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La dieta della crisi: Mangiare meno e peggio

Totò

Nell’ultimo anno, secondo l’indagine del Censis “Gli italiani a tavola: cosa sta cambiando”, 16,6 milioni di italiani hanno ridotto il consumo di carne, 10,6 milioni quello di pesce, 3,6 milioni la frutta, 3,5 milioni la verdura. Nella crisi il divario nella spesa per il cibo dei più ricchi e dei meno abbienti si è ampliato. Nell’Italia delle disuguaglianze il buon cibo lo acquista solo chi può permetterselo. Così le diete, prima ancora che da valori e stili di vita, tornano ad essere condizionate soprattutto dalle nuove reali e diversificate disponibilità di reddito e di spesa delle famiglie. Continue Reading


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Sempre meno italiani mangiano carne

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Molto attenti alla loro salute e al benessere, gli italiani scelgono uno stile alimentare sempre più ricco di verdura e frutta, 4 famiglie su 10 acquistano prodotti vegani o vegetariani. Si mangia meno rispetto a dieci anni fa e la carne diviene la grande assente dalle tavole. E anche se non amano definirsi “V o V”, ormai quasi in un carrello su due compare un prodotto Veg. Questi i dati Nielsen (aprile 2016) rielaborati dal Centro Studi e Ricerche Coop. Continue Reading

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La carne Made in Italy è la più sana

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Le carni Made in Italy sono più sane, perché magre, non trattate con ormoni e ottenute nel rispetto di rigidi disciplinari di produzione “Doc” che assicurano il benessere e la qualità dell’alimentazione degli animali tanto da garantire agli italiani una longevità da primato con 84,6 anni per le donne e i 79,8 anni per gli uomini. Lo afferma la Coldiretti precisando che “il rapporto Oms è stato eseguito su scala globale su abitudini alimentari molto diverse, come quelle statunitensi che consumano il 60% di carne in più degli italiani”.

Non si tiene peraltro conto, spiega la Coldiretti, che gli animali allevati in Italia non sono uguali a quelli allevati in altri Paesi e che i cibi sotto accusa come hot dog, bacon e affumicati non fanno parte della tradizione italiana.

Il consumo di carne degli italiani con 78 chili a testa è ben al di sotto di quelli di Paesi come gli Stati Uniti con 125 chili a persona o degli australiani con 120 chili, ma anche dei cugini francesi con 87 chili a testa. Gli italiani mangiano in media 2 volte la settimana 100 grammi di carne rossa (e non tutti i giorni) e solo 25 grammi al giorno di carne trasformata.

E dal punto di vista qualitativo la carne italiana è meno grassa e la trasformazione in salumi avviene naturalmente solo con il sale senza l’uso dell’affumicatura messa sotto accusa dall’Oms.

Proprio quest’anno peraltro, secondo l’analisi della Coldiretti, la carne ed è diventata la seconda voce del budget alimentare delle famiglie italiane dopo l’ortofrutta con una rivoluzione epocale per le tavole nazionali che non era mai avvenuta in questo secolo. La spesa degli italiani per gli acquisti è scesa a 97 euro al mese per la carne che, con una incidenza del 22% sul totale, perde per la prima volta il primato.

Il settore agroalimentare in Italia contribuisce a circa il 10-15% del prodotto interno lordo annuo, con un valore complessivo pari a circa 180 miliardi di euro. Di questi, sottolinea l’Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi (Assica), circa 30 miliardi derivano dal settore delle carni e dei salumi, includendo sia la parte agricola che quella industriale. I settori considerati danno lavoro a circa 125.000 persone a cui va aggiunto l’indotto.

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Qual è il prezzo di un hamburger? E qual è il suo costo?

hamburger

Consumo di carne, allevamento, benessere animale, agricoltura in senso lato… Ascoltare Sergio Capaldo, veterinario e fondatore dell’associazione di allevatori “La Granda”, che da 20 anni difende la qualità della carne, parlare del prezzo di un hamburger significa affrontare insieme tutti questi argomenti, e comprendere come, già negli anni Ottanta, le sue siano state delle intuizioni che potremmo definire “eretiche”. Infatti, mentre il mercato imponeva di fare sempre meno allevamenti e macelli, e sempre più grandi, mentre si marciava con convinzione verso le grandi concentrazioni penalizzando gli allevamenti di piccola e media scala, insieme a Slow Food Capaldo decise di intraprendere una strada diversa, antitetica, che puntava sulla qualità del prodotto e sulla valorizzazione di una razza autoctona, fra i primi Presìdi Slow Food.

«Non basta che la carne sia rossa per essere definita carne. Ciò che ne determina la qualità è tutto un insieme di pratiche agronomiche, un sistema in cui rientrano non solo gli animali allevati, ma anche i campi, e l’uomo». Capaldo inizia così il suo intervento per poi entrare nel merito di alcune delle pratiche che danno una carne di qualità, salutare e sostenibile per l’ambiente. «Gli animali degli allevamenti intensivi sono come noi: mangiano troppo e male, sono sovralimentati, ma sottonutriti. L’alimentazione “forzata”, a base di insilati, soia e mais non tiene conto del fatto che anche gli animali hanno dei limiti. La loro crescita sarà anche più veloce, quindi più apprezzata dal mercato ma, insieme ad altri fattori, una cattiva alimentazione è proprio quello che determina una maggiore fragilità nell’animale, e dunque il ricorso agli antibiotici». Sembra quasi che Capaldo ci stia dicendo che il modo giusto sia procedere per sottrazioni, mentre nella concezione contemporanea degli allevamenti si è sempre aggiunto. Se si alimenta un animale con cibo di qualità – a quelli della Granda vengono somministrati solo foraggi, fieno da prati polifiti, miscele di cereali tutti rigorosamente Ogm free, e poi favino, pisello proteico, polpa di barbabietola –, e nelle giuste quantità, non ci sarà bisogno di utilizzare antibiotici, pratica comune negli allevamenti industriali convenzionali. «Un’altra scelta importante nei nostri allevamenti è stata quella di ripristinare la linea vacca-vitello. Una delle prassi comuni degli allevamenti di adesso è prendere i vitelli da più stalle diverse e radunarli tutti insieme… Un po’ come all’asilo, in una situazione di questo tipo i microbi proliferano, mentre se si consente ai piccoli di vivere in stalla insieme alle proprie madri cresceranno più forti, senza bisogno di intervenire con farmaci».

Prati polifiti? Per fortuna Capaldo ha spiegato di che si tratta, perché non è detto che a tutti il concetto sia chiaro… E lo ha fatto partendo da un’altra constatazione cromatica: «Non basta che un prato sia verde per essere definito prato. Questo è un ragionamento fondamentale per assicurare al bestiame un’alimentazione di qualità. L’agricoltura industriale, le monocolture, stanno determinando una perdita di biodiversità senza precedenti. Se si riparte dal prato, se si lavora con un ambiente più ricco, più vivo e più sano, i vantaggi saranno innumerevoli…». Per gli animali, ma anche per la nostra salute e per quella dell’ambiente… Capaldo insiste molto su questo aspetto, sulla necessità di recuperare la biodiversità nei prati e di favorire lo sviluppo di un micromondo ricco e variato – fatto di lombrichi e batteri, di funghi e microartropodi – che sia capace di fissare e “ancorare” al suolo l’anidride carbonica, favorendo al contempo lo sviluppo di un ambiente più sano. Si chiarisce così una parte fondamentale del sistema-allevamento virtuoso: un buon allevamento è indissolubilmente legato a una buona agricoltura, a un insieme di buone pratiche agricole e agronomiche.

E l’uomo, che ruolo ha, in tutto questo? Un ruolo molto importante, ci viene da dire. Da una parte, l’allevatore deve semplicemente essere capace di osservare bene, senza inventare troppo: la natura fornisce già tutte le indicazioni necessarie per allevare bene, è discostarsene troppo, tentare di prevaricarla, che origina problemi… Dall’altra parte – e veniamo così al prezzo di un hamburger – il consumatore dovrebbe essere disposto a sostenere, pagando un poco di più, un metodo di allevamento di questo tipo – un allevamento virtuoso, come lo abbiamo definito più volte –, che si preoccupa dell’alimentazione degli animali, che offre loro spazi adeguati, che li fa crescere lentamente e per più tempo, che non fa uso di antibiotici… Capaldo ricorre alla matematica, spiegando che, su un consumo medio procapite di poco più di 22 chili di carne all’anno, si tratterebbe di investire un centinaio di euro in più, sempre calcolati su base annua. Non crediamo che questo possa essere etichettato come un «cibo buono per soli ricchi», come lo abbiamo sentito definire di recente. Tanto più che questi 100 euro si possono recuperare risparmiando altrove, su altre voci della nostra spesa che, magari, non sono così necessarie o completamente superflue. Sono 100 euro in più, un prezzo più alto, ma un costo molto più basso dal punto di vista ambientale e delle ricadute sulla nostra salute. Non si è “fighetti” se si è disposti a pagarlo… Forse solo più consapevoli, più disposti a inserirci in un sistema virtuoso, e a favorirlo con le nostre scelte. «In genere» chiude Capaldo, «non è un prezzo un po’ più alto, a preoccuparmi, ma un prezzo troppo basso. Forse si tendono a dimenticare episodi lontani, che ci riportano, inevitabilmente a questo meccanismo: lo ricordate, ad esempio, lo scandalo del vino al metanolo? Era così economico!».

In commercio, oggi, si trovano carni che non costano nulla, ma cosa significa pagare poco, o niente quello che introduciamo nel nostro corpo? Ne sappiamo abbastanza? Vogliamo davvero continuare a favorire un sistema che privilegi i volumi anziché la qualità?

(Fonte slowfood)

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Quanto costa davvero la carne?

costo carne

Un chilo di carne equivale a 35 metri quadrati di foresta, 15.500 litri d’acqua, 15 chili di cereali e 36 chili di Co2. Il consumo di carne è responsabile in parte di un grosso problema che affligge l’umanità: la fame nel mondo.

Un vitello, per esempio, per raggiungere un peso di 500 chili, deve consumare oltre 1200 chili di cereali. Quando l’animale ha raggiunto questo peso viene ucciso e eliminati tutti gli scarti poco più della metà verra usato per produrre carne, bistecche, hamburger…

Parlando sempre di numeri, con 1.200 chili di cereali si ottengono quindi 250 chili di carne, ovvero circa 200 grammi di carne ogni chilogrammo di cereali (questo rapporto è riferito alla carne da vitello e diventa ancora più sfavorevole nel caso di carne di manzo o di vacca adulta).

Sfamare con la carne cosa comporta?

Chiediamoci quante persone possono essere sfamate con una sola bistecca e quante invece con un chilogrammo di cereali? Il rapporto è circa di 10 a 1. Una bistecca può saziare un solo individio, con un chilogrammo di cereali si possono nutrire una decina di persone. Facciamo un altro esempio: un americano medio consuma in un anno 1.000 kg di cereali ( di cui 800 indirettamente, sotto forma di carne), un africano invece ne consuma solo 150 kg.

Come dovremmo sentirci noi occidentali?

I paesi della fame imbarcano verso di noi un’enorme quantità di cereali oltre che di carne. La moderna zootecnia, l’industria della carne, ha bisogno per sussistere, di zone da sfruttare. Sempre la zootecnia europea importa 50 milioni di tonnellate di derrate mangimistiche all’anno. Questo fa si che in altri paesi un’area complessivamente pari a varie volte la superficie europea sia destinata a produrre alimenti destinati alle stalle europee. Queste terre vengono chiamate “terre fantasma”: milioni di ettari nel Sud del mondo adibite a produrre mangimi o bestiame per il consumo del ricco Nord.

Su un ettaro di terreno si possono produrre:

1.000 kg di ciliegie
2.000 kg di fagiolini
4.000 kg di mele
6.000 kg di carote
8.000 kg di patate
10.000 kg di pomodori
12.000 kg di sedano
oppure…
50 kg di carne di manzo

La fame di carne e la fame nel mondo

Eliminare o iniziare a ridurre il consumo di carne per salvare la fame nel mondo? Dirlo a parole è molto semplice, ma quanti sarebbero in grado di attuare questo cambiamento? Nella cultura occidentale è così radicata l’idea di mangiare carne che anche solo parlarne può risultare difficile. Le Nazioni Unite stimano che 854 milioni di persone, quasi il 13% dell’intera popolazione mondiale (quasi due volte la popolazione dell’Unione Europea) soffrano costantemente la fame. Il problema peggiora così come è in crescita la fame di carne. Gli allevamenti intensivi consumano ogni anno 157 milioni di tonnellate leguminose, cereali e altre proteine vegetali, per ricavare 28 milioni di tonnellate di proteine animali per il consumo umano. Queste risorse preziose nonchè nutrienti a base vegetale potrebbero essere usate per sfamare gli esseri umani e invece diventano mangimi per gli animali.

Troppo impegnati a ingurgitare cibi animali non pensiamo invece a quanto siano determinanti le nostre scelte alimentari, per gli animali stessi, per l’ambiente e per tutti gli esseri viventi che popolano in pianeta. Quando addenterai la tua prossima fettina di carne pensa a che cosa ha comportato: maltrattamenti, inquinamento e fame nel mondo. Se si è veramente interessati a cambiare il mondo, il primo cambiamento deve avvenire da noi stessi, migliorerà la nostra vita e quella di tutti gli altri esseri viventi.

(Fonte: La cucina etica. Il più completo ricettario di cucina vegan)

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