Sanità corrotta: Si ruba in una Asl su quattro

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Sei miliardi all’anno sottratti alle cure dei malati. In un quarto delle aziende sanitarie si sono registrati episodi di corruzione nell’ultimo anno e viene stimato che il 6% delle spese correnti annue del Sistema Sanitario Nazionale va perso in corruzione e sprechi. È quanto emerge dall’indagine shock condotta dal network Curiamo la Corruzione, coordinato da Transparency International Italia, con Censis, ISPE Sanità e RiSSC. Per l’ong Trasparency Italia l’indice di percezione della corruzione nelle corsie e negli ambulatori risulta stabile “da almeno otto anni”. Corrompere in Sanità equivale ad uccidere, farlo su larga scala equivale a compiere una strage! Continue Reading


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La burocrazia costa 230 miliardi di Pil

burocrazia italiana

L’eccesso di burocrazia in Italia rappresenta uno dei maggiori freni per lo sviluppo economico e per la qualità della vita dei cittadini. Senza i freni rappresentati dagli eccessi di burocrazia, dall’illegalità, dai difetti di accessibilità e capitale umano, l’Italia riceverebbe benefici per 230 miliardi di euro, con un balzo del 16% del Pil. La fotografia di Confcommercio nel “Rapporto, sulle economie territoriali” è di un Paese frenato e spaccato a metà. “Gli imprenditori hanno un disperato bisogno”, ha dichiarato il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, “di abolire la cattiva burocrazia, quella che genera complicazioni, tempi biblici, costi impropri che appesantiscono lo svolgimento della loro attività e nella quale, molto spesso, si annidano corruzione, illegalità, criminalità”. Serve, invece, “buona burocrazia, quella che facilita la vita delle imprese e dei cittadini, tenendo in piedi solo gli adempimenti e le procedure necessarie. Quella che consente a un imprenditore di poter lavorare con poche regole, chiare e certe, senza subire sperequazioni, senza dover rincorrere disposizioni sempre nuove o nuove interpretazioni delle stesse disposizioni”.

Liberare il tessuto imprenditoriale e civile dal peso della burocrazia inefficiente è una necessità avvertita in molti paesi. La lotta alla complessità normativa, per la riduzione del costo di fare impresa e interagire con facilità e rapidità con le amministrazioni pubbliche sia per i cittadini che per le imprese, è diventata una necessità improrogabile.

L’idea di fondo è che senza istituzioni di qualità, regole orientate all’efficienza e alla sostenibilità e norme semplici da interpretare e applicare non può esistere ripresa economica, né competitività. Ciò è vero in particolare nei paesi caratterizzati da un tessuto imprenditoriale costituito da piccole imprese come l’Italia: sono proprio le imprese di più piccole dimensioni ad essere maggiormente colpite dalla cattiva qualità delle norme e dall’inefficienza delle amministrazioni chiamate ad applicarle.

Non a caso, il rapporto “Doing Business” della Banca Mondiale, che dal 2003 misura le condizioni per fare impresa in oltre 180 Paesi, colloca, per il 2016, il nostro Paese al 45° posto nella classifica internazionale del ranking globale, recuperando 11 posizioni rispetto al 2015. Questa accelerazione non cancella ancora la distanza che ci separa dagli altri grandi Paesi industrializzati. Tra i G7 l’Italia resta il Paese in coda: tra i migliori il Regno Unito (6° posto), seguito dagli Usa (7°), dal Canada (14°), dalla Germania (15°) dalla Francia (27°) e dalla Spagna (33°).

Rimane, dunque, ancora molto da fare per colmare il gap con la top ten della classifica, soprattutto per quanto riguarda fisco e efficacia dei contratti, due voci nelle quali l’Italia figura ancora saldamente in fondo al ranking internazionale (rispettivamente 137° e 111°posto).

Delle nove regioni che registrano un carico burocratico superiore alla media nazionale, ben sette appartengono al Mezzogiorno oltre a Lazio e Umbria. Il Lazio, in particolare, si colloca al 4° posto della graduatoria dopo Calabria, Basilicata e Sicilia. Le regioni meno gravate dal peso della burocrazia risultano Valle d’Aosta, Friuli e Veneto.

Tra il 2010 ed il 2014, nonostante le riforme introdotte volte a semplificare i rapporti con la pubblica amministrazione e snellire le procedure amministrative, l’indice nazionale mostra un peggioramento passando da 0,49 a 0,56, imputabile soprattutto alle regioni del Mezzogiorno, mentre il Nord-est, soprattutto Veneto e Friuli, hanno registrato un miglioramento dell’indice di carico burocratico.

Questi dati confermano il gap ancora esistente nelle regioni del Sud, che continua a influenzare lo sviluppo economico delle imprese esistenti e l’attrattività per l’insediamento di imprese nazionali e internazionali, nonché la qualità della vita dei cittadini residenti nelle regioni meridionali.

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In Italia pochissimi detenuti per reati economici e fiscali

corruzione

Corrotti e corruttori, bancarottieri fraudolenti, riciclatori, banchieri truffatori, falsificatori di bilanci, evasori fiscali e sindaci corrotti: per loro è quasi impossibile finire in galera in Italia.

Solo 228 detenuti, lo 0,6% della popolazione carceraria italiana infatti sconta pene definitive per reati di questo tipo, che vanno dal riciclaggio all’insider trading al falso in bilancio.

Un abisso rispetto agli altri Paesi Europei. In Germania il dato è dell’11%, in Spagna del 3,1%, in Gran Bretagna dell’1,9%. In pratica mentre da noi c’è un colletto bianco in galera ogni 55 spacciatori, in Germania sono quasi alla pari, uno a uno.

Sono alcuni dei dati, conteggiati all’1 settembre del 2014 finiti nell’indagine Space commissionata dal Consiglio d’Europa all’Istituto di criminologia e diritto penale dell’Università di Losanna, condotta dal professor Marcelo Aebi e da altri due docenti. Spiegano dal Consiglio d’Europa che “in Italia si va poco in carcere per reati finanziari ed economici, voce che comprende anche i detenuti per corruzione e reati contro la Pubblica amministrazione”.

E solo colpa, per i reati di questo tipo, dei tempi brevi (sette anni e mezzo) della prescrizione? O forse risulta più efficace e facile accanirsi verso i consumatori di droga. La soluzione potrebbe essere che, chi commette reati finanziari e economici si drogasse. Non c’è da stupirsi se poi in Italia non investe nessuno.

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Ogni politico ha il suo prezzo

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Le cooperative campano di politica, mentre i candidati alle elezioni comunali sono “cavalli” su cui scommettere durante la campagna elettorale. E ognuno ha il suo prezzo. Il manifesto programmatico di Buzzi, così lo definiscono gli inquirenti nel corso della ventiduesima udienza del maxi processo Mafia Capitale. A leggere l’intercettazione dell’aprile 2013 in cui Buzzi spiega a Campennì come si devono tenere sotto scacco tutti i politici della Capitale, è il maresciallo De Luca del Ros, interrogato dai pubblici ministeri Luca Tescaroli e Paolo Ielo. La corruzione dei politici da parte di Salvatore Buzzi è trasversale.

“Questo è il momento che pago di più… le comunali… noi spendiamo un sacco di soldi sul Comune…. e se sbagli investimento, se punti sul cavallo sbagliato… mò c’ho quattro… quattro cavalli che corrono… col Pd, poi con la Pdl ce ne ho tre e con Marchini c’è… c’ho rapporti con Luca (Odevaine, direttore extra dipartimentale di Polizia e Protezione Civile della Provincia di Roma, ndr) quindi va bene lo stesso… lo sai a Luca quanto gli do? 5mila euro al mese… ogni mese… ed io ne piglio quattromila. I nostri sono molto meno ladri di… di quelli della Pdl… no, no questo te lo posso assicurà, te lo posso assicurà io che pago tutti, i miei non li pago… e che vuol dì, un conto è che sei sponsor… Ma tu lo sai perché io c’ho lo stipendio, non c’hai idea di quante ce n’ho… non ce li hanno… Pago tutti pago… Anche due cene con il sindaco (all’epoca Alemanno, ndr) 75mila euro ti sembrano pochi? Oh so 150 milioni eh. I miei (il Pd, ndr) ti posso assicurà che non li pago… Tu devi essere bravo perché la cooperativa campa di politica, perché il lavoro che faccio io lo fanno in tanti, perché lo devo fare io? Finanzio giornali, faccio pubblicità, finanzio eventi, pago segretaria, pago cena, pago manifesti, lunedì c’ho una cena da 20mila euro (quella per la campagna elettorale di Alemanno, ndr) pensa… questo è il momento che paghi di più perché stanno le elezioni comunali, poi per cinque anni… poi paghi soltanto… mentre i miei poi non li paghi più poi quell’altri li paghi sempre a percentuale su quello che te fanno. Lo sai a Luca Odevaine quanto gli do? 5mila euro al mese… ogni mese… ed io ne piglio 4mila… Schina 1.500 euro al mese… (inc.) quello stronzo che tu conosci un altro che mi tiene i rapporti con Zingaretti (Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio, ndr) 2.500 al mese. Un altro che mi tiene i rapporti al Comune 1.500, un altro a… sette e cinquanta… un assessore 10mila euro al mese… ogni mese, eh! Io mica c’arrivo a 10mila”.

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I nuovi “Dieci comandamenti” del buon comunista

Partito Comunista Cinese

“I membri del Partito devono separare gli interessi privati da quelli pubblici, mettendo quelli pubblici al primo posto”, afferma il nuovo decalogo del Partito comunista cinese (Pcc), che prosegue: niente sesso fuori del matrimonio, niente banchetti, niente partite di golf. Sono alcune delle novità introdotte dal comitato centrale nel nuovo decalogo di comportamento dei militanti, circa 88 milioni, del Partito comunista cinese (Pcc).

L’obiettivo è quello di sradicare la corruzione e l’avidità tra i membri, una mossa che rientra nella campagna contro i corrotti avviata nel 2012 dal presidente cinese Xi Jinping e che ha visto cadere grandi nomi dell’apparato politico.

L’agenzia Xinhua sottolinea che il divieto di “abitudini stravaganti nel bere e nel mangiare” di “sesso fuori dal matrimonio” e quello di giocare a golf non erano contenuti nella precedente versione del “decalogo”. Nuova anche la norma che condanna l’adulterio e impone ai militanti del Partito di “gestire delle famiglie armoniose”. L’accusa di adulterio o di praticare il libertinaggio sono frequenti nei processi per corruzione che sempre più spesso vengono celebrati in tutto il Paese. Non solo: i membri del Partito devono evitare di formare “cricche” che hanno l’obiettivo di spaccare il partito e di cercare di ottenere delle posizioni di potere e di ricchezza per propri familiari.

Cancellati alcuni articoli nei quali si parlava di corruzione, di mazzette e di omissione nell’applicazione delle leggi, proprio perché questi reati sono puniti dalla legge. Per controllare che i milioni di iscritti seguano questo decalogo è stata istituita una Commissione Centrale per le Ispezioni di Disciplina (Ccid) presieduta da Wang Qishan, un alleato del presidente Xi Jinping.

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