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Opg, addio ai vecchi manicomi criminali

Opg-ex manicomi criminali

Gli Opg, ex manicomi criminali, tra pochi giorni chiuderanno, ci si augura senza proroghe e senza trucchi. Dal 1 aprile gli Ospedali psichiatrici giudiziari non dovrebbero quindi più esistere. O almeno questo è quello che prevede la legge 81 del 2014, dopo che per ben due volte la chiusura delle strutture è stata spostata in avanti. È successo il 31 marzo 2013, e la stessa cosa è avvenuta l’anno dopo.

In Italia esistono sei Opg, ciascuno a copertura di più regioni. Dalla denuncia della Commissione parlamentare d’inchiesta a oggi, il numero degli internati è in costante diminuzione. Da giugno a ottobre 2014 i detenuti sono calati da 826 a 704, meno della metà rispetto ai 1.600 del 2010. Queste strutture, a cui è stato affidato poi l’acronimo Opg, sono una sorta di somma tra il carcere e il manicomio. Domani, gli ultimi ospedali psichiatrici giudiziari italiani verranno chiusi per sempre. Gli internati saranno sistemati, come prescrive la nuova legge, in una serie di strutture, 34 con 795 letti, che si chiameranno Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza). In molte realtà la data sarà rispettata alla lettera, in altre l’apertura slitterà anche fino a settembre.

Restituire un volto, un nome, dignità e diritti, precisa l’associazione Stop Opg, è in fondo la missione di questa lotta sociale e civile: a uomini e a donne che ne sono privati proprio in quanto malati di mente. Riprendendo così il cammino segnato dalla legge 180, la “riforma Basaglia”, che decretò la fine dei manicomi. E come allora anche oggi si apre una nuova, difficile, faticosa ma esaltante stagione. Non basta distruggere gli Opg, ricorda l’associazione, come non bastò chiudere i manicomi, bisogna costruire nelle nostre comunità, investendo nei servizi del welfare, dove il lavoro delle operatrici e degli operatori diventa cuore e motore del cambiamento, con la ricchezza del volontariato e della partecipazione, risposte concrete al bisogno che è un diritto: alla cura, alla salute e alla piena cittadinanza.

“L’80% delle persone uscite dagli Opg”, spiega Cesare Bondioli, responsabile Nazionale Carceri e OPG di Psichiatria Democratica, “è tornato in altri istituti psichiatrici o comunità, di fatto rientrando in una logica manicomiale. I dipartimenti di salute mentale hanno difficoltà a prendere in carico i pazienti in maniera singola, così preferiscono affidarli a modalità collettive di gestione. Succede anche con i pazienti psichiatrici che non hanno avuto problemi con la giustizia. Dopo la legge 180 sono cresciuti i posti nelle residenze di tipo psichiatrico e oggi sono oltre 20mila”.

Vincere con la chiusura degli Opg, e aprire una nuova stagione, è possibile perché è stata rivelata la condizione indegna delle persone internate in Opg e l’insensatezza di questi luoghi, oggi si può dunque fare giustizia. Ma come stanno le cose, regione per regione?

Secondo quanto riporta l’AGI, sul versante della concreta attuazione del passaggio da Opg a Rems solo dieci Regioni e una Provincia autonoma potranno contare già dal primo aprile su Residenze funzionanti. Ovvero Val d’Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna, oltre alla Provincia Autonoma di Bolzano. A queste potrebbero aggiungersi Abruzzo e Molise. Il Veneto, la Regione che ha dato i natali a Franco Basaglia, invece, non ha ancora individuato le soluzioni logistiche per l’attuazione della riforma, il Piemonte, pur avendo individuato soluzioni, non ha fornito i relativi atti deliberativi. Altre sei Regioni e la Provincia Autonoma di Trento hanno individuato soluzioni per le quali, tuttavia, i tempi di effettiva attivazione, in relazione a lavori e procedure da ultimare variano da pochi giorni fino al massimo del primo settembre 2015. L’Umbria con la Toscana utilizzerà la struttura di Careggi dalla fine di maggio, il Friuli Venezia Giulia e la Puglia, che prevede l’attivazione delle proprie Rems il prossimo maggio e la Calabria, che stima in 120 giorni il tempo necessario per l’attivazione di una struttura transitoria.

Il grande insegnamento di Franco Basaglia che avrebbe voluto che nella legge non fossero previsti dispositivi “coercitivi”: “Ci sono posti al mondo in cui la storia si è fermata…ci sono situazioni in cui è impossibile trovare soluzioni di compromesso, perché, se lo facciamo, andiamo al compromesso con la morte. E con la morte non è possibile nessun compromesso. Di fronte a un malato, nei confronti del quale voi sapete che non hanno effetto né i farmaci né alcun altro trattamento, la soluzione è ancora il vecchio metodo medievale. Si lega il malato mani e piedi, lo si lascia marcire in una cella e si aspetta. Al massimo potrà arrivare un neurochirurgo, che finirà per trasformare quel malato in un vegetale, togliendoli ogni residua volontà ed emozione…. Non è vero  che lo psichiatra abbia due possibilità, una come cittadino e l’altra come psichiatra. Ne ha una sola: come uomo. E come uomo, io voglio cambiare la mia vita. Voglio cambiare l’organizzazione sociale; e non con la rivoluzione, ma semplicemente esercitando la mia professione di psichiatra… Se tutti i tecnici esercitassero la loro professione, questa sì che sarebbe una vera rivoluzione. Quando trasformo il campo istituzionale in cui lavoro, io cambio la società… e se tutto questo, a qualcuno, può sembrare un delirio di onnipotenza, allora viva l’onnipotenza!.”


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