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Carburanti-accisa: In 3 anni +46% su gasolio e +29% su benzina

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“Aumentare l’accisa non può essere la soluzione a tutti i mali del Paese, dalla crisi libica all’IVA. Basta far cassa sui carburanti, abbiamo già dato: in nemmeno tre anni l’accisa è stata rialzata già 5 volte, arrivando ad aumentare di quasi il 46% sul gasolio, del 29% sulla benzina e del 17% sul gpl”.

Così, in una nota, Martino Landi – presidente di Faib-Confesercenti, il più grande sindacato di gestori carburanti d’Italia – commenta l’ipotesi di un nuovo ritocco, ovviamente verso l’alto, dell’accisa sui carburanti.

“Aumenti del genere danneggiano i consumatori, che si vedono costretti a tagliare sui rifornimenti, ma fanno male anche alle attività produttive e ai gestori degli impianti di rifornimento. Negli ultimi anni la vendita di carburanti è crollata del 30% sulla rete stradale ordinaria e del 50% su quella autostradale; ed i gestori, che incassano sempre e comunque solo 4 centesimi a litro, si trovano in una situazione paradossale: guadagnano di meno per il calo di vendite, ma incassano di più per l’aumento dei prezzi. Soldi che devono tutelare – con grandi rischi, come molte volte è purtroppo stato dimostrato dalla cronaca – per poi girarli a Stato e compagnie petrolifere. Non ci stiamo più: in Italia paghiamo già i carburanti più cari d’Europa”.

Tab. 1: gli aumenti dell’accisa, anno per anno

Benzina
Anno Prezzo Iva Accisa Prezzo
Industriale al   Consumo
2013 0,725 0,305 0,728 1,759
2012 0,760 0,310 0,717 1,787
2011 0,698 0,257 0,583 1,538
2010 0,573 0,227 0,564 1,364
Gasolio
2013 0,762 0,290 0,617 1,669
2012 0,804 0,296 0,606 1,706
2011 0,740 0,237 0,442 1,419
2010 0,590 0,203 0,423 1,216
GPL
2013 0,539 0,144 0,147 0,830
2012 0,533 0,143 0,147 0,823
2011 0,510 0,127 0,125 0,763
2010 0,426 0,110 0,125 0,661

Aumento del 29% per la benzina, per il gasolio 46% e il 17% per il gpl

Tab. 2: Riepilogo degli interventi sull’accisa dal 2011 e prezzi dei principali carburanti

•            da 0,0071 a 0,0055 euro per il finanziamento alla cultura nel 2011;
•            0,04 euro per far fronte all’arrivo di immigrati dopo la crisi libica del 2011;
•            0,0089 euro per far fronte all’alluvione che ha colpito la Liguria e la Toscana nel novembre 2011;
•            0,082 euro per il decreto “Salva Italia” nel dicembre 2011;
•            0,02 euro per far fronte ai terremoti dell’Emilia del 2012.
Si ricorda anche l’aumento dell’IVA dal 20 al 21% che viene calcolata anche sull’accisa.

Fonte: Elaborazioni Faib-Confesercenti


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Vogliamo la benzina ad 1 euro al litro per un anno

Benzina a 1 euro al Litro

Il caro carburanti assorbe il 12,7% del reddito annuo dei cittadini. Adoc e il Movimento Difesa del Cittadino chiedono chiarimenti sui continui rialzi dei prezzi nel settore dei carburanti, e lanciano una provocazione: benzina ad 1 euro al litro per un anno.

Sta diventando insostenibile la situazione sulle strade italiane, i prezzi della benzina stanno raggiungendo la soglia dei 2 euro in controtendenza rispetto al mercato internazionale interessato da un vistoso calo dei prezzi. Pochi gli italiani andati in vacanza e quelli che con grossi sacrifici ci sono riusciti trovano una bella sorpresa al rientro. È una speculazione inaccettabile delle compagnie petrolifere sulle tasche degli italiani. Nell’ultimo anno causa le vicende sulla scena nazionale e internazionale i prezzi hanno subito rialzi a dismisura, adesso è necessario intervenire.

Il costo dei carburanti è una spesa enorme da sostenere per le famiglie ma spesso inevitabile a causa della pessima mobilità del Paese, soprattutto nelle grandi città. L’Italia, denuncia Adoc, è il terzo Paese europeo dove la benzina costa di più, solo Norvegia e Olanda hanno prezzi alla pompa più alti. Ma godono di redditi medi maggiori, con la conseguenza che l’impatto dei rifornimenti è molto minore. Ad esempio per un cittadino tedesco la spesa per i carburanti assorbe solo il 6,5% del reddito annuale, in Francia l’impatto è al 7,7%, in Spagna dell’8%. Il caro benzina è intollerabile e insopportabile, in Italia si spende in media il 12,3% in più che nel resto d’Europa, addirittura il 25% in più che nella vicina Svizzera. Negli ultimi cinque anni il prezzo della verde è cresciuto mediamente del 10% l’anno, causando seri e irreparabili danni economici sia ai consumatori che alle imprese. Una situazione insostenibile che spinge a lanciare questa provocazione: benzina ad 1 euro al litro per un anno. Forse in questo modo si ridarebbe fiato alle famiglie e si darebbe il via al rilancio dei consumi.

Il Movimento Difesa del Cittadino (MDC) chiede risposte: “Il Governo dovrebbe elaborare un vero e proprio piano per bloccare gli aumenti e le speculazioni. Le tutele introdotte dal “Decreto del Fare” appena qualche mese fa rischiano di rivelarsi uno specchietto per le allodole in assenza di un’etica delle compagnie con i cartelloni dei prezzi spenti sulle autostrade. Di questo passo non solo non esisteranno per i consumatori prezzi competitivi da poter confrontare ma si rischia l’abbandono definitivo delle automobili e la paralisi economica del Paese”.

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Contro le trivelle, per un mare blu

Mappa Legambiente

Mappa Legambiente

Da troppo tempo sappiamo quanto sia urgente modificare le politiche e i comportamenti che hanno causato impatti profondi, e talvolta irreversibili, sulle risorse ambientali. Lo stato delle risorse del mare e in particolare del Mediterraneo, ci impone interventi trasversali, che devono andare oltre le “politiche dell’ambiente”, troppo spesso una foglia di fico che copre vergogne non più tollerabili.

La complessità degli interventi necessari è innegabile, almeno quanto il peso dei “poteri” che stanno ritardando scelte sempre più urgenti. La “questione ambientale” non può più essere affrontata separandola dal complesso delle politiche economiche, sociali e sanitarie. Se ci sono soggetti che non considerano rilevanti la salute dei cittadini e la tutela dell’ambiente (non ci illudiamo), potranno risultare più convincenti le evidenze degli impatti economici, sanitari e sociali che stiamo registrando dopo decenni di politiche suicide: il caso dell’ILVA di Taranto è un esempio tra i molti possibili nel Paese.

Per tornare al mare, il “boom” delle trivellazioni offshore promosso dal “Governo Tecnico” è la spia di un rapporto malato: si consegnano nelle mani di pochi soggetti le risorse naturali, invece di affrontare temi che sono assolutamente trasversali. Stiamo parlando dell’emergenza climatica, della nostra (in)dipendenza energetica (le migliori stime ci dicono che tutto il petrolio offshore del mare non basterebbe a soddisfare il nostro fabbisogno nemmeno per due mesi). A questo dobbiamo aggiungere gli impatti socio-sanitari e le minacce alle risorse naturali (comprese quelle del mare) con le loro implicazioni socio-economiche, a cominciare da settori importanti quali la pesca e il turismo. La cosa più grottesca è che tutto ciò è spacciato come un progetto “riformista”: mentre è solo il banale proposito di grattare il fondo del barile (per estrarre le ultime, poche, gocce di petrolio) mettendo tra le mani dei soliti noti il destino del nostro mare.

Per intenderci, sappiamo tutti che dietro le “compagnie di ventura” che presentano le richieste di esplorazione ci sono ovviamente le grandi compagnie petrolifere: ad esempio, il rapporto tra Northern Petroleum, che adesso vuole una concessione di oltre 1.300 kmq nello Stretto di Sicilia, e la Shell è noto. Non è certo la prima volta che a fronte di valutazioni economiche e “sviluppiste” (o presunte tali) la politica considera con fastidio la tutela delle comunità locali, della loro cultura, dei loro interessi e delle risorse naturali. È un atteggiamento che ha fatto si che le politiche ambientali non siano mai davvero entrate a far parte del “sistema”, mantenendo invece un ruolo relativo, di nicchia. Oppure, se si preferisce, di “foglia di fico” che copre luride vergogne. In mare, un territorio dove monitoraggio, controllo e presenza della società civile, sono ancora più complicati questo atteggiamento è ancora più marcato. Un ovvio esempio delle contraddizioni delle politiche sul mare è quello che affianca alla creazione di Aree Marie Protette (AMP) e di altri siti di tutela, come i Siti d’Importanza Comunitaria (SIC), la “promozione” di concessioni per lo sfruttamento di idrocarburi.

Ad esempio, alcune delle aree di ricerca di idrocarburi sono prossime all’AMP delle Isole Egadi, e la recente “megaconcessione” richiesta dalla Northen Petroleum al largo delle coste agrigentine dista pochi chilometri (da 5 a 30) da sei SIC. In particolare, le AMP sono istituite dal Governo centrale, hanno valenza nazionale e esercitano prerogative di tutela dell’ambiente. È assurdo che lo stesso governo che le ha create per fini di tutela le metta poi in pericolo con le trivelle. Esistono tuttavia segnali, anche istituzionali, che dicono chiaramente che questa rotta va cambiata e che la Regione Siciliana, e l’Italia intera, può uscire da questa spirale pericolosa.

Ad esempio, la “Direttiva sulla Strategia Marina” (Dir.2008/56) stabilisce che gli Stati Membri “devono elaborare le proprie strategie, in collaborazione con gli Stati membri e gli Stati terzi, per il raggiungimento di un buono stato ecologico nelle acque marine di cui sono responsabili” e che per far ciò, “devono anzitutto valutare lo stato ecologico delle loro acque e l’impatto delle attività umane. Tale valutazione deve includere:

– un’analisi delle caratteristiche essenziali di tali acque (caratteristiche fisiche e chimiche, tipi di habitat, popolazioni animali e vegetali, ecc.);

– un’analisi degli impatti e delle pressioni principali, dovuti in particolare alle attività umane che incidono sulle caratteristiche di tali acque (contaminazione causata da prodotti tossici, eutrofizzazione, soffocamento o ostruzione degli habitat dovuti a costruzioni, introduzione di specie non indigene, danni fisici causati dalle ancore delle imbarcazioni, ecc.);

– un’analisi socioeconomica dell’utilizzo di queste acque e dei costi del degrado dell’ambiente marino”.

La “Direttiva sulla Strategia Marina” è oggi nella sua fase iniziale di applicazione e la Regione Siciliana è capofila per l’applicazione della strategia nella sub-area dello Stretto di Sicilia/Mar Ionio. Com’è evidente, la Strategia Marina prevede un’integrazione tra politiche produttive e ambiente, e non la scontata prevaricazione delle prime a danno degli interessi collettivi. Ancora, lo scorso 12 marzo 2013 la Commissione Europea ha presentato una Proposta per una Direttiva che istituisce un quadro per la pianificazione dello spazio marittimo e la gestione integrata delle zone costiere. In tale documento la Commissione Europea afferma che “la proposta è volta principalmente a promuovere la crescita sostenibile delle attività marittime e costiere e l’uso sostenibile delle risorse costiere e marine tramite la creazione di un quadro che consenta di attuare efficacemente la pianificazione dello spazio marittimo nelle acque dell’UE e la gestione integrata delle coste nelle zone costiere degli Stati membri. L’uso crescente e non coordinato di zone costiere e marittime porta alla concorrenza per lo spazio marittimo e costiero e a uno sfruttamento inefficiente e non sostenibile delle risorse marine e costiere.

”È ovvio che per usare i termini della Commissione Europea, le trivellazioni offshore sono in “concorrenza” con attività quali il turismo e la pesca: bisogna decidere cosa vogliamo e cosa rifiutiamo. In altre parole, bisogna scegliere. Greenpeace ritiene che per scongiurare la minaccia delle ricerche di idrocarburi offshore nello Stretto di Sicilia e per ridare una speranza al nostro mare, sia necessario partire dalla crisi delle risorse del mare e dalle potenzialità che esse hanno e su questo impostare politiche multisettoriali, che facciano del mare il “petrolio” dello sviluppo dell’economia della più grande isola del Mediterraneo.

Decine di amministratori, politici, personalità, migliaia di cittadini e le principali associazioni della pesca, aderendo all’appello lanciato da Greenpeace la scorsa estate, hanno detto a gran voce che le trivelle non sono compatibili con l’interesse generale dei cittadini (si badi bene: non solo dei cittadini siciliani!). La relazione tra la “questione trivelle” e la “questione energia” è ovvia. Fino a quando quel petrolio avrà un qualche valore (che aumenta con la diminuzione delle riserve) ci sarà sempre qualcuno che cercherà di estrarlo. La soluzione è che del petrolio, a poco a poco, dovremo imparare a fare a meno, sia perché sta finendo sia perché il consumo di combustibili fossili sta alterando il clima con impatti che sono già all’ordine del giorno.

Coldiretti Sicilia ha aderito all’appello contro le trivelle di Greenpeace, ed ha stimato solo per il comparto agricolo in Italia danni per 3 miliardi di euro lo scorso anno, a causa di siccità, alluvioni e simili. L’allarme sull’impatto del cambiamento climatico sulla produttività agricola nell’area del Mediterraneo è stato ormai lanciato. Tra l’altro il cambiamento climatico già colpisce, lontano dall’attenzione del pubblico e dei media, il mar Mediterraneo e molti esperti suggeriscono che possa influire sulla produttività dei nostri mari.

Per fermare le trivelle dobbiamo promuovere un uso efficiente dell’energia e lo sviluppo delle fonti rinnovabili. La Regione Siciliana può immediatamente adottare una normativa a difesa del proprio paesaggio (costiero e non) per difendersi (anche) dalla minaccia delle trivelle in mare. Tutte le Regioni (non solo la Sicilia) possono legittimamente pretendere che il processo di autorizzazione delle trivellazioni in mare si conformi all’esigenza di una “intesa forte”, vincolata in altre parole all’intesa concorrente tra Stato e Regioni.

Leggi il rapporto Un Piano Blu per il mare di Sicilia promosso da Greenpeace.

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