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Con­sumo di suolo: Stiamo divorando città e campagna ad un ritmo insostenibile

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Il disegno di legge che contiene il consumo di suolo è stato approvato. Ma contiene tutte le trappole tecniche per rallentarne l’efficacia mentre continua la corsa del cemento.

È di que­sti giorni il sì al dise­gno di legge sul “Con­te­ni­mento del con­sumo del suolo e riuso del suolo edi­fi­cato”, pro­po­sto dal mini­stero delle poli­ti­che agri­cole ali­men­tari e forestali. La pro­po­sta era già appro­data in con­si­glio dei mini­stri in giu­gno (2013), ora è stata appro­vata dalla Con­fe­renza Uni­fi­cata, com­po­sta da sog­getti dell’apparato sta­tale e da quelli appar­te­nenti alle auto­no­mie locali, e dallo stesso Consiglio.

L’atto poteva costi­tuire un passo impor­tante, per­ché final­mente il governo non solo discute ma cerca di trat­tare ope­ra­ti­va­mente il pro­blema del con­sumo di suolo. Tuttavia la stesura finale del prov­ve­di­mento risulta lar­ga­mente insuf­fi­ciente, in quanto con­serva tutti gli ele­menti con­trad­dit­tori già pre­senti nella bozza ori­gi­na­ria e oggetto di sva­riate cri­ti­che da più parti per­ché tali da inde­bo­lire, fino a vani­fi­carne le migliori opzioni, l’efficacia del prov­ve­di­mento.

Nel nostro paese l’ingombro dell’urbanizzato giunge a coprire il 20% circa del suolo nazio­nale. Ber­nar­dino Romano ed altri urba­ni­sti, nell’ambito della ricerca “Riu­ti­liz­zare l’Italia”, riporta i dati di Eco­pla­num sul cen­si­mento delle super­fici cementificate-aggiornato al 2010 — tratto dall’incrocio tra resti­tu­zioni satel­li­tari, orto­fo­to­carte e let­ture delle carte tec­ni­che di tutte le regioni. I dati dicono che il risul­tato par­ziale, rela­tivo a meno del 50% del ter­ri­to­rio nazio­nale, fornisce già un dato con­fer­mato di urba­niz­za­zione di 35mila chi­lo­me­tri qua­drati circa su un totale di 301mila, più del 10 %! Allor­ché l’indagine sarà com­ple­tata il dato supe­rerà cer­ta­mente la soglia citata.

Accanto a quest’ordine di rile­va­menti emer­gono cla­mo­ro­sa­mente i dati rela­tivi alle stanze vuote ed ai volumi com­mer­ciali ed indu­striali inu­ti­liz­zati: per le prime siamo a circa venti milioni, men­tre i secondi ormai supe­rano il miliardo di metri cubi (tra qual­che set­ti­mana saranno uffi­ciali i dati dell’ultimo cen­si­mento).

Di fronte a tale situa­zione, si invo­cava una legge sul blocco del con­sumo di suolo che fosse vera­mente tale: esclu­dendo qual­siasi nuova edificazione, a meno di casi par­ti­co­la­ris­simi; for­nendo ai piani urba­ni­stici chiare stru­men­ta­zioni per ridurre o azze­rare i diritti edifica­tori già acqui­siti, specie in con­te­sti già segnati da forte sovrab­bon­danza di offerta; can­cel­lando la pos­si­bi­lità che le leggi “di emer­genza” ber­lu­sco­niane (la legge Obiet­tivo per le infrastrut­ture, quelle spe­ciali per ener­gia, rifiuti, depurazione,etc.) potes­sero aggi­rare la stessa pia­ni­fi­ca­zione, anche pae­sag­gi­stica, deter­mi­nando con forza il recupero — anzi­ché le nuove costru­zioni — nella dire­zione delle nuove poli­ti­che urbane e territoriali.

Il prov­ve­di­mento invece ha tra­la­sciato di det­ta­gliare que­sti caveat, man­te­nendo tutti gli ele­menti di con­fu­sione e con­trad­di­zione denunciati. In un paese come l’Italia dove, come soste­neva a giu­gno di quest’anno la stessa mini­stra Nun­zia De Giro­lamo «(…) ogni giorno impermea­bi­liz­ziamo più o meno l’equivalente di 150 campi da cal­cio» e dove c’è stato un «aumento del 166% del ter­ri­to­rio edi­fi­cato in Ita­lia negli ultimi 50 anni».

Nella nor­ma­tiva infatti emer­gono chia­ra­mente i punti con­tro­versi. In fondo al comma 1 dell’art.3 del Ddl sul con­te­ni­mento del con­sumo di suolo: « (…) è deter­mi­nata l’estensione mas­sima di super­fi­cie agri­cola con­su­ma­bile sul ter­ri­to­rio nazio­nale, nell’obiettivo di una progressiva ridu­zione del con­sumo di suolo di super­fi­cie agri­cola». Que­sto prin­ci­pio rien­tra nell’ottica euro­pea del «(…) tra­guardo di un incremento o dell’occupazione netta di ter­reno pari a zero da rag­giun­gere entro il 2050». Ma se da un lato l’Europa sem­bra essersi accorta del pro­blema, dall’altro lato sem­bra non aver ancora capito l’entità dell’emergenza. «(…) Dal rapporto Over­view on best pra­ti­ces for limi­ting soil sea­ling and miti­ga­tin its effects, pre­sen­tato per la prima volta in Ita­lia dalla Com­mis­sione euro­pea durante il con­ve­gno ISPRA» del 5 feb­braio 2013, «circa il 2,3% del ter­ri­to­rio con­ti­nen­tale è rico­perto da cemento. Dai 1000 kmq sti­mati nel 2011 dalla Com­mis­sione euro­pea – esten­sione che supera la super­fi­cie della città di Ber­lino – circa 275 al giorno (1990 e il 2000), si è pas­sati ai 920 kmq l’anno (252 ha al giorno) in soli 6 anni (2000–2006) ».

Chi si occupa di ter­ri­to­rio e di urba­ni­stica in Ita­lia sa, e non c’è dub­bio alcuno, che un oriz­zonte del genere, cioè quello del 2050, potrebbe rive­larsi inef­fi­cace per avviare una vera alter­na­tiva allo spreco del ter­ri­to­rio agri­colo e non. Tempi troppo lun­ghi per un’attuazione che dovrebbe avve­nire, se non immediatamente, al mas­simo in uno spa­zio di qual­che anno.

Sostiene l’Ispra che «(…) il con­sumo di suolo in Ita­lia è cre­sciuto ad una media di 8 mq al secondo e la serie sto­rica dimo­stra che si tratta di un pro­cesso che dal 1956 non cono­sce bat­tute d’arresto. Si è pas­sati dal 2,8% del 1956 al 6,9% del 2010, con un incre­mento di 4 punti per­cen­tuali. In altre parole, sono stati con­su­mati, in media, più di 7 mq al secondo per oltre 50 anni » (Comu­ni­cato Stampa Ispra – L’Italia perde ter­reno con­su­mati 8 mq al secondo di suolo).

E ancora «(…) Il feno­meno è stato più rapido negli anni ’90, periodo in cui si sono sfio­rati i 10 mq al secondo, ma il ritmo degli ultimi 5 anni si con­ferma sem­pre acce­le­rato, con una velo­cità supe­riore agli 8 mq al secondo » (Comu­ni­cato Stampa Ispra – L’Italia perde ter­reno con­su­mati 8 mq al secondo di suolo).

Ci si porta die­tro tutto il peso degli errori pas­sati come si può facil­mente capire all’art. 9 del Ddl: «(…) A decor­rere dalla data di entrata in vigore della presente legge (…), e comun­que non oltre il ter­mine di tre anni, non è con­sen­tito il con­sumo di super­fi­cie agri­cola tranne che per la rea­liz­za­zione di inter­venti già autoriz­zati e pre­vi­sti dagli stru­menti urba­ni­stici vigenti, non­ché per i lavori e le opere già inse­riti negli stru­menti di pro­gram­ma­zione delle sta­zioni appal­tanti e nel programma di cui all’articolo 1 della legge 21 dicem­bre 2001, n. 443». E la legge n.443 altro non è che la cosid­detta “legge Obiet­tivo”. Come a dire, urge cam­biare le nostre azioni, ma con calma non c’è poi così fretta. Un peri­co­loso controsenso.

Scri­veva Sal­va­tore Set­tis:

«(…) ras­se­gnati ormai alle deva­sta­zioni che ci feri­scono ogni giorno, rifiu­tiamo di vedere quel che dovremmo: che l’anomalia sta diven­tando la regola, che l’eccezione si va tra­sfor­mando in modello unico di svi­luppo, che l’urban sprawl sta man­gian­dosi città e campagna, che intere gene­ra­zioni di ita­liani (milioni di per­sone) non hanno più nella loro geo­gra­fia inte­riore nes­sun pae­sag­gio armo­nioso da ricordare, nulla su cui fan­ta­sti­care. La città oriz­zon­tale, dif­fusa e dispersa, cre­sce su stessa, si sparge intorno come una colata lavica. Inghiotte l’antica cam­pa­gna, ma fra casa e casa lascia una mol­ti­tu­dine di seg­menti interstiziali. Resi­dui e fram­menti che non sono buoni né per l’agricoltura né (ancora) per l’abitazione, una zona gri­gia che cor­ri­sponde a uno spa­zio dell’indecisione, ma anche dell’insicurezza» (S. Set­tis, Pae­sag­gio, Costi­tu­zione e Cemento, 2010).

(di Andrea Alcalini e Alberto Ziparo – Eddyburg)


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Dal 1985 ad oggi cancellati dal cemento 160 chilometri di paesaggi costieri

paesaggi costieri

Oltre il 55% delle aree costiere italiane trasformate dal cemento, 160 chilometri spariti dal 1985 ad oggi, malgrado i vincoli della Legge Galasso. I paesaggi costieri sono un patrimonio che un Paese come l’Italia deve portare nel futuro, cambiando attenzioni e politiche nei confronti di una risorsa a rischio. Un dossier di Legambiente per rilanciare la tutela dei paesaggi costieri italiani e investire nella bellezza.

I paesaggi costieri costituiscono una parte rilevante della identità italiana, della sua storia e memoria collettiva, oltre che una risorsa turistica importantissima. Il fascino delle coste del Mediterraneo, per usare le parole di Fernand Braudel, sta nell’essere da sempre un crocevia di storie dove lungo gli innumerevoli paesaggi si incontrano realtà antichissime, il fascino della natura e delle colture agricole. E all’interno di questo straordinario patrimonio in Italia vi sono anche paesaggi spesso poco conosciuti, in alcuni casi nascondono fondali marini e una bellezza ancora tutta da scoprire ma troppo spesso con situazioni di degrado e tratti a rischio di cementificazione. L’obiettivo che Legambiente si pone da anni, risale al 1986 la prima edizione di Goletta Verde, è di contribuire con campagne e iniziative di partecipazione dei cittadini e di denuncia a far conoscere questo patrimonio, tenerlo sotto osservazione, studiarlo. Risale a 30 anni fa l’ultimo momento di vera attenzione nei confronti della tutela del patrimonio costiero quando, con la Legge Galasso (la 431/1985), si individuò un vincolo di 300 metri dalla linea di costa, che però non vietava le nuove costruzioni ma rimandava a un parere paesaggistico e alla redazione di piani regionali. Saltuariamente la cronaca torna ad occuparsene a seconda di polemiche che possono riguardare le concessioni balneari o gli appetiti immobiliari, l’inquinamento dell’acqua o le mareggiate che si sono divorate tratti di spiaggia, o magari l’impossibilità in alcuni Comuni di poter perfino accedere a una spiaggia “libera”.

Lo studio realizzato su 1800 chilometri di coste delle Regioni Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Campania, Lazio, Sicilia ha evidenziato delle situazioni particolarmente impressionanti. In primo luogo la dimensione di una trasformazione irreversibile, per cui oltre il 55% delle aree costiere italiane sono state trasformate dall’urbanizzazione, con il record di Lazio e Abruzzo dove si salva oramai solo un terzo dei paesaggi mentre tutto il resto è oramai occupato da palazzi, ville, alberghi, porti. Bene, nelle Regioni studiate dal 1985 ad oggi malgrado vincoli e piani sono stati cancellati dal cemento qualcosa come 160 chilometri di paesaggi costieri! La fotografia scattata attraverso lo studio evidenza un quadro estremamente preoccupante, una deriva pericolosa che non trova, al momento, ostacoli efficaci ne nella legislazione ne nelle volontà politiche degli amministratori locali. La preoccupazione aumenta se si pensa poi alla crescente esposizione al rischio idrogeologico che questa situazione fa emergere e se si considera che l’esplosione dell’occupazione delle coste con il cemento in molte parti d’Italia avviene in assoluto rispetto della legalità, l’abusivismo infatti peggiora una situazione già gravemente compromessa. L’obiettivo deve essere di salvare la natura residua, liberare l’accesso alle spiagge ed avviare un grande piano di riqualificazione dell’esistente, per cancellare quella litania di case e costruzioni che rovinano la bellezza delle nostre coste. Anche per questo Legambiente ha messo a punto un Disegno di Legge sulla bellezza, oggi presentato in Parlamento, e queste proposte devono trovare spazio nella discussione in corso in merito al provvedimento proposto dal Governo sul contenimento del consumo di suolo. Solo fissando un chiaro stop al consumo di suolo sarà infatti possibile avviare quella riqualificazione dell’edificato lungo la costa, che è una condizione oggi indispensabile per ripensare l’offerta turistica nella direzione della qualità ambientale.

Le trasformazioni più rilevanti avvenute nelle Regioni italiane 

Abruzzo: ha il triste record di suoli costieri trasformati, ossia passati da un paesaggi naturali e agricoli ad infrastrutture ed edifici residenziali. Sono infatti 91 i km di costa irreversibilmente modificati rispetto ad un totale di 143 km, oltre il 63,6 %. Tra le infrastrutture, nate o ampliatesi negli anni scorsi, spiccano i porti di Pescara, Giulianova, Ortona e Vasto. L’aspetto più impressionante in questa Regione è che il paesaggio costiero “ancora” libero sia protetto solo parzialmente, visto che solamente il 9% dell’intera costa abruzzese risulta essere area protetta. L’istituzione del Parco della Costa Teatina tra Ortona e Vasto rappresenta l’unica garanzia a tutela dei valori paesaggistici della “costa dei trabocchi”.

Campania: su 360 km di costa campana sono 181 quelli urbanizzati, oltre il 50%. Tra il 1988 ed il 2011 sono stati 22 i km di costa trasformati per usi residenziali e turistici mentre 7 km hanno visto interventi di artificializzazione legati alle infrastrutture portuali ed alle aree industriali. Ciò che è avvenuto negli anni successivi al 1988, soprattutto tra Agropoli e Salerno e tra Varcaturo e Baia Domitia, ha provocato danni irreparabili su un paesaggio costiero di immenso valore. Ma sono ancora tanti i tratti di costa di pregio a rischio e che andrebbero tutelati: tra Caprioli e Marina di Ascea, tra Marina di Casal Velino e Acciaroli, tra Agropoli e Torre Piacentina o ancora di più litorali come il Lago di Patria e la Riserva Naturale di Castelvolturno.

Emilia-Romagna: densità e continuità dell’edificato, prettamente nato a scopo turistico e di seconde case nelle immediate vicinanze della costa, 82 km di costa urbanizzati sui 141 totali, ma soprattutto da Cesena a Cattolica un aumento tra il 1988 ed il 2011 di costruzioni anche alle spalle della linea costiera. La costa emiliano-romagnola appare oggi divisa in due, tra una fascia a Nord, verso il Veneto, dove ancora si leggono ancora ambiti naturali di pregio, e quella più a Sud, dove il famoso modello turistico intensivo romagnolo ha proseguito nel cancellare ogni lembo libero per cui è perfino difficile oggi immaginare come fosse stato il paesaggio prima che arrivasse la distesa di alberghi, palazzi, seconde case, stabilimenti.

Lazio: in questa Regione su un totale di 329 km, 208 km risultano essere trasformati ad usi urbani e infrastrutturali, cioè oltre il 63%. Impressionante è leggere come l’urbanizzazione realizzata successivamente all’entrata in vigore della Legge Galasso ha portato alla cancellazione di ben 41 km di costa, cioè il 20% dell’intera urbanizzazione esistente. I tratti di costa in cui i valori di consumo di suolo sono più alti, sono quelli che vanno da Salto Corvino a Terracina, da Anzio a Torvaianica. E tanti altri tratti, come il Lido di Ostia, le spiagge di Fiumicino, Santa Marinella e Scaglia, in cui non solo si è consumato suolo a favore di residenziale quasi esclusivamente per seconde case e servizi correlati, ma è stata occupata la spiaggia con attrezzature turistiche imponenti. I tratti che preoccupano maggiormente e su cui bisogna intervenire con una più efficace tutela sono quelli compresi tra Gaeta e Sperlonga, tra Sperlonga e Terracina, dove le sponde del Lago Lungo sono state evidentemente attaccate; e poi ancora, tra Astura ed Anzio, tra Marina di Cerveteri e Santa Severa, tra Scaglia e Lido di Tarquinia, e al confine con la Toscana, tra Riva dei Tarquini e Montalto di Castro.

Marche: il 58% della costa marchigiana è sparito sotto il cemento. Dei suoi 180 km di lunghezza le Marche contano ben 98 km di costa oramai trasformati a usi urbani e infrastrutturali. Risultano liberi dall’urbanizzazione i 26 km di costa ricadenti nelle due grandi aree protette, formate dal Parco Regionale del Monte Conero e il Parco Regionale del Monte San Bartolo, che anche grazia alla morfologia montuosa hanno fatto da freno al cemento. Altri 28 chilometri di aree agricole e 14 di aree ancora naturali si rischia che finiscano cancellati dalla continua crescita del cemento. Il 64% del consumo verificatosi tra il 1988 ed il 2006 (circa 4,5 km) è avvenuto per usi prettamente urbani (residenziali e servizi annessi); il restante 36%, quindi 2,5 km, consiste in opere infrastrutturali e industriali. Ne sono esempio l’area industriale di Fano e l’ampliamento del suo porto, ma anche l’area industriale di Senigallia e la crescita di Pedaso.

Molise: nonostante la costa molisana sia di modesta lunghezza (35 km) risulta tra le più aggredite dalla cementificazione nel corso degli ultimi 25 anni. Su un totale di 17 km di costa consumati sono infatti ben 10 i km urbanizzati dopo il 1988. In particolare sono state realizzate numerose nuove case e complessi residenziali che hanno sostituito suoli agricoli, ma anche nuove strutture turistiche nei pressi di Campomarino e Montenero di Bisaccia. I tratti di costa che destano maggiori preoccupazioni per il futuro sono quelli tra Termoli e Campomarino e tra Montenero e Termoli sui quali dovranno essere istituiti vincoli di inedificabilità per tutelarli e valorizzarli come risorsa naturale.

Sicilia: la parte tirrenica del litorale siciliano conta 442 km di lunghezza, di cui 255 km trasformati ad usi urbani ed infrastrutturali, addirittura il 58% del totale. Il consumo di suolo costiero è avvenuto in gran parte a favore dell’urbano soprattutto per l’espansione di alcuni agglomerati e la conseguente saldatura di più centri. In particolare è emblematico il caso del tratto tra Fiume Grande e Capo, nei pressi di Cefalù, in precedenza caratterizzato da aree verdi. Anche le aree industriali sono state artefice di consumo di suolo, soprattutto nei tratti di costa del Comune di Termini Imerese. Tra i tratti rimasti integri e che necessitano di tutela rimangono quelli tra San Vito Lo Capo e Castellamare del Golfo, dove si trova la Riserva Naturale dello Zingaro e alcuni tratti tra Cefalù e la Riserva Naturale “Laghetti di Marinello”.

Veneto: sono ben 61 i km di costa consumati in Veneto, su un totale di 170 km. I tratti ancora integri riguardano in particolare le aree a Sud della Regione, tra Chioggia e l’Emilia, dove la morfologia e la geologia dei luoghi (delta del Po) ha impedito l’urbanizzazione. I principali centri attaccati dal consumo di suolo costiero sono Bibione, Caorle, Porto di Piave Vecchia, Cà Crema e Cavallino, principalmente a causa dell’edificazione avvenuta negli ultimi 23 anni a destinazione turistica e residenziale. L’allargamento del tessuto urbano dal confine con il Friuli fino a Chioggia ha portato alla saldatura di numerose aree urbane; questo fenomeno è stato particolarmente accentuato negli ultimi 23 dove su 11 km di consumo di suolo registrato in Veneto ben 7 km riguardano il tratto tra Caorle e Chioggia. E’ importante mantenere inalterate le aree costiere del sud della Regione che rimangono estremamente fragili anche per le indicazioni di tutela presenti, in particolare rispetto alle aree agricole.

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Rifiuti, alimenti e cemento: tutto ciò che è business interessa ai criminali

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Le organizzazioni criminali di stampo mafioso e non hanno come obiettivo principale business e profitti illeciti, a qualsiasi costo. Nel corso degli ultimi anni decine di collaboratori di giustizia hanno disvelato meccanismi criminali e scenari di guerra con, sullo sfondo, un’unica strategia di impresa: seminare morte, usare violenza al fine di arricchirsi illecitamente. Un riscontro emblematico a quanto appena detto ci viene offerto dalla storia dei traffici illeciti di rifiuti che ha imperversato per decenni in Italia. “La munnezza è oro” affermava uno dei primi collaboratori di giustizia ai magistrati dell’operazione “Adelfi”.

Milioni e milioni sono state le tonnellate di rifiuti trasportati ed interrati illegalmente nel nostro Paese: intercettazioni e riprese video hanno fornito agli italiani la prova di come si sia proceduto nel nostro Paese alla gestione del ciclo dei rifiuti, mediante modalità criminali che hanno prodotto morte e disastri ambientali. Ci sono voluti anni, ma finalmente l’Istituto superiore della Sanità e la Protezione Civile hanno confermato che nei territori maggiormente interessati alle attività di illeciti smaltimenti di rifiuti, sono palesemente riscontrabili aumenti anomali di malattie tumorali alle persone: nel solo agro – aversano, nel triangolo Casal di Principe, Castel Volturno, Casapesenna, venivano acquisiti nell’ambito del procedimento “Cassiopea” i dati relativi alle esenzioni tickets per malattie tumorali, con punte di incremento di tumori maligni nei citati comuni fino al 400%, da collegarsi agli interramenti illeciti di rifiuti tossici ed alla combustione di montagne di rifiuti.

Traffici illeciti gestiti sì da organizzazioni criminali, ma delle quali facevano parte imprenditori e professionisti scellerati, titolari di laboratori di analisi sempre pronti a falsificare tutto il falsificabile, soggetti preposti ai controlli (in qualche caso con la qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria) corrotti, al soldo dei controllati. Questo è il quadro nauseante e criminale che ha caratterizzato per anni il tema della gestione dei rifiuti nel nostro Paese. Ancora valido è il documento della Commissione Parlamentare sulle Ecomafie che affermava: “Il ciclo dei rifiuti è un settore economico di sempre maggiore rilevanza ed in costante espansione, interessato da fenomeni illeciti in grado di provocare rilevanti distorsioni dei corretti meccanismi della libera concorrenza, nonché gravissime conseguenze ambientali e sanitarie. Abbiamo stimato che siano gestiti in maniera illecita circa trenta milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, con un business illegale pari a circa dodicimila miliardi di lire l’anno e un danno erariale calcolabile in circa duemilamiliardi di lire l’anno. Sarebbe un errore attribuire solo alle ecomafie, intese nella loro accezione di clan della criminalità organizzata ed imprese collegate, l’intera responsabilità di tali fenomeni illeciti. Esistono invece, e prosperano, società che proprio sulla gestione illecita dei rifiuti sembrano fondare le loro attività; si tratta di un reticolo di nomi ed aziende, attraverso cui il rifiuto passa di mano, cambia le proprie caratteristiche, (ovviamente sulla carta) e svanisce, facendo perder le sue tracce”.Gli ecomafiosi hanno inquinato scelleratamente centinaia di ettari di terreno, hanno avvelenato fiumi ed acque sotterranee. Terreni una volta fertilissimi, utilizzati per la coltivazione, produzione e commercializzazione di prodotti agroalimentari che il mondo (nonostante tutto) ci invidia ancora, rischiano un’irreversibile morte a causa degli intollerabili ed elevatissimi livelli di inquinamento raggiunti.

Ma i criminali non si limitano a trafficare solo in rifiuti tossici: invadono anche altri settori dell’economia, come l’agricoltura ed il cemento. Ed infatti una delle più importanti operazioni di polizia degli ultimi anni, ha consentito di fare luce su quello che può essere denominato il cartello del carrello, ovvero sull’accertato ed operativo accordo criminale tra camorra, mafia e ndrangheta, accordo che ha consentito la spartizione a fini criminali di mercati ortofrutticoli di mezza Italia. Si legge nell’ordinanza di misura cautelare adottata nei confronti di circa cento aderenti al citato cartello criminale: “l’indagine consentiva di ricostruire l’imponente attività di condizionamento delle attività commerciali connesse alla commercializzazione dei prodotti agroalimentari ed il loro trasporto su gomma da e per i principali mercati del centro e sud Italia”. Boss di varie organizzazioni hanno controllato per anni con modalità mafiose, la produzione e la commercializzazione di imponenti quantitativi di generi alimentari, decidendo quali ditte favorire, quali prodotti commercializzare, quali soggetti imprenditoriali estorcere, insomma imponendo un metodo ed un’economia dai forti connotati criminali che ha condizionato negativamente per anni uno dei settori nevralgici dell’economia del nostro Paese. Dai rifiuti agli alimenti, da questi al cemento: tutto ciò che è business interessa ai criminali.È stato già scritto e va ribadito che secondo l’Osservatorio Nazionale sui consumi di suolo: “In Lombardia tra il 1999 e il 2005 sono spariti 26.700 ettari di terreni agricoli, come se, in sei anni, fossero emerse dal nulla cinque città come Brescia. Ogni giorno il cemento e l’asfalto cancellano più di 10 ettari di campagne in Lombardia (100.000 metri quadrati) e altri 8 in Emilia. Secondo i dati Istat, elaborati dal WWF, in Italia, fra il 1990 e il 2005, sono stati divorati dal cemento e dall’asfalto (dunque sterilizzati per sempre) 3,5 milioni di ettari, cioè una regione grande più del Lazio e dell’Abruzzo messi assieme”.L’Italia sta scomparendo? O, per meglio dire, il Paese che il mondo intero invidiava per le sue bellezze ambientali e paesaggistiche, per le sue coste (basti pensare oggi a litorali come quelli campani o calabresi), per le sue valli, per le sue montagne, sopravvivrà a speculatori ed ecomafiosi? E, c’è da chiedersi: quanto influiscono le azioni predatorie e criminali, alle quali si è più volte fatto riferimento in questo lavoro, sulla qualità dei prodotti agroalimentari che ogni giorno vengono commercializzati nel nostro Paese? La sicurezza alimentare è realmente diventata patrimonio comune degli operatori del settore del nostro Paese?

Vengono realizzati ogni anno nel nostro Paese, decine di migliaia di costruzioni abusive, nei posti più impensati e dove maggiore dovrebbe essere la vigilanza e la tutela dell’autorità.

L’abusivismo edilizio si sviluppa maggiormente nelle zone ove maggiore è l’illegalità e la presenza di organizzazioni criminali. Il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Napoli, all’inaugurazione dell’anno giudiziario affermava che: “L’esecuzione della demolizione dei manufatti abusivi è una componente essenziale e fondamentale del giusto processo, a meno di non voler trasformare il processo di cognizione in una grottesca, inutile, farsa. Questa Procura Generale è consapevole del fatto che il fenomeno dell’abusivismo edilizio è, oltre che crocevia di occulte attività criminali, fonte di allarmante degrado urbanistico e di rischi enormi di disastri ambientali. La comunità deve sapere che l’abuso, al di là dell’illegalità ‘prima facie’ è spesso connotato dal disprezzo più assoluto di ogni buona norma di sicurezza: pilastri fatti di sola sabbia e polvere, tondini insufficienti ed inadeguati, assenza di cemento armato, impiego di manodopera, spesso extracomunitari clandestini, sprovvista dei più elementari presidi di sicurezza e dei criteri minimi di tutela. È allarmante che normalmente Enti Locali e Pubbliche Amministrazioni, tentino di impedire la doverosa azione di ripristino della legalità ai competenti uffici giudiziari.”Cos’altro dire? Fino a quando la partita della legalità sarà giocata solo da Forze dell’ordine e Magistratura da una parte, e poteri criminali dall’altra, il risultato auspicato, ovvero il trionfo della legalità, sarà di là da venire. Se invece la consapevolezza di perseguire insieme una condivisa ed unitaria azione per il ripristino della legalità, per il rispetto delle regole e per la sconfitta delle organizzazioni criminali sarà patrimonio comune di istituzioni, forze sociali e cittadini, allora l’auspicata meta sarà vicina ed il nostro Paese si avvicinerà ai livelli di civiltà e decoro che tanti di noi auspicano.

(Tratto da “Eco-mafie, agro-mafie” Donato Ceglie Magistrato della Procura di Napoli)


Agromafie. 1° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia. Il Rapporto Eurispes-Coldiretti evidenzia il volume d’affari complessivo dell’agromafia, quantificabile in 12,5 miliardi di euro, di cui: 3,7 miliardi di euro da reinvestimenti in attività lecite e 8,8 miliardi di euro da attività illecite. Il reinvestimento dei proventi illeciti condiziona la libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente, quale, per esempio, l’indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari.

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