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La pecora nera di Italo Calvino: Esiste un Uomo onesto?

La pecora nera di Italo Calvino

L’impareggiabile, paradossale gioco-geniale di Italo Calvino nel racconto “La pecora nera”. Un racconto quanto mai attuale se leggiamo le giornaliere cronache di “ruberie” nostrane. 

Basta un Uomo solo per innescare un cambiamento positivo, e salvare la sua stessa vita, determinando non solo di non rubare ma, nel contempo, anche di non lasciarsi derubare, rifiutando così quella “moralità situazionale” che giustifica i furti.

Un Uomo solo, un Uomo Onesto con la U e la O maiuscole. La presenza di quell’Uomo Onesto, “la pecora nera”nel Paese dei corrotti provoca un disastro. Provoca il crollo di una società.

Esistono ancora Uomini Onesti? Continue Reading


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Ecco come le Banche rubano i vostri risparmi

titoli spazzatura

La banca è l’usuraio “legale” più diffuso. Il sistema è marcio. Le banche sono abituate a non scontare pena, e non risarciscono. La loro specialità? Il furto con destrezza. In parole povere ti fregano.

Alcune banche sono esperte nel traslare sulla clientela le loro perdite. Come nel caso dei titoli spazzatura in portafoglio a molte di queste, appioppati agli ignari risparmiatori spacciandoli per investimenti remunerativi e altamente redditizi (Cirio, Parmalat, Bond Argentini, titoli atipici, Mps etc etc). Non c’è niente di peggio d’una banca che ruba ai suoi clienti. Ecco come le banche rubano i vostri risparmi. Continue Reading

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Sanità corrotta: Si ruba in una Asl su quattro

corruzione sanità

Sei miliardi all’anno sottratti alle cure dei malati. In un quarto delle aziende sanitarie si sono registrati episodi di corruzione nell’ultimo anno e viene stimato che il 6% delle spese correnti annue del Sistema Sanitario Nazionale va perso in corruzione e sprechi. È quanto emerge dall’indagine shock condotta dal network Curiamo la Corruzione, coordinato da Transparency International Italia, con Censis, ISPE Sanità e RiSSC. Per l’ong Trasparency Italia l’indice di percezione della corruzione nelle corsie e negli ambulatori risulta stabile “da almeno otto anni”. Corrompere in Sanità equivale ad uccidere, farlo su larga scala equivale a compiere una strage! Continue Reading

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La burocrazia costa 230 miliardi di Pil

burocrazia italiana

L’eccesso di burocrazia in Italia rappresenta uno dei maggiori freni per lo sviluppo economico e per la qualità della vita dei cittadini. Senza i freni rappresentati dagli eccessi di burocrazia, dall’illegalità, dai difetti di accessibilità e capitale umano, l’Italia riceverebbe benefici per 230 miliardi di euro, con un balzo del 16% del Pil. La fotografia di Confcommercio nel “Rapporto, sulle economie territoriali” è di un Paese frenato e spaccato a metà. “Gli imprenditori hanno un disperato bisogno”, ha dichiarato il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, “di abolire la cattiva burocrazia, quella che genera complicazioni, tempi biblici, costi impropri che appesantiscono lo svolgimento della loro attività e nella quale, molto spesso, si annidano corruzione, illegalità, criminalità”. Serve, invece, “buona burocrazia, quella che facilita la vita delle imprese e dei cittadini, tenendo in piedi solo gli adempimenti e le procedure necessarie. Quella che consente a un imprenditore di poter lavorare con poche regole, chiare e certe, senza subire sperequazioni, senza dover rincorrere disposizioni sempre nuove o nuove interpretazioni delle stesse disposizioni”.

Liberare il tessuto imprenditoriale e civile dal peso della burocrazia inefficiente è una necessità avvertita in molti paesi. La lotta alla complessità normativa, per la riduzione del costo di fare impresa e interagire con facilità e rapidità con le amministrazioni pubbliche sia per i cittadini che per le imprese, è diventata una necessità improrogabile.

L’idea di fondo è che senza istituzioni di qualità, regole orientate all’efficienza e alla sostenibilità e norme semplici da interpretare e applicare non può esistere ripresa economica, né competitività. Ciò è vero in particolare nei paesi caratterizzati da un tessuto imprenditoriale costituito da piccole imprese come l’Italia: sono proprio le imprese di più piccole dimensioni ad essere maggiormente colpite dalla cattiva qualità delle norme e dall’inefficienza delle amministrazioni chiamate ad applicarle.

Non a caso, il rapporto “Doing Business” della Banca Mondiale, che dal 2003 misura le condizioni per fare impresa in oltre 180 Paesi, colloca, per il 2016, il nostro Paese al 45° posto nella classifica internazionale del ranking globale, recuperando 11 posizioni rispetto al 2015. Questa accelerazione non cancella ancora la distanza che ci separa dagli altri grandi Paesi industrializzati. Tra i G7 l’Italia resta il Paese in coda: tra i migliori il Regno Unito (6° posto), seguito dagli Usa (7°), dal Canada (14°), dalla Germania (15°) dalla Francia (27°) e dalla Spagna (33°).

Rimane, dunque, ancora molto da fare per colmare il gap con la top ten della classifica, soprattutto per quanto riguarda fisco e efficacia dei contratti, due voci nelle quali l’Italia figura ancora saldamente in fondo al ranking internazionale (rispettivamente 137° e 111°posto).

Delle nove regioni che registrano un carico burocratico superiore alla media nazionale, ben sette appartengono al Mezzogiorno oltre a Lazio e Umbria. Il Lazio, in particolare, si colloca al 4° posto della graduatoria dopo Calabria, Basilicata e Sicilia. Le regioni meno gravate dal peso della burocrazia risultano Valle d’Aosta, Friuli e Veneto.

Tra il 2010 ed il 2014, nonostante le riforme introdotte volte a semplificare i rapporti con la pubblica amministrazione e snellire le procedure amministrative, l’indice nazionale mostra un peggioramento passando da 0,49 a 0,56, imputabile soprattutto alle regioni del Mezzogiorno, mentre il Nord-est, soprattutto Veneto e Friuli, hanno registrato un miglioramento dell’indice di carico burocratico.

Questi dati confermano il gap ancora esistente nelle regioni del Sud, che continua a influenzare lo sviluppo economico delle imprese esistenti e l’attrattività per l’insediamento di imprese nazionali e internazionali, nonché la qualità della vita dei cittadini residenti nelle regioni meridionali.

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In Italia pochissimi detenuti per reati economici e fiscali

corruzione

Corrotti e corruttori, bancarottieri fraudolenti, riciclatori, banchieri truffatori, falsificatori di bilanci, evasori fiscali e sindaci corrotti: per loro è quasi impossibile finire in galera in Italia.

Solo 228 detenuti, lo 0,6% della popolazione carceraria italiana infatti sconta pene definitive per reati di questo tipo, che vanno dal riciclaggio all’insider trading al falso in bilancio.

Un abisso rispetto agli altri Paesi Europei. In Germania il dato è dell’11%, in Spagna del 3,1%, in Gran Bretagna dell’1,9%. In pratica mentre da noi c’è un colletto bianco in galera ogni 55 spacciatori, in Germania sono quasi alla pari, uno a uno.

Sono alcuni dei dati, conteggiati all’1 settembre del 2014 finiti nell’indagine Space commissionata dal Consiglio d’Europa all’Istituto di criminologia e diritto penale dell’Università di Losanna, condotta dal professor Marcelo Aebi e da altri due docenti. Spiegano dal Consiglio d’Europa che “in Italia si va poco in carcere per reati finanziari ed economici, voce che comprende anche i detenuti per corruzione e reati contro la Pubblica amministrazione”.

E solo colpa, per i reati di questo tipo, dei tempi brevi (sette anni e mezzo) della prescrizione? O forse risulta più efficace e facile accanirsi verso i consumatori di droga. La soluzione potrebbe essere che, chi commette reati finanziari e economici si drogasse. Non c’è da stupirsi se poi in Italia non investe nessuno.

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