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Il continente di plastica e l’economia circolare



“Charles Moore, lo scopritore del continente di plastica nell’Oceano Pacifico è un uomo che ama raccontare quello che i suoi occhi hanno visto lì dove nessuno si era mai spinto ad andare, in quell’angolo del globo, laggiù; prima svolta a destra e poi a sinistra, lì in fondo. Capitan Moore, pioniere nella ricerca degli effetti della contaminazione delle microplastiche nel mare, ha creato a Long Beach in California nel 1999 l’ “Algalita Marine Research and Education“, dove con un team di esperti porta avanti le sue ricerche.

Ho incontrato Charles Moore a Parma durante il tour di conferenze dello “Zero Waste Dream Team” organizzato da Zero Waste Italy, il Centro di Ricerca Rifiuti Zero del Comune di Capannori e l’associazione ‘Ambiente e Futuro’.

Capitan Moore, che mi aveva già impressionata nel suo racconto nel film documentario “Trashed”, sin dal primo momento in cui l’ho incontrato mi ha trasmesso uno stato d’animo che conosco molto bene, tipico degli ambientalisti; quella frizzante voglia di informare, di far sapere a tutti ciò che si è visto. L’ho ascoltato un giorno intero con molta attenzione durante la conferenza tenuta a Parma agli studenti, alla presentazione del suo libro “L’oceano di plastica” e la sera durante il convegno.

Ho scambiato anche qualche parola con lui a pranzo e negli spostamenti in auto; così ho appreso che Charlie, come lo chiamano affettuosamente gli altri componenti dello Zero Waste Dream Team, era già stato in Italia, proprio a pochi passi da casa mia, nel 2006 invitato da Antonio Zichichi, al Centro Scientifico Ettore Majorana di Erice. Non ne sapevo nulla.

Moore ha raccontato, con immagini raccapriccianti, della sua spedizione nella pattumiera del pianeta.

Ieri ascoltandolo, ho immaginato per un istante come potevano essere i grandi navigatori del passato al ritorno dalle loro spedizioni, con gli occhi carichi di luce, a testimoniare di terre e mari lontani. Capitan Moore non ci ha illustrato immagini di pietre preziose e tesori trovati in nuove terre, ma plastiche, frammenti dei nostri stili di vita, cadaveri galleggianti del nostro consumismo in un mare diventato di plastica. Moore ha parlato agli studenti con una collana al collo fatta di resti di rifiuti presi dal continente di plastica, quali tappi di penne biro e di bottiglie, palline colorate, resti di oggetti rosicchiati da pesci e plasmati dal mare.

La plastica non si dissolve, resta nell’acqua, si rompe, si spezza, ma non è biodegradabile, ci ha sottolineato Moore. Gli organismi si nutrono di questi pezzettini di plastica e analizzandoli si possono trovare questi frammenti nel loro corpo. Tutti gli organismi che consumano queste particelle di veleno plastico traggono da questo nutrimento, che Moore definisce ingannevole, sostanze tossiche.

Sapevo dei pesci al mercurio della baia di fronte ad Augusta, in Sicilia; pesci con la lisca deformata da sostanze tossiche. Ma sono rimasta sconvolta nel vedere le immagini che Capitan Moore ci ha mostrato; la plastica diventa parte integrante degli esseri viventi.

Il racconto di Moore sulla sua spedizione al largo dell’isola di Midway nell’Oceano Pacifico, mi ha turbata perché è sconvolgente vedere come noi umani così come possiamo dare la vita possiamo anche determinare la morte subdola, possiamo distruggere, alterare l’ambiente e gli organismi viventi con un’inaccettabile indifferenza.

Alla fine del suo intervento Moore ci ha mostrato l’ultima isola di plastica scoperta lo scorso anno, fatta da grandi boe usate per la coltivazione di molluschi provenienti dal Giappone, che dopo lo tsunami si sono staccate dalle coste e sono giunte lì. A questo isolotto si sono ancorati oggi altri detriti rigorosamente in plastica. Un vero disastro per l’habitat marino.

Ma quello che mi ha sconvolto di più è sapere che è impossibile ripulire veramente gli oceani e non è economicamente immaginabile. Moore ha citato il progetto del giovane olandese, che si è inventato una tecnologia per ripulire gli oceani, ma mi è sembrato un po’ scettico.

Una sola speranza. Una sola strada. Zero Waste Strategy. Moore ha infatti affermato con convinzione che l’unica strada da percorrere è quella dell’economia circolare, produrre beni di consumo che siano riutilizzabili e riciclabili.

Come non sentirsi impotenti. Come non pensare alla quantità di rifiuti che recupero ogni estate sulla spiaggia vicino casa. Penso subito al Mar Mediterraneo, alle isole di plastica che potrebbero esserci, da qualche parte, in un mare che sta diventando anche cimitero.  Sono triste. Non resta che svoltarsi le maniche, unirsi per creare un flusso di potenza motrice che spingendo dal basso possa favorire il vero cambio di rotta. Rifiuti Zero, qui e ora”.  Patrizia Lo Sciuto, vicepresidente e coordinatrice di Zero Waste Italy
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