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Chiudono 100 imprese al giorno

chiuso-cessata-attività

Tempi sempre più bui per le imprese italiane. Secondo la Confesercenti nei primi otto mesi dell’anno il saldo delle imprese è negativo per 24.167 unità: sono state aperte 28.929 e ne sono state chiuse ben 53.096. Questo significa che ne sono sparite circa 100 al giorno. Alla ripresa non crede più nessuno, per il 55% siamo entrati in una fase di stagnazione e per il 45% la crisi continua e nel futuro peggiorerà. Per la fine del 2014 solo il 7% delle imprese pensa che la situazione migliorerà, per il 57% resterà invariata e per il 36% peggiorerà. Solo nel bimestre luglio-agosto 2014 circa 5.400 imprese del commercio al dettaglio hanno cessato l’attività (2.600 sono le nuove aperture).

Le nuove attività sembrano destinate ad avere una vita sempre più breve, secondo l’organizzazione delle piccole e medie imprese del commercio e del turismo la crisi ha accorciato notevolmente la vita delle imprese del commercio: a giugno 2014 oltre il 40% delle attività aperte nel 2010, circa 27mila imprese, è già sparito, bruciando un capitale di investimenti di circa 2,7 miliardi di euro. Un’impresa su quattro dura addirittura meno di tre anni.

Chiudono anche imprese che hanno una lunga storia imprenditoriale alle spalle. La nostra associazione ha attivato diversi servizi per aiutare gli imprenditori in difficoltà, ma non tutti richiedono un’assistenza. A volte per pudore: per molti la chiusura dell’attività in cui hanno lavorato per tutta la vita, magari insieme alla famiglia, è una sconfitta personale. Per questo qualcuno chiude senza clamore, magari approfittando delle ferie. In qualche caso è stato il mancato rinnovo della tessera all’associazione ad annunciarci la scomparsa di un’impresa. L’avvio del 2014 è stato peggiore di quanto ci aspettassimo. Anche la stagione dei saldi ha avuto risultati generalmente al di sotto delle aspettative, anche se con grandi differenze territoriali. Siamo entrati nel terzo anno di crisi del commercio, e molte imprese semplicemente non ce la fanno più, schiacciate dalla diminuzione dei consumi delle famiglie e l’aumento della pressione fiscale. Spaventa, inoltre, la doppia batosta Tari/Tasi. Come se non bastasse, sui piccoli commercianti si è abbattuta dal 2012 anche la liberalizzazione delle aperture del commercio. Introdotta dal Salva-Italia del Governo Monti con lo scopo di rilanciare consumi e occupazione, è stata un vero flop: i previsti effetti benefici sono tuttora ‘non pervenuti’, ed il settore ha perso tra il 2012 e il 2013 oltre 100mila posti di lavoro tra imprenditori e dipendenti, registrando allo stesso tempo 28,5 miliardi di minori consumi di beni da parte delle famiglie”. Mauro Bussoni, Segretario Generale Confesercenti

Altro che ripresa alle porte e luce in fondo al tunnel.


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Commercio e turismo: In 10 mesi chiuse 60mila imprese

crisi-fallimenti

La crisi di commercio e turismo continua: nei primi 10 mesi del 2013 si registrano oltre 60mila chiusure, per un saldo negativo di poco superiore alle 22mila unità. Vanno male tutti i settori ma, in particolare, continua il tracollo della moda: dall’inizio dell’anno ad ottobre si sono registrate 9.803 cessazioni di attività nell’abbigliamento, tessile, calzature e accessorie, per un ritmo di quasi 1000 chiusure al mese. Nel settore, un tempo il più florido del commercio italiano, si sono registrate nel 2013 solo 4.473 nuove aperture, per un saldo negativo di 5.330 unità. A soffrire sembrano essere soprattutto le regioni del Sud, dove i due settori registrano i risultati peggiori, in Sicilia e Campania in particolare. C’è un segnale positivo: nel quinto bimestre del 2013 ripartono le nuove aperture. Tra settembre e ottobre del 2013, infatti, hanno avviato un attività nei due settori 7.627 imprese (4.560 nel commercio e 3.067 nell’alloggio e nella somministrazione). Un dato il 66% superiore alle 4.594 nuove iscrizioni totali registrate tra luglio ed agosto, ed il secondo risultato più elevato dell’anno. Aumentano, però, anche le chiusure: nel V bimestre sono state più di 10.294, il 18% in più rispetto al numero di cessazioni registrato nei due mesi precedenti.

“L’emorragia di imprese – commenta Confesercenti – non si ferma, anche se si evidenzia qualche piccolo segnale di speranza. Commercio e turismo sono schiacciati dalla crisi dei consumi interni, che è il segno distintivo di questa recessione italiana e che – insieme a una deregulation degli orari e dei giorni di apertura delle attività commerciali che non ha eguali in Europa, e che favorisce solo le grandi strutture – sta continuando a distruggere il nostro capitale imprenditoriale. La crisi sta portando a un rapido rinnovamento generazionale: il 40% delle nuove imprese di Commercio e Turismo è giovanile. E’ la dimostrazione della voglia di non arrendersi dei nostri ragazzi che, di fronte a un tasso di disoccupazione dei giovani che macina record su record, scelgono la via dell’auto-impiego. Adesso cerchiamo di tenerli sul mercato, in primo luogo evitando batoste fiscali, a livello nazionale o locale: gli imprenditori sono preoccupati per l’arrivo della Tares nella maggior parte dei comuni italiani, potrebbe essere la caporetto dei negozi di vicinato, soprattutto per le attività di somministrazione come Bar e Ristoranti”.

Tab. 1 Flussi di aperture e chiusure per bimestre delle imprese di commercio e turismo, gennaio- ottobre 2013

Periodo Imprese di Commercio al dettaglio, Alloggio e Somministrazione
Aperture Chiusure Saldo
I bimestre 7.097 21.072 -13.975
II bimestre 5.591 10.684 -5.093
III bimestre 13.549 9.685 3.864
IV bimestre 4.594 8.747 -4.153
V bimestre 7.627 10.294 -2.667
GENNAIO-OTTOBRE 38.458 60.482 -22.024

Fonte Osservatorio Confesercenti

Il bilancio del commercio al dettaglio: 39.019 chiusure in 10 mesi, male Food e No Food. In Sicilia il record di chiusure, commercio alimentare in Valle D’Aosta l’unico segno più d’Italia. Il settore del commercio al dettaglio registra, da gennaio ad ottobre 2013, 39.019 chiusure di impresa e 22.768 nuove aperture, per un bilancio negativo in rosso di 16.251 unità. In particolare, le imprese della distribuzione commerciale alimentare registrano 5.670 cessazioni, 3.802 aperture e un saldo negativo di 1.868 imprese. Male anche i negozi non alimentari: per loro, nei primi 10 mesi dell’anno, ci sono state 22.349 cessazioni e 18.966 aperture, lasciando sul campo 16.251 imprese.

Considerando sia il Food sia il No Food, il saldo peggiore si registra in Sicilia (-2.113 imprese), in Campania (-1.968) e nel Lazio (-1.610). L’unico bilancio positivo, fra tutte le regioni, è quello degli alimentari in Valle D’Aosta: dall’inizio dell’anno hanno aperto 11 nuove attività, e ne hanno chiuse solo 7, per un risultato in crescita di 4 unità. Ma anche qui continua l’emorragia del non alimentare (52 chiusure contro 31 aperture) , e il saldo complessivo finale torna in negativo a -17 imprese.

Moda, la crisi non si ferma: caldo, outlet e liberalizzazioni portano a risultati negativi in ogni Regione. In Campania (-756), Lazio (-613) e in Sicilia (-547) i saldi peggiori. Particolarmente grave appare la situazione del commercio al dettaglio di abbigliamento, tessile e calzature. Il settore non beneficia di un recupero di vendite autunnale, a causa del protrarsi del clima caldo: a settembre 2013 le vendite di abbigliamento e pellicceria segnano un calo del 3,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre si assiste al tracollo di quelle di calzature e articoli in cuoio (-6%). La crisi dei consumi e lo spostamento progressivo di quote di mercato verso outlet, catene di pronto moda e shop online completa un quadro di estrema difficoltà: nei primi dieci mesi del 2013 le imprese del commercio di moda registrano saldi di natimortalità negativi sia a livello nazionale (-5.330 unità) sia a livello locale, in tutte le regioni italiane. La Campania appare essere la più colpita: nei primi 10 mesi del 2013 la regione ha registrato 1568 chiusure e 812 aperture, per un saldo negativo di 756 imprese. Seguono, nella classifica dei risultati peggiori, Lazio (saldo a -613) e Sicilia (-547).

Tab. 2 Saldo aperture/chiusure commercio al dettaglio di abbigliamento, tessile e calzature, per regioni (gennaio-ottobre 2013)

Regioni Iscrizioni Cancellate Saldo
PIEMONTE 209 615 -406
VALLE D’AOSTA/VALLÉE D’AOSTE 10 12 -2
LOMBARDIA 486 997 -511
TRENTINO-ALTO ADIGE/SÜDTIROL 40 75 -35
VENETO 343 601 -258
FRIULI-VENEZIA GIULIA 52 119 -67
LIGURIA 121 315 -194
EMILIA-ROMAGNA 330 649 -319
TOSCANA 268 639 -371
UMBRIA 53 125 -72
MARCHE 75 231 -156
LAZIO 430 1.043 -613
ABRUZZO 95 236 -141
MOLISE 32 59 -27
CAMPANIA 812 1.568 -756
PUGLIA 398 858 -460
BASILICATA 66 132 -66
CALABRIA 175 366 -191
SICILIA 370 917 -547
SARDEGNA 108 246 -138
Totale ITALIA 4.473 9.803 -5.330

Fonte Osservatorio Confesercenti

Il bilancio del turismo: 21.463 chiusure in 10 mesi, saldo negativo per 5.773 unità. In Sicilia (-596), Piemonte (-567) e Lazio (-552) i risultati peggiori. Anche per le imprese attive nell’alloggio e e nella somministrazione, tradizionalmente considerate afferenti al turismo, il 2013 è stato finora un anno molto difficile. Da gennaio ad ottobre ci sono state 21.463: un dato che nemmeno le 15.690 nuove aperture sono riuscite a correggere, portando a un saldo finale in perdita di 5.733 attività. Anche in questo caso, la perdita più pesante si registra in Sicilia, dove 1.272 imprese chiuse spingono il bilancio in rosso di 596 unità. Seguono Piemonte (-567) e Lazio (-552).

Tab. 3 Saldo aperture/chiusure Alloggio e Somministrazione, per regioni (gennaio-ottobre 2013)

Regione Iscrizioni Cancellate Saldo
PIEMONTE 1.226 1.793 -567
VALLE D’AOSTA/VALLÉE D’AOSTE 54 70 -16
LOMBARDIA 2.707 3.198 -491
TRENTINO-ALTO ADIGE/SÜDTIROL 300 463 -163
VENETO 1.207 1.655 -448
FRIULI-VENEZIA GIULIA 335 496 -161
LIGURIA 535 774 -239
EMILIA-ROMAGNA 1.350 1.808 -458
TOSCANA 1.125 1.538 -413
UMBRIA 164 279 -115
MARCHE 391 571 -180
LAZIO 1.307 1.859 -552
ABRUZZO 408 636 -228
MOLISE 99 130 -31
CAMPANIA 1.556 1.972 -416
PUGLIA 1.079 1.432 -353
BASILICATA 162 184 -22
CALABRIA 608 730 -122
SICILIA 676 1.272 -596
SARDEGNA 401 603 -202
Totale ITALIA 15.690 21.463 -5.773

Fonte Osservatorio Confesercenti

Focus somministrazione: da gennaio a ottobre chiusi 34 ristoranti e 31 bar al giorno. Emorragia di bar anche in Lombardia. Nemmeno la somministrazione riesce ad invertire la tendenza: complessivamente nei primi 10 mesi del 2013 hanno chiuso i battenti 9.354 bar e 10.250 ristoranti, ad un ritmo – rispettivamente – di 34 e 31 chiusure al giorno. Anche in questo caso è la regione Sicilia che subisce l’andamento peggiore: le chiusure sono state 678 per un saldo negativo di 323 unità per quanto riguarda i ristoranti, mentre tra i bar le cessazioni sono state 514 per un dato finale di -221. In totale, quindi, nell’Isola scompaiono 554 imprese della somministrazione. Nella classifica delle regioni che hanno ottenuto i risultati peggiori, seguono ancora una volta Lazio e Piemonte, che perdono rispettivamente 531 (284 ristoranti e 247 bar) e 520 (263 ristoranti e 257 bar) imprese.

Tab. 4 Saldo aperture/chiusure Imprese ristorazione, per regioni (gennaio-ottobre 2013)

Regione Iscrizioni Cancellate Saldo
PIEMONTE 597 860 -263
VALLE D’AOSTA/VALLÉE D’AOSTE 21 29 -8
LOMBARDIA 1.131 1.368 -237
TRENTINO-ALTO ADIGE/SÜDTIROL 108 157 -49
VENETO 506 677 -171
FRIULI-VENEZIA GIULIA 150 220 -70
LIGURIA 262 355 -93
EMILIA-ROMAGNA 611 812 -201
TOSCANA 545 732 -187
UMBRIA 79 140 -61
MARCHE 200 324 -124
LAZIO 675 959 -284
ABRUZZO 211 344 -133
MOLISE 52 67 -15
CAMPANIA 771 1.022 -251
PUGLIA 545 735 -190
BASILICATA 58 69 -11
CALABRIA 288 411 -123
SICILIA 355 678 -323
SARDEGNA 189 291 -102
Totale ITALIA 7.354 10.250 -2.896

Fonte Osservatorio Confesercenti

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Oltre il baratro

Redditi da lavoro in caduta libera, più di mezzo milione di lavoratori in Cassa integrazione e oltre 30mila imprese scomparse. In difficoltà anche il commercio, il turismo, i trasporti e le banche. Questa è la fotografia del Paese emersa dal Rapporto della CGIL in vista della manifestazione nazionale, ‘Il Lavoro prima di tutto’, che si svolgera a Roma il 20 ottobre.

Prosegue il monitoraggio della Confederazione sulle situazioni di crisi più acute che stanno letteralmente sconvolgendo il tessuto industriale del Paese, ma anche il sistema dei servizi, del commercio e del credito. Continua l’emorragia dei posti di lavoro con cifre da capogiro, mezzo milione di posti nel solo triennio 2008/2010, in tutti i settori manifatturieri, dalla meccanica alla siderurgia, dagli elettrodomestici alla farmaceutica, il tessile, la ceramica, ai quali si aggiungono quelli persi nell’edilizia, nel commercio, nelle telecomunicazioni, nei trasporti e nelle banche.

Siamo nel pieno di una crisi a 360 gradi, che non fa sconti a nessuno, ma colpisce un settore dopo l’altro. Infatti, quando chiude o riduce drasticamente la produzione uno stabilimento a scomparire dal mercato è anche il suo prodotto, e così in Italia rischiano di scomparire intere filiere come quella dell’alluminio in Sardegna (Alcoa, Eurallumina) o dell’acciaio (ThyssenKrupp, Lucchini, Ilva) con il conseguente aumento delle importazioni e quindi della dipendenza dall’estero della nostra economia. A rischio il made in Italy nel tessile e nell’industria del bianco (Merloni, Indesit), nella ceramica (Ginori), nell’alimentare e nel mobile imbottito che 10 anni fa copriva il 16% dell’intera produzione mondiale mentre oggi registra una mortalità delle attività produttive pari all’80%. E se è vero che l’industria italiana si è dimostrata meno sofferente sotto il punto di vista dell’export, passando dal 61,4% del 2000 al 55,6% del 2011, a subire enormemente la crisi sono le aziende che si rivolgono esclusivamente o quasi al mercato interno.

Il quadro per l’industria italiana è drammatico: i primi sentori della crisi il nostro paese li ha avvertiti nel 2008, quando ha registrato un calo dell’attività industriale del 22,1% (aprile 2008 marzo 2009) e da allora, sostanzialmente non si è più ripresa. A dimostrarlo è la scomparsa tra il 2009 e il 2011 di 30mila imprese. A questa sofferenza dell’attività industriale si sommano le richieste di ore di Cassa integrazione, circa un miliardo all’anno per 500mila lavoratori, che è importante sottolinearlo, incidono negativamente sulla produttività oraria che viene invece solitamente calcolata sul numero complessivo della forza lavoro.

Delocalizzazioni da costo, crisi di liquidità, mancanza di investimenti e infrastrutture, costi dell’energia troppo alti, processi di riorganizzazione per una domanda in continuo calo, sono alcune delle maggiori cause di crisi nel nostro Paese. Per questo la CGIL torna a ribadire la necessità di una politica industriale con al centro investimenti e innovazione in ambito energetico, ambientale e delle materie prime, che stimoli una più forte collaborazione tra pubblico e privato facendo leva sulla domanda pubblica. C’è bisogno di risorse per rendere competitivo il nostro paese. Far ripartire l’economia significa anche rianimare i consumi interni attraverso politiche non restrittive e a favore dei redditi da lavoro e da pensione che con gli attuali interventi del Governo stanno subendo una drastica riduzione.

E’ per dare voce a tutti coloro che questa crisi la vivono in prima persona e che lottano ogni giorno per salvare, se ancora possibile, il proprio posto di lavoro, tra Cassa integrazione, contratti di solidarietà e annunci di licenziamenti collettivi, che la CGIL chiama a scendere in Piazza San Giovanni l’Italia della crisi, ma che dalla crisi vuole uscire attraverso il lavoro.

Di seguito riportiamo gli aggiornamenti di alcune situazioni particolarmente critiche divise per settore. Continue Reading

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Liberalizzazioni cosa cambierà veramente?

Commercio

Cosa voleva fare: la totale deregolamentazione degli orari di apertura, dei giorni di chiusura e dei saldi.

Cosa ha fatto: nessun intervento sui saldi.Quanto agli orari forse l’intervento contrasta con le prerogative attribuite dalla costituzione alle Regioni,che infatti hanno già annunciato un ricorso alla Corte costituzionale.

Taxi

Cosa voleva fare: aumentare il numero di licenze per aumentare il numero di auto in circolazione e migliorare il servizio.

Cosa ha fatto: finora la questione e’ stata di pertinenza dei Comuni e quindi il governo ha dovuto limitarsi ad affidare le competenze alla costituenda Autorità dei trasporti che dovra intervenire una volta sentito anche il parere dei sindaci.

Imprese

Cosa voleva fare: pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione con titoli di Stato,regole più semplici per avviare un’ attività ,velocizzazione della giustizia civile.

Cosa ha fatto: vengono istituiti nuovi organismi amministrativi e giudiziari, un tribunale per le imprese e un commissario antiburocrazia. Nasce la società costituita dai giovani,per la quale basterà un euro e non sarà necessario il notaio. Per i debiti della Pubblica amministrazione si vedrà .

Professionisti

Cosa voleva fare: abolizione di ogni riferimento alle tariffe degli ordini,un taglio alle prerogative dei notai.

Cosa ha fatto: per gli ordini si vedrà. L’abolizione definitiva delle tariffe,peraltro già sostanzialmente cancellata da tempo,e’ stata decisa. Per i notai,che non perdono nessuna delle loro prerogative,c’è la previsione di un aumento di 500 professionisti, con la verifica triennale degli organici.

Farmacie

Cosa voleva fare: allargare la vendita dei medicinali in fascia C alle parafarmacie.

Cosa ha fatto: i medicinali in fascia C restano vendibili solo all’interno delle farmacie, il cui numero aumenta di 5 mila unità, con liberalizzazione di orari e turni.Di fatto diminuiscono gli spazi per le parafarmacie.

Frequenze tv

Cosa voleva fare: rivedere il meccanismo di cessione delle frequenze televisive per massimizzare le entrate dello Stato.

Cosa ha fatto: la gara per l’assegnazione e’ stata sospesa per 90 giorni,il tempo necessario a valutare una procedura di vendita più redditizia per le casse dello Stato.

Reti

Cosa voleva fare: separare Rfi dalle Ferrovie e i gasdotti di Snam dall’Eni.Possibile anche lo scorporo di BancoPoste da Poste Italiane.

Cosa ha fatto: per la separazione tra Eni e Snam Rete gas si deve procedere entro sei mesi(se ne parla dal 1994). Per quanto riguarda le ferrovie,se ne occuperà invece l’Autorità dell’Energia,che dovra valutare l’ipotesi di uno scorporo.Nulla di fatto sulle Poste.

Lavoro

Cosa voleva fare: abolire le rigidità in uscita dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori,semplificare la giungla di contratti a tempo determinato,introdurre un contratto unico con tutele progressive,rendere più costoso il lavoro flessibile,riformare il sistema di ammortizzatori sociali a partire dalla cassa integrazione.

Cosa ha fatto: Il Ministro del Welfare Elsa Fornero ha avviato le consultazioni con le parti sociali…

Benzina

Cosa voleva fare: cancellare i contratti di esclusiva con i fornitori,cessione di parte dei distributori di proprietà delle compagnie,possibilità di aggregazione tra i gestori.

Cosa ha fatto: la cessione delle pompe di proprietà delle compagnie non e’ prevista. La possibilità di rifornirsi liberamente di benzina da altri produttori sarebbe circoscritta a mille benzinai su 25 mila (10 mila secondo il governo).

(fonte Panorama Economy)

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