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I 10 cibi più disgustosi del mondo: Buon appetito!

cibi più disgustosi del mondo

Se siete deboli di stomaco vi do un consiglio: Non leggete questo post. E nemmeno questo sugli insetti da mangiare. Ma date un occhiata a qualcosa di più “leggero”, per esempio questo: Come sono fatti i Wurstel? Tutta la verità.

Scherzi a parte, il mondo è bello perchè vario. Paese che vai cucina e grandi stomaci che trovi. Quindi, tutti a tavola.

Questi orrori da gustare sono tutti piatti che fanno parte delle tradizioni culinarie di molti Paesi. Ecco i 10 cibi più estremi del mondo!

I piatti più schifosi del pianeta

Quella riportata qui di seguito, non è una classifica, impossibile scegliere il meno peggio, piuttosto è una lista pura e semplice. L’ordine decidetelo voi. Partiamo. Continue Reading


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In Italia cibo, internet, servizi postali e telefoni più cari della media Ue

In Italia il cibo costa il 13% in più che nel resto d'Europa

Siamo il Paese d’Europa con i salari più bassi e la tassazione più elevata, ma siamo anche quello Stato dove il cibo costa tredici volte di più che nel resto d’Europa. Internet, servizi postali e telefoni addirittura il 20% più cari della media Ue. È quanto emerge dagli ultimi dati dei prezzi al consumo diffusi da Eurostat.

Volete sapere quali sono gli unici Paesi in cui il cibo costa più che da noi? Svizzera, Norvegia, Danimarca, Svezia, Lussemburgo, Austria e Finlandia. Paesi con un pil pro capite decisamente più alto rispetto a quello nostrano. Continue Reading

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L’autonomia alimentare

autonomia alimentare

“Sono nato a Torino. Ho studiato informatica,  ho fatto il dirigente di una multinazionale del settore auto, ho fatto il ristoratore  e non ho origini contadine.

Eppure ho sentito forte, in questi ultimi anni, il richiamo della terra, come una necessità, un bisogno pressante. Credo che sia fondamentale riconsiderare i bisogni primari della vita (respirare aria pura , mangiare sano, mantenersi in buona salute, avere buone relazioni sociali…) come aspetti della propria esistenza da non delegare ad altri (industrie alimentari, farmaceutiche …) ma è necessario diventare attori in un momento in cui assistiamo al collasso di un sistema economico che non può più funzionare con le attuali modalità.

E allora, anziché deprimermi, ho deciso di agire su diversi fronti; il primo: l’autosufficienza alimentare. Provo ad elencare le ragioni che ci spingono a cercare l’autosufficienza alimentare.

Autoprodurre il nostro cibo:

1) Migliora la sua qualità, per il maggior apporto di elementi nutritivi rispetto al cibo industriale e coltivare in modo sano aumenta la quantità di antiossidanti negli alimenti.

2) Azzera i conservanti, i coloranti e l’eccessivo contenuto di zucchero presente in molti cibi industriali. Inoltre sarà molto divertente personalizzare, ad esempio, i diversi tipi di conserve a seconda dei propri gusti, ad esempio aggiungendo erbe aromatiche e spezie. Che ne direste di una confettura di pere allo zenzero o di mele e cannella?

3) Riduce l’inquinamento del suolo e dell’acqua evitando l’utilizzo di concimi e pesticidi chimici.

4) Diminuisce notevolmente gli imballaggi necessari per la conservazione e per  il trasporto del cibo dalla produzione alle nostre case.

5) Riduce, per alcuni alimenti, la catena del freddo necessaria per la corretta conservazione;  basti pensare ai camion refrigerati, ai frigo dei supermercati, alle celle dei produttori di frutta  ecc che non servono più.

6) Riduce i trasporti necessari per farlo arrivare dal produttore alla nostra tavola.

7) Aumenta i momenti conviviali in famiglia e con gli amici e diventa quindi momento di aggregazione, un’occasione di ritrovo. Le famiglie allargate e i vicini di casa in determinati periodi dell’anno si possono riunire per dare vita a scorte di salse e conserve in grandi quantità, ad esempio durante l’estate e in vista dell’inverno. E’ un’opportunità per chiacchierare, scambiare pareri e saperi e conoscersi meglio. L’unione, mai come in questo caso, faceva e può fare ancora la forza.

8) Permette di avere maggior consapevolezza dello sforzo per prepararlo e quindi riduce gli sprechi, e valorizza il momento del “consumo”.

9) Porta ad una cultura del recupero degli avanzi aumentando la nostra creatività e fantasia e quindi ogni giorno si impara qualcosa di nuovo.

10) Acquisiamo potere, perché non dipendiamo da altri per mangiare. Permette quindi di essere maggiormente indipendenti dai mercati, dai futures che valutano il cibo come una “merce” e non come un bene.

11) Ci prepara ad un futuro che necessariamente sarà con meno risorse.

12) Porta a aumentare la nostra capacità di “fare” e “la fiducia in noi stessi”, riducendo lo stress e le alienazioni.

13) Riduce i costi e quindi indirettamente “aumenta le entrate”, con il risparmio si può scegliere di lavorare meno per  il sistema e di più a casa. Ci porta a ridiventare produttori  e non solo consumatori,  è questo il modo migliore per ridurre il costo della vita e aumentare la propria autosufficienza economica. Pensate che il  70% dell’economia americana è basato sull’acquisto di prodotti. Un chiaro segno di disequilibrio che, di conseguenza, non è sostenibile.

14) Stimola la biodiversità contro l’omologazione.

15) Aiuta a mantenere vive le tradizioni di un territorio.

Anche se non si riesce ad essere autosufficienti completamente, per tutti questi motivi l’autoproduzione non è tempo perso, ma tempo guadagnato.

Prendiamoci lo spazio di una sera, di un sabato mattina o di una domenica pomeriggio per preparare conserve e marmellate con l’aiuto di tutta la famiglia. La dispensa si arricchirà in un batter d’occhio e non dovremo perdere tempo da dedicare ad una lunga spesa al supermercato, per acquistare tra l’altro prodotti di qualità decisamente inferiore.

In questo modo riscopriamo il ciclo delle stagioni e il rapporto con la terra. Vivere di più a contatto con la natura ci permetterà di apprezzare di più le cose semplici. Costruire un orto col proprio sudore, scegliere i prodotti migliori da raccogliere e cucinarli per la propria famiglia e comunità, è un’esperienza significativa”. Alberto – Guggini di campagna

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Il futuro dell’agricoltura è nella rilocalizzazione

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Il miglior modo per rendere il nostro sistema alimentare più resiliente è chiaro: decentralizzarlo e rilocalizzarlo.

Negli ultimi decenni il sistema alimentare degli Stati Uniti e della maggior parte delle altre nazioni si è globalizzato. Il cibo viene scambiato in quantità enormi: non solo il cibo di lusso (come caffè e cacao), ma anche le derrate alimentari di base come grano, mais, patate e riso. La globalizzazione del sistema alimentare ha portato dei vantaggi: la popolazione dei paesi ricchi ha ora accesso ad un’ampia varietà di cibi in ogni momento, inclusi frutta e verdura fuori stagione (come le mele in maggio o gli asparagi in gennaio) ed alimenti che non possono essere prodotti localmente (come l’avocado in Alaska). Trasporti a lungo raggio rendono possibile la distribuzione del cibo da aree in cui abbonda a luoghi in cui è scarso. Mentre nei secoli passati il fallimento regionale di una coltivazione poteva portare ad una carestia, ora i sui effetti possono essere neutralizzati tramite l’importazione, relativamente poco costosa, di cibo dall’estero. Tuttavia, la globalizzazione del sistema alimentare crea anche una vulnerabilità sistemica. Al crescere del prezzo del carburante, aumentano i costi dei prodotti d’importazione. Se la disponibilità di carburanti fosse drasticamente ridotta da qualche evento economico o geopolitico transitorio, l’intero sistema potrebbe collassare. Un sistema globalizzato è inoltre più soggetto a contaminazioni accidentali, come visto recentemente con il caso della melamina, una sostanza tossica finita nel cibo in Cina. Il miglior modo per rendere il nostro sistema alimentare più resiliente contro questi rischi è chiaro: decentralizzarlo e rilocalizzarlo.

La rilocalizzazione avverrà inevitabilmente, prima o poi, come effetto del calo della produzione del petrolio, dato che non esistono sorgenti di energia alternative in vista che possano essere introdotte in tempi brevi per prendere il posto dei derivati petroliferi. Pertanto se vogliamo fare in modo che il processo di Transizione si sviluppi in modo positivo, piuttosto che catastrofico, bisogna che sia pianificato e coordinato. Questo richiederà uno sforzo appositamente mirato a costruire infrastrutture dedicate all’economia alimentare regionale, adatte a sostenere un’agricoltura diversificata ed a ridurre il quantitativo di combustibile fossile che è alla base della dieta Nordamericana.

Rilocalizzare significa produrre localmente una frazione maggiore del fabbisogno alimentare di base. Nessuno dice che dovremmo eliminare completamente il commercio alimentare: questo danneggerebbe sia gli agricoltori che i consumatori. Piuttosto, è necessario fissare delle priorità alla produzione inmodo tale che le comunità possano fare maggiore affidamento su fonti locali per gli alimenti di base, mentre le importazioni a lungo raggio dovrebbero essere riservate ai cibi di lusso. Le derrate alimentari basilari legate alla tradizioni locali, generalmente di basso valore e di conservabili a lungo, dovrebbero venire coltivate in tutte le regioni per motivi di sicurezza alimentare. Una simile decentralizzazione del sistema alimentare produrrà maggiore resilienza sociale, capace di contrastare le fluttuazioni del prezzo del combustibile. Saranno anche minimizzati, ove appaiano, i problemi relativi alla contaminazione del cibo. Nel contempo, rivitalizzare la produzione locale di alimenti aiuterà a rinnovare l’economia del territorio. I consumatori potranno godere di cibo di qualità migliore, più fresco e di stagione. Sarà ridotto l’impatto dei trasporti sul clima. Ogni nazione e regione dovranno escogitare la propria strategia di rilocalizzazione del sistema alimentare basandosi su un’ampia valutazione iniziale di debolezze e punti di forza. I punti deboli dovrebbero essere identificati tramite l’analisi delle numerosissime modalità di dipendenza dell’approvvigionamento locale di alimenti dalla disponibilità e dal costo del combustibile fossile, attraverso tutte le fasi del sistema di produzione agroalimentare e della filiera distributiva. Le opportunità saranno diverse a seconda delle comunità e delle regioni agricole, benché esistano molte azioni che i governi possono intraprendere quasi ovunque:

Incoraggiare la produzione ed il consumo del cibo locale offrendo supporto alle strutture a questo scopo necessarie come i mercati contadini (farmers’ market).
• Inserire all’interno del sistema di gestione dei rifiuti installazioni per la raccolta dei residui di cibo da convertire in compost, biogas e mangime animale, da fornire a contadini e allevatori locali.
• Richiedere che una percentuale minima degli acquisti di cibo per scuole, ospedali, basi militari e carceri sia approvvigionata entro un raggio di 100km.
• Creare una normativa sulla sicurezza alimentare in base alla scala di produzione e distribuzione, in modo che un piccolo produttore che vende i suoi prodotti direttamente non sia soggetto alle stesse onerose regole di una multinazionale.

Gli agricoltori stessi devono ripensare le loro strategie: la maggior parte delle aziende orientate all’esportazione dovrà spostare la produzione verso alimenti di base per il consumo locale e regionale, uno sforzo che richiederà sia una analisi dei mercati locali che la scelta di varietà adatte per questi mercati; il movimento Community Supported Agriculture (Supporto all’Agricoltura di Comunità-CSA) fornisce un modello di organizzazione aziendale che si è dimostrato vincente in diverse aree. I piccoli produttori che affrontano significativi esborsi di capitali durante questa transizione possono costituire cooperative informali per l’acquisto di macchinari ad esempio trebbiatrici per i cereali, mulini o presse per la lavorazione dei semi oleosi o microturbine idrauliche per produrre elettricità. La scelta di rilocalizzare il sistema alimentare sarà più difficile per alcune nazioni e regioni rispetto ad altre. Dovrebbero essere incoraggiate la creazione di orti urbani e anche di piccoli allevamenti (di polli, anatre, oche e conigli) all’interno delle città, ma anche così sarà necessario approvvigionare la maggior parte del cibo dalla campagna circostante, trasportandolo alle comunità urbane e periurbane senza utilizzare combustibile fossile. In questo senso la rilocalizzazione dovrebbe essere vista come un processo e uno sforzo generale e non come un obiettivo assoluto da raggiungere.
*Estratto da “La Transizione Agroalimentare”

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I falsi miti dell’agricoltura industriale

Articoli che cercano di gettare dubbi sull’agricoltura organica stanno improvvisamente dilagando sui media. Ci sono due ragioni per questo. Prima: la gente ne ha abbastanza dell’assalto industriale delle sostanze tossiche e degli OGM. Seconda: la gente si sta rivolgendo all’agricoltura organica e al cibo organico per por fine alla guerra tossica contro la Terra e contro i nostri corpi.  In un tempo in cui l’industria ha messo gli occhi sui super-profitti da ricavare dal monopolio dei semi mediante semi brevettati e semi ingegnerizzati con geni tossici e geni che rendano le colture resistenti agli erbicidi, la gente cerca libertà alimentare nel cibo organico, non industriale.  La rivoluzione alimentare è la più grande rivoluzione dei nostri tempi e l’industria è nel panico. Così agita la propaganda, nella speranza che, sulle orme di Goebbels, una menzogna ripetuta centinaia di volte si trasformerà in verità. Ma il cibo è diverso. Siamo quel che mangiamo. Siamo i nostri barometri. I nostri campi e i nostri corpi sono i nostri laboratori, e ogni contadino e ogni cittadino è uno scienziato che sa bene come una cattiva agricoltura e un cibo cattivo colpiscano la terra e la nostra salute e come la buona agricoltura e il buon cibo guariscano il pianeta e la gente.

Un esempio dei miti a proposito dell’agricoltura industriale si trova sul The Tribune dell’8 agosto 2012, a firma di Bob Johnston, ‘I grandi miti organici’, che cerca di sostenere che i cibi organici non sono più sani o migliori per l’ambiente, e sono pieni di pesticidi. In un’epoca di cambiamento climatico e di scarsità, questi cibi sono un lusso che il mondo non può permettersi.

Questo articolo era stato pubblicato sull’Independent ed era stato confutato, ma è stato utilizzato dal Tribune senza la confutazione. Ogni argomento di questo articolo è truffaldino.

Il mito dominante dell’agricoltura industriale è che essa produce più cibo e risparmia terreni. Tuttavia quanto più l’agricoltura industriale si diffonde, tanti più affamati abbiamo. E quanto più l’agricoltura industriale si diffonde, tanta più terra viene arraffata.

La produttività dell’agricoltura industriale è misurata in termini di “resa” per acro, non di produzione complessiva. E l’unico fattore preso in considerazione è il lavoro umano, che è abbondante, e non le risorse naturali, che sono scarse.

Un sistema di agricoltura affamato e distruttivo di risorse non risparmia i terreni, è un sistema che ne reclama. E’ per questo che l’agricoltura industriale sta procedendo a un grande accaparramento planetario di terreni. Esso sta portando alla deforestazione delle foreste pluviali dell’Amazzonia per la soia e dell’Indonesia per l’olio di palma. E sta alimentando un accaparramento di terreni in Africa, rimuovendo i pastori e i contadini.  L’agricoltura industriale è responsabile del 75% dell’erosione della biodiversità, del 75% della distruzione dell’acqua, del 75% del degrado dei suoli e del 40% dei gas serra. E’ un fardello troppo pesante per il pianeta. E come dimostrano i 250.000 suicidi di contadini in India, è un fardello troppo pesante per i nostri coltivatori.  I tossici e i veleni usati nelle colture chimiche stanno creando un onere sanitario per la nostra società. Ricordate Bhopal. Ricordate le vittime dell’Endosulfan in Kerala. E ricordate il treno del cancro del Punjab. Il prossimo rapporto di Navdanya, “I veleni sono il nostro cibo”, è una sintesi di tutti gli studi sull’onere sanitario dei pesticidi usati nell’agricoltura industriale ma non nell’agricoltura organica.

L’agricoltura industriale è un sistema inefficiente e causa di sprechi che usa intensivamente la chimica, i combustibili fossili e i capitali.  Distrugge il capitale della natura da un lato e il capitale della società dall’altro, rimuovendo le piccole fattorie e distruggendo la salute. Utilizza dieci unità di energia in ingresso per produrre un’unità di energia in uscita sotto forma di cibo. Questo spreco è amplificato di un altro fattore di dieci, quando gli animali sono tenuti in stalle-fabbrica, nutriti a grano invece che a erba in sistemi ecologici liberi. Rob Johnston celebra come efficienti queste prigioni di animali, ignorando il fatto che ci vogliono sette chili di grano per produrre un chilo di carne, quattro chili di grano per produrre un chilo di maiale e 2,4 chili di grano per produrre un chilo di pollo. La deviazione delle granaglie all’alimentazione [animale] è una delle principali cause della fame mondiale. E gli acri che stanno dietro la produzione di questo grano non sono mai conteggiati. L’area utilizzata dall’Europa al di fuori dei propri confini per produrre alimenti per le proprie stalle-fabbrica è sette volte quella interna.

Le piccole coltivazioni del mondo forniscono il 70% del cibo e tuttavia sono distrutte nel nome della bassa “resa”. L’88% del cibo è consumato all’interno della stessa eco-regione o paese in cui è coltivato. L’industrializzazione e la globalizzazione sono l’eccezione, non la norma. E dove l’industrializzazione non ha distrutto le piccole coltivazioni e le economie alimentari locali, la biodiversità e il cibo sostengono la popolazione. La biodiversità in agricoltura è conservata dai piccoli contadini. Un rapporto dell’ETC afferma che “i contadini alimentano e allevano 40 specie di bestiame e quasi 8.000 razze. I contadini coltivano anche 5.000 colture selezionate e hanno donato più di 1,9 milioni di varietà di piante alla banca mondiale dei geni. I pescatori contadini allevano e proteggono più di 15.000 specie d’acqua dolce.  Il lavoro dei contadini e dei pastori assicura una fertilità del suolo di valore 18 volte maggiore di quella dei fertilizzanti sintetici forniti dalle sette imprese maggiori” (ETC Group, “Chi ci darà da mangiare?”).

Quando questo sistema alimentare ricco di biodiversità è sostituito da monocolture industriali, quando il cibo è reso merce [per la speculazione], il risultato è la fame e la malnutrizione. Dei 6,6 miliardi di abitanti del mondo, 1 miliardo non ha abbastanza cibo; un altro miliardo potrebbe ricevere sufficienti calorie ma non sufficiente nutrizione, specialmente micronutrienti. Altri 1,3 miliardi sono obesi e soffrono di malnutrizione per essere condannati a cibo artificialmente a buon prezzo, ricco di calorie e povero di nutrienti.

Metà della popolazione del mondo è vittima della fame strutturale e dell’ingiustizia alimentare nel sistema alimentare dominante. Abbiamo avuto la fame in passato, ma era causata da fattori esterni: guerre e disastri naturali. Era localizzata nello spazio e nel tempo. La fame di oggi è permanente e globale. E’ una fame per progetto. Questo non significa che quelli che progettano i sistemi alimentari contemporanei intendano creare la fame. Non significa che la creazione della fame sia incorporata nel progetto della produzione industriale e della distribuzione globalizzata del cibo.

Una serie di articoli sui media si è occupata di un altro studio di una squadra diretta da Bravata, un associato anziano del Centro di Stanford per la politica Sanitaria e di Crystal Smith-Spangler, dottore in medicina e chirurgia, istruttore alla Divisione di Discipline Mediche Generali della scuola e medico ricercatore presso il Sistema di Assistenza Sanitaria dell’Agenzia per i Veterani a Palo Alto, “che ha condotto la più estesa meta-analisi di dati degli studi esistenti che confrontano cibi organici e convenzionali. Non sono state riscontrate forti evidenze che i cibi organici siano più nutrienti o determinino minori rischi per la salute, rispetto alle alternative convenzionali, anche se il consumo di alimenti organici può ridurre il rischio dell’esposizione a pesticidi.”

Questo studio difficilmente può essere definito “la più estesa meta-analisi” perseguita da esso; i ricercatori hanno passato al setaccio migliaia di pagine e ne hanno identificate 237 tra quelle più rilevanti da analizzare. Questo già rivela un pregiudizio.  La più vasta meta-analisi su cibo e agricoltura è stata condotta dalle Nazioni Unite con il progetto Valutazione Internazionale del Sapere, della Scienza e della Tecnologia Agricola (IAASTD). Quattrocento scienziati di tutto il mondo hanno lavorato per quattro anni ad analizzare tutte le pubblicazioni sui diversi approcci all’agricoltura e hanno concluso che l’agricoltura chimica industriale non è più una scelta e che solo l’agricoltura ecologica lo è. Tuttavia la squadra di Stanford si presenta come lo studio più esteso e pretende che non ci siano benefici per la salute nell’agricoltura organica, anche se non esistono studi a lungo termine sulle conseguenze per la salute del consumo di cibi organici rispetto a quelli prodotti convenzionalmente; la durata degli studi riguardanti soggetti umani è variata da due giorni a due anni.  Due giorni non rendono scientifico uno studio. Nessun impatto può essere misurato in uno studio della durata di due giorni. Questa è spazzatura scientifica che si fa passare per scienza.

Un principio a proposito del cibo e della salute è che il nostro cibo è sano quanto lo è il suolo su cui cresce. Ed è carente quanto lo diviene il suolo con l’agricoltura chimica.

L’agricoltura chimica industriale crea fame e malnutrizione sottraendo nutrienti alle colture. Il cibo prodotto industrialmente è una massa nutrizionalmente vuota, piena di sostanze chimiche e di tossine. La nutritività del cibo deriva dai nutrienti del suolo. L’agricoltura industriale, basata sulla mentalità NPK dei fertilizzanti basati su azoto, fosforo e potassio porta allo svuotamento di micro nutrienti e oligoelementi vitali, come il magnesio, lo zinco, il calcio e il ferro.

David Thomas, un geologo diventato nutrizionista, ha scoperto che tra il 1940 e il 1991 le verdure avevano perso, in media, il 24% del magnesio, il 46% del calcio, il 27% del ferro e non meno del 76% del rame (rif. David Thomas, “Uno studio sullo svuotamento minerale degli alimenti disponibili alla nostra nazione nel periodo dal 1940 al 1991”. Nutrition and Health, 2003: 85-115).

Le carote hanno perso il 75% del calcio, il 45% del ferro, il 75% del rame. Le patate hanno perso il 30% del magnesio, il 35% del calcio, il 45% del ferro e il 47% del rame.

Per ottenere la stessa quantità di nutrimento la gente avrà bisogno di mangiare molto più cibo. L’aumento della ‘resa’ in termini di masse vuote non si traduce in maggior nutrizione. In realtà conduce alla malnutrizione.

Lo IAASTD riconosce che mediante un approccio agroecologico “gli agrosistemi anche delle società più povere hanno il potenziale, mediante l’agricoltura ecologica e l’IPM [Gestione Integrata della Disinfestazione] di conseguire rese pari o significativamente superiori a quelle dei metodi convenzionali, di ridurre la richieste di conversione dei terreni all’agricoltura, di ripristinare i servizi degli ecosistemi (l’acqua in particolare), di ridurre l’utilizzo e la necessità di fertilizzanti sintetici derivati da combustibili fossili e di insetticidi ed erbicidi violenti.”

I nostri venticinque anni di esperienza a Navdanya dimostrano che l’agricoltura ecologica organica è l’unica via per produrre cibo senza danneggiare il pianeta e la salute delle persone. Questa è una tendenza che crescerà, indipendentemente da quanti articoli pseudoscientifici siano seminati nei media dall’industria.

(Fonte zcommunications – traduzione di Giuseppe Volpe znetitaly)

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