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Il consumo di suolo ci costerà 800 milioni di euro l’anno

consumo di suolo

Il consumo di suolo viaggia alla velocità di 4 metri quadrati mangiati ogni secondo, per un totale di 35 ettari al giorno (quasi come 35 campi di calcio), ovvero 250 km quadrati in un biennio. Ogni ettaro di suolo cementificato ci costa dai 36mila ai 55mila euro all’anno.

E il conto da pagare prima o poi arriva, come spiegano i nuovi dati dell’ISPRA con il Rapporto 2016 sul consumo di suolo in Italia: per fronteggiare le conseguenze del consumo di suolo degli ultimi tre anni gli italiani potrebbero pagare dal 2016 in poi oltre 800 milioni di euro. In termini assoluti, si stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai circa 21.100 chilometri quadrati del nostro territorio. Continue Reading


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Contro gli sprechi di suolo, di cibo e di spazi abbandonati

spreco soldi

Lo spreco è parte fondamentale e inalienabile del modello consumistico che induce comportamenti patologici nell’acquisto di merci né indispensabili né utili. Alla stessa maniera il territorio è stato sprecato non per abitare, produrre, muoversi, ma per ottenere i massimi vantaggi economici che l’aberrazione di dette necessità poteva consentire. Il territorio è pieno di oggetti vuoti e/o inutilizzati. Tra la città che cresce in altezza e quella che cresce in densità vi è una soluzione facilmente praticabile: la città che decresce negli sprechi. Recuperare, riusare, riciclare (così come con gli oggetti) i manufatti e il territorio degradato è ormai l’unica salvezza.

“Per l’agricoltura mettere uno stop allo spreco di suolo è un obiettivo primario. Dal 2012 a oggi si sono persi 80 mila ettari di terra fertile, 2 milioni negli ultimi vent’anni, a causa della cementificazione, dell’incuria, del degrado (dal 1985 ad oggi cancellati dal cemento 160 chilometri di paesaggi costieri). Allo stesso tempo cresce il numero di edifici, terreni, spazi abbandonati che, se recuperati, potrebbero creare valore aggiunto se non posti di lavoro. E’ chiaro, quindi, che ora bisogna muoversi tempestivamente lavorando in due direzioni: da un lato accelerare l’approvazione del ddl sul “contenimento del consumo di suolo”, che è in ballo da 4 anni; dall’altro promuovere il coinvolgimento e l’impegno delle comunità per attivare un diffuso riuso di beni e aree inutilizzate tramite progetti semplici, economici e facilmente realizzabili, rendendole nuovamente fruibili a fini sia sociali che economici. Ma lo spreco non è solo quello infrastrutturale, non bisogna dimenticare anche quello alimentare. Secondo uno studio della Fao, un terzo del cibo prodotto a livello globale, circa 1,3 miliardi di tonnellate l’anno per un valore di quasi un trilione di dollari, viene perso o sprecato (5,1 milioni in Italia). Una vergogna dal punto di vista etico, se si pensa che queste risorse potrebbero essere usate in prospettiva per far fronte ai bisogni degli 870 milioni di persone nel mondo che sono cronicamente sottoalimentate o malnutrite. C’è bisogno, insomma, di maggiore consapevolezza solidaristica da parte di tutti nonché di continuare a lavorare sullo sviluppo e l’implementazione di programmi di prevenzione dei rifiuti e di sostegno a tutte le iniziative pubbliche e private per il riciclo e la donazione dei prodotti alimentari invenduti e contro lo spreco”. Dino Scanavino, presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani

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#EarthDay2014: Il “Manifesto per un’Europa decrescente“

earth-day-2014

In occasione dell’Earth Day 2014 il Decrescita Felice Social Network ha voluto mettere in campo un importante progetto: Il “Manifesto per un’Europa decrescente“. Un documento che ha l’ambizione di tracciare la strada che porta alla costituzione di un’Europa sostenibile ed ecologicamente compatibile. Beni comuni, Riorganizzazione territoriale, sovranità monetaria e area euro, tassazione e burocrazia, consumo di suolo, trasporto, agricoltura, salute e ambiente, lavoro e occupazione, banche e industria, tecnologia ed energia, pubblicità, difesa, sostenibilità e diritti sono i temi toccati in questa prima edizione. Un’alimentazione più sana, un ambiente pulito, una nuova concezione del lavoro slegata dal produttivismo, maggior libertà e autonomia… sono tutti obiettivi a portata di mano, a patto di abbandonare per sempre la logica perversa della crescita infinita. Invitiamo chi contesta le presunte privazioni derivanti dall’adozione della decrescita a riflettere seriamente sui sacrifici, quelli sì veramente dolorosi, necessari per mantenere in vita un Moloch che diventa sempre più crudele ed esigente all’aggravarsi dei sintomi della sua fine – riscaldamento del pianeta, perdita di biodiversità, picco del petrolio ed esaurimento di materie prime. Il Manifesto per un’Europa decrescente è il nostro modo di dissociarci e di proporre un’altra economia, un’altra politica, un’altra società. Mondo alla Rovescia aderisce all’iniziativa.

Beni comuni
Gli elementi fondamentali per la nostra esistenza devono essere pubblici e collettivi

Spesso dimentichiamo che il nostro primo bisogno è respirare, per cui la nostra prima esigenza è garantirci una buona aria che si ottiene non ampliando la produzione, ma limitandola allo stretto indispensabile. Ogni processo produttivo, infatti, comporta la produzione di inquinanti che compromettono l’aria.

Altrettanto indispensabile è l’acqua che forma il nostro corpo umano per il 70%. Un tempo l’acqua non costituiva un problema. I fiumi ne trasportavano in abbondanza e pulita, permettendo a chiunque di utilizzarla per i propri bisogni. Ma con l’avvento dell’industrializzazione e dell’agricoltura ad alta produttività, i nostri fiumi sono diventi cloache chimiche mentre le falde si sono abbassate a livelli di guardia. In conclusione l’acqua sta diventando una risorsa sempre più scarsa di cui il mercato vorrebbe impossessarsi.

E parlando di fiumi, il pensiero corre inevitabilmente alle inondazioni che si susseguono con frequenza crescente a causa di argini troppo deboli o di letti troppo compressi da un eccesso di cementificazione In ambedue i casi il risultato è l’ incapacità di reggere l’urto delle bombe d’acqua che i cambiamenti climatici rendono sempre più frequenti.

Aria, acqua, fiumi, sono solo i primi componenti di una lunga lista che comprende anche clima, mari, laghi, boschi, spiagge, paesaggi e molti altri elementi che assumono il nome collettivo di beni comuni. Beni, cioè, che hanno al tempo stesso la caratteristica di essere indivisibili e fondamentali per l’esistenza di noi tutti. Dal che ne derivano due conseguenze. La prima: non sono privatizzabili. La seconda: vanno gestiti in maniera collettiva attraverso strumenti di rispetto e di riparazione. L’educazione prima di tutto per indurre un comportamento responsabile. E poi l’adozione di norme che fissino criteri minimi di rispetto, e una politica fiscale che incoraggi i comportamenti virtuosi e penalizzi quelli dannosi. Infine l’organizzazione di interventi collettivi per mantenerli in buone condizioni e riparali se danneggiati.

L’Europa deve adottare leggi che indirizzino gli stati aderenti a non privatizzare i beni comuni e ad adottare norme, misure fiscali e di bilancio che li proteggano adeguatamente.

Riorganizzazione territoriale
Una nuova municipalità per una nuova società

La struttura territoriale dell’Europa, suddivisa in nazioni più o meno indipendenti, non risponde più alle esigenze dei cittadini e della loro sostenibilità ambientale. Si rende sempre più stringente la necessità di riorganizzare territorialmente l’Europa. Dovrebbe ad esempio essere ridefinito il concetto di “Comune” rispetto a come lo conosciamo oggi. Non più esclusivamente un luogo con una connotazione geografica di carattere prevalentemente storico, ma un’area omogenea sotto l’aspetto culturale, economico e sociale, con limiti geografici tali da permettere una reale implementazione di una rete di relazioni personali ed economiche.

Le amministrazioni locali diverranno autentici propulsori in una logica di sussidiarietà di tutte le iniziative volte a instaurare una reale economia di transizione e a rafforzare la resilienza, la coesione, l’auto iniziativa e la solidità economica, sociale e culturale delle comunità locali, ivi comprese monete locali, scuole popolari, open source & data (non solo in campo informatico).

Va poi definita l’interazione di queste realtà autonome con le Istituzioni superiori. Proviamo a pensare all’Europa intesa come una rete, non gerarchica, di Municipalità (o eco-regioni) autonome, formate a loro volta da reti concentriche di Comuni, dove sia possibile attuare una “democrazia di prossimità”, ovvero una più avanzata forma di governo popolare che permetta ai cittadini di partecipare a tutti i livelli dei processi decisionali.

Si otterrebbero così piccole unità politiche in grado di garantire i servizi primari e interconnesse tra loro, direttamente controllate dai cittadini, inserite in realtà più grandi: le Municipalità.

Nell’ottica della transizione, ovvero ponendosi l’obiettivo di preparare le comunità ad affrontare la doppia sfida costituita dal riscaldamento globale e dal picco del petrolio, le Municipalità dovrebbero essere dimensionate al fine di aspirare, quanto meno, a garantire l’autosufficienza energetica e alimentare dei cittadini che le abitano.

Le nuove Municipalità quindi devono essere caratterizzate da una certa omogeneità ambientale, ed ovviamente anche storica, culturale e linguistica. Per poter organizzare tutto questo i confini delle Municipalità non devono necessariamente corrispondere ai confini dello Stato così come lo conosciamo oggi, dovrebbero invece poter essere dinamici, quindi facilmente aggiornabili, per poter rimanere in costante contatto e scambio con le Municipalità confinanti, nonché per poter garantire il senso di appartenenza e di identità delle popolazioni che le vivono.

Sovranità monetaria e area euro
Fare dell’Euro un vero bene comune per tutti gli europei

Così com’è strutturata, l’area euro non può certo andare avanti. In assenza di meccanismi in grado di compensare gli eventuali shock asimmetrici (a causa dell’enorme eterogeneità delle diverse economie facenti parte dell’unione monetaria), ovvero di fondi perequativi con cui redistribuire in automatico una consistente parte del gettito fiscale (negli USA la percentuale è del 40% circa) da una regione la cui economia è in espansione a una che è in crisi, le nazioni più deboli sono destinate a collassare, schiacciate dal peso del crescente debito pubblico, da politiche deflattive (come il taglio della spesa pubblica e l’aumento della tassazione) e dall’impossibilità di svalutare la propria moneta.

E’ quello che sta succedendo in Italia, dove una moneta troppo forte e le esigenze di mantenere i conti in ordine, proprio perché è aumentato sia l’ammontare che il costo del debito pubblico, stanno facendo saltare il tessuto di piccole e medie imprese e i distretti, cioè l’asse portante del paese, con la conseguenza che l’unica maniera che il paese ha per “restare competitivo” è quella di abbassare gli stipendi e continuare ad erodere diritti ai lavoratori (cioè convertire i lavoratori al precariato, anche se per ora questo riguarda soprattutto i più giovani).

L’obiettivo primario del SEBC e quindi della Banca Centrale Europea non deve essere solamente il mantenimento della stabilità dei prezzi, ma anche quello di contrastare la disoccupazione, sostenere il credito ai piccoli imprenditori (e in particolari ad artigiani e contadini) e finanziare nuovi investimenti che abbiano come obiettivo la difesa dell’ambiente (ad esempio finanziare progetti per la bonifica e la riqualifica delle zone contaminate, progetti per fermare la degradazione del suolo e l’avanzamento del deserto, la creazione di nuove riserve ecologiche e via dicendo). La BCE dovrebbe intervenire nell’acquisto dei titoli delle Municipalità in difficoltà ogni qual volta il rendimento di questi ultimi aumenta a fronte di una diminuzione del rendimento dei titoli di altre Municipalità dell’unione monetaria (nell’autunno del 2011, ad esempio, i rendimenti dei BTP decennali italiani sono andati ben oltre il 7% dal 4% circa di qualche mese prima, mentre nello stesso periodo il Bund decennale tedesco è passato dal 3,5% circa a rendimenti anche inferiori al 2%).

Tassazione e burocrazia
Combattere la burocrazia per far risorgere la piccola impresa

L’Europa deve essere “amico” del piccolo imprenditore, dell’artigiano, del piccolo commerciante, del contadino o del semplice cittadino che intende praticare l’autoconsumo e la vendita diretta di parte della propria produzione. L’eccessivo peso delle documentazioni imposte per lavorare e di regole tributarie, sanitarie e igieniche gravose stanno portando alla rapida estinzione di queste categorie di lavoratori – il vero fulcro, ad esempio, del dinamismo italiano –, il tutto a vantaggio dei grandi industriali e delle multinazionali straniere.

La rimozione degli ostacoli burocratici e dei pesi fiscali può essere raggiunta dalla creazione di una zona di franchigia legata al reddito (ad esempio 15.000 – 20.000 euro annui), che permetta una completa eliminazione dei vincoli burocratici e una tassazione minima. Promuovere e incentivare i piccoli negozi nei centri urbani e i mercati rionali può avvenire agevolando l’iter burocratico e “liberalizzando” le licenze e le piazze a disposizione dei piccoli commercianti. La rinascita di un’economia locale deve assolutamente passare dalla riscoperta del ruolo del piccolo imprenditore (artigiano o commerciante che sia) e dal ritorno a un’agricoltura contadina.

Consumo di suolo
Preserviamo e riqualifichiamo il bene comune fondamentale, il nostro territorio

Per evitare di essere sempre più dipendenti da prodotti agricoli provenienti dall’estero, iniziare a preservare la fertilità del suolo ed evitare il continuo dissesto idrogeologico, occorre fermare subito la cementificazione del suolo. La riqualifica delle zone abbandonate e le opere di ristrutturazione devono essere incentivate attraverso sgravi fiscali.

Trasporto
Non dobbiamo precipitare dal picco del petrolio!

L’automobile è una forma di trasporto inefficiente (per trasportare una persona occorre spostare più di una tonnellata di ferro, plastica e metalli più o meno rari, con tutto l’ingombro che ne consegue), costosa (se si considerano anche i costi indiretti che vengono scaricati sulla collettività, come gli ingorghi di traffico, gli incidenti stradali e i costi per la costruzione e il mantenimento dell’impianto stradale) e soprattutto inquinante (responsabile di gran parte delle emissioni delle polveri sottili – una delle concause di gran parte delle “malattie della modernità”, tumori inclusi – e delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera).

Occorre investire nel trasporto pubblico, che deve essere economicamente conveniente e affidabile (invece che investire immense somme di denaro in opere faraoniche, come l’alta velocità, occorrerebbe migliorare il servizio dei trasporti pubblici destinati ai lavoratori, garantendo quindi puntualità e pulizia).

Agricoltura, Salute ed Ambiente
L’ambiente deve essere fonte di salubrità, non causa di malattia

L’agricoltura industriale non è sostenibile ancora per molto (essendo completamente dipendente dal petrolio, necessario alla produzione di fertilizzanti chimici, pesticidi ed erbicidi, oltre che per il carburante), è inquinante (è responsabile dei processi di eutrofizzazione e dell’immissione nell’atmosfera di grandi quantitativi di protossido di azoto e gas metano, entrambi gas serra molto più potenti della CO2) ed è responsabile della contaminazione dell’ambiente e del cibo che compriamo con i vari inquinanti organici persistenti (come ad esempio le diossine). Questo tipo di inquinanti provocano gravi danni alla salute umana, ed è scientificamente provato che siano fra i responsabili delle cosiddette “malattie del progresso” (quasi tutti i tipi di tumori, diabete, Alzhaimer, morbo di Parkinson, epatite, eccetera). Occorre incentivare l’agricoltura biologica (con una particolare attenzione alla permacultura) scaricando i costi di certificazione biologica (i cui controlli dovranno essere effettivi e non solo documentali) tramite la tassazione dei prodotti chimici per uso agricolo, liberalizzando completamente la vendita dei prodotti biologici sia nell’azienda, che nei mercati/supermercati locali e garantendo un regime fiscale sostanzialmente più conveniente rispetto all’agricoltura industriale.  Occorre altresì favorire la filiera corta, garantendo analoghi vantaggi alla trasformazione dei prodotti alimentari nei laboratori aziendali anche favorendo l’associazione dei piccoli produttori. Gli OGM devono essere messi al bando sia per un motivo precauzionale (nessuno conosce gli effetti a lungo termine su uomo ed ecosistema), che perché in grado di ibridarsi con le colture tradizionali (come succede per mais e colza, la cui impollinazione avviene per via aerea) e per evitare di portare alla scomparsa del gran numero di varietà di prodotti agricoli di qualità che l’Europa ancora vanta. Per la stessa ragione va incentivato il recupero delle biodiversità coltivata promuovendo le varietà locali e le sementi antiche, favorendo lo scambio delle conoscenze e delle buone pratiche tra zone territoriali limitrofe o ambientalmente similari.

Il modo migliore per occuparsi effettivamente della salute dei cittadini è quello del vecchio adagio di “prevenire è meglio di curare”. La gente spesso si ammala perché si ritrova con un sistema immunitario indebolito da stress, inquinanti di vario genere e una vita sedentaria. L’Europa deve informare in modo efficace i propri cittadini sui pericoli per la salute che a lungo tempo portano stili di vita sbagliati (ad esempio un regime alimentare che preveda l’assunzione di troppi alimenti di origine animale o la mancanza di un’attività fisica costante). Occorre abbassare la soglia di tolleranza minima (che tendenzialmente dovrebbe essere molto vicina a zero) per i vari inquinanti presenti nei prodotti alimentari. Non esistendo, di fatto, studi scientifici che siano in grado di dimostrare che quella “soglia minima di tolleranza” è adeguata anche a livello cronico (cioè per una contaminazione con quella sostanza inquinante per tutti i giorni e per un lungo periodo di tempo) e in caso di interazione con altri inquinanti, dovrebbe sempre prevalere il principio della precauzione. Occorrere eliminare o ridurre al minimo tutte le fonti di contaminazione delle diossine (come ad esempio i prodotti chimici utilizzati nell’agricoltura industriale, i processi di combustione che avvengono per produrre energia o bruciare rifiuti e via dicendo) e dei perturbatori endocrini (come ad esempio il Bisfenolo A, un additivo chimico presente in alcuni tipi di plastica).

Se si vuole creare una società sostenibile nel tempo, ovvero in grado di mantenere uno stile di vita dignitoso anche per i nostri figli, occorre preservare l’ambiente, di cui facciamo parte. La bonifica dei siti inquinati passa dal rispetto del principio “chi inquina paga”, che affinché venga effettivamente fatto rispettare deve avvenire prima di ogni nuovo progetto industriale, che per essere approvato dovrà quindi presentare una copertura assicurativa “consistente”, ovvero in grado di ripagare ogni possibile danno arrecato a terzi e l’eventuale bonifica del sito inquinato. Il rimboschimento dei suoli degradati e a rischio smottamento, insieme alla tolleranza zero per ogni forma di abusivismo edilizio sono necessari per fermare il dissesto idrogeologico del paese. Fiumi e coste devono tornare balneari, per fare questo occorre fermare subito la continua immissione di sostanze inquinanti (e in particolare degli scarichi fognari e industriali) nell’ambiente. L’Europa deve aumentare la superficie protetta da parchi e riserve ecologiche, con particolare attenzione ai parchi marini, indispensabili per riportare la vita nei mari (e il pesce nelle reti dei piccoli pescherecci a conduzione famigliare).

Occorre inserire nella nostra Costituzione la salvaguardia dei diritti degli ecosistemi e degli esseri viventi che ne fanno parte come bene comune e quindi interesse di tutti i cittadini, da preservare e consegnare intatto alle future generazioni di europei.

Lavoro e occupazione
Lavorare di meno per creare più occupazione di qualità

Con una popolazione di oltre 500 milioni di persone, un PIL che è maggiore di quello statunitense e 4,3 milioni di km² di superficie, l’Unione Europea ha tutti i numeri (e le competenze) necessarie per cambiare l’attuale corso della globalizzazione e quindi limitare i suoi devastanti effetti sull’ambiente e le persone. Adeguare le importazioni di merci extra-UE agli standard europei in materia di sicurezza del lavoro, di tutela dell’ambiente e di diritti dei lavoratori metterebbe fine alla continua concorrenza sleale che permette alle grandi multinazionali di ottenere il massimo beneficio dall’attuale globalizzazione ai danni dei lavoratori europei e dello stato di salute del pianeta.

Oltre ad incentivare i disoccupati a diventare piccoli imprenditori (artigiani, commercianti o agricoltori), il modo migliore per contrastare la disoccupazione è quello di disincentivare gli straordinari (tramite una maggiore tassazione) e ridurre l’orario lavorativo settimanale (ad esempio passando dalle 40 alle 34 ore lavorative). Il micro-credito destinato ai piccoli imprenditori deve essere garantito tramite l’istituzione di fondi pubblici e la riduzione della burocrazia necessaria per ottenere i finanziamenti. L’obiettivo del lavoro deve essere quello di procedere verso la riduzione dell’impatto ambientale e del consumo di risorse e verso un uso più efficiente delle risorse della Terra.

L’occupazione deve essere una priorità, ma dobbiamo smetterla di parlare genericamente di “Lavoro” e dobbiamo iniziare a parlare di “Lavoro Utile” ovvero di quell’occupazione orientata alla riduzione degli sprechi e quindi alla ristrutturazione energetica dell’edilizia, energie rinnovabili, riduzione dei rifiuti, filiere corte alimentari e industriali, in un’ottica territoriale, distrettuale. Meno trasporti, meno costi, meno sprechi. In quest’ottica va definita e attuata una direttiva comunitaria che ostacoli il fenomeno dell’obsolescenza programmata così come sta attualmente accadendo in alcuni paesi europei. L’Europa dovrebbe produrre all’interno dell’Unione la maggior parte dei beni necessari a mantenere l’attuale stile di vita.

Devono quindi essere messe in atto tutte le quelle azioni che permettono di ridurre l’import e l’export inutile. Si potrebbe definire un’apposita tassa rendendola proporzionale ai chilometri percorsi da una merce su gomma, prendendo spunto da un meccanismo a scaglioni (ad esempio un’aliquota dell’1% per i primi 100 km, del 10% da 101 a 200 km, del 20% da 201 a 500 km, del 30% da 501 km a 1.500 km e del 40% oltre 1.500 km). Questo provvedimento agevolerebbe l’economia locale, ridurrebbe il traffico  – e quindi le spese per le infrastrutture e gli incidenti –,  oltre che le emissioni di anidride carbonica e altri inquinanti nell’atmosfera.

Banche e Industria
Riportiamole a misura d’uomo

Occorre favorire la presenza di istituti di credito locali a scopo mutualistico (Banche Popolari e Cooperative) e di un’industria di piccola o media dimensione tramite una nuova tassazione che favorisca i piccoli istituti locali e colpisca invece i grandi gruppi bancari. Le piccole e medie imprese sono l’asse portante dell’economia. Una misura locale di un’impresa è da preferire ai grandi gruppi multinazionali. Tassazione e burocrazia devono seguire il principio per cui occorre sempre privilegiare le economie locali e le piccole dimensioni. Le aziende devono diventare il motore di un processo di ristrutturazione e di rilocalizzazione dell’economia locale. Il sistema produttivo deve poter attingere al credito di rete locale, cioè finanziato dal risparmio collettivo raccolto localmente, così come i canali di distribuzione e la rete commerciale devono avere carattere locale. Va da sé che, vista l’importanza della rilocalizzazione economica poiché fondamentale per il sostentamento della società locale, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale. Il rilancio dell’economia locale, ha evidentemente una ricaduta positiva sull’economia globale e può essere intrapresa attraverso molteplici strade.

Tecnologia ed Energia
Da nemiche a migliori alleate dell’ambiente, basta ripensarne l’uso

Occorre investire sulla “tecnologia della decrescita”, ovvero su una tecnologia in grado di far risparmiare risorse naturali, energia e soprattutto rifiuti. Le imprese devono produrre prodotti che siano facilmente riciclabili (per provare a creare un ciclo di riutilizzo delle risorse naturali consumate quotidianamente) e ridurre al massimo gli imballaggi (che devono essere tassati): il vuoto a rendere deve essere incentivato. L’Europa deve incrementare gli sgravi fiscali e finanziamenti a tasso agevolato per coibentare gli edifici abitativi e tramite una convincente campagna mediatica sottolineare il risparmio in termini di denaro (oltre che di inquinamento) che questo comporterebbe.

Liberalizzare la produzione di energia su piccola scala e decentrata (ad esempio tramite gli impianti di co-generazione, il mini-idroelettrico e il mini-eolico), puntare sul risparmio energetico e combattere gli sprechi energetici (sia nel pubblico che nel privato) devono diventare la priorità per il breve termine. Nel medio-lungo termine occorre invece puntare sulla totale eliminazione dei combustibili fossili per la produzione di energia (non solo del carbone, ma anche del gas naturale), per puntare su fonti energetiche rinnovabili e quindi sostenibili anche in un mondo senza più petrolio. Una più oculata illuminazione notturna dei centri urbani (illuminati a giorno) potrebbe portare a un significativo risparmio in termini di bolletta elettrica ed emissioni di anidride carbonica. I grandi gruppi produttori di energia devono tornare di proprietà pubblica e dovrebbero trasformarsi in organizzazioni no profit, per garantire un prezzo più equo dell’energia e non intralciare la produzione di energia a rete.

Pubblicità
Liberiamoci del potenziale letale delle armi di distrazione di massa

La pubblicità è una delle più dannose forme di persuasione della nostra società, una sorta di veicolo dell’infelicità di massa. E’ inoltre noto che gli unici in grado di permettersi grandi budget pubblicitari sono le grandi multinazionali, il tutto a discapito dei piccoli imprenditori, che basano più le proprie fortune sul passaparola e la presenza fisica nell’economia locale. Occorre contrastare l’abuso di pubblicità e l’invasione delle nostre vite da parte del mondo commerciale. Occorre considerare l’introduzione di una imposta (sempre secondo il metodo a scaglioni) e l’aliquota deve essere proporzionale al fatturato del gruppo di riferimento del marchio in questione (ad esempio del 5% dell’importo speso per un fatturato fino a 100.000 euro, del 15% da 101.000 a 1,5 milioni di euro, del 25% da 1,5 milioni di euro a 10 milioni di euro, 40% oltre i 10 milioni di euro). Occorre eliminare tutte le forme di sponsorizzazione di scuole e università, mentre la vendita di bevande e snack nei locali pubblici (scuole, università, ospedali, biblioteche, eccetera) dovrebbe spettare alle sole aziende locali. La reti radio-televisive pubbliche devono ridurre drasticamente la pubblicità (e quindi uscire dalla logica del mercato e tornare ad essere un mezzo in grado di formare la cultura dei cittadini e non la brutta copia di una televisione commerciale).

Difesa
Difenderci… da chi e come?

L’Europa deve tornare ad essere effettivamente indipendente dalle potenze straniere. Occorre costruire un’unione effettiva dell’Europa, con un unico esercito affiancato da Corpi Civili di Pace non armati, e con un’unica politica estera. Questo favorirebbe la chiusura di molte basi militari e la riduzione drastica delle spese militari stesse a favore delle Municipalità.

Sostenibilità e diritti
Un’Europa ecologicamente sostenibile per  diritti reali e tangibili.

Nell’infinità dei nostri bisogni ce ne sono alcuni che assumono il nome di diritti, perché vanno garantiti a tutti, indipendentemente dalla condizione economica, dal genere, dall’età, dalla fede religiosa o dal paese di provenienza. In altre parole vanno garantiti per il fatto stesso di esistere, in quanto attengono alla nostra dignità in quanto esseri umani. Una tale garanzia non è solo una questione di equa distribuzione della ricchezza, ma anche e soprattutto di libero accesso, da parte degli individui, a quelle risorse culturali, sociali e istituzionali senza le quali qualsiasi diritto è di fatto inesigibile.

Il tema dei diritti non può quindi che essere al centro di una progettazione politica socialmente, oltre che ecologicamente, sostenibile. Il grado di civiltà di una società si misura in base al livello di diritti che garantisce ai suoi membri, e tuttavia, perché tale livello possa essere mantenuto nel tempo, occorre una visione di lungo periodo che contempli la garanzia dei diritti delle generazioni future come obiettivo. E’ dunque assolutamente essenziale la nascita di una nuova cultura politica che sappia coniugare l’attenzione per l’ambiente con la preservazione dei diritti e delle libertà fondamentali degli individui, nucleo politico dei regimi liberal-democratici. L’idea centrale è che una società futura sostenibile ma con cittadini privi dei diritti e delle libertà fondamentali sia altrettanto distopica che una società di individui possessori di diritti e libertà mutilate a causa di un ambiente non sufficientemente salubre e/o di insufficienti risorse per esperirli concretamente. Una concezione politicamente liberale dei diritti è compatibile con una prospettiva di sostenibilità di lungo periodo, a condizione che il danneggiamento dei diritti delle generazioni future sia tenuto in debito conto e costituisca tanto un criterio guida per le politiche quanto un limite legittimo ad alcune libertà non fondamentali degli individui. Un’Europa dei diritti deve necessariamente essere un’Europa ecologicamente sostenibile, in quanto unicamente attraverso un ambiente sano i diritti possono essere reali e tangibili.

Una sana economia stazionaria che compensi queste due necessità – non contrapposte, bensì fortemente interdipendenti -, che sappia cioè coniugare rispetto dell’ambiente e diritti delle persone, comporta necessariamente un parziale ripensamento del mercato, e un suo ridimensionamento a una dimensione sostenibile. Ciò è possibile solo dando contemporaneamente maggior spazio alla dimensione comunitaria: rilocalizzare piuttosto che delocalizzare, ri-utilizzare piuttosto che sovra-produrre.

Pur fra mille imperfezioni già oggi si sono istituzionalizzate forme di economia solidale all’interno dei sistemi previdenziale, sanitario de educativo. Se da una parte queste forme di solidarietà comunitaria vanno rafforzate e gestite con maggiore efficienza, dall’altra vanno ripensate radicalmente in un’ottica di sostenibilità.

Occorre in conclusione trovare vie possibili per rompere la dipendenza dell’economia comunitaria dalla crescita. Una via per farlo è attraverso l’incentivazione della partecipazione dei cittadini al funzionamento dei servizi pubblici tramite il loro lavoro. La tassazione del tempo invece che del reddito è probabilmente una strada da perseguire. Ma potrà essere possibile solo se i cittadini si troveranno culturalmente preparati per questo passaggio. Per questo cultura, politica, società ed economia sono indissolubilmente legati al tema dei diritti. Ignorare tale evidenza significa vincolare i diritti alla loro dimensione negativa di opportunità esterne sancite da norme. L’obiettivo è invece l’espansione dei diritti non solo nel loro numero ma anche e soprattutto nella loro intrinseca multidimensionalità.

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Continua a crescere il consumo di suolo: Perso il 7,3% del nostro territorio

Stima del suolo consumato a livello regionale negli anni ’50 e nel 2012.

Stima del suolo consumato a livello regionale negli anni ’50 e nel 2012


Non diminuisce, anche nel 2012, la superficie di territorio consumato in Italia. Negli ultimi 3 anni ricoperti altri 720 km², 0,3% in più rispetto al 2009, un’area pari alla somma dei comuni di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo. In termini assoluti, si è passati da poco più di 21.000 km² del 2009 ai quasi 22.000 km² del 2012, mentre in percentuale è ormai perso irreversibilmente il 7,3% del nostro territorio. Ma non solo per colpa dell’edilizia, in Italia si consuma suolo anche per costruire infrastrutture, che insieme agli edifici ricoprono quasi l’80% del territorio artificiale: strade asfaltate e ferrovie 28%, strade sterrate e infrastrutture di trasporto secondarie 19%, edifici 30%, parcheggi piazzali e aree di cantiere (14%). Questi i dati contenuti nel Rapporto ISPRA del 2014 sul consumo di suolo in Italia.

Insieme con aria e acqua, il suolo è essenziale per l’esistenza delle specie presenti sul nostro pianeta. Svolge la funzione di buffer, filtro e reagente consentendo la trasformazione dei soluti che vi passano e regolando i cicli nutrizionali indispensabili per la vegetazione. È coinvolto nel ciclo dell’acqua, funge da piattaforma e da supporto per i processi e gli elementi naturali e artificiali, contribuisce alla resilienza dei sistemi socio-ecologici, fornisce importanti materie prime e ha, inoltre, una funzione culturale e storica. Nonostante ciò è troppo spesso percepito solo come supporto alla produzione agricola e come base fisica sulla quale sviluppare le attività umane. Per l’importanza che rivestono sotto il profilo socioeconomico e ambientale, tutte queste funzioni devono pertanto essere tutelate. Il suolo subisce una serie di processi di degrado ed è sottoposto a diverse tipologie di minacce:

  • l’erosione, ovvero la rimozione di particelle di suolo ad opera di agenti atmosferici (vento, acqua, ghiaccio) o per effetto di movimenti gravitativi o di organismi viventi (bioerosione) che, in seguito ad alcune pratiche antropiche, può portare alla perdita del suolo fertile, all’aumento dell’apporto di sedimenti nelle acque e dell’eutrofizzazione;
  • la diminuzione di materia organica;
  • la contaminazione locale o diffusa;
  • l’impermeabilizzazione (sealing), ovvero la copertura permanente di parte del terreno e del relativo suolo con materiale artificiale non permeabile;
  • la compattazione, causata da eccessive pressioni meccaniche, conseguenti all’utilizzo di macchinari pesanti o al sovrapascolamento;
  • la perdita della biodiversità;
  • la salinizzazione, ovvero l’accumulo nel suolo di sali solubili in seguito ad eventi naturali o all’azione dell’uomo;
  • le frane e le alluvioni;
  • la desertificazione, ultima fase del degrado del suolo.

Consumo di suolo in Italia. Il quadro conoscitivo sul consumo di suolo nel nostro Paese è disponibile grazie ai dati della rete di monitoraggio del consumo di suolo, realizzata da ISPRA con la collaborazione delle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente delle Regioni e delle Province autonome. Il sistema permette, attualmente, di ricostruire l’andamento del consumo di suolo in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi e mostra una crescita giornaliera del fenomeno che non sembra risentire dell’attuale congiuntura economica e continua a mantenersi intorno ai 70 ettari al giorno, con oscillazioni marginali intorno a questo valore nel corso degli ultimi venti anni. Si tratta di un consumo di suolo pari a circa 8 metri quadrati al secondo che continua a coprire, ininterrottamente, notte e giorno, il nostro territorio con asfalto e cemento, edifici e capannoni, servizi e strade, a causa dell’espansione di aree urbane, spesso a bassa densità, di infrastrutture, di insediamenti commerciali, produttivi e di servizio, e con la conseguente perdita di aree aperte naturali o agricole. I dati mostrano, a livello nazionale, un suolo ormai perso che è passato dal 2,9% degli anni ’50 al 7,3% del 2012, con un incremento di più del 4% (negli anni ’50 erano irreversibilmente persi 178 metri quadrati per ogni italiano, nel 2012 il valore raddoppia, passando a quasi 370 metri quadrati). Il consumo di suolo ha intaccato ormai quasi 22.000 chilometri quadrati del nostro territorio, e nella fascia compresa entro i 10 km dalla costa assume valori nettamente superiori e continua a crescere più velocemente rispetto al resto del territorio nazionale, passando dal 4% degli anni ‘50 al 10,5% nel 2012.

Nel 2012, in 15 regioni viene superato il 5% di suolo consumato, con le percentuali più elevate in Lombardia e in Veneto (oltre il 10%) e in Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e Sicilia dove troviamo valori compresi tra l’8 e il 10%.

Diverse sono le tipologie di copertura artificiale che devono essere considerate causa di consumo di suolo, ma sono poche quelle principali, in cui si concentra la gran parte della superficie persa. Le aree coperte da edifici costituiscono il 30% del totale del suolo consumato, mentre le infrastrutture di trasporto rappresentano ben il 47% del totale (28% dovuto a strade asfaltate e ferrovie, 19% dovuto a strade sterrate e altre infrastrutture di trasporto secondarie). Altre superfici asfaltate o fortemente compattate o scavate, come parcheggi, piazzali, cantieri, discariche o aree estrattive, costituiscono il 14% del suolo consumato.

Il confronto con gli altri paesi europei. Sulla base dei dati Corine Land Cover che, tuttavia, hanno una risoluzione non sufficiente per una stima accurata del fenomeno del consumo di suolo dovuto all’urbanizzazione, l’Italia ha una percentuale di superficie ad uso artificiale maggiore della media comunitaria. Le analisi dell’Agenzia Europea dell’Ambiente sui dati Corine mostrano che i cambiamenti tra il 2000 e il 2006 rappresentano l’1,3% della superficie dei 36 paesi studiati, pari a 68.353 km² su 5,42 milioni di km² (EEA, 2010). Il tasso di cambiamento annuale in Europa è diminuito rispetto al periodo 1990-2000 ma con differenze sostanziali tra i vari Paesi. La superficie artificiale del suolo è cresciuta del 3,4% tra il 2000 e il 2006. Benché nell’Unione Europea le aree urbane coprano solo il 4% della superficie (il 5% in Italia), la loro dispersione comporta che almeno un quarto del territorio sia direttamente coinvolto da un uso “urbano”. Inoltre, le aree peri-urbane a bassa densità sono aumentate, tra il 2000 e il 2006, quattro volte più velocemente delle aree urbane compatte ad alta densità, mostrando una tendenza crescente alla dispersione urbana in Europa. L’indagine LUCAS (Land Use and Cover Area frame Survey) di Eurostat consente di comparare, seppure con alcuni limiti di significatività statistica, le caratteristiche generali di copertura del suolo nei diversi Paesi europei, attualmente a livello solamente nazionale. La quota di territorio con copertura artificiale in Italia è stimata pari al 7,8% del totale, contro il 4,6% della media dell’Unione Europea. L’Italia si colloca così al quinto posto di questa classifica dopo Malta (32,9%), il Belgio (13,4%), i Paesi Bassi (12,2%), il Lussemburgo (11,9%), e di poco sopra a Germania, Danimarca e Regno Unito (7,7%, 7,1% e 6,5%, rispettivamente; Istat, 2013; Eurostat, 2013).

“Il paesaggio è il grande malato d’Italia. Basta affacciarsi alla finestra: vedremo villette a schiera dove ieri c’erano dune, spiagge e pinete, vedremo mansarde malamente appollaiate su tetti un giorno armoniosi, su terrazzi già ariosi e fioriti. Vedremo boschi, prati e campagne arretrare ogni giorno davanti all’invasione di mesti condominî, vedremo coste luminose e verdissime colline divorate da case incongrue e ‘palazzi’ senz’anima, vedremo gru levarsi minacciose per ogni dove. Vedremo quello che fu il Bel Paese sommerso da inesorabili colate di cemento. […] Monti, campagne, marine sono sempre meno il tesoro e il respiro di tutti i cittadini” (Settis, 2010).

 

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Ecomostri: Il grattacielo-catasta di Milano Marittima

Milano-Marittima-Ecomostro

L’Ecomostro benedetto dal Pd verra’ costruito a Milano Marittima. Ancora colate di cemento sulla costa regalate dal demanio alle Coop.

Se ne sentiva il bisogno: un altro ecomostro svetterà sulle nostre coste. Un grattacielo a strati si depositerà a 50 metri dalla spiaggia, su terreni che furono del demanio, poi venduti per due soldi a una società mista pubblico-privata, il tutto benedetto dall’amministrazione Pd. 18 piani per 200 appartamenti, 50 esercizi commerciali e tre piani di parcheggi interrati sventreranno terreni a rischio subsidenza e ingresso di acqua salata nelle falde. E chi lo costruirà?

Guarda caso una società partecipata delle nostre care cooperative, la Pentagramma Romagna spa (composta al 50% appunto dalla Eagle, una partecipata del Consorzio Regionale delle Cooperative costruzioni, mentre l’altra metà appartiene alla Fintecna, società immobiliare nota per comprare al pubblico e rivendere ai privati – meno noto è se a beneficio del primo o dei secondi).

Questa zona richiederebbe specifiche misure di tutela ambientale: l’area infatti è soggetta a rischio inondazione da parte del mare, mentre il canalino di Milano Marittima alimenta le Saline di Cervia. Ma al Comune non interessa: l’unico bene da tutelare è la cementificazione. Addio quindi all’attuale skyline, al legame con le saline e addio anche ai diritti degli assegnatari delle “Case dei Salinari”. Si, perché inizialmente era stato firmato un accordo col demanio che attestava il trasferimento – a titolo gratuito (chiamasi sfratto) – delle proprietà degli eredi dei salinari ivi residenti al Comune.

Il comitato costituitosi per opporsi alla costruzione del grattacielo (“Abbasso Il Grattacielo Viva La Città Giardino“) , aveva chiesto anche l’avvio di un referendum, ma abbiamo visto proprio a Bologna quanto il Pd tenga in considerazione l’opinione dei proprietari della cosa pubblica che si da il caso loro debbano solo amministrare – e non cedere o spartire.

Con questo ennesimo intervento si mette a rischio la falda freatica, come segnala l’Autorità di Bacino che il Pd si è guardato bene dal ritenere rilevante.
Fino a qualche mese fa, costruire in riva al mare non era nemmeno immaginabile, in una zona del nostro litorale che è riuscita, almeno in parte, a mantenere un equilibrio tra verde, urbanizzato e insediamenti storici. Con questo ennesimo scempio (come se non bastassero già i due di grattaceli di Milano Marittima), si dà il via al consumo di suolo in un’area che rappresenta l’ultimo vero corridoio verde esistente in quella zona.

Abbiamo depositato una interrogazione per chiedere alla Giunta: se fosse a conoscenza, e se abbia mai espresso un parere a proposito, della volontà del Comune di Cervia di non fare valere il diritto di prelazione sulla vendita dei beni demaniali; se sia a conoscenza di una Valutazione di Impatto Economico sul territorio circostante l’immobile di 18 piani, con appartamenti e negozi; se e quando la Regione dovrà esprimersi formalmente nel corso dell’iter avviato con la delibera del Consiglio Comunale di Cervia del 2012 e se non ritenga opportuno valutare, e agire di conseguenza, i pericoli derivanti dalle opere di scavo così a ridosso dell’arenile, come chiaramente espressi dal Servizio Tecnico di Bacino Romagna (Cesena, Forlì, Ravenna, Rimini).

E soprattutto, chiediamo ai nostri assessori democratici, se non ritengano esista un problema di tutela del paesaggio, in riferimento all’art. 9 di quella Costituzione che quantomeno a parole tanto difende.

Ma fra il bene paesaggistico e il bene cementizio, chi prevale?

(Fonte Andrea Defranceschi, capogruppo M5S Regione Emilia-Romagna)

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