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Il nuovo re dell’Arabia Saudita sostiene e finanzia al-Qaida

Salman bin Abdulaziz al-Saud

“Il nuovo re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz al-Saud, fratellastro di re Abdullah, morto a 90 anni per le complicazioni di una polmonite, dovrebbe governare in senso ancor più wahabita e concentrarsi a limitare la prudente politica di riforme iniziata da Abdullah. Salman dovrebbe anche dedicare energia ad aumentare la sicurezza nazionale saudita.

La devozione di Salman alla sicurezza saudita è ipocrita, dato il suo passato sostegno ad al-Qaida, tra cui alcuni soggetti implicati nell’attacco dell’11 settembre contro gli Stati Uniti. Il coinvolgimento di Salman nel finanziamento dei terroristi dell’11 settembre, ed altri, probabilmente rafforzerà il rifiuto dell’amministrazione Obama di declassificare le 28 pagine mancanti dal rapporto del Comitato sull’Intelligence del Senato, del 2002, sui fallimenti dell’intelligence riguardo l’attacco. Allora governatore di Riyadh, Salman probabilmente appare tra i responsabili nelle 28 pagine del rapporto del Senato.

In apparenza Salman non governerà assai diversamente dal predecessore su politica del petrolio e sicurezza nazionale. Salman sarà assistito dal figlio, principe Muhammad bin Salman, ministro della difesa e capo della corte reale. Muhammad fu principale consigliere del padre quando era governatore della provincia di Riyadh. Il principe Muhammad è divenuto ministro della Difesa quando il padre è salito al trono dopo la morte di Abdullah. L’altro consulente di Salman sarà Muhammad bin Nayaf, ministro degli interni dal 2012 e attuale secondo principe ereditario e secondo viceprimo ministro. Nayaf, nipote di re Salman, è secondo in linea al trono dopo il principe ereditario Muqrin bin Abdulaziz al-Saud. Muqrin era il capo del Muqabarat al-Amah, l’agenzia d’intelligence saudita nel 2005-2012.

Nel 2006, i capi dell’opposizione democratica saudita in Gran Bretagna accusarono Salman, allora governatore della provincia di Riyadh, di fornire aiuti materiali ad al-Qaida in Afghanistan, prima e dopo l’11 settembre. L’opposizione rivelò che i membri di al-Qaida viaggiavano regolarmente da Riyadh al Pakistan e poi alle regioni governate dai taliban in Afghanistan. Questi sauditi riferirono anche che il governatorato di Salman pagava in contanti hotel e voli aerei ai membri di al-Qaida. Non c’è dubbio che le attività di Salman per conto di al-Qaida siano note alla Central Intelligence Agency (CIA), che approvò i rifornimenti sauditi ai guerriglieri arabi tra i mujahidin in Afghanistan fin dai primi giorni del coinvolgimento di Langley nella campagna jihadista per abbattere il governo socialista e laico dell’Afghanistan.

Poco prima della sospetta morte in Scozia nel 2005, l’ex-ministro degli Esteri inglese Robin Cook scrisse su The Guardian che “al-Qaida” era l’archivio dei mercenari, finanzieri ed interlocutori utilizzati dalla CIA per combattere i sovietici in Afghanistan: “Per tutti gli anni ’80, lui (Usama bin Ladin) fu armato dalla CIA e finanziato dai sauditi per la jihad contro l’occupazione russa dell’Afghanistan. Al-Qaida, letteralmente ‘l’archivio’, era in origine i file dei computer di migliaia di mujahidin reclutati e addestrati dalla CIA per sconfiggere i russi”.

Secondo l’opposizione saudita e Cook, è inconcepibile che Salman non fosse a conoscenza delle attività del personale del suo governatorato a Riyadh. Quando un principe saudita e noto parente di re Salman, il primo consigliere principe Muhammad bin Nayaf, chiamato anche Nayif, fu arrestato in Francia per narcotraffico nel 1999, il ministero degli Interni saudita informò Parigi nel 2000 che se la Francia trascinava in tribunale il principe Nayaf, il contratto da 7 miliardi di dollari per il radar della difesa del progetto SBGDP (“Garde Frontiere”) con la ditta franceseThales, sarebbe stato annullato. I dettagli si trovano in un cablo diplomatico francese riservato, datato 21 febbraio 2000. Il tema del cablo era un incontro tra funzionari francesi e il ministro degli Interni saudita principe Nayaf, sul caso di un aereo saudita sospettato di narcotraffico (“Prince Nayef, ministre saoudien de l’interieure. Affaire de l’avion saoudien soupçonne d’avoir servi a un traffic stupefiants“.) Il cablo fu inviato dal consulente tecnico del ministero degli interni francese François Gouyette al ministero della giustizia francese e all’ambasciata francese a Riyadh. Gouyette divenne ambasciatore francese negli Emirati Arabi Uniti nel 2001. La cocaina spacciata da Nayaf era, secondo un documento riservato dell’US Drug Enforcement Administration (DEA), utilizzata per finanziare al-Qaida in Afghanistan. Il denaro del ministero dell’Interno per pagare le reclute del terrorismo che passavano per Riyadh, era i proventi del narcotraffico detenuti in conti bancari segreti. La CIA lo sapeva e incoraggiava i pagamenti sottobanco delle reclute di al-Qaida, proprio come fa oggi con le reclute di al-Qaida liberate dalle carceri saudite e pagate dai mediatori governativi sauditi.

Nel 1999, la DEA sventò una cospirazione, per contrabbandare cocaina colombiana dal Venezuela, del principe Nayaf a sostegno di certe “intenzioni future” basate su una profezia coranica. Le operazioni della DEA erano contenute in un memorandum “di declassificazione del documento segreto 6 della DEA ufficio di Parigi” del 26 giugno 2000. Nel giugno 1999, 808 chilogrammi di cocaina furono sequestrati a Parigi. Nello stesso tempo, la DEA conduceva una grande inchiesta sul cartello della droga di Medellin, chiamata Operazione Millennio. Attraverso un fax intercettato, l’ufficio di Bogota della DEA apprese della cocaina sequestrata a Parigi e collegò l’operazione ai sauditi. L’indagine della DEA s’incentrava sul principe saudita Nayaf al-Saud, il cui alias era “El Principe”. Il nome completo di Nayaf è Nayaf (o Nayif) bin Fawaz al-Shalan al-Saud. Nel perseguimento dei suoi traffici di droga internazionali, Nayaf viaggiava con il suo Boeing 727 e sfruttò il suo status diplomatico per evitare i controlli doganali. Il rapporto della DEA affermava che Nayaf aveva studiato presso l’Università di Miami, in Florida, di proprietà di una banca in Svizzera, parla otto lingue, aveva pesantemente investito nell’industria petrolifera del Venezuela, visitava regolarmente gli Stati Uniti e viaggiava con milioni di dollari statunitensi.

Nayaf aveva anche investito nell’industria petrolifera della Colombia. Nayef avrebbe incontrato i membri del cartello della droga a Marbella, in Spagna, dove la famiglia reale saudita ha una grande palazzina. La relazione afferma che, quando un gruppo di membri del cartello si recò a Riyadh per incontrare Nayaf, “furono accolti da una Rolls Royce appartenente a Nayaf e portati all’hotel Holiday Inn Riyadh. Il giorno successivo furono accolti da Nayaf e dal fratello (che si credeva si chiamasse Saul (sic). Il fratello gemello è il principe Saud. Il fratello maggiore, principe Nawaf, è sposato con la figlia di re Abdullah)… Il secondo giorno viaggiarono nel deserto su fuoristrada (Hummer). Durante il viaggio nel deserto discussero di narcotraffico. “UN” (informatore della DEA) e Nayaf accettaono di spedire 2000 kg di cocaina a Caracas, usando gente di UN, da cui Nayaf poteva facilitarne il trasporto a Parigi. Nayaf spiegò che avrebbe utilizzare il suo jet di linea 727, sotto copertura diplomatica, per il trasporto della cocaina. Nayaf disse a “UN” che poteva trasportare 20000 chilogrammi di cocaina nel suo aereo di linea, e propose ad “UN” di inviarne 10-20000 chilogrammi in futuro. “UN” chiese perché Nayaf, presumibilmente devoto musulmano, fosse coinvolto nel narcotraffico. La risposta di Nayaf illumina ciò che oggi è noto del finanziamento del terrorismo saudita, meritevole di attenta lettura. Durante l’incontro di Riyadh, Nayaf rispose alla domanda di “UN” affermando che “è un rigoroso sostenitore del Corano musulmano (sic)”. “UN” dichiarò, “Nayaf non beve, non fuma né viola qualsiasi precetto del Corrano (sic)”. “UN” chiese a Nayaf perché voleva vendere cocaina e Nayaf rispose che il mondo è già condannato e che era stato autorizzato da Dio a venderla. Nayaf disse a “UN” che poi avrebbe capito le vere intenzioni del suo narcotraffico, sebbene poi non dicesse altro. Il narcotraffico del principe saudita fu distrutto da DEA e polizia francese nell’ottobre 1999. Il riciclaggio di narcodollari a sostegno dei terroristi di al-Qaida in Afghanistan e Pakistan, la rigida interpretazione del Corano nel futuro governo dell’Arabia Saudita, il ritorno della temuta polizia religiosa, la “mutawin” e la repressione del legittimo dissenso interno in Arabia Arabia: questo è lo stile di governo che re Salman porta all’Arabia Saudita”. Wayne Madsen – globalresearch

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Infografica Datagate: Europa e Sud America spiate

Datagate è il nome che la stampa italiana ha scelto di dare alla serie di rivelazioni dell’ex tecnico della NSA e della CIA Edward Snowden, relative al programma di controllo di massa di U.S.A. e Regno Unito. Negli ultimi giorni sono emerse ulteriori rivelazioni sulle attività di sorveglianza elettronica della Nsa americana in Europa e Sud America. Ecco in un Infografica i punti più rilevanti.

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La mafia in tavola

 

L’agricoltura da tempo sta vivendo un momento estremamente difficile e i tentacoli della criminalità organizzata si stanno inserendo nei gangli vitali del settore, condizionando pesantemente l’attività produttiva e lo stesso futuro imprenditoriale di tantissimi produttori. Il Rapporto della Cia e della Fondazione Humus, “Cittadino agricoltore in sicurezza 2011”, che, ha realizzato anche con la collaborazione e il supporto della Direzione nazionale antimafia, della Polizia di Stato, dei Carabinieri, del Cnel, di “Libera”, di Legambiente e della Confesercenti mette, dunque, in chiara luce questi aspetti e conferma la dimensione rilevante che l’attenzione delle mafie sta esercitando sulle campagne italiane.

Ormai i dati parlano chiaro e mettono in evidenza una situazione estremamente drammatica. Più di 240 sono reati al giorno, praticamente otto ogni ora, commessi contro le campagne italiane. Un agricoltore su tre ha subito e subisce gli effetti della criminalità. Furti di attrezzature e mezzi agricoli, usura, racket, abigeato, estorsioni, il cosiddetto “pizzo”, discariche abusive, macellazioni clandestine, danneggiamento alle colture, aggressioni, truffe nei confronti dell’Unione europea, “caporalato”, abusivismo edilizio, saccheggio del patrimonio boschivo. Atti delinquenziali che mettono in moto ogni anno un “business” per l’azienda “Mafie S.p.A.” di oltre 50 miliardi di euro, pari a poco meno di un terzo dell’economia illegale nel nostro Paese (169,4 miliardi di euro).

L’interesse delle organizzazioni criminali, pertanto, non è focalizzato soltanto verso i settori dove, in materia, c’è una consolidata letteratura: edilizia, smaltimento dei rifiuti, autotrasporto, sanità. Il fenomeno delinquenziale si sta allargando in modo vistoso e allarmante anche dell’agricoltura, in particolare nei territori e nei segmenti meno industrializzati. E così l’agricoltura, divenuto bersaglio sempre più della criminalità, rischia più di altri settori di essere ostaggio delle mafie che nelle campagne nascono e nelle campagne continuano a mantenere molti interessi. E proprio le aziende agricole rappresentano uno dei maggiori investimenti delle organizzazioni criminali.

La storia dimostra che nelle campagne le mafie hanno sempre trovato un ottimo rifugio. Questo vale, in modo particolare, per la vecchia mafia e suoi capi. Gli arresti eccellenti di grandi e vecchi capi, latitanti da anni, è avvenuta nelle campagne.

In quel luogo si mimetizzano bene e ci vivono. Investimenti sono stati fatti attorno e nei terreni agricoli. La storia delle confische dei beni lo dimostra come per esempio, da parte di Libera (associazione nomi e numeri contro le mafie), presieduta da don Luigi Ciotti, e l’utilizzo dei beni confiscati alle mafie dimostra che diverse sono le cooperative sociali, di giovani, che coltivano i terreni delle mafie e producono prodotti alimentari di qualità (progetto “Libera Terra”).

Venendo alla specificità dell’agromafia, nel 2010, diverse sono state le iniziative di ricerca e studio che hanno fatto riferimento alla grande criminalità e il loro collegamento con la terra e l’agricoltura.
Partiamo dal Rapporto “SOS Impresa” dove stimano che il fatturato della mafia è di 135 miliari euro. Cifra confermata, anche, da diverse dichiarazioni del Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, on. Beppe Pisanu.

Il Presidente della Direzione Nazionale Antimafia, Pietro Grosso, nel suo libro (Soldi sporchi. Come le mafie riciclano miliardi e inquinano l’economia mondiale ) stima il valore del riciclaggio, collegato agli affari delle mafie, in 150 miliardi di euro.

Nello stesso Rapporto si scrive che le mafie stanno guardando e prediligono, anche l’agricoltura. Si scrive: “le holding criminali controllano intere filiere e ne seguono gli sviluppi, pianificano investimenti, sanno cogliere addirittura le occasioni che offrono i mercati, prima di altri imprenditori, soprattutto in territori e comparti sostenuti dalla mano pubblica e da importanti flussi finanziari (in questo caso si cita l’interesse per le energie alternative). Tra gli interessi delle mafie, il Rapporto elenca i mercati ortofrutticoli, citando l’interesse e la situazione di Vittoria (Ragusa) e Ortomercato di Milano. Attenzione anche ai mercati ittici, dove si ipotizzi, una gestione economica di 2 miliardi di fatturato ed un controllo, di circa, 8.500 esercizi commerciali al dettaglio. Si occupano e si occuperanno anche della grande e media distribuzione e delle energie verdi, in modo particolari all’eolico (leggi qui). Attenzione e gestione, nella tratta delle persone, il controllo criminale nella manovalanza in agricoltura (si citano i casi di Rossano Calabro e Castelvolturno). Insiste nelle campagne l’abigeato. Ogni anno spariscono circa 100 mila animali che vengono poi macellati clandestinamente.

Nel suo “Rapporto Ecomafia 2011. Le storie e i numeri della criminalità ambientale”, la Legambiente, cita, riprendendo delle considerazioni della Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), come fatturato per le agromafie la cifra di 7.5 milioni di euro. Per quanto riguarda le “agromafie” si descrive delle truffe a tavola, dei mercati ortofrutticoli, di pascoli e macellazione abusiva. Per le truffe a tavola i valori sequestrati, nel 2010, sono stati 756 milioni di euro 1.323 strutture chiuse, 23 milioni di kg/lt di merce sequestrati. Le infrazioni sono state 4.520, con 2.557 denunce e 47 arresti.

Per i mercati ortofrutticoli si parla di alcune note operazioni dove la criminalità controlla soprattutto i trasporti ed alcuni servizi, che però hanno una forte incidenza sulla qualità e quantità della distribuzione. Danneggiando così sia la produzione agricola (imprenditori e impresa agricola) che il consumatore, fra i quali i cittadino agricoltore. Si parla di abigeato e della macellazione clandestina.

Oltre questo, richiamano l’attenzione sul ciclo dei rifiuti, perché hanno un’attinenza con l’inquinamento dei terreni e dei prodotti conseguenti. Anche se si dice che molti dei rifiuti vengono esportati, specie in Cina. Escono rifiuti e rientrano in Italia come merce. In quest’area i reati sono stati 6 mila. Per dare la dimensione visiva del fenomeno, Legambiente, ha ipotizzato che per trasportare tutto questo materiale inquinante ci vogliono 82.181 camion, che messi uno dietro l’altro, farebbero una catena di mezzi lunga 1.117 km. Una coda lunga da Milano a Reggio Calabria.

Per quanto riguarda il “ciclo del cemento“, inteso anche la proliferazione di centri commerciali e abusivismo speculativo. Questi producono la sottrazione di terreno utile alla produzione per le speculazioni edilizie. Qui gli illeciti sono stati 6.922 con 9.290 persone denunciate (una ogni ora). Va segnalato anche il Rapporto, a cura di Nisio Palmieri e Giuseppe Bruscaccini, per “Osservatorio per la legalità e la sicurezza” di Bari contenente l’analisi dei fenomeni criminali in agricoltura, nel primo semestre 2011. La rilevazione è stata fatta tramite la lettura dei quotidiani locali.

Nel 2011 è uscito anche il “1° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia” di Eurispes (Istituto di studi politici, economici e sociali) per conto della Coldiretti. Si stima un fatturato criminale di 12.5 miliardi di euro. Si tratta di comuni furti di attrezzature e mezzi agricoli, abigeato, macellazioni clandestine, danneggiamento di culture, usura, racket estorsivo, abusivismo edilizio, saccheggio del patrimonio boschivo, caporalato, truffe consumate ai danni dell’Unione Europea. Il Rapporto si intrattiene anche sulle truffe/contraffazioni ai prodotti agricoli/alimentari.

Il FLAI CGIL, sindacato dei lavoratori agricoli, che nel 2010 ha lanciato il “Progetto STOP al Caporalato” afferma che su altre 1.300.000 lavoratori agricoli, iscritti regolarmente all’INPS (dati 2010), di cui il 40% donne e 10% lavoratori extracomunitari, ci sono 550 mila lavoratori sfruttati, su 800 mila che lavorano in nero, e che sono “sotto tutela” del caporalato e di questi 60 mila vivono in condizione umane e di vita inaccettabili.

Attraverso il controllo nelle campagne, quindi, le mafie incrementano i propri affari illeciti esercitando il controllo in tutta la filiera alimentare, dai campi agli scaffali dei supermercati. Le organizzazioni criminali arrivano fino alle nostre tavole e noi siamo complici inconsapevoli.

Dark economy. La mafia dei veleni . La dark economy, un settore che fattura ogni anno miliardi di euro con i traffici illegali di rifiuti su scala globale. Siamo di fronte all’altra faccia dello specchio, il lato oscuro della produzione. Medicine scadute, vecchi computer, auto da rottamare, lampadine, vestiti, pneumatici: tutti gli oggetti che ci circondano hanno un doppio destino. Possono diventare risorse da recuperare, alimentando l’industria del riciclo, o un’arma in mano alla criminalità che si arricchisce trasformandoli in una poltiglia infettante carica di metalli pesanti e batteri, diossine e amianto. Ogni giorno, sotto gli occhi di tutti, dark economy e green economy si danno battaglia. E se finora, in ampie zone del paese, era prevalsa la rassegnazione al disastro ambientale e sanitario, oggi sta nascendo un’inedita alleanza tra cittadini, associazioni, imprese pulite, istituzioni impegnate nella battaglia contro l’ecomafia.
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Barack Obama il “ribelle” siriano

 

La Reuters ha faticato parecchio prima di poter pubblicare che qualche mese fa il Presidente americano Barack Obama aveva approvato una “intelligence” dalla quale risulta che la CIA , Central Intelligence Agency , doveva dare un appoggio ai “ribelli” armati, che si battono per un cambiamento di regime in Siria e che ora questo sostegno deve essere tolto.

A questo punto anche i più sperduti pescatori delle isole Figi già saranno a conoscenza di questo “segreto” (per non tornare a ripetere che in tutta l’America Latina si conosce una cosetta o due su come la C.I.A. si sappia destreggiare nel rovesciare un regime).

La Reuters descrive con cautela questo sostegno come “circoscritto”. Ma questo è, ovviamente, il codice per “proteggersi le spalle “.

Infatti ogni volta che la CIA vuole abbandonare qualche progetto si serve della stampa e di qualche scriba fedele, come David Ignatius del Washington Post. Già lo scorso 18 luglio Ignazio si stava ripetendo la lezione imparata, secondo cui ” la CIA sta lavorando con l’opposizione siriana da diverse settimane per perseguire un programma non-letale … Decine di agenti dei servizi segreti israeliani sono anche all’opera lungo il confine con la Siria, pur mantenendo un basso profilo “.
Ma che bella immagine. Cosa si può fare a basso profilo lungo il confine con la Siria? Avranno fatto una foto mentre sorridevano in mezzo a un gruppo di camionisti?

Per quanto riguarda il”basso profilo” del Mossad , quello che si sa a Tel Aviv è che Israele è in grado di “controllare” lo sciame di estremisti wahabiti, salafiti-jihadisti che stanno infestando la Siria. Anche se quello che sto per dire è una evidente stupidaggine, sembra proprio che Israele stia andando a letto con gli islamisti alla scuola di al-Qaeda .

Questo significa che l’esercito “non esattamente libero” Siriano (FSA) è pieno zeppo di irriducibili Fratelli musulmani e infiltrati salafiti-jihadisti che stanno seguendo l’ordine del giorno non solo per ordine dei loro finanziatori e fornitori di armi – la Casa saudita e el Qatar -, ma anche di Tel Aviv , oltre che di Washington e dei suoi barboncini patentati di Londra e Parigi. Quindi questa non è solo una guerra per procura – ma è una guerra multipla, una guerra con una procura concentrica.

Il triangolo della morte

L’agenda di Tel Aviv è chiara: un governo siriano indebolito, un esercito occupato su più fronti e in confusione, che sente un odio settario tutto intorno è un inarrestabile declino verso la balcanizzazione. L’obiettivo finale, non è solo la libanizzazione, ma la somalizzazione di Siria e dintorni.

L’agenda della Turchia rimane incredibilmente oscura – a parte il desiderio che il post-Assad in Siria diventi una versione mite e civile del regime AKP di Ankara (cosa che non accadrà).

Come diciamo da mesi, la NATO fino a qualche tempo fa gestiva un centro di comando e controllo a Iskenderun, nella provincia turca di Hathay. Recentemente, è finalmente trapelata la notizia alla Reuters di una base “segreta” gestita da Turchia, Qatar, Arabia Saudita a Adana, a 100 chilometri dal confine siriano. Casualmente Adana e la sede di Incirlik, una immensa base NATO. Una fonte locale di Asia Times già da diverse settimane stava segnalando dei movimenti frenetici di merci intorno a Incirlik.

E ‘stato vice ministro degli Esteri saudita Abdulaziz bin Abdullah al-Saud che ha chiesto, personalmente, che la base fosse collocata a Incirlik , per la gioia di Ankara.

Ankara-Riyadh-Doha : parliamo di un triangolo della morte. Tuttavia, quello che fa il Qatar è ancora una volta la politica del “coprirsi le spalle”. La Turchia sta caricandosi la parte più sporca del lavoro militare, la CIA sta nascondendo la mano e il Qatar sembra essere solo un innocente turista di passaggio che scatta una foto (mentre ha diretto tutte le operazioni per mezzo della sua intelligence militare). I pezzi grossi sono diventati tutti dei non meglio specificati “intermediari”.

Obama non ha autorizzato una guerra con i drone -inoltre- la CIA non è autorizzata ad armare i “ribelli”: eccolo è questo l’affare del “triangolo della morte”.

Una quantità enorme di granate russe, comprate sul mercato nero è stata responsabile dei i recenti massacri di “ribelli” di Damasco e Aleppo. Ora c’è da aspettarsi che una altrettanto enorme quantità di armi anticarro e missili terra-aria giunga ai ribelli; NBC News ha già riferito di un “dono” di quasi due dozzine di missili terra-aria che è stato consegnato alla FSA -ovviamente in arrivo dalla Turchia.

Qatar e Arabia Saudita non stanno facendo prigionieri. A Washington sembra che nessuno si stia preoccupando di guardare indietro, a quanto accaduto nel periodo dopo la jihad in Afghanistan, prima di prendere una decisione.

A proposito, quello che sta succedendo ora in questi territori è ancora una volta quanto avvenne in Afghanistan nel 1980 : l’Arabia Saudita e il Qatar oggi interpretano il ruolo del Pakistan, la FSA fa la parte dei gloriosi Mujahideen “combattenti per la libertà” e Obama, fa come faceva Ronald Reagan. L’unico elemento mancante per replicare lo stesso copione è l’approvazione di Obama di un ” memorandum di notifica preventivo” da inviare ai servizi segreti, per autorizzare Washington a militarizzare i combattenti per la libertà e comiciare a inviare uno sciame di droni.

Ora questa è la ricetta per realizzare un Blockbuster di Hollywood, garantito, modello 2013.

Riyadh, da parte sua, sta costringendo il re di Giordania ad installare una zona cuscinetto nel suo territorio per le oltre 100 bande che formano il FSA – come rivela “al-Quds al-Arabi” finanziato dai sauditi.

E indovinate chi era il braccio destro che ha fatto concludere l’affare? Nientemeno che il principe Bandar, capo dei servizi segreti sauditi, ora introvabile e che può o non può essere stato ucciso in un attentato due settimane fa . (vedi Where is Prince Bandar? Asia Times o-l- 02 Ago. 2012)

La comare secca vince sempre.

Vale la pena ripeterlo fino quando la “comare secca” arriverà per portarli via come uno spettacolare ritorno di fiamma con una lingua lunghissima.

Un prolungato assedio di Aleppo è a portata di mano. La “base segreta” della NATO-formata dal consiglio di cooperazione del Golfo in Turchia insieme a tutti i non-armati, stanno rafforzando un mix estremamente pericoloso di disoccupati e giovani siriani sunniti – semi-analfabeti, fanatici, nati per uccidere disertori e criminali, salafiti- jihadisti di qualsiasi nazione. Questo video mostra tutto quanto bisogna conoscere sul fronte armato siriano .

E questo mostra a che tipo di “democrazia” stanno puntando.

Wahabiti sauditi vogliono un estremismo islamista sunnita in Siria – che prevede cristiani, Allawiti, drusi e curdi, come cittadini di terza categoria (e candidati principali per la decapitazione). Gli emiri del Qatar vogliono un protettorato dei Fratelli Musulmani.

Chi fa la politica estera dell’amministrazione Obama deve sintonizzarsi su questo (pessimo) canale. Proprio perché si sono infognati in una vera e propria guerra che non è solo contro l’Iran, ma anche contro tutti gli sciiti, non si capisce come fanno a scommettere su una somalizzazione della Siria, se non godono della compiacenza degli wahhabiti .

La comare secca sogghigna e attende dietro le quinte.

Pepe Escobar

Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007) e Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge. Il suo ultimo libro è Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009).

Fonte : http://www.atimes.com – Tradotto per www.ComeDonChisciotte.org da ERNESTO CELESTINI

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