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L’arretratezza tecnologica costa all’Italia 10 milioni al giorno

economia-digitale

Siamo un Paese tecnologicamente arretrato, lo “spread digitale”, cioè la distanza tecnologica tra noi e gli altri Paesi, costa all’Italia 10 milioni di euro al giorno che, moltiplicati per un anno, fanno 3,6 miliardi di euro. Se in Italia si sviluppasse il commercio online, l’uso della moneta elettronica fino a raggiungere i livelli medi europei, e se riuscisse a razionalizzare le banche dati della pubblica amministrazione centrale, questi soldi, si renderebbero disponibili per nuovi investimenti in reti, tecnologie e servizi innovativi. È la stima del Censis contenuta in uno studio. Questo è il valore dello “spread digitale” che, appunto, attualmente ci penalizza nella competizione internazionale, ed è il peso che la nostra economia deve sopportare a causa del non allineamento dell’Italia ai migliori standard europei. Ecco tutti i numeri che raccontano come in Italia l’innovazione tecnologica risulti nettamente indietro rispetto agli altri Paesi avanzati.

È ancora basso il grado di confidenza degli italiani con le nuove tecnologie digitali. Le persone con età compresa tra 16 e 74 anni che utilizzano internet sono il 58% del totale, contro il 90% del Regno Unito, l’84% della Germania e l’82% della Francia (la media europea è del 75%). Di questi, solo il 34% interagisce via web con le amministrazioni pubbliche, contro il 72% della Francia, il 57% della Germania e il 45% del Regno Unito (la media europea è del 54%). Ed è ancora forte il ritardo del nostro Paese sul fronte degli investimenti in reti di nuova generazione. In Italia le famiglie con un componente di età compresa tra 16 e 74 anni con accesso alla banda larga sono solo il 68% del totale, contro l’87% del Regno Unito, l’85% della Germania e il 78% della Francia (la media europea è del 76%). I laureati italiani in discipline scientifiche e tecnologiche con meno di 30 anni sono solo 13,2 ogni mille abitanti della stessa età, contro i 22,1 della Francia, i 19,8 del Regno Unito, i 16,2 della Germania (la media europea è di 17,1). E le start-up innovative, alle quali la normativa riconosce agevolazioni fiscali, faticano a crescere e a dare spinta propulsiva all’innovazione. Delle 2.254 imprese iscritte nell’elenco ufficiale, il 60,9% non ha nemmeno un sito internet. Non stupisce che la bilancia dei pagamenti per servizi informatici dell’Italia sia strutturalmente in deficit, con un saldo negativo che nel 2012 ha raggiunto 1,49 miliardi di euro: le esportazioni valgono 1,88 miliardi e le importazioni ammontano a 3,37 miliardi.

Le imprese attive nel commercio elettronico in Italia sono complessivamente il 5% del totale, contro il 22% della Germania, il 19% del Regno Unito e l’11% della Francia (la media europea è del 14%). Le imprese italiane con almeno 10 addetti che hanno un sito web attraverso il quale ricevere ordinazioni o prenotazioni online sono l’11,7% del totale, con un valore delle vendite realizzate via web pari solo al 2,1% del valore totale delle vendite (si oscilla tra il 2,6% al Nord-Ovest e lo 0,5% nel Mezzogiorno). Il fatturato complessivo delle vendite online delle imprese con almeno 10 addetti, e che realizzano via web almeno l’1% del proprio fatturato, è arrivato a 12,2 miliardi di euro nel 2013, molto meno dei 96 miliardi del Regno Unito, i 50 miliardi della Germania e i 45 miliardi della Francia. Se l’Italia incrementasse le vendite online e i fatturati realizzati via web, raggiungendo il livello di commercio elettronico dei principali competitor europei, potrebbe liberare risorse da investire in reti e servizi innovativi per circa 1,4 miliardi di euro all’anno.

Un altro capitolo riguarda il cronico ritardo del nostro Paese nella diffusione di mezzi evoluti di pagamento. Le transazioni con carte di pagamento (escluse le carte di moneta elettronica) sono solo 28 per carta all’anno, contro le 167 del Regno Unito, le 129 della Francia e le 30 della Germania. In Italia il denaro contante è utilizzato nell’82,7% delle transazioni, contro una media europea del 66,6%. Il maggior costo rispetto alla media europea della gestione del contante confrontato con mezzi elettronici equivalenti è stimabile in circa 450 milioni di euro all’anno.

Il nostro Paese è al penultimo posto in Europa per uso dei servizi online della pubblica amministrazione. Degli oltre 500 milioni di messaggi e-mail dei ministeri, solo il 27% è in uscita: segno di una scarsa interattività con l’esterno. Nel primo quadrimestre del 2014 le caselle di posta elettronica certificata sono cresciute del 172% rispetto allo stesso periodo del 2011, superando la soglia di 15 milioni di caselle attive. Il numero medio di messaggi per casella è però sceso da 22 a 18 all’anno. La firma digitale ha raggiunto a maggio 2014 la quota di 5,3 milioni di certificati attivi, in crescita rispetto all’inizio del 2012 del 62%. Pur registrando una notevole diffusione, la firma elettronica è però uno strumento ancora sconosciuto nella cultura collettiva. La pubblica amministrazione spende (dati al 2012) oltre 3,9 miliardi di euro per beni e servizi Ict, con un trend in contrazione nel tempo (-8% rispetto a 5 anni prima), nonostante la crescita costante del parco tecnologico installato. Ad esempio, le caselle di posta elettronica dei ministeri e degli enti nazionali ammontano a poco meno di 2 milioni, in crescita rispetto all’anno precedente del 14,3%. La quota delle spese dello Stato destinate alla gestione e manutenzione dell’esistente è pari al 57% del totale della spesa Ict, in aumento del 3% rispetto all’anno precedente. La parte assorbita dagli investimenti si riduce progressivamente e riguarda principalmente la manutenzione evolutiva di applicativi esistenti, che pesa per il 41% del totale dei nuovi investimenti. Il 50,6% del valore dei nuovi contratti Ict è affidato con trattativa privata. Nel primo semestre del 2014 l’amministrazione centrale dello Stato ha speso 24,5 milioni di euro in consulenze informatiche, con una forte riduzione (-37%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2013 le spese in consulenza informatica sono state pari a 93,7 milioni di euro, che corrispondono ‒ per avere un ordine di grandezza ‒ al 73,4% della spesa destinata a traslochi e facchinaggi. Le amministrazioni pubbliche centrali hanno attive 1.520 diverse banche dati. Un ragionevole progetto di razionalizzazione potrebbe ridurre il loro numero a meno di 100, con un netto miglioramento della qualità dei servizi e una conseguente disponibilità per nuovi investimenti in innovazione. Una proiezione dei minori costi di gestione per effetto della razionalizzazione delle banche dati stima in circa 160 milioni di euro all’anno le minori spese.


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Combattere il traffico illegale di piante ed animali selvatici

traffico illegale-piante -animali selvatici

Il traffico illegale di piante ed animali selvatici è una delle principali cause di perdita di biodiversità nel mondo: ogni anno, centinaia di milioni di specie animali e vegetali rare vengono prelevate dal loro ambiente e vendute a peso d’oro sui mercati clandestini. La perdita di biodiversità è una “crisi silenziosa” in tutto il mondo, ma gli economisti hanno calcolato che il 3% l’anno del PIL mondiale viene perduto a causa della distruzione di biodiversità. Per la UE questa perdita ammonta a 450 miliardi di Euro all’anno. Stiamo inoltre assistendo alla decimazione e alla probabile estinzione di alcune specie sia in Europa che in paesi fuori dalla UE.

Secondo i dati forniti dal sistema delle dogane, il commercio illegale di animali e piante è valutato in 7,8-10 miliardi di dollari USA l’anno. La UE resta uno dei mercati più importanti per il traffico illegale di specie selvatiche, sia come mercato di destinazione finale che come zona di transito. L’Europa si è infatti confermata un’importante zona di transito per i corni di rinoceronte e per l’avorio dell’elefante. Questo traffico alimenta sempre più altre attività illegali come il traffico di armi e droga, e finanzia i conflitti regionali e le azioni armate, incluse quelle promosse da organizzazioni terroristiche, destabilizzando così numerosi Paesi in Via di Sviluppo. Per la Banca Mondiale, in alcuni paesi, la quota di disboscamento illegale arriva fino al 90% dell’attività complessiva e genera approssimativamente ogni anno dai 10 ai 15 miliardi di dollari statunitensi in proventi criminali. La UE è tra i maggiori consumatori di legname al mondo e ha la responsabilità morale di assicurare che il suo fabbisogno di legname non ne favorisca lo sfruttamento illegale e la distruzione delle foreste e della fauna selvatica e che non metta a repentaglio il benessere delle comunità locali. Ogni volta che acquistiamo un indumento, un souvenir o un prodotto che potrebbe derivare dal commercio illegale, abbiamo una grande responsabilità.

  • MEDICINE: Molti medicinali sia tradizionali che occidentali sono realizzate con specie vegetali o composti estratti da queste.
  • MANUFATTI: nel commercio di oggetti ornamentali si trovano moltissime parti e derivati animali: figurine di avorio, coralli, carapaci di tartaruga, conchiglie, insetti disseccati come farfalle e coleotteri.
  • ABBIGLIAMENTO: pelli, pellicce, lane e peli di varie specie di mammiferi, rettili e anche pesci sono presenti sul mercato internazionale sotto forma di moltissimi prodotti: articoli di vestiario, scarpe, scialli, portafogli, ciondoli, tappeti, trofei.
  • ANIMALI DA COMPAGNIA: negli ultimi decenni il numero di animali selvatici venduti per questo scopo è cresciuto in modo notevole. Vi è un importante e pericoloso commercio che viene alimentato da collezionisti specializzati nelle specie più rare e particolari: anfibi e rettili, coralli e pesci, scorpioni, ragni, scimmie, pappagalli e tucani.
  • ARREDO: il taglio illegale delle foreste e il contrabbando di legname sono fenomeni sempre più gravi alimentati da una richiesta inesauribile per i legnami più pregiati, come il mogano americano.

”Le creature selvatiche che popolano ancora la Terra, dalla tigre alla farfalla monarca, portano meraviglia e bellezza nella nostra vita, sono l’essenza vitale di foreste, prati, fiumi e oceani e dai servizi eco-sistemici che forniscono dipendono le nostre economie e la nostra società. La fauna selvatica ha bisogno della nostra protezione”, ha dichiarato Jim Leape, direttore generale di Wwf Internazionale.

IL WWF è impegnato con un apposito ufficio TRAFFIC per contrastare il commercio illegale e per garantire un consumo sostenibile di queste risorse. Il network TRAFFIC è un programma svolto in collaborazione con WWF e l’Unione Mondiale per la Conservazione (IUCN). Fin dalla sua fondazione nel 1976 il TRAFFIC ha giocato un ruolo fondamentale nel convincere la comunità mondiale del fatto che il commercio indiscriminato di animali e piante selvatiche può minacciare seriamente la sopravvivenza di queste specie in natura. Prelevare le risorse naturali in modo sostenibile è la soluzione per fare in modo che la natura continui a garantirci quei servizi di cui abbiamo bisogno tutti noi per vivere.

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Commercio e turismo: In 10 mesi chiuse 60mila imprese

crisi-fallimenti

La crisi di commercio e turismo continua: nei primi 10 mesi del 2013 si registrano oltre 60mila chiusure, per un saldo negativo di poco superiore alle 22mila unità. Vanno male tutti i settori ma, in particolare, continua il tracollo della moda: dall’inizio dell’anno ad ottobre si sono registrate 9.803 cessazioni di attività nell’abbigliamento, tessile, calzature e accessorie, per un ritmo di quasi 1000 chiusure al mese. Nel settore, un tempo il più florido del commercio italiano, si sono registrate nel 2013 solo 4.473 nuove aperture, per un saldo negativo di 5.330 unità. A soffrire sembrano essere soprattutto le regioni del Sud, dove i due settori registrano i risultati peggiori, in Sicilia e Campania in particolare. C’è un segnale positivo: nel quinto bimestre del 2013 ripartono le nuove aperture. Tra settembre e ottobre del 2013, infatti, hanno avviato un attività nei due settori 7.627 imprese (4.560 nel commercio e 3.067 nell’alloggio e nella somministrazione). Un dato il 66% superiore alle 4.594 nuove iscrizioni totali registrate tra luglio ed agosto, ed il secondo risultato più elevato dell’anno. Aumentano, però, anche le chiusure: nel V bimestre sono state più di 10.294, il 18% in più rispetto al numero di cessazioni registrato nei due mesi precedenti.

“L’emorragia di imprese – commenta Confesercenti – non si ferma, anche se si evidenzia qualche piccolo segnale di speranza. Commercio e turismo sono schiacciati dalla crisi dei consumi interni, che è il segno distintivo di questa recessione italiana e che – insieme a una deregulation degli orari e dei giorni di apertura delle attività commerciali che non ha eguali in Europa, e che favorisce solo le grandi strutture – sta continuando a distruggere il nostro capitale imprenditoriale. La crisi sta portando a un rapido rinnovamento generazionale: il 40% delle nuove imprese di Commercio e Turismo è giovanile. E’ la dimostrazione della voglia di non arrendersi dei nostri ragazzi che, di fronte a un tasso di disoccupazione dei giovani che macina record su record, scelgono la via dell’auto-impiego. Adesso cerchiamo di tenerli sul mercato, in primo luogo evitando batoste fiscali, a livello nazionale o locale: gli imprenditori sono preoccupati per l’arrivo della Tares nella maggior parte dei comuni italiani, potrebbe essere la caporetto dei negozi di vicinato, soprattutto per le attività di somministrazione come Bar e Ristoranti”.

Tab. 1 Flussi di aperture e chiusure per bimestre delle imprese di commercio e turismo, gennaio- ottobre 2013

Periodo Imprese di Commercio al dettaglio, Alloggio e Somministrazione
Aperture Chiusure Saldo
I bimestre 7.097 21.072 -13.975
II bimestre 5.591 10.684 -5.093
III bimestre 13.549 9.685 3.864
IV bimestre 4.594 8.747 -4.153
V bimestre 7.627 10.294 -2.667
GENNAIO-OTTOBRE 38.458 60.482 -22.024

Fonte Osservatorio Confesercenti

Il bilancio del commercio al dettaglio: 39.019 chiusure in 10 mesi, male Food e No Food. In Sicilia il record di chiusure, commercio alimentare in Valle D’Aosta l’unico segno più d’Italia. Il settore del commercio al dettaglio registra, da gennaio ad ottobre 2013, 39.019 chiusure di impresa e 22.768 nuove aperture, per un bilancio negativo in rosso di 16.251 unità. In particolare, le imprese della distribuzione commerciale alimentare registrano 5.670 cessazioni, 3.802 aperture e un saldo negativo di 1.868 imprese. Male anche i negozi non alimentari: per loro, nei primi 10 mesi dell’anno, ci sono state 22.349 cessazioni e 18.966 aperture, lasciando sul campo 16.251 imprese.

Considerando sia il Food sia il No Food, il saldo peggiore si registra in Sicilia (-2.113 imprese), in Campania (-1.968) e nel Lazio (-1.610). L’unico bilancio positivo, fra tutte le regioni, è quello degli alimentari in Valle D’Aosta: dall’inizio dell’anno hanno aperto 11 nuove attività, e ne hanno chiuse solo 7, per un risultato in crescita di 4 unità. Ma anche qui continua l’emorragia del non alimentare (52 chiusure contro 31 aperture) , e il saldo complessivo finale torna in negativo a -17 imprese.

Moda, la crisi non si ferma: caldo, outlet e liberalizzazioni portano a risultati negativi in ogni Regione. In Campania (-756), Lazio (-613) e in Sicilia (-547) i saldi peggiori. Particolarmente grave appare la situazione del commercio al dettaglio di abbigliamento, tessile e calzature. Il settore non beneficia di un recupero di vendite autunnale, a causa del protrarsi del clima caldo: a settembre 2013 le vendite di abbigliamento e pellicceria segnano un calo del 3,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre si assiste al tracollo di quelle di calzature e articoli in cuoio (-6%). La crisi dei consumi e lo spostamento progressivo di quote di mercato verso outlet, catene di pronto moda e shop online completa un quadro di estrema difficoltà: nei primi dieci mesi del 2013 le imprese del commercio di moda registrano saldi di natimortalità negativi sia a livello nazionale (-5.330 unità) sia a livello locale, in tutte le regioni italiane. La Campania appare essere la più colpita: nei primi 10 mesi del 2013 la regione ha registrato 1568 chiusure e 812 aperture, per un saldo negativo di 756 imprese. Seguono, nella classifica dei risultati peggiori, Lazio (saldo a -613) e Sicilia (-547).

Tab. 2 Saldo aperture/chiusure commercio al dettaglio di abbigliamento, tessile e calzature, per regioni (gennaio-ottobre 2013)

Regioni Iscrizioni Cancellate Saldo
PIEMONTE 209 615 -406
VALLE D’AOSTA/VALLÉE D’AOSTE 10 12 -2
LOMBARDIA 486 997 -511
TRENTINO-ALTO ADIGE/SÜDTIROL 40 75 -35
VENETO 343 601 -258
FRIULI-VENEZIA GIULIA 52 119 -67
LIGURIA 121 315 -194
EMILIA-ROMAGNA 330 649 -319
TOSCANA 268 639 -371
UMBRIA 53 125 -72
MARCHE 75 231 -156
LAZIO 430 1.043 -613
ABRUZZO 95 236 -141
MOLISE 32 59 -27
CAMPANIA 812 1.568 -756
PUGLIA 398 858 -460
BASILICATA 66 132 -66
CALABRIA 175 366 -191
SICILIA 370 917 -547
SARDEGNA 108 246 -138
Totale ITALIA 4.473 9.803 -5.330

Fonte Osservatorio Confesercenti

Il bilancio del turismo: 21.463 chiusure in 10 mesi, saldo negativo per 5.773 unità. In Sicilia (-596), Piemonte (-567) e Lazio (-552) i risultati peggiori. Anche per le imprese attive nell’alloggio e e nella somministrazione, tradizionalmente considerate afferenti al turismo, il 2013 è stato finora un anno molto difficile. Da gennaio ad ottobre ci sono state 21.463: un dato che nemmeno le 15.690 nuove aperture sono riuscite a correggere, portando a un saldo finale in perdita di 5.733 attività. Anche in questo caso, la perdita più pesante si registra in Sicilia, dove 1.272 imprese chiuse spingono il bilancio in rosso di 596 unità. Seguono Piemonte (-567) e Lazio (-552).

Tab. 3 Saldo aperture/chiusure Alloggio e Somministrazione, per regioni (gennaio-ottobre 2013)

Regione Iscrizioni Cancellate Saldo
PIEMONTE 1.226 1.793 -567
VALLE D’AOSTA/VALLÉE D’AOSTE 54 70 -16
LOMBARDIA 2.707 3.198 -491
TRENTINO-ALTO ADIGE/SÜDTIROL 300 463 -163
VENETO 1.207 1.655 -448
FRIULI-VENEZIA GIULIA 335 496 -161
LIGURIA 535 774 -239
EMILIA-ROMAGNA 1.350 1.808 -458
TOSCANA 1.125 1.538 -413
UMBRIA 164 279 -115
MARCHE 391 571 -180
LAZIO 1.307 1.859 -552
ABRUZZO 408 636 -228
MOLISE 99 130 -31
CAMPANIA 1.556 1.972 -416
PUGLIA 1.079 1.432 -353
BASILICATA 162 184 -22
CALABRIA 608 730 -122
SICILIA 676 1.272 -596
SARDEGNA 401 603 -202
Totale ITALIA 15.690 21.463 -5.773

Fonte Osservatorio Confesercenti

Focus somministrazione: da gennaio a ottobre chiusi 34 ristoranti e 31 bar al giorno. Emorragia di bar anche in Lombardia. Nemmeno la somministrazione riesce ad invertire la tendenza: complessivamente nei primi 10 mesi del 2013 hanno chiuso i battenti 9.354 bar e 10.250 ristoranti, ad un ritmo – rispettivamente – di 34 e 31 chiusure al giorno. Anche in questo caso è la regione Sicilia che subisce l’andamento peggiore: le chiusure sono state 678 per un saldo negativo di 323 unità per quanto riguarda i ristoranti, mentre tra i bar le cessazioni sono state 514 per un dato finale di -221. In totale, quindi, nell’Isola scompaiono 554 imprese della somministrazione. Nella classifica delle regioni che hanno ottenuto i risultati peggiori, seguono ancora una volta Lazio e Piemonte, che perdono rispettivamente 531 (284 ristoranti e 247 bar) e 520 (263 ristoranti e 257 bar) imprese.

Tab. 4 Saldo aperture/chiusure Imprese ristorazione, per regioni (gennaio-ottobre 2013)

Regione Iscrizioni Cancellate Saldo
PIEMONTE 597 860 -263
VALLE D’AOSTA/VALLÉE D’AOSTE 21 29 -8
LOMBARDIA 1.131 1.368 -237
TRENTINO-ALTO ADIGE/SÜDTIROL 108 157 -49
VENETO 506 677 -171
FRIULI-VENEZIA GIULIA 150 220 -70
LIGURIA 262 355 -93
EMILIA-ROMAGNA 611 812 -201
TOSCANA 545 732 -187
UMBRIA 79 140 -61
MARCHE 200 324 -124
LAZIO 675 959 -284
ABRUZZO 211 344 -133
MOLISE 52 67 -15
CAMPANIA 771 1.022 -251
PUGLIA 545 735 -190
BASILICATA 58 69 -11
CALABRIA 288 411 -123
SICILIA 355 678 -323
SARDEGNA 189 291 -102
Totale ITALIA 7.354 10.250 -2.896

Fonte Osservatorio Confesercenti

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17 miliardi l’anno il fatturato dell’abusivismo commerciale

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“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (….)” – art.41 della Costituzione italiana.

Tra abusivismo e contraffazione il settore del commercio al dettaglio, bar e ristorazione si vedono sottrarre complessivamente 17,2 miliardi di euro all’anno di fatturato, per una perdita di imposte dirette e contributi pari a 1,5 miliardi. E’ quanto emerge da un’elaborazione dell’ufficio studi di Confcommercio nell’ambito della giornata di mobilitazione nazionale ‘Legalita’, mi piace’. Nel dettaglio, l’abusivismo commerciale (sede fissa e ambulante) causa perdite per 8,8 miliardi, pari al 4,9% del fatturato regolare. L’abusivismo nel turismo (bar e ristorazione) costa invece 5,2 miliardi nel 2013, poco più del 10% del volume d’affari del settore. La contraffazione costa invece 3,3 miliardi. Il ‘fatturato’ dei prodotti contraffatti è stimato in circa 6,5 miliardi di euro nel 2013, secondo quanto indica invece una ricerca Censis-Confcommercio: il 76% dei prodotti contraffatti è concentrato nelle voci di spesa per abbigliamento e accessori, prodotti audiovisivi (cd e dvd) ed inoltre prodotti alimentari e bevande. Gli esercizi commerciali abusivi-irregolari con sede fissa arrivano al 4,2%, quelli in aree pubbliche o mercati arrivano al 19,4% da cui deriva una media ponderata del 7,1%. Ma l’abusivismo colpisce molto di più il Mezzogiorno, dove la percentuale arriva all’11,6% tra Sud e Isole, quindi più del doppio che al Nord. Dalla stessa indagine si scopre poi che a causa dell’illegaltà rischiano di sparire 43mila negozi regolari all’anno assieme a 79mila lavoratori regolari.

ROMA   “L’illegalità a Roma ha tante facce e tanti volti, ormai è un virus diffuso, insidioso e altamente distruttivo che colpisce tutti i settori, solo pochi ne sono immuni. Basandoci su alcune stime si può ipotizzare verosimilmente che a Roma ci sia 1 abusivo ogni 3 imprese regolari attive nel commercio di vicinato e su aree pubbliche: un vero e proprio esercito che va dai 20mila ai 23 mila soggetti”. A sottolinearlo il presidente della Confcommercio di Roma, Giuseppe Roscioli in occasione dell’evento ”Legalita’ mi piace”. Secondo l’Osservatorio del Commercio a Roma risultano presenti 52.218 esercizi commerciali al dettaglio (42.474 in sede fissa; 9.744 a posteggio mobile). “Esaminando da vicino i diversi fenomeni – ha aggiunto Roscioli – è sotto gli occhi di tutti che l’abusivismo commerciale e la contraffazione riguardano tutte le categorie merceologiche, in modo trasversale: dalle borse alla pelletteria, dagli occhiali ai prodotti audio – video e musicali, dalla biancheria all’abbigliamento falsamente griffato, fino ai prodotti alimentari, ortofrutticoli e ai fiori. Da gennaio ad oggi 1 romano su 3 ha comprato almeno un prodotto contraffatto. “Analoga percentuale – ha aggiunto – è stata riscontrata a livello regionale. I prodotti e gli articoli contraffatti che i clienti comprano con maggiore frequenza appartengono in primo luogo al settore dell’abbigliamento e delle calzature (45,5%), seguono gli accessori come borse, cinte, guanti e cappelli (39%), e la bigiotteria come collane, bracciali orecchini (21%). Ma ad essere coinvolti sono anche settori come quello dei giocattoli (17%), della cosmesi o della profumeria (15%) che, esonerati da ogni controllo sanitario, possono avere effetti nocivi importanti per la salute dei consumatori”. “Va segnalato che rispetto al 2010 anche a Roma così come nel resto d’Italia, è aumentato l’acquisto di prodotti parafarmaceutici e di farmaci (rispettivamente +30% e +20%) di dubbia provenienza, con tutti i rischi inevitabili sotto il profilo della sicurezza”. Roscioli ha quindi parlato dell’azione di contrasto esercitata dalle forze dell’ordine: “Diamo atto alla Guardia di Finanza, ai Carabinieri e alla Polizia Municipale locale del lavoro svolto in questi mesi che ha visto un aumento delle azioni di sequestro di articoli venduti illegalmente ed un’ attenzione particolare nell’individuazione dei centri di produzione e distribuzione della merce contraffatta. E’ proprio da lì, infatti, che occorre partire per sradicare questa terribile piaga, perché quella della distribuzione è solo la punta di un iceberg molto più profondo”. “Le azioni di repressione, però, fino ad oggi – ha aggiunto Roscioli – non sono state perseguite in misura costante nel tempo e ci si è resi conto che così come sono state articolate non sono state sufficienti a scardinare un fenomeno che per l’estensione e la profondità delle sue conseguenze nefaste sull’intero tessuto economico sano della nostra città e del nostro Paese, ha raggiunto livelli allarmanti”. “Quello che finora è sembrato mancare, nell’approccio con questo fenomeno, è una visione di insieme, – ha proseguito – una concertazione sulle politiche di prevenzione, una consapevolezza del rischio che corre l’economia delle imprese, una conoscenza aggiornata del fenomeno, una mancanza di volontà politica”.

NAPOLI   “Napoli è la capitale della contraffazione e dell’abusivismo. Proponiamo una legge speciale non per far arrivare fondi a pioggia, ma per potenziare i servizi di vigilanza tramite l’istituzione di un Nucleo permanente per la lotta all’abusivismo, con la partecipazione delle istituzioni, delle forze dell’ordine, degli organi di controllo e delle organizzazioni imprenditoriali”. Lo ha detto Pietro Russo, presidente di Confcommercio Imprese per l’Italia della Provincia di Napoli, nel corso della Giornata di mobilitazione nazionale sulla legalità promossa dalla Confederazione su tutto il territorio nazionale. “Un organismo simile è già stato realizzato a Padova con ottimi risultati, ma bisogna consierare che all’ombra del Vesuvio c’è il più grande mercato del falso all’aria aperta d’Europa. Le stime più prudenti – continua Russo – ci dicono che il volume d’affari del falso a Napoli e provincia negli anni 2008-2012 sia stato pari a circa sei miliardi di euro. Su questa somma lo Stato ha perso due miliardi di tasse, una cifra con la quale si poteva evitare l’aumento dell’IVA”. Secondo Maurizio Maddaloni, presidente della Camera di Commercio di Napoli, “il primo esempio deve arrivare dai consumatori, che devono evitare di rivolgersi al sommerso: spesso, infatti, vengono utilizzate merci di scarsa qualità e di conseguenza molto pericolose che danneggiano gli utenti. Ma anche la classe politica deve fare di più: questi mercati paralleli danneggiano le imprese regolari e apportano un danno fiscale anche allo Stato, perché sono tutti mancati introiti”. “Dobbiamo diffondere la cultura della legalità nel nostro territorio – ha evidenziato Ciro Alfano, assessore alle Attività Produttive della Provincia di Napoli – Penso ad iniziative nelle scuole, che facciano capire ai ragazzi che gli acquisti illegali non rispondono alle norme di sicurezza e mettono a repentaglio la salute”. Nel corso della manifestazione, nello spazio antistante la sede di Confcommercio Napoli, si è tenuta l’esposizione fotografica “Le immagini dell’illegalità” che riproduce situazioni e luoghi legati al tema dell’abusivismo e della contraffazione nel nostro territorio. Sempre in piazza si è avuta una distribuzione simbolica ai consumatori de “Il pane della legalità”, con un vademecum che descrive i rischi sulle merci contraffatte. Nella convinzione che la scuola debba avere un ruolo centrale nella diffusione della cultura della legalità, sono stati coinvolti, per l’occasione, l’Istituto Tecnico Industriale “Leonardo da Vinci” ed il “Liceo Statale “Eleonora Pimentel Fonseca” di Napoli.

FERRARA – La scelta della legalità, della cultura della difesa dell’originalità e della salubrità è stata il focus del convegno, a Ferrara – presso la fondazione Flli. Navarra e grazie alla collaborazione della dirigente scolastica Roberta Monti – dal titolo “Buono, Genuino, Salutare è Legal Food: organizzato da Ascom e Confagricoltura in stretta sinergia con la Camera di Commercio. La mattinata coordinata dal direttore generale di Ascom Ferrara Davide Urban è stata un’occasione di sensibilizzazione per ricordare come tutti i settori siano coinvolti toccati dalla contraffazione e dall’abusivismo che va a danneggiare il lavoro e l’occupazione delle aziende oneste. Poi gli interventi dell’assessore provinciale Carlotta Gaiani (attività produttive e commercio): “La provincia è impegnata fortemente in un lavoro di prevenzione e diffusione della cultura della legalità. Sosteniamo con forza l’operazione un mare di legalità che rappresenta proprio uno sforzo in questa direzione” ed a seguire e seguito dal collega Stefano Calderoni (politiche agricole)” Necessario – ha spiegato Calderoni – creare un pool istituzioni, associazioni e Consorzi di Tutela per difendere al qualità dei nostri prodotti alimentari frutto di passione e di tradizione, prodotti che sono garantiti, certificati, tracciati”  I lavori sono stati preceduti dal saluto del Prefetto di Ferrara Provvidenza Raimondo che rivolta agli studenti in sala ha sottolineato: “Questa è ina battaglia di cultura e di legalità e voi dovete esserne i convinti ambasciatori. Le associazioni del Commercio sono un presidio importante e fondamentale al nostro fianco in questa battaglia quotidiana per riaffermare la legalità”. “Ricordiamo – ha spiegato il presidente provinciale Ascom Giulio Felloni che il mercato della contraffazione brucia qualcosa come 110mila posti di lavoro e oltre 4 miliardi di euro di tasse e quindi è una “piaga” che va combattuta per imporre una cultura che sia per proporre una cultura che sia di legalità e di rispetto della veridicità e soprattutto della salubrità dei cibi e delle materie prime. L’industria del Falso è in mano, a monte, ad organizzazioni criminose che da un lato sfruttano in maniera inumana una manovalanza spesso minorile o comunque di disperati. I prodotti che ne risultano sappiamo con esattezza attentano la salute dei consumatori specie quando parliamo di capi, di giocattoli trattati con prodotti e vernici tossici oppure costruiti ed assemblati in modo pericoloso. Una situazione che diventa ancora più pericolosa se il prodotto contraffatto è un alimento o peggio ancora un farmaco. Esercitiamo un lavoro costante nel campo dell’informazione e prevenzione e cogliamo questo momento per ringraziare pubblicamente l’impegno delle forze dell’ordine nel tavolo di lavoro coordinato dalla Prefettura e dove sono presenti dall’Arma dei Carabinieri, alla Guardia di Finanza, dalla Polizia di Stato alle Polizia della Provincia e dei Comuni”.  Poi l’intervento del presidente provinciale di Confagricoltura Pier Carlo Scaramagli che si è centrato sulla difesa del prodotto agroalimentare: “E’ sempre più necessario un preciso raccordo con le istituzioni per la valorizzazione dei prodotti alimentari ed il contrasto ai prodotti contraffatti che possono provocare danni alla salute ma anche danni in campo economico”. La mattinata si è conclusa con la relazione del segretario generale della Camera di Commercio Mauro Giannattasio: “L’industria del falso vale in Italia qualcosa come 6,9 mld di euro. Come è stato detto da Ascom voi ragazzi siete il presente oltre che il futuro è quindi è assolutamente necessaria la vostra collaborazione in questa battaglia di legalità. I giovani sono anticipatori del futuro. Il cambiamento e la condivisione sono elementi importanti. In questi ultimi dieci mesi sono nate oltre 520 imprese di giovani under 35. E’ un segnale di positività ed intraprendenza che utile sapere che in questa battaglia di cultura della legalità è fondamentale poter contare su un imprenditoria sana ed onesta”.

MODENA – Un tavolo di coordinamento provinciale, presieduto dal Prefetto,  per il monitoraggio, il controllo e la repressione del fenomeno dell’illegalità, dell’abusivismo e della contraffazione in provincia di Modena. Questa è la proposta avanzata da Carlo Galassi, presidente di Confcommercio Modena, nell’ambito della giornata di mobilitazione nazionale. “E’ essenziale – ha detto Carlo Galassi – che Prefettura, Guardia di Finanza, Polizia, Carabinieri, Camera di Commercio, Comuni, Provincia e Associazioni imprenditoriali, condividano conoscenza, metodi, indagini, ricerche e azioni concrete per combattere questi fenomeni che rischiano di rivelarsi letali per un’economia in crisi come quella attuale. Ne va della sopravvivenza delle aziende sane, che nel modenese nutrono ancora fiducia nel futuro, garantiscono occupazione e danno prospettive alle nuove generazioni”.  Sono intervenuti nel dibattito i rappresentanti modenesi delle diverse categorie che fanno capo a Confcommercio confermando, dal settore moda, ai pubblici esercizi, alla ristorazione, ai monopoli di Stato, all’intermediazione, all’intrattenimento, l’esistenza in provincia di Modena, di una quota di illegalità e di abusivismo che mette a serio rischio il sistema delle piccole e medie imprese. “Questi fenomeni – ha detto l’assessore regionale Gian Carlo Muzzarelli a conclusione della manifestazione – rubano al sistema sano dell’economia il valore della ricerca e della progettazione che è alla base del nostro futuro. Occorre fare giustizia in favore delle imprese sane, mentre è la stessa cultura della nostra società che deve fare un salto qualitativo, acquisendo coscienza dell’effettivo danno generale che si procura alle imprese e ai cittadini rivolgendosi ai chi propone prodotti taroccati e servizi al di fuori della legalità”.

PADOVA – L’Ascom Confcommercio di Padova ha steso davanti a Palazzo Moroni, sede del Municipio, le lenzuola con i prodotti contraffatti, tarocchi e pericolosi per la salute, buona parte dei quali sequestrati dalla Guardia di Finanza di Padova nella sua azione di contrasto ad un fenomeno che causa la perdita di migliaia di posti di lavoro e la chiusura di centinaia di aziende corrette. Vuoi per i suoi “trascorsi” di strenue battaglie contro la contraffazione, vuoi perché ai commercianti padovani non fa difetto la fantasia, l’Ascom ha giocato la carta dei rischi per la salute documentando, con l’aiuto di una dermatologa, i disastri che un semplice pigiamino può provocare ai nostri bimbi. Al termine della diretta streaming dalla capitale Padova ha raccolto il testimone allestendo una sorta di talk show che ha visto gli interventi dei rappresentanti dell’Ascom tra cui Patrizio Bertin vice presidente vicario, Franco Pasqualetti presidente dei Federmoda Padova,  della Camera di Commercio con il suo presidente Fernando Zilio e del consigliere Marco Ferrero (che rappresenta anche la Lega Consumatori a livello regionale), del Comune con l’intervento dell’assessore Marta Dalla Vecchia, della Guardia di Finanza con il tenente colonello Luca Lettere, del Presidente della Fit (federazione nazionale tabaccai) Italo Rossi e quello della dermatologa dottoressa Anna Belloni Fortina che, con l’ausilio di foto piuttosto “forti”, ha messo in guardia sui rischi che un incauto acquisto di prodotto non conforme può causare alla pelle soprattutto dei più piccoli.

MILANO – Una manifestazione in occasione della giornata per la legalità indetta da Confcommercio per denunciare e protestare contro il fenomeno dell’abusivismo. Gli ambulanti di tutti i mercati milanesi sono scesi in strada “per il rispetto delle regole e degli accordi”. “Questa – ha spiegato il presidente di Apeca, Giacomo Errico – è una manifestazione contro l’abusivismo perché  non ci vogliamo in alcun modo rassegnare ad avere 2mila venditori abusivi che stazionano nei 93 mercati milanesi e che all’anno incassano oltre 10 milioni di euro; ma e’ anche una manifestazione per rivedere il Regolamento comunale sui mercati ambulanti con le sue norme non chiare e penalizzanti per gli operatori”.

FRIULI VENEZIA GIULIA – “Spalmare il contributo regionale sui carburanti su tutto il territorio è uno spreco di risorse. Più opportuno dirottare i fondi a favore della fascia confinaria, abbattendo il differenziale con la Slovenia”. Ettore Romoli, sindaco di Gorizia, ha chiuso con questa proposta la manifestazione Fvg nell’ambito della Giornata di mobilitazione nazionale sulla legalità promossa da Confcommercio. Un tema molto specifico quello sollevato da Romoli, proprio nella sede di Confcommercio Gorizia, che ha ospitato gli interventi di diversi settori del terziario locale, tutti colpiti da fenomeni che, come emerge da uno studio Confcommercio su dati Istat e Censis, mettono a rischio oltre 43mila negozi regolari all’anno, insieme a 79mila lavoratori. “In Friuli Venezia Giulia la situazione è certo meno preoccupante che nel Sud e nelle Isole, ma abusivismo e contraffazione, specie in una regione di confine, aggiungono ulteriori ostacoli all’attività delle Pmi”, ha rilevato il presidente regionale di Confcommercio Pio Traini. E’ quindi seguita l’introduzione ai lavori del presidente goriziano Gianluca Madriz che ha anticipato, rispetto alle conclusioni del sindaco, il nodo della distorsione della concorrenza del mercato transfrontaliero, “con la conseguenza di un forte ridimensionamento del volume di affari e progressivamente del numero di attività e di negozi che animano i centri storici e le aree artigianali”. Ai lavori ha partecipato anche l’assessore regionale Loredana Panariti che ha sottolineato l’urgenza di un’azione di formazione del consumatore, tanto più di fronte a fenomeni che riguardano la salute, e ha assicurato un intervento di sensibilizzazione in giunta per avviare una forma di collaborazione tra la Regione e Confcommercio Fvg in funzione anti-contraffazione. Di concorrenza sleale hanno quindi parlato, portando esempi di categoria, i presidenti regionali Fimaa Andrea Oliva, Fipe Sergio Lucchetta, Fiavet Roberto Cividin, Federmoda Mario Ulian, e il presidente provinciale di Pordenone di AscoFoto Natale Camerotto. In particolare, Oliva ha denunciata la scarsa informazione dei diritti della clientela verso operatori immobiliari senza i requisiti di legge; Lucchetta ha posto l’accento sulla somministrazione irregolare in sagre, circoli privati e feste di partito, Cividin ha rilevato la diffusione «mascherata» dell’illegalità nel settore dei viaggi; Ulian ha segnalato come Trieste, Gorizia e Udine siano tra il decimo e il quindicesimo posto tra le province italiane quanto a maggiori volumi di ingresso di merce contraffatta; Camerotto ha ricordato, accanto all’abusivismo diffuso nella professione, la pesante evasione fiscale nel comparto della fotografia. Nella sede di Confcommercio Gorizia, infine, anche gli interventi del presidente regionale dei Mobilieri Mario Selva: “Divani che costano meno di 300 euro non possono certo riflettere materiali e lavorazioni che rispettano il consumatore e il lavoratore”. E di Paolo Polentarutti, della delegazione Tabaccai (Fit), che ha precisato come, sul fronte dei prezzi, acquistare sigarette in Slovenia viene a costare il 40% in meno. Un ultimo intervento in un quadro condiviso dalle diverse imprese regionali, che hanno stigmatizzato il paradosso di aziende costrette a chiudere per legalità. “Gli imprenditori – ha concluso il presidente Traini – chiedono a gran voce stesse regole e uno stato di diritto per sviluppare un mercato sano e concorrenziale”.

VENEZIA –  Nella sede della Provincia, in via Forte Marghera a Mestre, sono intervenuti tra gli altri il presidente di Confcommercio Venezia e Veneto Massimo Zanon, il presidente dell’Ascom di Venezia centro storico Roberto Magliocco, la presidente della Provincia Francesca Zaccariotto, l’assessore al Commercio del Comune di Venezia Carla Rey, l’ex sindaco di Jesolo Francesco Calzavara, il presidente della Camera di Commercio di Venezia Giuseppe Fedalto e il comandante provinciale della Guardia di Finanza Marcello Ravaioli. Presenti inoltre esponenti dell’Arma dei Carabinieri, il Questore di Venezia Vincenzo Roca e il Prefetto Domenico Cuttaia.  “Assistiamo ogni giorno, a Venezia, al fuggi-fuggi generale di venditori ambulanti, pronti a stendere il lenzuolo qualche minuto più tardi, qualche campo più in là e poi c’è un abusivismo sommerso che è ancor più difficile da contrastare, anche sotto il profilo legale. Perciò – ha dichiarato il presidente di Confcommercio Venezia e Veneto Massimo Zanon – chiediamo che l’illecito venga modificato da reato contro la fede pubblica a reato contro il patrimonio e che venga ampliata la possibilità di qualificare la fattispecie di reato in forma associativa per dare alle Forze dell’ordine strumenti d’indagine più incisivi, già usati con successo contro il crimine organizzato. Sollecitiamo l’individuazione di misure di contrasto alla contraffazione a mezzo web, una più decisa tutela del Made in Italy e la creazione di un’Agenzia Europea per la lotta alla contraffazione per colmare la mancanza di azioni operative e contribuire allo studio di un fenomeno non ancora completamente affrontato da specifici organi in ambito comunitario. Contraffazione e abusivismo sono sostanzialmente due facce della stessa medaglia all’interno di una più ampia categoria di meccanismi commerciali fuori dalle regole che alterano la concorrenza e inquinano il mercato”. Negli ultimi mesi il Comune di Venezia ha prodotto più di 30mila manifesti e volantini contro la contraffazione, distribuiti anche nei mezzi di trasporto pubblico, portando 1500 studenti nei teatri di Venezia e di Mestre per lo spettacolo “Tutto ciò che sto per dirvi è falso” organizzato in collaborazione con Confcommercio, andato in scena il 7 e 13 novembre. 2.416 sono stati i servizi antiabusivismo nel 2012 nel solo comune di Venezia, 3.696 i venditori sanzionati, 264 le notizie di reato, 3.142 gli articoli oggetto di sequestro penale. “Nei prossimi giorni – ha annunciato l’assessore al commercio del Comune di Venezia Carla Rey – allestiremo un gazebo a Venezia e uno in piazza Ferretto a Mestre, coordinati dagli studenti dell’Istituto tecnico per il Turismo Algarotti per sensibilizzare la cittadinanza e i turisti su questo tema. Il modello Venezia per la lotta alla contraffazione è stato il primo in Veneto e tra i primi in Italia con un tavolo tra Comuni, Provincia, Regione e associazioni di categoria, con l’obiettivo di concentrare l’opera di informazione soprattutto sull’aspetto della salute e dei rischi legati agli articoli contraffatti. La facoltà di Economia e Commercio di Ca’ Foscari ha avviato inoltre un corso di Marketing e Comunicazione per l’anno accademico 2013/2014 con al centro il tema della contraffazione”. Il presidente dell’Ascom-Confcommercio di Venezia centro storico, Roberto Magliocco, ha evidenziato come negli ultimi anni il fenomeno stia producendo effetti devastanti sul commercio regolare, con conseguenze anche sul piano della sicurezza di cittadini e turisti e dell’immagine della città all’estero. L’ex sindaco del Comune di Jesolo, Francesco Calzavara, ha parlato di 500 abusivi al giorno solo lungo il litorale jesolano, auspicando una regolamentazione, attraverso il pagamento di un ticket, degli ingressi in spiaggia già dal momento del rinnovo delle concessioni demaniali del 2015.

FIRENZE–  Confcommercio Firenze ha aderito alla giornata di mobilitazione sulla legalità promuovendo un dibattito sul tema con i rappresentanti delle istituzioni locali e delle forze dell’ordine. In base ai dati dell’Osservatorio del Commercio, a Firenze nel 2012 sono stati effettuati dalla Polizia Municipale 680 controlli commerciali, 1.644 sequestri amministrativi e 22 sequestri penali. Nei primi 10 mesi del 2013 sono stati effettuati 392 controlli commerciali mentre sino al 30 settembre 2.099 sequestri amministrativi e 154 penali. Sempre secondo le stime dell’Osservatorio, nel 2013 un consumatore su quattro (il 25,6%) ha acquistato almeno una volta un prodotto o un servizio illegale. In testa alla classifica si trovano i prodotti di abbigliamento (41,2%), alimentari (28,1%), pelletteria (26,9%) e gli occhiali (27,6%). Oltre il 50% dei consumatori giustifica questo acquisto con ragioni economiche e solo il 36,2% dei consumatori è convinto che esso sia effettuato inconsapevolmente. ”Il fenomeno dell’abusivismo commerciale da parte di ambulanti è diffuso e in crescita” ha spiegato il presidente di Confcommercio Firenze Jacopo De Ria. ”La merce proviene dalla Cina, attraverso reti di distribuzione dislocate sul territorio nazionale. Il tutto è gestito da organizzazioni criminali che utilizzano la manodopera straniera. La merce di minor valore viene venduta da abusivi che girano per le strade con borsoni. In crescita anche l’esercizio di professioni abusive sia nel centro storico che in periferia in occasione di eventi, gli affittacamere asiatici, le guide abusive principalmente di nazionalità coreana, i parrucchieri cinesi”. ”Abusivismo commerciale e contraffazione – ha continuato De Ria – sono i fenomeni più diffusi di illegalità e più evidenti nel nostro territorio. A questo si sommano episodi di microcriminalità e di degrado urbano e purtroppo, per limitare i danni, non tutte le imprese possono dotarsi di una propria sorveglianza interna. Vogliamo ricordare come da sempre le nostre imprese siano anche le prime sentinelle del territorio e come, con la loro presenza, le loro luci e le loro vetrine, contribuiscano ad offrire un servizio qualificato a cittadini e turisti e, come, allo stesso modo in modo discreto ma efficace concorrano alla sorveglianza sociale”. ”Per questo – ha proseguito De Ria -facciamo appello a tutte le forze dell’ordine e alle Amministrazioni, affinchè mettano in campo tutte le risorse di cui dispongono per dare tranquillità a chi vive ed opera nel territorio della provincia di Firenze. Perché  non vi è dubbio che il bisogno di legalità, e quindi di sicurezza, fondamentale per il benessere collettivo, sia una delle principali richieste da sempre avanzate dal sistema delle nostre imprese, convinti che essa vada intesa come obbiettivo comune da realizzare con il concorso di tutti, pur nel rispetto dei diversi ruoli e dei rispettivi livelli di responsabilità”.

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Oltre il baratro

Redditi da lavoro in caduta libera, più di mezzo milione di lavoratori in Cassa integrazione e oltre 30mila imprese scomparse. In difficoltà anche il commercio, il turismo, i trasporti e le banche. Questa è la fotografia del Paese emersa dal Rapporto della CGIL in vista della manifestazione nazionale, ‘Il Lavoro prima di tutto’, che si svolgera a Roma il 20 ottobre.

Prosegue il monitoraggio della Confederazione sulle situazioni di crisi più acute che stanno letteralmente sconvolgendo il tessuto industriale del Paese, ma anche il sistema dei servizi, del commercio e del credito. Continua l’emorragia dei posti di lavoro con cifre da capogiro, mezzo milione di posti nel solo triennio 2008/2010, in tutti i settori manifatturieri, dalla meccanica alla siderurgia, dagli elettrodomestici alla farmaceutica, il tessile, la ceramica, ai quali si aggiungono quelli persi nell’edilizia, nel commercio, nelle telecomunicazioni, nei trasporti e nelle banche.

Siamo nel pieno di una crisi a 360 gradi, che non fa sconti a nessuno, ma colpisce un settore dopo l’altro. Infatti, quando chiude o riduce drasticamente la produzione uno stabilimento a scomparire dal mercato è anche il suo prodotto, e così in Italia rischiano di scomparire intere filiere come quella dell’alluminio in Sardegna (Alcoa, Eurallumina) o dell’acciaio (ThyssenKrupp, Lucchini, Ilva) con il conseguente aumento delle importazioni e quindi della dipendenza dall’estero della nostra economia. A rischio il made in Italy nel tessile e nell’industria del bianco (Merloni, Indesit), nella ceramica (Ginori), nell’alimentare e nel mobile imbottito che 10 anni fa copriva il 16% dell’intera produzione mondiale mentre oggi registra una mortalità delle attività produttive pari all’80%. E se è vero che l’industria italiana si è dimostrata meno sofferente sotto il punto di vista dell’export, passando dal 61,4% del 2000 al 55,6% del 2011, a subire enormemente la crisi sono le aziende che si rivolgono esclusivamente o quasi al mercato interno.

Il quadro per l’industria italiana è drammatico: i primi sentori della crisi il nostro paese li ha avvertiti nel 2008, quando ha registrato un calo dell’attività industriale del 22,1% (aprile 2008 marzo 2009) e da allora, sostanzialmente non si è più ripresa. A dimostrarlo è la scomparsa tra il 2009 e il 2011 di 30mila imprese. A questa sofferenza dell’attività industriale si sommano le richieste di ore di Cassa integrazione, circa un miliardo all’anno per 500mila lavoratori, che è importante sottolinearlo, incidono negativamente sulla produttività oraria che viene invece solitamente calcolata sul numero complessivo della forza lavoro.

Delocalizzazioni da costo, crisi di liquidità, mancanza di investimenti e infrastrutture, costi dell’energia troppo alti, processi di riorganizzazione per una domanda in continuo calo, sono alcune delle maggiori cause di crisi nel nostro Paese. Per questo la CGIL torna a ribadire la necessità di una politica industriale con al centro investimenti e innovazione in ambito energetico, ambientale e delle materie prime, che stimoli una più forte collaborazione tra pubblico e privato facendo leva sulla domanda pubblica. C’è bisogno di risorse per rendere competitivo il nostro paese. Far ripartire l’economia significa anche rianimare i consumi interni attraverso politiche non restrittive e a favore dei redditi da lavoro e da pensione che con gli attuali interventi del Governo stanno subendo una drastica riduzione.

E’ per dare voce a tutti coloro che questa crisi la vivono in prima persona e che lottano ogni giorno per salvare, se ancora possibile, il proprio posto di lavoro, tra Cassa integrazione, contratti di solidarietà e annunci di licenziamenti collettivi, che la CGIL chiama a scendere in Piazza San Giovanni l’Italia della crisi, ma che dalla crisi vuole uscire attraverso il lavoro.

Di seguito riportiamo gli aggiornamenti di alcune situazioni particolarmente critiche divise per settore. Continue Reading

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