Buste paga: Poco stipendio, molte tasse e contributi

buste paga italiani

L’Italia sta annegando nelle tasse. Lo Stato non è mai sazio. Lo stipendio netto che arriva nelle tasche dei lavoratori ci colloca negli ultimi posti tra i G20. Lo stipendio basta solo per pagare le tasse ed andare a lavoro.

La denuncia arriva direttamente dalla Corte dei Conti nel Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica. Secondo i magistrati contabili: Continue Reading


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Una pressione fiscale intollerabile

pressione fiscale

L’Italia ha “una pressione fiscale difficilmente tollerabile. L’affannata ricerca di risultati si è tradotta, tra il 2008 e il 2014, nell’adozione di oltre 700 misure di intervento in materia fiscale, di aggravio o di sgravio del prelievo.”. È la denuncia della Corte dei Conti in occasione del giudizio sul rendiconto generale dello Stato 2014. La pressione fiscale è stata nel 2014 pari al 43,5% del Pil, 1,7 punti in più sulla media Ue.

Anche a causa delle troppe tasse, l’economia italiana, ma anche quella europea, sono in una fase di “ristagno, stagnazione”. L’Italia si colloca ormai ai vertici mondiali per carico fiscale, sia sulle famiglie sia sulle imprese. Se nei prossimi anni l’Italia non cambia passo, il futuro non promette bene.

“Al termine del 2014, la pressione fiscale è stata pari al 43,5%, di poco più elevata di quella del 2013 (43,4%) soprattutto per il maggior gettito delle imposte indirette. L’aumento è dovuto, pressoché esclusivamente, alla componente di competenza delle amministrazioni locali. Al riguardo, va evidenziato che la pressione fiscale continua a rimanere elevata nel confronto internazionale, con un divario, che permane nel 2014, di 1,7 punti percentuali di prodotto rispetto alla media degli altri Paesi dell’area euro.

Difficilmente il sistema economico potrebbe sopportare ulteriori aumenti della pressione fiscale. Prioritaria appare, semmai, la necessità di un intervento di segno opposto, volto a restituire capacità di spesa a famiglie e imprese. Una direzione effettivamente intrapresa nel corso del 2014, con i provvedimenti volti a ridurre il cuneo fiscale sul costo del lavoro. Rientra fra questi, nelle intenzioni del Governo, il bonus erogato alle famiglie, che le regole contabili hanno però portato a iscrivere come maggiore spesa per prestazioni sociali. Certamente a riduzione del cuneo vanno le misure di esclusione del costo del lavoro dalla base imponibile IRAP e di decontribuzione per i nuovi assunti, che costituiscono punti qualificanti della legge di stabilità 2015. La contemporanea azione sui redditi delle famiglie e sui costi delle imprese punta a rilanciare la domanda aggregata, sostenendo i consumi delle prime e la competitività delle seconde: impulsi che potranno trovare alimento addizionale in un contesto di recupero già avviato della congiuntura, favorendo quell’ambiente macroeconomico espansivo che è indispensabile per un effettivo allentamento della pressione fiscale. Ma se la prospettiva di una pressione fiscale che resti sull’attuale elevato livello appare difficilmente tollerabile, anche sul fronte della spesa i margini d’azione sono meno ampi di quanto la percezione comune ritiene. Le stesse analisi condotte per la Relazione oggi resa pubblica confermano la difficoltà di realizzare pienamente il programma di spending review, a motivo degli ampi risparmi già conseguiti per le componenti più flessibili (redditi da lavoro e consumi intermedi) e per il permanere di un elevato grado di rigidità nella dinamica delle prestazioni sociali.

Gli obiettivi di razionalizzazione degli enti pubblici statali e di riduzione dei loro costi di funzionamento sono targets ormai ricorrenti da quasi un quindicennio, anche se assumono un rilievo più pronunciato in una fase di riequilibrio strutturale dei conti pubblici. Un’indagine, effettuata dalla Corte, ha evidenziato la sussistenza di 320 soggetti pubblici, comunque denominati, istituiti, controllati e finanziati dai ministeri e 165 fra loro hanno comportato, un onere finanziario, per lo Stato, ammontante a circa 25 miliardi per il 2013 e a 20 miliardi per il 2014. La Corte ha, altresì, evidenziato come la spesa per il personale di tali enti sia sensibilmente superiore rispetto a quella dei ministeri.

In definitiva, un deciso intervento su tutta la spesa pubblica improduttiva potrà consentire quella riduzione e il riequilibrio della pressione fiscale, a livello statale e locale, di cui, da più parti, si reclama la necessità”.

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Expo 2015 sarà un fallimento: 300 milioni di debiti

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Expo è il grande esempio di come sprechi, corruzioni e infiltrazioni mafiose arrivino puntualmente in Italia in ogni evento o grande opera. Da studiare per chi vuole le Olimpiadi in Italia.

Grande evento del 2015, previsto fin dal 2006, assegnato all’Italia nel 2008, è subito diventato un’emergenza, come fosse una calamità naturale, un terremoto, un’inondazione, un’invasione di cavallette. Per tre anni (2008-2011) la politica perde tempo a litigare su chi comanda senza avviare neppure una gara. Nei tre anni successivi (2012-2014) si accorge di essere in terribile ritardo e allora via alle deroghe, in nome dell’emergenza. “Ben 82 disposizioni del codice degli appalti sono state abrogate con quattro ordinanze della presidenza del Consiglio”, si lamentava già il predecessore di Cantone, Sergio Santoro: “È emergenza perenne”. I risultati si sono visti.

Per infiltrazioni mafiose, la prefettura di Milano ha escluso, per ora, 46 aziende dai cantieri di opere connesse a Expo. Di queste, tre lavoravano direttamente sull’area dell’esposizione (Elios, Ventura, Ausengineering). Per reati come corruzione, turbativa d’asta, rivelazione di segreti e associazione a delinquere, sono scattate, sui quattro grandi appalti, quattro grandi inchieste, con arresti e accuse che hanno coinvolto il numero uno di Ilspa (Antonio Rognoni), oltre a manager di Expo spa (Angelo Paris, Antonio Acerbo, Andrea Castellotti) e di Arexpo, la società che possiede le aree (Cecilia Felicetti). L’impresa che ha avuto più successo nelle gare Expo, la Maltauro, ha ben tre appalti commissariati.

In questo clima, arriva anche la segnalazione della Corte dei conti: Expo 2015 Spa, nel 2013, ha chiuso l’esercizio con una perdita economica di 7,42 milioni di euro, 2,39 milioni in più rispetto al 2012. Una perdita, questa, riconducibile “in gran parte al pianificato aumento dei costi della produzione”. Il bilancio è in profondo rosso. E ora a Comune di Milano e Regione Lombardia restano sul gozzo (e sui bilanci futuri) oltre 300 milioni di debiti per terreni acquistati, dal destino incerto e che nessuno vuole comprare.

Chiude la Corte dei Conti: “Si rivela ora indispensabile, a pochi mesi dall’inaugurazione dell’Esposizione, che la società gestisca in modo incisivo e trasparente i problemi ancora presenti, tra i quali quelli conseguenti ai procedimenti giudiziari in corso, assicurando la legalità delle procedure di affidamento delle opere e dei servizi, al fine di salvaguardare, con il corretto impiego delle risorse impegnate, anche l’immagine del Paese nel contesto internazionale”.

Auguri, comunque vada Expo 2015 sarà un fallimento per tutti tranne che per la Mafia. E per favore nessuno parli di Olimpiadi….

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Slot machine: La truffa da 98 miliardi di euro


“Per la prima volta nella storia il creditore, lo Stato, ha fatto di tutto per ridurre il credito da riscuotere”. Il generale Umberto Rapetto da alcuni mesi ha lasciato il Gat della Guardia di Finanza, il Nucleo speciale antifrode che per due anni ha lavorato all’inchiesta sulla maxievasione fiscale dei concessionari del gioco d’azzardo. Qualche settimana dopo la conclusione di quella investigazione “sono stato destinato a frequentare, sarà stata una combinazione, un corso di perfezionamento”. Così, dopo 37 anni, si è spogliato per sempre della sua divisa grigioverde. Non senza polemiche.

Cosa scoprì la vostra inchiesta sui gestori degli apparecchi per scommesse?

L’indagine delegata dal sostituto procuratore generale della Corte dei Conti, Marco Smiroldo, permise di accertare la mancata connessione di un enorme mole di slot machine con il sistema dell’Anagrafe Tributaria che doveva garantire la regolarità del gioco e assicurare la corresponsione del prelievo erariale previsto in misura proporzionale alle attività svolte dagli apparati di intrattenimento.

Qual era il meccanismo che consentiva di sottrarre gli incassi delle giocate dalla “base imponibile” dei gestori?

Il mancato collegamento vanificava le regole secondo le quali il totale delle giocate doveva diventare per il 75% montepremi per i giocatori più fortunati, circa il 12% costituire imposta e il restante 13% rappresentare introito per le società concessionarie, i gestori delle slot, gli esercenti pubblici e in piccola parte l’Amministrazione dei Monopoli.

Come si arrivò a determinare l’ammontare di quanto evaso? 

Una volta ricostruito in maniera meticolosa l’assetto tecnologico negli anni di interesse ai fini dell’inchiesta e incrociati i dati forniti dall’Anagrafe Tributaria, si è avuta evidenza di quali apparati fossero stati scollegati, quando e per quanto tempo. Poi si è preso in considerazione il contratto stipulato dai Monopoli con le società concessionarie e si sono applicate le penali previste per il mancato rispetto dell’accordo preso. Un’operazione aritmetica e non una proiezione algebrica. Un’operazione non riguardante multe cervellotiche, ma basata su un importo ritenuto congruo da entrambi i contraenti all’atto della sottoscrizione. Un’operazione che ha superato i 90 miliardi di euro di debito nei confronti dello Stato.

Ci furono omissioni da parte di chi avrebbe dovuto svolgere i controlli?

Se i Monopoli avessero preteso il pagamento delle penali fin dal manifestarsi delle irregolarità non si sarebbero raggiunte cifre iperboliche e i concessionari sarebbero stati costretti ad uniformarsi a quanto loro stessi avevano convenuto. Erano previsti interventi sulle fideiussioni prestate e persino la revoca della concessione per i casi più gravi. Probabilmente qualcuno ha temuto che un’azione repressiva potesse intralciare il gettito che il gioco d’azzardo garantisce comunque all’Erario.

Cosa è accaduto dopo i vostri accertamenti?

A fronte degli addebiti della Procura della Corte dei Conti si è innescata una corsa per scongiurare il pagamento delle somme computate. Si è parlato di cifre “irragionevoli” e si è fatto riferimento a “multe”. Niente affatto. Erano “penali” concordate dai contraenti, su entrambi i fronti rappresentati da persone responsabili e in piena capacità di intendere e di volere. Nella primavera scorsa le società concessionarie e alcuni dirigenti dei Monopoli sono stati condannati al pagamento di complessivi 2 miliardi e 700 milioni di euro, poca cosa rispetto quel che si era quantificato: tutte le interpretazioni contrattuali e tecniche erano andate a favore di chi non aveva rispettato o non aveva fatto rispettare il fin troppo chiaro contratto di concessione.

Firma la Petizione: 98 miliardi di euro evasi, che fine hanno fatto?

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(Fonte avvenire del 22 novembre 2012)

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Silvio senza casa

 

Chi non ricorda il Piano Casa del governo Berlusconi?

«Aiuteremo i più deboli», aveva annunciato nel 2008 l’ex premier, promettendo 100 mila alloggi da destinare alle famiglie più svantaggiate. Quelle abitazioni sono rimaste sulla carta. Lo denuncia la Corte dei conti in una relazione che analizza lo stato d’attuazione di quel provvedimento: il giudizio sulle modalità e tempi di attuazione di queste iniziative, dicono i magistrati, «non può essere positivo sotto l’aspetto dell’efficacia, efficienza ed economicità della spesa pubblica destinata a realizzare abitazioni per chi è in condizioni disagiate». Lo Stato ha stanziato nel tempo mezzi finanziari consistenti, pari a quasi 850 milioni di euro, ma ad oggi, quattro anni dopo il decreto legge Berlusconi, «i risultati sono modesti». Fra i problemi evidenziati dalla Corte, la lentezza nell’approvazione di misure ad hoc e nella stipulazione degli accordi fra Stato e Regioni.

Un altra cazzata, promessa e non mantenuta, del RE della prescrizione!

(Fonte L’Espresso)
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