0

Tirreno Power: In 18 mesi di chiusura salvate circa 80-180 persone

Tirreno Power

In diciotto mesi di chiusura della centrale Tirreno Power si sarebbero salvate circa 80-180 persone. A dichiararlo “Medici per l’Ambiente” che si avvale di quattro studi che hanno analizzato in termini di mortalità, morbilità, costi esterni in danni ambientali e sanitari le ricadute delle emissioni.

“Secondo l’inchiesta della Procura savonese e l’ordinanza di sequestro del GIP, nel periodo intercorrente tra il 1.1.2005 ed il 31.12.2010 sono attribuibili alla centrale 586 casi di ricoveri di bambini per patologie respiratorie e asmatiche; 2.097 casi di ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiache; nel periodo intercorrente tra il 1.1.2000 ed il 31.12.2007 un numero di morti per malattie cardiovascolari e respiratorie pari a 427.

Quindi nei 18 mesi di chiusura centrale presumibilmente si sono evitate 80 morti premature (ad esclusione delle forme tumorali), 146 casi di ricoveri di bambini, 524 ricoveri di adulti. Sempre la Procura, che si è avvalsa dei parametri definiti dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) nel rapporto tecnico del 2011, ha calcolato sotto il profilo economico (per gli anni presi in esame dalla consulenza epidemiologica e in relazione ai ricoveri e decessi) 746 milioni di euro di danni sanitari sulla base del modello matematico ed in Euro 894 milioni sulla base del modello a recettore, per cui in media, in 18 mesi si sono evitati costi sanitari e ambientali per circa 152 milioni di euro.

Secondo lo studio dell’Università di Stoccarda/Istituto Somo del 2012 la centrale di Vado (definita la più ‘letale’ in assoluto in Italia) nell’anno 2010 ha provocato 120 morti premature, per cui nei 18 mesi di chiusura si presume che indicativamente si siano evitate 180 morti premature. Mentre secondo lo studio Lancet del 2007 per una centrale con produzione a carbone di 1.000 Gw/h ogni anno si prevedono 24,5 morti premature, 225 casi di malattie gravi,  13.288 casi di malattie minori. Quindi, per una centrale che produce di 4.500 Gw/h come quella di Vado Ligure, in 18 mesi di chiusura si prevede indicativamente che possano essersi evitate 164 morti premature, 1.518 casi di malattie gravi, e 89.694 casi di malattie minori.

Secondo lo studio Externe dell’Unione Europea del 2005 una centrale come quella di Vado Ligure produce 142 milioni di euro di danni complessivi (sanitari, ambientali, per CO2, ecc), per cui nei 18 mesi di chiusura si sono risparmiati 212 milioni di euro di danni, di cui 34,4 milioni di danni sanitari (dato comunque sottostimato, dato che negli anni le metodologie di calcolo di danno ambientale per centrali a carbone sono diventate molto più soffisticate). Ecco quindi i benefici di 18 mesi di spegnimento dei gruppi 3 e 4 a carbone: indicativamente da 80 a 180 persone si sono salvate, e si risparmieranno costi per almeno 140-200 milioni di danni sanitari e ambientali”.

Qualcuno dei soggetti anche istituzionali che in questi mesi hanno sostenuto l’azienda avrebbe preferito tenere in funzione i due gruppi, anche a costo di queste morti premature?  E’ un ‘effetto collaterale’ che i sostenitori del carbone ritengono ‘sostenibile’ per la nostra comunità? Questi dati inconfutabili mettono definitivamente a tacere coloro che sostengono che a Savona la situazione sanitaria è ottimale, e che siamo quindi di fronte a una “crisi misteriosa”. La Magistratura di fronte a questi dati allarmanti è stata costretta a intervenire per evitare la “prosecuzione di un reato”, in una situazione di disastro ambientale e di rarefazione lichenica, e per colpire un “disegno criminoso” che ha comportato danni devastanti per la comunità savonese”.

Medici per l’Ambiente attacca inoltre il segretario generale della CGIL, Giulia Stella che aveva manifestato la necessità di riaprire la centrare e di riavviare la produzione industriale.

“Secondo quattro studi con la centrale chiusa si sono salvate indicativamente da 80 a 180 persone. La CGIL vuole riaprirla lo stesso nonostante questi numeri allarmanti?”, attaccano: “Ecco i benefici di 1 anno e mezzo (11 marzo 2014 – 11 settembre 2015) di spegnimento dei gruppi a carbone (secondo 4 studi): indicativamente da 80 a 180 persone si sarebbero salvate, e si risparmieranno costi almeno per 140-200 milioni di danni sanitari e ambientali. Lei, al pari dei soggetti anche istituzionali che in questi mesi hanno sostenuto l’azienda, avrebbe preferito tenere in funzione i due gruppi, anche a costo di queste morti premature? E’ un ‘effetto collaterale’ che ritenete ‘sostenibile’ per la nostra comunità? Chi come Lei sostiene la riapertura a carbone non può non essere a conoscenza di questi dati, e si assumerà la responsabilità di queste scelte”.


Condividi: