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Goletta Verde 2014: Il 55% dei nostri mari è inquinato

Goletta Verde

Immagine Marco Valle/Legambiente


Un bilancio dei nostri mari sconcertante quello presentato, dopo due mesi di navigazione, da “Goletta Verde 2014”, la campagna estiva di Legambiente: 32 tappe sulle coste e due mesi di navigazione, durante i quali lo staff dell’associazione ambientalista ha analizzato le acque marine in un apposito laboratorio mobile.

Su 264 campioni di acqua analizzati dal laboratorio mobile di Goletta Verde, il 55% è risultato fuori legge. Un punto inquinato ogni 51 chilometri di costa. L’85% dell’inquinamento si registra presso foci di fiumi, canali e scarichi sospetti. Sono 12 milioni gli abitanti senza depuratori. Record in negativo in Campania (2,4 milioni), Lazio (1,8) e Lombardia (1,6). Inoltre Legambiente denuncia il bluff del Portale delle Acque, il sito del Ministero della Salute realizzato per informare i cittadini.

Le criticità sono state riscontrate in gran parte delle regioni italiane: Abruzzo e Marche cumulano la più alta percentuale di punti critici, rispettivamente con l’88% e l’83% dei prelievi risultati inquinati. Le due regioni sono state penalizzate dalle forti piogge dei giorni precedenti al campionamento e dall’elevato numero di corsi d’acqua e canali che sfociano in mare. A seguire Calabria e Lazio, rispettivamente con il 79 e 75% dei punti risultati critici. Il risultato migliore è quello relativo alla Sardegna che presenta solo il 10% di punti inquinati.

Il killer del mare è ancora una volta la mancata depurazione che riguarda un italiano su tre. Dopo due sentenze di condanna, la prima nel 2012 e la seconda nell’aprile 2014, la Commissione europea ha avviato quest’anno la terza procedura d’infrazione, la 2014/2059 per il mancato rispetto della direttiva sulla depurazione degli scarichi civili. Il procedimento riguarda 880 agglomerati urbani in tutta Italia, il 28% del totale, per l’inadeguato trattamento degli scarichi fognari. Tra le Regioni maggiormente coinvolte Campania, con il 76% degli agglomerati sul totale regionale in procedura, Calabria (53%), Sicilia (52%) e Marche (50%). In termini di carico non trattato, a riversare il maggior apporto inquinante nei fiumi e nei mari italiani sono la Campania (con 2,4 milioni di abitanti serviti da inadeguati sistemi depurativi), il Lazio (1,8 milioni di abitanti), la Lombardia (1,6 milioni) e la Puglia (1,5 milioni).

Nei due mesi di navigazione, l’imbarcazione ambientalista ha fatto trentadue tappe lungo le coste d’Italia per denunciare, informare, coinvolgere i cittadini e promuovere esempi positivi all’insegna della sostenibilità ambientale.

“I tanti punti critici evidenziati dai nostri monitoraggi e denunciati ormai da diversi anni, meritano una volta per tutte un vero approfondimento da parte degli enti competenti”, spiega Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente. In questi anni Goletta Verde ha monitorato costantemente lo stato di salute delle acque e denunciato più volte il problema di una mancata depurazione dei reflui civili. Lo stesso Governo ricorda che attualmente solo il 64% degli italiani è servito da impianti di depurazione e il ritardo rispetto agli obiettivi imposti dall’Europa ci potrebbe costare mezzo miliardo di euro a carico della collettività. “Il governo Renzi”, denuncia il vicepresidente di Legambiente “sblocchi opere utili come quelle a tutela del mare invece di ricorrere al solito lungo elenco di opere stradali e autostradali”.

“L’obiettivo del monitoraggio di Goletta Verde è quello di individuare i punti critici con particolare attenzione alle situazioni in cui intravediamo un rischio più elevato di inquinamento, così come viene indicato anche dal decreto legislativo 116/2008 che regola le acque di balneazione”, commenta Giorgio Zampetti, responsabile scientifico nazionale di Legambiente. Per questo l’attenzione è stata focalizzata soprattutto alle foci e in tratti “sospetti” individuati grazie al lavoro dei circoli di Legambiente e alle segnalazioni dei cittadini. “Le nostre analisi”, precisa Zampetti “controllano il carico batterico derivante da scarichi non depurati che minacciano la qualità delle acque costiere e la stessa balneazione e i rilievi eseguiti denunciano in maniera puntuale le aree critiche presenti lungo la costa. Su queste è necessario intervenire per prevenire i fenomeni di inquinamento che purtroppo anche durante questa stagione estiva si continuano a registrare in diverse località balneari italiane. Sono tratti di costa a “rischio più elevato di inquinamento” che non sempre vengono analizzati dalle autorità competenti”.

Lo stesso Portale delle Acque del Ministero della Salute è poco chiaro: sul sito ci sono simboli e grafiche in contraddizione tra di loro oppure dati discordanti rispetto al giudizio delle Arpa. Ad esempio, in prossimità di alcuni tratti di mare come Fano (Pu), Alba Adriatica (Te), Nicotera (Vv), Portopalo di Capo Passero (Sr) e Sanremo (Im) c’è un bollino rosso (qualità delle acque “scarsa”, sulla base dei prelievi degli ultimi 4 anni, dove, per legge, la balneazione dovrebbe essere interdetta o sconsigliata) e sopra una striscia verde (che indica, invece, la balneabilità del tratto di mare in base agli ultimi prelievi effettuati). Difficile capire se il bagno si possa fare o meno.

Per fare solo un esempio tra i tanti, il tratto di mare vicino alla foce del Biferno, sul sito del Portale delle Acque del Ministero della Salute, risulta balneabile, ma il punto di campionamento è ad una distanza di 2 km di distanza dal corso d’acqua. Forse è per questo che sul Portale delle Acque, sistema dove confluiscono o dovrebbero confluire tutti i dati degli enti preposti alle analisi ufficiali, il 43% dei punti risultati inquinati secondo Goletta Verde sono invece balneabili per il Ministero della Salute. Inoltre, il 47% dei punti critici secondo il giudizio di Goletta Verde, non risultano essere stati affatto campionati secondo quanto riportato dal portale delle Acque, e quindi considerati sostanzialmente irrecuperabili alla balneazione.

Sul fronte dell’informazione, in Italia stenta ancora a decollare un sistema davvero integrato tra i vari enti preposti per fornire informazioni chiare (le Arpa che eseguono i campionamenti, Regioni e Comuni definiscono le zone adibite alla balneazione, i Comuni, sulla base dei dati, dovrebbero apporre cartellonistica su qualità e/o divieti di balneazione, il Portale delle Acque che dovrebbe mettere in rete tutte le informazioni). E intanto i cittadini navigano in un mare di disinformazione.

Se da un lato abbiamo la poca chiarezza informativa del Portale delle Acque dall’altra parte anche l’informazione in spiaggia è molto scarsa. Non parliamo solo dei doverosi cartelli di divieto di balneazione, laddove le acque non sono salubri, ma anche della cartellonistica sulla qualità delle acque secondo classificazione e standard europei. Da quest’anno la Direttiva europea impone infatti l’obbligo per i comuni di apporre questi cartelli informativi, peccato però che i risultati sono davvero deprimenti come ha dimostrato il nostro monitoraggio. Negli oltre 260 punti campionati, solo nel 7% dei casi è stato possibile avvistare una cartellonistica con informazioni relative alla balneazione. Di una scarsa e poca corretta informazione ne sono convinti anche i cittadini. Ormai sono sempre di più i bagnati che ogni estate inviano a Goletta Verde richieste di informazione. Segnalazioni a volte disperate che descrivono situazioni al limite. Tutte accomunate da due aspetti: non avere la minima idea di dove consultare dati attendibili e la difficoltà di capire a chi appellarsi per chiedere un intervento quando si riscontrano forti criticità in mare.

Anche quest’anno il Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati, che da 30 anni si occupa della raccolta e del riciclo dell’olio lubrificante usato su tutto il territorio nazionale, è stato il main partner della storica campagna estiva di Legambiente. “La difesa dell’ambiente, e del mare in particolare, rappresenta uno dei capisaldi della nostra azione”, spiega Elena Susini, responsabile della Comunicazione del COOU. L’olio usato si recupera alla fine del ciclo di vita dei lubrificanti nei macchinari industriali, ma anche nelle automobili, nelle barche e nei mezzi agricoli di ciascun cittadino. “Se eliminato in modo scorretto questo rifiuto pericoloso può danneggiare l’ambiente in modo gravissimo: 4 chili di olio usato, il cambio di un’auto, se versati in mare inquinano una superficie grande come sei piscine olimpiche”. A contatto con l’acqua, l’olio lubrificante usato crea una patina sottile che impedisce alla flora e alla fauna sottostante di respirare. “Con la nostra attività di comunicazione”, conclude Susini “cerchiamo di modificare i comportamenti scorretti di chi crede che piccole quantità di olio lubrificante disperse nell’ambiente provochino poco inquinamento”.

Su www.legambiente.it/golettaverde sezione Analisi è possibile visualizzare la mappa interattiva della campagna di Legambiente.


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Acqua malata

acqua rubinetto


Continuano a essere pochi in Italia i casi in cui si è investito sui corsi d’acqua con interventi di riqualificazione, rinaturalizzazione, prevenzione e mitigazione del rischio e insieme di tutela degli ecosistemi. I fiumi italiani, ma anche le falde e i laghi, continuano ad essere considerati troppo spesso solo come un pericolo o una minaccia per il rischio connesso con la loro esondazione o un ricettacolo di scarichi non depurati, industriali, sversamenti accidentali, se non una risorsa da sfruttare il più possibile per altri usi accumulando derivazioni, prelievi di acqua o di ghiaia, interventi di regimazione o cementificazione degli alvei.

L’Europa ci chiama con forza e da tempo, a partire dall’approvazione della direttiva 2000/60, ad avere corsi d’acqua in buono stato. Il 22 dicembre 2015 scade il termine per il raggiungimento degli obiettivi ambientali previsti dalla direttiva, (Water Framework Directive), per la protezione delle acque superficiali interne, di transizione e di quelle costiere e sotterranee, che assicuri la prevenzione e la riduzione dell’inquinamento, agevoli l’utilizzo idrico sostenibile, protegga l’ambiente, migliori le condizioni degli ecosistemi acquatici e mitighi gli effetti delle inondazioni e della siccità.

Nel 2009 erano il 42% i corpi idrici superficiali europei che godevano di un buono o elevato stato ecologico, nel 2015 si prevede che lo stato auspicato verrà raggiunto solo dal 52% di essi. In Italia, secondo un recente dossier di Legambiente, la situazione non sembra migliore. La relazione sull’attuazione della WFD presentata nel 2012 dalla Commissione europea ha rilevato che non si conosce lo stato ecologico del 56% e lo stato chimico del 78% delle acque superficiali; i corpi idrici che ricadono nelle classi “elevato” e “buono” per lo stato ecologico sono complessivamente il 25%, mentre per lo stato chimico sono in classe buono il 18% delle acque superficiali monitorate. Anche per le acque italiane le prospettive di aumento delle percentuali per il 2015 sono purtroppo minime. Questi dati del 2009 sono gli unici a cui riferirsi per avere un quadro completo, coerente e certificato. Inoltre solamente l’8,3% dei corpi idrici superficiali italiani è riuscito a soddisfare contemporaneamente i requisiti per ottenere un buono stato ecologico e chimico. Questa percentuale dovrebbe avere un incremento dell’1,8% arrivando così a 10,1 nel 2015.

Oltre l’analisi dei corsi d’acqua e dello stato qualitativo nel suo complesso un altro aspetto che è importante monitorare è lo sversamento puntuale di sostanze inquinanti. Nel nostro Paese, sottolinea Legambiente, nel 2011 sono state emesse oltre 140 tonnellate di metalli pesanti direttamente nei corpi idrici e quasi 2,8 milioni di tonnellate di sostanze inorganiche (Cloruri Fluoruri e Cianuri) di cui quasi la metà derivanti da attività di tipo chimico. Tra le sostanze organiche ritenute pericolose in via prioritaria rientrano l’antracene, il benzene, gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici): tra queste sono state immesse 2,9 tonnellate di nonilfenoli cioè il 60% circa dell’emissione europea totale per questa sostanza, 1,25 tonnellate di IPA (pari al 39% della quantità totale dichiarata a livello europeo per il 2011) e 0,91 tonnellate di benzene legate quasi esclusivamente al settore della produzione e trasformazione dei metalli.

L’acqua è un bene comune fondamentale per la vita, da preservare nella qualità oltre che nella quantità, e di cui dobbiamo assumerci tutti la responsabilità diventando parte attiva di un’auspicata politica di gestione e tutela delle risorse idriche nel nostro Paese, per un’acqua pubblica e accessibile a tutti. Il Lazio con l’approvazione della nuova legge di iniziativa popolare in Consiglio Regionale è la prima regione d’Italia che sancisce in maniera inequivocabile che l’acqua è un bene pubblico inalienabile la cui gestione deve essere ri-pubblicizzata.

Una nuova politica di tutela delle risorse idriche può rappresentare un’opportunità anche in termini economici. Un recente studio dell’istituto di ricerche Ambiente Italia ha  stimato che a fronte di un investimento ipotizzato nel settore idrico di 27 miliardi di euro nei prossimi 10 anni si potrebbero creare oltre 45.000 posti di lavoro. Rimane il nodo su come reperire le risorse su cui si potrebbe, fin da subito:

  1. applicare il principio chi inquina paga: un principio generale, assunto dalla legislazione comunitaria come riferimento-guida con il duplice obiettivo di rendere non vantaggiosi gli inquinamenti evitabili, e di recuperare risorse per le azioni di risanamento;
  2. definire una tariffazione progressiva del servizio idrico che tenga conto delle condizioni economiche e sociali degli utenti, scoraggi i grandi consumi e preveda l’attuazione del full cost recovery e il principio “chi inquina paga”;
  3. prevedere opportune tasse di scopo (questo proposito un importante opportunità deriva dai canoni di concessione stabiliti dalle regione per i diversi usi della risorsa idrica in Italia, imbottigliamento, agricolo o industriale);
  4. sfruttare la grande opportunità dei Fondi strutturali europei, che dovrebbero vedere nelle politiche di tutela delle risorse idriche e di applicazione degli obiettivi delle direttive europee acque (2000/60) e alluvioni (2007/60) una delle loro finalità principali.
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