e spendibili all’interno dell’azienda e/o negli sbocchi occupazionali favoriti dall’esperienza.

Gli stage in azienda mascherati da lavoro sono uno scandalo che deve finire. I tirocini gratuiti sono oggi illegali, è vero, se il tirocinio è configurato come “extracurriculare”: ma basta che invece sia inserito all’interno di un percorso di studio, come per esempio un corso di laurea o un master, e magicamente diventa “curriculare” perdendo tutte le garanzie che le nuove normative regionali hanno fornito.

Il decalogo per difendersi dagli stage truffa

1) Stage e tirocinio non sono forme di lavoro.
Stage e tirocinio devono essere fondate su un progetto formativo definito da una Convenzione tra l’ente promotore, l’ente ospitante e lo stagista stesso.

2) Gli stagisti devono essere inseriti o aver da poco concluso percorsi formativi.
L’ente promotore deve prevedere il riconoscimento dei crediti formativi e la certificazione delle competenze nel libretto formativo.

3) Lo stagista ha diritto al tutorato.
Il Tutor viene messo a disposizione sia dall’ente promotore che dall’ente ospitante. Gli enti promotori non possono destinare ad ogni Tutor più di 20 stagisti. Lo stagista deve essere affiancato nella sua attività e non può rimanere solo nella sede operativa, specialmente se aperta al pubblico.

4) Lo stagista non può sostituire personale dipendente.
Gli enti ospitanti non possono far uso degli stagisti per coprire compiti e mansioni che andrebbero affidate a personale dipendente, né attività ripetitive prive di contenuto formativo; non possono essere previsti obblighi di orario.

5) E’ consentito un limite massimo di stagisti in proporzione al personale.
Ogni ente ospitante può avere nell’arco dell’anno solare: max 1 stagista per le aziende sotto i 15 dipendenti a tempo indeterminato, max 2 stagisti per le aziende da 15 a 50, max il 10% per le aziende sopra i 50 dipendenti.

6) La durata di uno stage è commisurata al progetto formativo e non oltre 6 mesi.
Salvo i casi in cui il progetto formativo è articolato in una durata superiore, comunque massimo 9 mesi.

7) Lo stage non può essere prorogato.
Il soggetto ospitante non può riproporre nell’arco dell’anno lo stesso progetto di stage, nemmeno attraverso un altro soggetto promotore.

8) Lo stagista deve esser messo in condizione di formarsi.
Allo stagista devono essere messi a disposizione gli strumenti funzionali alla sua attività, compresa una postazione di lavoro e l’accesso alle riunioni di lavoro utili al suo percorso formativo.

9) Allo stagista devono essere riconosciuti pari diritti.
Eguale trattamento rispetto ai dipendenti dell’ente ospitante in relazione ai servizi di mensa, buoni pasto, trasporti, alloggio. Allo stagista devono essere garantite l’assicurazione infortunistica e tutte le norme previste sulla salute e sicurezza.

10) Lo stagista ha diritto ad un congruo rimborso spese.
Il rimborso spese viene erogato dall’Ente ospitante, anche in misura forfettaria. Per consentire piena autonomia nello svolgimento del periodo di stage, allo stagista deve esser garantito, anche mediante il concorso economico delle Istituzioni pubbliche, una borsa di studio pari almeno a 400 euro.

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