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La grande truffa della tessera sindacale

Un miliardo. È la cifra che aziende ed enti previdenziali versano ogni anno a Cgil, Cisl e Uil trattenendola da stipendi e pensioni degli iscritti. Che spesso, magari senza saperlo, continuano a pagare per molti mesi anche dopo aver ritirato la loro delega al sindacato. Continue Reading


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Oltre il baratro

Redditi da lavoro in caduta libera, più di mezzo milione di lavoratori in Cassa integrazione e oltre 30mila imprese scomparse. In difficoltà anche il commercio, il turismo, i trasporti e le banche. Questa è la fotografia del Paese emersa dal Rapporto della CGIL in vista della manifestazione nazionale, ‘Il Lavoro prima di tutto’, che si svolgera a Roma il 20 ottobre.

Prosegue il monitoraggio della Confederazione sulle situazioni di crisi più acute che stanno letteralmente sconvolgendo il tessuto industriale del Paese, ma anche il sistema dei servizi, del commercio e del credito. Continua l’emorragia dei posti di lavoro con cifre da capogiro, mezzo milione di posti nel solo triennio 2008/2010, in tutti i settori manifatturieri, dalla meccanica alla siderurgia, dagli elettrodomestici alla farmaceutica, il tessile, la ceramica, ai quali si aggiungono quelli persi nell’edilizia, nel commercio, nelle telecomunicazioni, nei trasporti e nelle banche.

Siamo nel pieno di una crisi a 360 gradi, che non fa sconti a nessuno, ma colpisce un settore dopo l’altro. Infatti, quando chiude o riduce drasticamente la produzione uno stabilimento a scomparire dal mercato è anche il suo prodotto, e così in Italia rischiano di scomparire intere filiere come quella dell’alluminio in Sardegna (Alcoa, Eurallumina) o dell’acciaio (ThyssenKrupp, Lucchini, Ilva) con il conseguente aumento delle importazioni e quindi della dipendenza dall’estero della nostra economia. A rischio il made in Italy nel tessile e nell’industria del bianco (Merloni, Indesit), nella ceramica (Ginori), nell’alimentare e nel mobile imbottito che 10 anni fa copriva il 16% dell’intera produzione mondiale mentre oggi registra una mortalità delle attività produttive pari all’80%. E se è vero che l’industria italiana si è dimostrata meno sofferente sotto il punto di vista dell’export, passando dal 61,4% del 2000 al 55,6% del 2011, a subire enormemente la crisi sono le aziende che si rivolgono esclusivamente o quasi al mercato interno.

Il quadro per l’industria italiana è drammatico: i primi sentori della crisi il nostro paese li ha avvertiti nel 2008, quando ha registrato un calo dell’attività industriale del 22,1% (aprile 2008 marzo 2009) e da allora, sostanzialmente non si è più ripresa. A dimostrarlo è la scomparsa tra il 2009 e il 2011 di 30mila imprese. A questa sofferenza dell’attività industriale si sommano le richieste di ore di Cassa integrazione, circa un miliardo all’anno per 500mila lavoratori, che è importante sottolinearlo, incidono negativamente sulla produttività oraria che viene invece solitamente calcolata sul numero complessivo della forza lavoro.

Delocalizzazioni da costo, crisi di liquidità, mancanza di investimenti e infrastrutture, costi dell’energia troppo alti, processi di riorganizzazione per una domanda in continuo calo, sono alcune delle maggiori cause di crisi nel nostro Paese. Per questo la CGIL torna a ribadire la necessità di una politica industriale con al centro investimenti e innovazione in ambito energetico, ambientale e delle materie prime, che stimoli una più forte collaborazione tra pubblico e privato facendo leva sulla domanda pubblica. C’è bisogno di risorse per rendere competitivo il nostro paese. Far ripartire l’economia significa anche rianimare i consumi interni attraverso politiche non restrittive e a favore dei redditi da lavoro e da pensione che con gli attuali interventi del Governo stanno subendo una drastica riduzione.

E’ per dare voce a tutti coloro che questa crisi la vivono in prima persona e che lottano ogni giorno per salvare, se ancora possibile, il proprio posto di lavoro, tra Cassa integrazione, contratti di solidarietà e annunci di licenziamenti collettivi, che la CGIL chiama a scendere in Piazza San Giovanni l’Italia della crisi, ma che dalla crisi vuole uscire attraverso il lavoro.

Di seguito riportiamo gli aggiornamenti di alcune situazioni particolarmente critiche divise per settore. Continue Reading

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I punti della riforma del mercato del lavoro

 

Ecco quali sono i punti qualificanti della riforma del mercato del lavoro o meglio della fucilazione assistita che il governo Monti ha deciso di presentare al Parlamento dopo il mancato accordo con le parti sociali dovuto al veto della Cgil di Susanna Camusso.

Articolo 18 e licenziamenti. E’ il punto più controverso. Dal momento della sua entrata in vigore, lo schema messo a punto dal governo, e ispirato al modello tedesco, si applicherà a tutti i lavoratori, e cioé anche a quelli già assunti. Come già avviene oggi, i licenziamenti discriminatori (quelli legati a motivi religiosi, politici o sindacali) saranno nulli e comporteranno il reintegro del lavoratore. La novità è che questo varrà anche nelle aziende con meno di 15 dipendenti, quelle cioé alle quali non si applica lo statuto dei lavoratori. Nel caso di licenziamenti disciplinari, la palla passerà al giudice, che potrà disporre il reintegro (ma solo se verificherà l’assenza di una giusta causa) o un indennizzo di valore compreso tra le 15 e le 27 mensilità. Sui licenziamenti per motivi economici il magistrato non potrà entrare nel merito delle motivazioni e non avrà la possibilità di disporre il reintegro, ma solo di stabilire un indennizzo, sempre di valore compreso tra le 15 e le 27 mensilità.

Apprendistato. Nel disegno del governola nuova normativa dell’apprendistato, appena rivista con la fissazione di termini più stringenti come la durata minima (ma è previsto anche il contratto a termine per le attività stagionali), dovrebbe rappresentare la principale porta d’ingresso al mondo del lavoro per i più giovani. Con uno sbarramento: le imprese potranno infatti farvi ricorso in proporzione alla capacità già dimostrata di trasformare gli apprendisti in lavoratori a tempo indeterminato.

Contratti a termine. Il governo vuole penalizzarli sul fronte dei costi e degli adempimenti burocratici, per disincentivare così le imprese dal loro utilizzo. Per i contratti a tempo determinato è previsto un contributo aggiuntivo dell’1,4 per cento (verrà restituito alle aziende che li trasformeranno in posti di lavoro fissi), mentre per quelli a progetto dovrebbe arrivare un incremento dei contributi previdenziali verso l’aliquota applicata ai dipendenti. Qualsiasi contratto a tempo determinato non potrà essere confermato per oltre 36 mesi, termine oltre il quale scatterà in automatico l’assunzione definitiva del lavoratore.

Partite Iva. Il governo vuole introdurre degli automatismi, che facciano ricadere (fino a prova contraria) queste collaborazioni nel quadro dei rapporti di tipo coordinato e continuativo quando si verificano tre condizioni: quando il contratto dura più di sei mesi nell’arco di un anno; il collaboratore ne ricavi oltre tre quarti del totale dei guadagni; lo stesso disponga di una postazione di lavoro fissa presso gli uffici del committente.

Assicurazione sull’impiego. Il governo, che tra l’altro punta a limitare l’uso della cassa integrazione straordinaria (tagliando fuori i casi di cessazione di attività), vuole introdurre un sussidio di disoccupazione universale chiamato Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego). Avrà una durata massima di 12 mesi per chi ha meno di 55 anni, che salgono a 18 per chi è al di sopra di questa soglia, con un importo massimo di 1.119 euro, che diminuisce del 15 per cento ogni sei mesi. Sostituirebbe l’attuale indennità di disoccupazione, ma anche la mobilità, cioé la somma che oggi viene erogata (fino a un massimo di 48 mesi per i lavoratori over 50 del Mezzogiorno) in caso di licenziamenti collettivi nelle aziende con più di 15 dipendenti.

Donne. Scatterà il divieto assoluto di chiedere le dimissioni in bianco alle donne, spesso utilizzate dalle aziende in caso di successiva maternità.

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Articolo 18 fucilazione assistita

Elsa Fornero afferma “la riforma del mercato del lavoro e’ un punto di equilibrio rispetto a molte tensioni e rispetto a diversi interessi”.”Ho creduto e sperato fino all’ultimo che ci potesse essere un consenso generale su questa riforma. Da parte mia c’e’ rammarico che la riforma non sia condivisa pienamente”, ha aggiunto Elsa Fornero, parlando al Forum Confcommercio a Cernobbio.

Spiegando le modifiche apportate all’art. 18, Fornero ha affermato: “non ci sembra che questo sia calpestare i diritti e creare motivi di tensioni sociali“. “Il mondo cambia” e il mandato del governo e’ “aiutare l’Italia a fare questo cambiamento“, ha spiegato la Fornero. Quella del mercato del lavoro, ha sostenuto, e’ una “buona riforma”. “Ci sono dei valori simbolici che vengono difesi, eretti quasi a principi assoluti”, ha affermato, riferendosi indirettamente all’articolo 18. “E’ difficile fare il passo del cambiamento, ma il mondo cambia”, ha detto. “Ed e’ il mandato di questo governo aiutare l’Italia a fare questo cambiamento”.

Ed ecco la strada per aiutare l’Italia e il segretario della Cgil Susanna Camusso a questo cambiamento ed evitare le tensioni sociali……

 

Da Fornero lacrime di coccodrillo

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