È giusto o è sbagliato lavorare di domenica?

lavoro domenicale

Il settore del commercio è in agitazione per le aperture selvagge. Oggi parliamo di Pasqua, domani saranno Natale e Santo Stefano, o Capodanno. Secondo un’analisi realizzata dall’Ufficio studi della CGIA e riferita al 2016, sono 4,7 milioni gli italiani che lavorano di domenica. 

Le liberalizzazioni del governo Monti consentono l’apertura anche 24 ore su 24 (esistono supermercati H24) tutti i giorni dell’anno. Una legge ancora in vigore nonostante in Parlamento si cerchi di cambiarla da almeno tre anni. Ok, il mondo va in quella direzione lì. Nemmeno i sindacati chiedono più la chiusura domenicale, ma piuttosto rivendicano una libertà di scelta e migliori condizioni salariali. Continue Reading


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Obsolescenza programmata: Difendendiamoci dai beni progettati per “scadere”


La prima definizione che il vocabolario dà del termine ‘obsolescenza’ è “svalutazione economica di un bene o di uno strumento di produzione derivante dal progresso scientifico e tecnologico che ne fa immettere continuamente sul mercato di nuovi e più sofisticati”. Pensate un attimo a un oggetto – un cellulare, un paio di scarpe, una padella o uno scooter che usate nella vita di tutti i giorni e verificate se la spiegazione del dizionario è corrispondente alla realtà. Davvero lo sostituite solo quando viene superato da un modello nuovo, con più funzioni, realizzato con materiali migliori, più avanzato? Probabilmente no.

Si avvicina di più al vero la seconda definizione che viene fornita: “perdita di competitività sul mercato da parte di un prodotto”. La domanda dunque sorge spontanea: cosa determinata la perdita di competitività di un prodotto? Il superamento della sua tecnologia o del suo design, l’avvento di nuove mode e nuove tendenze, il cambiamento delle esigenze che esso deve soddisfare, la modifica di leggi e normative che ne regolano l’uso?

Sono diversi i fattori che rendono obsoleto un bene e molti di essi possono essere pilotati, cioè prestabiliti da qualcuno che ha interesse a determinare con buona precisione la durata della vita di un bene. Eccoci così giunti al concetto chiave, che può essere riassunto in due semplici parole: obsolescenza programmata, anche se oggi designer, progettisti e pubblicitari preferiscono usare il più elegante ‘ciclo di vita del prodotto’.

Chi riesce a isolarsi, quantomeno parzialmente, dall’assordante richiamo del consumismo e dalla frenesia dello shopping, ha già probabilmente acquisito la capacità di distinguere quando un bene diventa realmente inutilizzabile e quando invece il suo avvicendamento in favore di un sostituto più nuovo e accattivante è una semplice operazione di marketing.

Pochi però, quasi nessuno probabilmente, conoscono la vera storia dell’obsolescenza programmata e sanno che la sua attuazione è da quasi un secolo una precisa strategia produttiva che trova riscontro nel meticoloso lavoro di stuoli di ingegneri e ricercatori, ma anche in documenti, verbali e relazioni di cartelli organizzati appositamente per scandire i tempi di avvicendamento dei prodotti immessi sul mercato.

Tutto questo è spiegato nel documentario realizzato dalla regista spagnola Cosima Dannoritzer intitolato Comprar, tirar, comprar – La historia segreta de la obsolescencia programada. Il film si apre con la scena di un ragazzo, Marcos, alle prese con una stampante che misteriosamente smette improvvisamente di funzionare; tre diverse assistenze gli consigliano di comprare un apparecchio nuovo, dato che il suo costo sarebbe di gran lunga inferiore rispetto alla riparazione.

Una ricerca in rete svela però i primi piccoli segreti che hanno reso prematuramente obsoleta la macchina: un particolare chip infatti legge il numero di passaggi delle testine e dopo un quantitativo predeterminato di stampe ne causa il blocco. Durante il documentario, fra un filmato e l’altro, l’autrice ci tiene aggiornati sulle vicende di Marcos fino alla scena conclusiva: il ragazzo scarica un semplicissimo software gratuito da un sito russo che resetta il contatore e riattiva la stampante. L’immagine forse più emblematica di questa case history è quella che raffigura la pagina di un manuale tecnico che Marcos, spulciando internet, è riuscito a reperire, su cui è chiaramente riportato che la macchina è stata progettata per stampare diciottomila pagine e una volta esaurito questo quantitativo si deve bloccare. 

Prendendo ad esempio alcuni prodotti in cui durata e resistenza rappresentano aspetti fondamentali, Dannoritzer ripercorre la storia dell’obsolescenza programmata, spiegando come e perché a un certo punto si è deciso di accorciare scientificamente il ciclo di vita di molti oggetti. Uno dei casi più eclatanti è quello della classica lampadina a incandescenza. Fu un successo quando, nei primi anni del secolo, vennero realizzate delle lampadine in grado di funzionare per mille ore. Il lavoro degli ingegneri, il miglioramento della qualità dei materiali e i progressi compiuti nella ricerca tecnologica portarono presto il traguardo prima a millecinquecento, poi a duemila, fino a duemilacinquecento ore di autonomia. Sembrava un trionfo della tecnologia, ma dal punto di vista commerciale era un disastro. Alcuni se ne accorsero e fondarono il Phoebus, un cartello che comprendeva i principali produttori del settore, dalla Philips alla Osram, e che aveva l’obiettivo di controllare il mercato dell’illuminazione. A metà degli anni venti, Phoebus impose il limite massimo delle mille ore, con tanto di multe e sanzioni per i produttori che realizzavano e commercializzavano lampadine con una durata superiore. Accompagnando questo esempio con quello dei collant – rivoluzionari accessori d’abbigliamento in nylon che, quando vennero immessi sul mercato per la prima volta, erano dotati di un’incredibile resistenza –, viene introdotta anche la tematica del ‘dilemma morale’ di ricercatori e ingegneri: dopo aver passato anni a studiare soluzioni per prolungare durata e resistenza dei loro prodotti, erano ora costretti da nuove leggi di mercato a percorrere la strada opposta, inventando un modo per predeterminarne la morte.

Com’è facilmente intuibile, un sistema di consumo con una velocità di avvicendamento dei beni così elevata presenta due criticità fondamentali: l’utilizzo di una quantità enorme di risorse – energetiche, materiali ed economiche – e il bisogno di smaltire una altrettanto enorme quantità di rifiuti. Ripensiamo all’esempio della stampante. Questo tipo di macchina è formato da molte componenti: carter in plastica, circuiti stampati, cartucce, viti e tanti altri pezzi, nessuno dei quali in realtà, al momento della dismissione, è realmente rotto, usurato e quindi inutilizzabile.

Dove finiscono questi quando un chip decide che l’apparecchio è giunto alla fine del suo ciclo vitale? Secondo le informazioni fornite dal documentario, in Ghana e in tanti altri paesi africani e del Sud del mondo. Un attivista ghanese spiega infatti che, aggirando un accordo internazionale che vieta l’esportazione in quelle aree dei RAEE contrabbandandoli come macchinari usati anziché come scarti –, innumerevoli aziende occidentali spediscono i loro rifiuti elettrici ed elettronici in Africa, utilizzando i paesi poveri come discarica in cui l’ottanta per cento di computer, televisori e stampanti viene buttato e smembrato dagli abitanti del posto, alla disperata ricerca di metallo – rame, alluminio, ferro – da cui ricavare qualche dollaro.

A dispetto dell’immagine eco-friendly che vuole dare di sé stessa, sotto accusa finisce anche la Apple. Imbeccata dalla denuncia di un gruppo di blogger infatti, un’avvocatessa americana ha organizzato una class action contro la compagnia del defunto Steve Jobs, rea di aver immesso sul mercato milioni di iPod che nel giro di otto-dodici mesi cominciavano ad accusare problemi alle batterie, che però non potevano essere sostituite. L’unica soluzione? Cinquecento dollari e un nuovo iPod. Dai documenti ottenuti nel corso del processo, è emerso che la Apple aveva realizzato appositamente le batterie al litio affinché terminassero il loro ciclo in quel lasso di tempo, motivo per cui è stata condannata, oltre che a risarcire gli acquirenti frodati, a estendere la garanzia a due anni. Per alleggerire un po’ la tensione, vengono inserite anche alcune scene della famosa opera di Arthur Miller Morte di un commesso viaggiatore, in cui il protagonista si lamenta che appena finisce di pagare l’ultima rata del frigorifero, dell’automobile o del televisore, questo puntualmente si rompe.

Nell’America degli anni trenta, ci fu addirittura chi propose di rendere obbligatoria l’obsolescenza pianificata: l’imprenditore Bernard London pubblicò un saggio intitolato “Uscire dalla depressione attraverso l’obsolescenza pianificata”, in cui sosteneva che l’unica via per rivitalizzare l’economia piegata dal crollo del 1929 era incentivare i consumi. Quale modo migliore della sostituzione obbligata dei beni per raggiungere questo obiettivo?

A ben vedere oggi il funzionamento del mercato non differisce molto da un ipotetico scenario regolato da una legge sull’obsolescenza. Lo strumento culturale è certamente una delle armi più potenti di cui i profeti del consumo sono in possesso per indurci all’acquisto frenetico e soprattutto frequente di beni superflui.

È però quasi scioccante esaminare le prove oggettive che il documentario di Cosima Dannoritzer ci fornisce con grande puntualità e che testimoniano in maniera incontestabile come le tecnologie e i processi produttivi e i materiali in essi utilizzati siano scientificamente studiati per conferire al prodotto finale una vita di durata prestabilita, in modo da indurre l’utente, volente o nolente, a effettuare un nuovo acquisto.

Uno spiraglio però, come prova il caso di Marcos e della sua stampante, resta aperto, l’obsolescenza pianificata si può combattere. Per prima è necessario agire sul piano culturale: contrapporre al modello consumista una nuova concezione, che poi tanto nuova non è, basata sulla sobrietà, sul recupero e sul riutilizzo presenti in natura – non esistono scarti, ma solo risorse da rinnovare –, sulla consapevolezza di trovarci su un pianeta finito che non può sostenere un sistema di sviluppo indefinito.

In questo ci vengono in aiuto le parole di Serge Latouche, intervistato nel corso del documentario: “È una vera rivoluzione culturale – afferma il decrescitista francese – perché si tratta di un cambio di paradigma e di mentalità. Questa rivoluzione si chiama decrescita. È uno slogan provocatore che agisce in rottura con il discorso euforico della crescita possibile, infinita e sostenibile. Cerca di dimostrare la necessità di un cambio di logica”.

Non solo un cambio di mentalità però. Reagire a questa imposizione anche dal punto di vista materiale, tecnico, pratico è possibile. La prima cosa da fare è non dare per scontato quello che ci viene detto: se il rivenditore di turno suggerisce di cambiare la macchina piuttosto che sostituire il pezzo, informiamoci se per caso esistono strade alternative, vediamo se qualcuno ha condiviso lo stesso problema e magari una soluzione a esso. Non buttiamo quello che sembra superato e obsoleto, ci sarà sempre qualcuno a cui potrà essere utile.

Il riutilizzo, lo scambio dell’usato, il riciclo, persino la reinvenzione e lo studio, con un po’ di fantasia, di nuovi utilizzi per gli oggetti. Il tutto senza scartare la possibilità di prendere una posizione politica, persino giuridica, forti del bell’esempio della causa collettiva contro Apple e di molti altri casi simili, dei quali si parla troppo poco.

(Fonte ilcambiamento)

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In nome del consumismo

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Abbiamo iniziato a capire in molti, nelle società industriali, che il consumismo porta spesso all’insoddisfazione. Perché anche nel momento in cui compro (per assurdo) un’auto all’anno, un televisore nuovo ogni due mesi, un telefonino ogni settimana o scarpe e vestiti ogni giorno, primo non potrò mai utilizzarli tutti appieno, secondo avrò sempre (o sarò portato ad avere, dalla pubblicità piuttosto che dalla patriottica e perenne necessità di rilanciare l’economia) la sensazione che tutto ciò che ho non sia abbastanza.

È vero, per molti l’abbastanza non è mai abbastanza, ma penso che fisicamente non sia solo il nostro pianeta a risentire degli attuali ritmi di produzione e di consumo. È lo stesso essere umano (parlo del mondo Occidentale, ovviamente) a non reggerli. Il piacere del consumo, come lo chiamano alcuni, svanisce quando si è indotti a desiderare qualcosa che, in “dosi” eccessive, non può che portarci all’eccesso e all’insoddisfazione.

Pensiamo al piacere che possiamo provare mangiando (o consumando?) un bel piatto di tortellini, o di qualunque altra cosa siamo ghiotti. Immaginiamo ora di subire una martellante campagna pubblicitaria che ci porti a desiderare (e a consumare) dieci pasti al giorno con dieci tipi di tortellini diversi. Ne saremmo letteralmente stomacati. Quindi perché non dovrebbe essere lo stesso con tutti gli altri “beni di consumo”?

Siamo già in un’economia che sta in piedi perlopiù grazie a sprechi e “rilanci dei consumi” che possano portare ad altri sprechi; siamo già portati a consumare per potere continuare a produrre, ma è a mio avviso assurdo continuare ad accettare così passivamente tutte queste morbide imposizioni senza renderci conto che sono l’origine di tutti i nostri problemi (finanziari, economici, esistenziali, sociali, emotivi, ambientali). Magari per poi stupirsi o scandalizzarsi quando si sente parlare dei danni provocati dall’inquinamento o dai cambiamenti climatici.

Anche l’ansia di non sentirsi accettati, o di non sentirsi all’altezza, di essere ritenuti “fuori moda” è una piaga da estirpare dalla nostra società, a maggior ragione se si pensa all’effetto devastante che riesce ad avere su molti soggetti, soprattutto di giovane età.

Certo per gli esperti del marketing tradizionale quest’ansia invincibile e sempre rinnovata è fonte inesauribile di profitti, ma il conto che ci si sta presentando inizia ad essere eccessivamente salato. Il piacere del consumo non può generare nessun tipo di felicità o di soddisfazione, perché a volte esso svanisce anche solo nel momento in cui si ottiene l’oggetto desiderato, a maggior ragione se non si è atteso abbastanza prima di possederlo (grazie alla cultura del “tutto e subito”), o quando se ne dispone anche più del necessario (pseudo-benessere da società dei consumi). Ma ancora più spesso perché la sensazione di avere, diciamo, soddisfatto un desiderio, è una pura illusione. O meglio, viene sempre fatta percepire come tale.

Zygmunt Bauman, nel suo celebre libro “Vita liquida” (2005, “Liquid Life”, Polity Press, Cambridge) afferma: “Affinché la società dei consumi non si trovi mai a corto di consumatori, l’ansia [di non essere accettati, appagati ecc], in contrasto stridente con le promesse esplicite e sbandierate del mercato, deve essere sostenuta costantemente, ravvivata regolarmente, montata o comunque stimolata. I mercati dei consumi si alimentano dell’ansia che essi stessi evocano, e che fanno il possibile per accrescere nei consumatori potenziali. Come già segnalato, il consumismo, in contrasto con la promessa dichiarata (e ampiamente accreditata) degli spot, non riguarda il soddisfacimento dei desideri, ma l’evocazione di un numero sempre maggiore di desideri: di preferenza proprio quei generi di desideri che, in linea di principio, non possono essere esauditi. Per il consumatore un desiderio esaudito non sarebbe più piacevole o eccitante di un fiore appassito o di una bottiglia di plastica vuota, e per il mercato dei consumi esso sarebbe anche il presagio di un imminente catastrofe”.

Questo è il sistema in cui politici, economisti e cervelloni vari ci vogliono continuare a far vivere. Il migliore possibile, secondo loro.

(Fonte @AndreaBertaglio – GreenMe)

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La vita liquida

consumismo

Vita liquida“, “Società liquida”, “Modernita’ Liquida” sono espressioni create, di recente, dal sociologo Zygmunt Bauman, per descrivere le caratteristiche del mondo in cui viviamo.

La “vita liquida” è una vita nella quale sembra non ci siano punti fermi; tutto cambia molto velocemente, troppo velocemente. Stiamo ancora imparando come affrontare una situazione, ma, nel frattempo, la realtà è cambiata, la situazione è diversa, e i nostri strumenti diventano subito inadeguati o, come si dice oggi, “obsoleti”.

Tutto si mescola, che noi vogliamo o no, e si presenta diverso da come era in passato. Il “melting pot”, cioè la pentola dove le cose si mescolano insieme, era l’espressione creata, negli Stai Uniti, qualche anno fa, per descrivere la mescolanza delle razze, delle culture, delle tradizioni, degli stili che confluivano a comporre la società americana.

Questo modo di essere, che adesso chiamano “fusion”, si sta estendendo pian piano a tutto il mondo.
Cinquant’anni fa, vedere un negro per le strade d’Italia, era abbastanza un avvenimento, oggi questo fatto non desta stupore in nessuno, e percorriamo le vie delle nostre città assieme a negri, arabi, sudamericani, russi, rumeni, cinesi, giapponesi, e tanti altri che, pian piano, hanno costituito un nuovo tessuto sociale.
In certe vie, i negozi aperti dagli immigrati hanno cambiato l’atmosfera, le merci esposte provengono da paesi lontani, si sentono nell’aria i profumi di cibi diversi dai nostri, e capita, certe volte, di percorrere anche lunghi tratti di strada in città, e non sentire mai parlare in italiano.

Situazione 1 : progresso della tecnologia

Il progresso della tecnologia non è mai stato così veloce come oggi. Nel campo dell’informatica, poi, possiamo essere sicuri che quello che compriamo oggi (hardware o software) diventerà presto vecchio, se non è vecchio già nel momento dell’acquisto. Per quel che riguarda i computers, è attuale e moderno quello che viene inventato oggi in California o in Giappone. L’ultima novità, che abbiamo appena comperato in Italia, è già vecchia di almeno sei mesi, che sono più o meno il tempo necessario per la produzione e la distribuzione.

Situazione 2 : contraddizioni sociali e globalizzazione

Grosse contraddizioni vengono assorbite senza farci troppo caso: le persone che vivono a livello europeo, nordamericano, giapponese, con tutti gli agi, le comodità e le modernità, rappresentano circa l’otto per cento della popolazione mondiale, ma detengono più del settanta per cento delle risorse economiche e produttive del mondo.
E’ stato calcolato che, se tutti vivessero allo standard americano o europeo, ci vorrebbero tre pianeti come la Terra per produrre le risorse necessarie.

Per gli americani, europei e giapponesi, che se lo possono permettere, il mondo di oggi offre possibilità di godimento sconosciute o impossibili fino a cinquant’anni fa.
Possiamo passare da un aereo all’altro, girare tutto il mondo e assaporarne il meglio. Possiamo violare il tempo e inseguire l’estate, volando ai Tropici in dicembre. Guidiamo macchine sempre più potenti e veloci, in strade con limiti di velocità sempre più bassi.

La globalizzazione porta sulla nostra tavola cibi che provengono da continenti diversi. Ascoltiamo la musica di un paese lontano, leggiamo storie scritte da chi vive a decine di migliaia di chilometri da noi. Internet ha aperto, nel bene e nel male, la nostra porta di casa a tutto il mondo.

I custodi dei cancelli

Chi guadagna in questo mondo non è soltanto chi produce o vende servizi o prodotti. Chi oggi vive nella sicurezza spesso si annoia, e ha fame di esperienze emozionali, di assumere identità provvisorie, o altre identità. E così entrano in campo i “gate keepers” (“custodi del cancello”), cioè quelli che consentono di vivere queste esperienze e provare queste identità. Fanno parte di questo nuovo lavoro, i provider, che ti permettono di accedere a Internet, le televisioni satellitari o via cavo, i gestori delle reti telefoniche, chiunque faccia godere di qualche forma di intrattenimento, dal teatro al cinema, alle agenzie di viaggio che ti mandano in paesi lontani, dove potrai essere un altro, se vuoi…

Identità individuale e sociale

Chi vive nelle società industrializzate può comporre la sua identità mescolando stili diversi, come abbigliamento, cultura, cibo, musica, tecnologia, modi di vivere, importati da tutto il pianeta.

Il gioco andrà avanti, finché alla nostra ricchezza corrisponderà la povertà del terzo mondo, di coloro ai quali non è stato concesso scegliere uno stile di vita, cui il destino è stato assegnato, ai quali la società ha imposto il rango di “scarti di produzione”, nel sistema economico mondiale del “libero scambio”.

Il modello del consumismo

Perché il modello che viene offerto e presentato è solo e sempre quello del consumismo, mentre gli slogan pubblicitari ribadiscono che la nostra identità è legata ai beni che possediamo. Casa, automobile, vestiti, secondo questo modo di pensare, rivelano chi noi siamo veramente. Se l’abito è griffato, posso sentirmi più sicuro di me stesso. Se invece tutti ci tenessimo quello che abbiamo, finché non si consuma davvero, il sistema economico mondiale andrebbe in collasso. Continue Reading

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Julio Garcìa Camarero: Consumo e consumismo

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“Nella casa del saggio la ricchezza è schiava, in quella dello stolto padrona”
Lucio Anneo Seneca

Il neoliberalismo globale ed il marketing ci dicono che il consumismo e la crescita economica sono le uniche fonti di soddisfazione e felicità, insieme al possesso dei beni materiali. Tale condizione si può ottenere, nel migliore dei casi, solo trasformandosi in consumisti eternamente insoddisfatti ed infelici condannati ad un lavoro totalizzante ed alienante, di cui si percepisce solo una millesima parte della ricchezza prodotta e la neppur minima sensazione di creatività, una delle nove necessità basiche dell’uomo e della donna. C’è una netta differenza tra consumismo e consumo, quest’ultimo sano e necessario.

Riduzione della biodiversità, esaurimento delle risorse, inquinamento, cambiamento climatico, sono tutti mali che hanno come colpevole lo sperpero umano. O, detto in un altro modo, il consumismo di pseudo-necessità. Seneca diceva: “A casa del saggio la ricchezza è schiava, in quella dello stolto è padrona” e, a sua volta, Antonio Machado rispondeva: “Solo gli stolti confondono prezzo e valore”. La prima citazione è una verità inconfutabile: bisogna dare più valore all’essere che all’avere. La seconda citazione richiama, da un lato, il saggio stoicismo di Seneca e, dall’altro lato, ci proietta nel mercificato mondo moderno che mette un prezzo a qualsiasi cosa.

Potremmo conciliare modernità e stoicismo affermando che “solo gli stolti confondono consumo e consumismo”. È una stoltezza confondere il consumo sano con il micidiale consumismo. È una stoltezza condannare il consumo come se si trattasse di consumismo.

Il consumo, infatti, non solo è necessario, ma indispensabile per sopravvivere. Non dobbiamo tornare al neolitico e, anche se ci tornassimo, dovremmo per forza consumare. Le popolazioni indigene della selva amazzonica mangiano iguane e vivono molto meglio, soprattutto più felicemente, di quelle persone del primo mondo che trascinano il loro corpo obeso pieno di insoddisfazione consumista dentro un supermercato ricolmo di cibo-spazzatura, dove cercano di dimenticare il mutuo da pagare e l’alienazione di un lavoro sfiancante.

Senza consumo non c’è vita: le piante, gli animali, gli uomini consumano alimenti, acqua, aria ed energia. Consumare è necessario per sopravvivere. Ma l’obiettivo dell’essere umano non è soltanto sopravvivere, è vivere bene e per raggiungere quest’obiettivo non è necessario consumare tanto, come questo neoliberalismo galoppante prossimo alla crisi terminale ci fa credere.

È un errore confondere la quantità e la qualità. Bisogna consumare qualità. La qualità deriva principalmente dalla misuratezza, la diversità e la spiritualità. Bisogna consumare libertà, liberazione dal lavoro alienante, liberazione dai complessi di inferiorità, liberazione dalla trappola del consumismo, etc. etc. Bisogna nutrirsi, innanzitutto, di beni relazionali: condivisione di emozioni, contatto reale tra le persone, amore, spiritualità, solidarietà, convivialità, empatia… Sono beni di cui è estremamente importante il consumo e, ancora di più, riservare il tempo per consumarli.

È estremamente importante non confondere il consumo di beni spirituali con il consumo di beni esclusivamente crematistici. Questa confusione sta portando l’umanità al proprio suicidio, all’odio diffuso ed alla criminalità. Anche il consumo di beni materiali, come il cibo, è indispensabile, nella misura in cui ci si nutre in giusta quantità di alimenti di qualità, piuttosto che abbuffarsi di cibo-spazzatura. Bisogna vestirsi e utilizzare quegli oggetti sufficienti ed utili per vivere bene.

D’altro canto, è assolutamente necessario condannare l’ obsolescenza programmata e la moda. Se non si incitasse alla droga della moda e non ci fosse obsolescenza programmata, direttamente connessa al valore aggiunto (pretesto e falsa giustificazione della conservazione di posti di lavoro), non esisterebbe consumismo e, se non esistesse il consumismo, non bisognerebbe sottomettersi a lavori alienanti e mal retribuiti e, se non si fosse costretti a lavorare a queste condizioni, ogni uomo potrebbe disporre di un’infinità di ore libere per consumare molti beni relazionali.

Oltre a questo, bisogna consumare beni materiali sofisticati. Non bisogna guardare con sospetto ai progressi della conoscenza, tramandata da millenni. Bisogna saper apprezzare e utilizzare nel modo giusto questa accumulazione di saperi. Bisogna saper dare la giusta importanza allo sviluppo dell’Idea. Non si possono condannare le parole ‘sviluppo’ e ‘progresso’ semplicemente perché il loro significato è stato distorto e maltrattato, soprattutto negli ultimi trent’anni di neoliberalismo.

Il capitalismo ha preso a pugni e cazzotti queste due parole, ha deformato il loro significato a furia di bugie, inganni e ipocrisia al solo fine di non spegnere il fuoco sacro del valore aggiunto. Così opera il fanatismo religioso del capitalismo, un culto esteso in ogni centimetro quadrato della superficie terrestre.

Probabilmente il primo obiettivo della decrescita deve essere la riconquista del vero significato di molte parole che sono state sfigurate dal sistema nazi-capitalistico in cui viviamo. Il loro significato è stato rovesciato, maltrattato e rinchiuso nel campo di concentrazione del pensiero unico. Ecco alcuni esempi che chiariscono quanto detto: si è arrivati a far coincidere il progresso dell’umanità con la crescita crematistica del valore aggiunto; lo sviluppo e la felicità umana con l’accumulazione di capitale da parte di una oligarchia estremamente ristretta; lo sviluppo di una nazione con la crescita economica dei suoi viceré o mafiosi, a costo di un aumento dello sfruttamento, della fame e della corruzione.

Il consumo finalizzato al raggiungimento di una buona qualità di vita è diventato sinonimo del consumismo nocivo a chi consuma, ma molto utile a chi produce pseudo-necessità, utile ad aumentare il valore aggiunto. Potremmo continuare a lungo con questi esempi; la prima missione della decrescita non è, allora, respingere questi concetti, ma riscattarli, riaffermare il loro vero significato.

Per questo, non dobbiamo essere schizzinosi e rifiutarci di consumare beni materiali sofisticati. Partiamo dal mocio, un esempio banale di produzione dell’ingegno umano che ha portato alla liberazione di molti uomini e, probabilmente, molte più donne. Utilizzare il mocio sicuramente non incide in modo negativo sulla capacità di carico della biosfera. L’invenzione degli elettrodomestici ha ridotto il carico di lavoro di uomini e donne, ma queste ore libere guadagnate non devono essere trasformate in lavoro indesiderato, finalizzato alla sola accumulazione di denaro e che induce a una precarizzazione del lavoro stesso.

C’è anche da dire che, al contrario, non bisogna considerare un’evoluzione la possibilità data alle donne di diventare parte del corpo militare, anzi, bisogna considerarla una terribile involuzione.

La donna deve conquistare la libertà di una relazione di tipo orizzontale con l’uomo, né l’uomo né la donna devono considerarsi superiori. Godere degli stessi diritti non significa, tuttavia, che uomo e donna debbano essere identici. Bisogna difendere la diversità dei sessi che, al contrario, si sta assottigliando senza che ce ne rendiamo conto, sotto la legge del “pensiero unico”.

L’atto simbolico di indossare i pantaloni da parte della donna o di sbiancarsi la pelle da parte di una persona di colore non porta a una maggiore emancipazione delle donne o dei neri, ma è al contrario la manifestazione di un complesso d’inferiorità, la rinuncia all’orgoglio di essere donna o nero. Qualcuno potrebbe tacciare di machismo le mie affermazioni in questo paragrafo, ma il vero machismo è credere che la donna debba assomigliare in tutto all’uomo, degradando la sua natura e la sua condizione.

Dov’è il limite tra il consumo e consumismo? Sta nella misura, parola che non è sinonimo di moderazione. La misuratezza rientra nel campo semantico della qualità, mentre la moderazione in quello della quantità. Eccedere o contenere i consumi può portarci rispettivamente ad una cattiva o buona vita. Prendiamo il caso della candeggina: una goccia di questo liquido diluita nell’acqua può salvare la vita di una persona, ma un leggero aumento della sua dose può portare alla morte. Come riconoscere la misura adeguata delle cose? Non è facile, ma ci sono vari strumenti – come l’impronta ecologica – che ci possono aiutare a capire dove finisce il consumo e inizia il consumismo.

È bizzarro come anche la sinistra scommetta sulla crescita, al giorno d’oggi. Come si può convincere la sinistra dell’importanza della decrescita, invece? Gorz ci suggerisce che “tutti quelli che, a sinistra, rifiutano di affrontare la questione dell’equità senza crescita dimostrano che il socialismo, per loro, è soltanto la continuazione delle relazioni capitaliste perpetrate attraverso mezzi diversi”.

Questa interpretazione sviluppista-produttivista è, tuttavia, un’errata interpretazione del marxismo, dato che Karl Marx realizzò un libretto, pubblicato nel 1821, dove affermava che “una nazione è davvero ricca se, invece di dodici, lavora sei ore”. E Carlos Taibo, esperto della società sovietica, terminava la sua “Storia dell’Unione Sovietica” sostenendo che “Marx, negli ultimi anni, aveva manifestato la propria adesione alle società impegnate nella soddisfazione delle necessità umane e poco interessate alla produzione finalizzata al conseguimento di profitti illimitati”.

(Fonte ilcambiamento – Julio Garcìa Camarero Traduzione in italiano di Valentina Vivona)

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