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Se il Mondo non girasse più alla Rovescia


Il miglior augurio per il 2013 è sintetizzato dal discorso di Josè Alberto Mujica Cordano, ovvero Pepe Mujica. “Pepe” ha 77 anni, è Presidente dell’Uruguay vive nella sua casa modesta e devolve il 90% del suo stipendio, 12.500$ dollari al mese, in beneficenza. È “il Presidente più povero del mondo”. La sua automobile è una modesta “Maggiolino” degli anni 70. Un passato da guerrigliero ai tempi della dittatura, è stato il leader della corrente del Movimento di Partecipazione Popolare. La dichiarazione dei redditi di Mujica di quest’anno ha raggiunto quota 215 mila dollari solo perché ha acquisito il terreno e le macchine agricole della fattoria che prima appartenevano alla moglie, la senatrice leader storico del MPP Lucia Topolansky. “Dicono che sia il presidente più povero, ma non mi sento povero. I poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso, e vogliono sempre di più e di più”, ha dichiarato Mujica, È una questione di libertà. Se non si dispone di molti beni allora non c’è bisogno di lavorare tutta la vita come uno schiavo per mantenerli e quindi si ha più tempo per se stessi”. E questo è il discorso più bello del Mondo, un Mondo che non ha intenzione di smettere di girare alla rovescia. Felice 2013 a tutti!!

Un grazie particolare al popolo del Brasile, ed alla sua Signora Presidentessa, Dilma Rousseff.
Grazie anche alla sincerità con la quale, sicuramente, si sono espressi tutti gli oratori che mi hanno preceduto.
Come governanti, tutti manifestiamo la profonda volontà di favorire gli accordi che questa nostra povera umanità sia capace di sottoscrivere.
Permettetemi, però, di pormi alcune domande a voce alta.

Per tutto il giorno si è parlato di sviluppo sostenibile e di affrancare, dalla povertà in cui vivono, immense masse di esseri umani.Ma cosa ci frulla per la testa ?
Pensiamo all’attuale modello di sviluppo e di consumo delle società ricche?
Mi domando: che cosa succederebbe al nostro pianeta se anche gli indù avessero lo stesso numero di auto per famiglia che hanno i tedeschi?
Quanto ossigeno ci resterebbe per respirare ?

Più francamente: il mondo ha le risorse materiali, oggi, per rendere possibile che 7 od 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso livello di consumo e di sperpero che hanno le opulente società occidentali ?
Sarebbe possibile tutto ciò ?
Oppure, un giorno, dovremmo affrontare un altro tipo di dibattito ?
Perché siamo stati noi a creare la civiltà nella quale viviamo: figlia del mercato, figlia della competizione, che ha portato uno sviluppo materiale portentoso ed esplosivo.
Ma l’economia di mercato ha creato la società di mercato che ci ha rifilata questa globalizzazione.
Stiamo governando noi la globalizzazione oppure è la globalizzazione che governa noi ?
E’ possibile parlare di fratellanza e dello stare tutti insieme, in un’economia basata su una competizione così spietata ?

Fino a dove arriva veramente la nostra solidarietà ?
Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento, al contrario.
La sfida che abbiamo davanti è di una portata colossale, e la grande crisi non è ecologica, ma è politica!

L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma sono queste forze che governano l’uomo … ed anche la nostra vita !
Perché noi non siamo nati solo per svilupparci.
Siamo nati per essere felici.
Perché la nostra vita è breve e passa in fretta.
E nessun bene vale come la vita, questo è elementare.

Ma se la vita ci scappa via, lavorando e lavorando per consumare di più, il vero motore del vivere è la società consumistica, perché, di fatto, se si arresta il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, spunta il fantasma del ristagno per tutti noi.
E’ il consumismo che sta aggredendo il pianeta.
Per alimentare questo consumismo, si producono cose che durano poco, perché bisogna vendere tanto.
Una lampadina elettrica non deve durare più di 1000 ore, però esistono lampadine che possono durare anche 100 mila o 200 mila ore!
Ma questo non lo si può fare perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere la civiltà dell’usa e getta, e così restiamo imprigionati in un circolo vizioso.
Questi sono i veri problemi politici che ci esortano ad incominciare a lottare per un’altra cultura.
Non si tratta di immaginare il ritorno all’uomo delle caverne, né di erigere un monumento all’arretratezza.
Però non possiamo continuare, indefinitamente, a lasciarci governare dal mercato, dobbiamo cominciare ad essere noi a governare il mercato.
Per questo dico, con il mio modesto pensiero, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico.
I vecchi pensatori, Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara, dicevano: “povero non è colui che ha poco, ma colui che necessita tanto e desidera sempre di più e di più”.
Questa è una chiave di carattere culturale.
Per questo saluterò di buon grado gli sforzi e gli accordi che si faranno, e come governante li sosterrò.
So che alcune cose che sto dicendo, possono urtare.
Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e del clima non è la causa.
La causa è il modello di civiltà che abbiamo messo in piedi.
Quello che dobbiamo cambiare è il nostro modo di vivere!
Appartengo a un piccolo paese, dotato di molte risorse naturali.
Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, tra le migliori al mondo, e circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore.
Il mio paese è un esportatore di cibo, di latticini, di carne.
E’ una pianura e quasi il 90% del suo territorio è sfruttabile.
I miei compagni lavoratori, hanno lottato molto per ottenere le 8 ore di lavoro.
Ora hanno conseguite le 6 ore lavorative.

Ma quello che lavora 6 ore, poi cerca il secondo lavoro, per cui lavora più di prima.
Perché? Ma perché deve pagare una quantità enorme di rate: la moto, l’auto, e paga una rata ed un’altra e un’altra ancora, e quando decide di riposare … è oramai un vecchio reumatico, come me, e la vita gli è volata via.
E allora uno si deve porre una domanda: è questo lo scopo della vita umana?
Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità.
Lo sviluppo deve favorire la felicità umana, l’amore per la terra, le relazioni umane, la cura dei figli, l’avere amici, l’avere il giusto, l’elementare.
Perché il tesoro più importante che abbiamo è la felicità!
Quando lottiamo per migliorare la condizione sociale, dobbiamo ricordare che il primo fattore della condizione sociale si chiama felicità umana!
Grazie !


Azione popolare. Cittadini per il bene comune. Indignarsi non basta. Contro l’indifferenza che uccide la democrazia, contro la tirannia antipolitica dei mercati dobbiamo rilanciare l’etica della cittadinanza. Puntare su mete necessarie: giustizia sociale, tutela dell’ambiente, priorità del bene comune sul profitto del singolo. Far leva sui beni comuni come garanzia delle libertà pubbliche e dei diritti civili.


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60 anni fa si stava meglio?


1952-2012 quante analogie 60 anni dopo….invece che andare avanti, andiamo indietro? Si stava meglio quanto si stava peggio?

E’ l’anno in cui si vuole realizzare -afferma DE GASPERI- “uno Stato forte”, “una democrazia protetta dalle estreme sinistre”. Difenderci dal “pericolo rosso”. E’ l’anno dove gli italiani scoprono i primi prodotti di consumo; le donne (ultime in Europa nel consumo di prodotti di bellezza) desiderano farsi belle, ma qualcuno se la prende persino con i manifesti. “devono rimanere a fare la calza”. “Incipriarsi non vediamo quale utilità ne possa trarre la società, semmai e’ un danno, oltre che essere un attentato alla creazione”. (devono insomma rimanere brutte, non essere cuncupiscenti). E’ l’anno dove si ha paura delle “invasioni barbariche” dei comunisti, e un coraggioso prete che vorrebbe svincolarsi da certi schemi e partiti confessionali, Don Sturzo, incontra l’opposizione dell’Azione Cattolica. Ma poi Roma va’ a sinistra e scatta l’offensiva. E’ l’anno dove ci si inventa una legge elettorale detta “truffa”, che fa scendere in piazza metà italiani inferociti. Poi, nonostante approvata, si trasformerà il prossimo anno in una beffa per chi l’ha proposta.

La non pianificazione di una politica economica porta aberranti distorsioni nei consumi; e più che al miglioramento dei prodotti di base come l’alimentazione, si da’ infatti impulso ai consumi durevoli. Sono del tutto assenti gli incentivi o una pianificazione nel settore dell’agricoltura e quindi negli alimentari. In pochi anni avremo tutti un’auto, una tv, un frigorifero, ma saremo carenti nei servizi, sanità, scuola, assistenza, infrastrutture. Quanto all’agricoltura (l’unica vera materia prima che possiede l’Italia) essa viene emarginata, penalizzata, dimenticata, distrutta, mentre altri Paesi europei creano grandi cooperative, aziende modello, meccanizzano. Quella italiana non riemergerà più. Cinquant’anni dopo sarà costretta a importare arance, mele, zucchine, carciofi, asparagi, insalate, grano, latte, prodotti caseari e mille altri prodotti; perfino i pomodori prodotti in Cina !

Le acciaierie riescono a produrre solo con il carbone che ci viene concesso se l’Italia in base a una reciproca convenzione invia in Belgio 50.000 minatori. E questi vengono subito rastrellati buona parte nel Veneto poi inviati alle miniere di Marcinelle, Charleroi, ecc. In cambio si puà importare “due quintali di carbone al mese per ogni uomo” giovane e forte che l’Italia riesce a convincere (e ci vuole ben poco per farlo con la fame che c’è in giro) e mandare nelle gallerie e nei pozzi carboniferi un esercito di “talpe”, dove molti ci rimarranno anche sepolti. Molte lamiere che usciranno dalle catene di montaggio delle grandi aziende saranno spesso inzuppate di sudore di questi poveri disgraziati, e spesso anche di sangue. Non meno problematica era la situazione degli operai in quelle industrie italiane dove quel carbone arrivava e produceva profitti. Il mondo del lavoro in fabbrica, era il luogo dove più pesantemente si risentiva del clima di divisione e di repressione in quella combattività operaia che lottava con l’appoggio dei sindacati: per i miglioramenti economici; per una più umana condizione nei massacranti turni di lavoro; per l’assistenza sanitaria e gli infortuni; per il riposo festivo e le mense aziendali; ma soprattutto lottava per le discriminazioni politiche fra gli operai di sinistra, spesso ghettizzati e poi licenziati dopo aver subito umilianti perquisizioni o essere stati individuati con la sistematica ripresa cinematografica nelle manifestazioni sindacali, negli scioperi o nelle riunioni dei vecchi consigli di gestione; organi che vennero esautorati dopo aver pericolosamente gestito quel critico periodo della produzione di guerra per i tedeschi e nello stesso tempo e sempre con la stessa abnegazione, aver contribuito al salvataggio delle grandi strutture industriali minacciate di trasferimento in Germania.

Il Governo diventato tutto democristiano taceva, quando non era impegnato a reprimere. Vale la pena di rileggere una nota di Pietro Calamandrei “La pratica del governo, nelle direttive ai prefetti e ai questori si e’ andata sempre di più orientando, spesso in contrasto con la giurisprudenza giudiziaria, nel senso di fare un trattamento diverso, in tutti i campi in cui la pubblica amministrazione ha un potere discrezionale, ai cittadini appartenenti ai partiti di maggioranza e ai cittadini appartenenti ai partiti di opposizione. Le libertà civili e politiche non hanno più uno stesso significato per tutti i cittadini: la libertà di associazione, di riunione, di circolazione, di stampa ha un contenuto diverso secondo chi lo invoca appartenga al partito degli eletti o a quello dei reprobi: la discriminazione contro i comunisti si e’ pian piano allargata contro tutti i “malpensanti”, contro tutti i “sovversivi”. La libertà di culto non esiste per i protestanti nella stessa misura in cui esiste per i cattolici. Il diritto al lavoro e’ diversamente garantito o messo in pericolo secondo la colorazione del sindacato al quale il lavoratore si iscrive”. E G.G. Migone aggiunge “.

La Fiat, il cui esempio veniva poi seguito dalla maggior parte delle aziende, estrometteva i suoi dipendenti politicamente più pericolosi, senza alle volte neppure curarsi di trovare ai suoi provvedimenti altro pretesto che non l’appartenenza al partito comunista; adottava i più gravi provvedimenti disciplinari contro promotori di manifestazioni politiche e i diffusori di stampa politica nell’interno degli stabilimenti, reprimeva ogni partecipazione agli scioperi sindacali; ripristinava la giusta e necessaria disciplina sul lavoro, disponendo la ripresa cinematografica delle manifestazioni nell’interno degli stabilimenti per colpire esemplarmente i responsabili di atti di violenza; eliminava gradatamente i consigli di gestione e limitava alle sue istituzionali attività sindacali i compiti delle Commissioni interne; instaurava il principio, ora da tutti seguito, di non trattare mai con le maestranze in sciopero; decurtava i premi di produzione in relazione agli scioperi effettuati, premiando invece quanti si rifiutavano di prestarsi alla attività scioperaiola degli agitatori di Estrema Sinistra”. Si voleva organizzare uno “Stato di formiche” ubbidienti per generazioni, mentre gli italiani (quando i boiardi erano ormai convinti di aver ottenuto il totale consenso e l’asservimento) risposero invece da “uomini” , con tutte le contraddizioni, ma da “uomini”, anche opportunisticamente ma senza per questo subire nessuna degradazione della natura dell’essere umano. La contraddizione per fortuna è del resto una caratteristica umana e non da formiche-termiti, solo queste ultime nella loro vita fanno una sola cosa.

Decolla il consumismo. Di fronte ai primi segnali della pubblicità che con edonistici e sensuali messaggi stava disorientando la morale cattolica dei cittadini italiani, dal 1946 al 1954 la Chiesa molto allarmata corse ai ripari creando una moltitudine di santi e di beati. Si scatenò la guerra santa contro la “materializzazione della vita”, la “banalizzazione dei valori” con vari anatemi, e non di rado dal pulpito svergognandola davanti a tutti veniva indicata con il dito dal Savonarola di turno, poi fatta uscire fuori, la colpevole di certe libertà, come quella di avere una gonna quattro dita sotto il ginocchio, o alle labbra il peccaminoso rossetto (per chi non lo sapesse era proibito entrare in chiesa con il rossetto sulle labbra), o una camicetta non accollata fino alla gola e con le maniche un po’ più su dei polsi. Se arrivavano al gomito era scandalo. Forse pochi saprebbero rispondere perchè tutti cartelloni cinematografici degli anni ’50 e ’60 erano dipinti e non riportavano mai una scena (anche modestamente osè come un bacio) del film; i motivi? Appunto quelli detti sopra. Con la fotografia si commetteva un reato, con le immagini dipinte c’era l’ipocrita giustificazione che era “materiale artistico”.

IL “BABY BOOM” è in pieno sviluppo da 5 anni con punte di nati-anno di 1.032.000. E cresciuti questi, nell’anno scolastico ’57-’58 registreremo nelle 5 aule elementari 4.820.286 alunni. Sono quelli che ritroveremo 50enni del 2000, 75 enni del 2025. Mentre nell’anno 94-95 gli alunni elementari diventeranno poco più di 2.500.000, esattamente la metà. Attenzione quindi ai consumi di questi anni 2000-2025. I potenziali acquirenti dei beni di consumo (il 50% è assorbito dalla fascia dei 15-35 enni) saranno quindi la metà.

Si stava meglio o si stava peggio?

Sfogliare questo libro significa tornare ai fantastici anni ’50, ai prodotti di quel periodo, alle auto, alla moda che ha influenzato tutte le generazioni successive. Sono 224 pagine di fotografie a colori che ci danno l’idea di un periodo che ha influenzato largamente tutte le epoche successive. Anche le locandine e la grafica degli anni ’50 sono ampiamente rappresentati in questo libro.

 
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