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Le “Lavatrici” di Genova: Da ecomostro a modello di sviluppo urbano

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Le Lavatrici, un complesso di quattro edifici e oltre 370 appartamenti prefabbricati che dominano la collina di Genova, come molti altri ecomostri made in Italy, rappresentano fedelmente un ventennio molto tetro di questo Paese, caratterizzato da abusivismo, corruzione e degrado. Basti pensare che negli ultimi 20 anni l’Italia ha perso il 15% delle campagne e oltre il 56% delle coste italiane è cementificato.

Se state percorrendo l’Autostrada dei Fiori fuori Genova e a un certo punto spunta sulla vostra testa, appostato sulla collina, un mostro dai mille occhi voi attraversate pure il tunnel senza paura. Non è il drago cornuto di Aaargh dei Monty Python che vi rincorrerà per divorarvi quando spunterete dall’altro lato. Ignoratelo come hanno fatto in molti negli ultimi trent’anni, da quando fu edificato deturpando un angolo di paradiso di questa città, vittima troppo spesso della cementificazione selvaggia. Prima di allora quelle alture di Prà guardavano Genova e il suo porto da un angolo di verde ricco di ulivi e alberi da frutta dove l’unica costruzione era un piccolo casale di contadini. Poi, in epoca di sperimentazioni architettoniche in contrasto con le poche risorse dedicate all’edilizia residenziale economico-popolare, fu innalzato questo ciclopico complesso di quattro edifici e oltre 370 appartamenti prefabbricati.

Il soprannome “Lavatrici” deriva dalle lastre di cemento col cerchio frangisole vuoto al centro poste sulla parte bassa della facciata, che lo fanno sembrare un insieme di enormi lavatrici schierate. Collocate in una zona strategica, le Lavatrici hanno quattro punti panoramici che danno sul porto, sulla città e sulle colline, di cui gli architetti ne sfruttarono però uno soltanto, progettando i cortili a cascata incorniciati ognuno dal suo oblò. Le case, poi, sono circondate da cemento, e per non fargli montare troppo la testa utilizzarono materiali edili scadenti: porte di ingresso in cartone pressato, piastrelle che si staccano dal muro, infiltrazioni di acqua piovana, intonaci che cadono, pavimenti in moquette. E ascensori che si rompono spesso.

Come in tanti altri esempi di edilizia priva di senso civico, in cui amministratori e costruttori innalzano mostri fuori scala dove mancano strade e servizi per chi li abiterà, gli spazi al piano terra in cui avrebbero dovuto aprire negozi, supermercati e altre attività commerciali sono rimasti sempre chiusi e degradati. E negli anni anche alcune case sono state abbandonate. Un’ironia crudele ha colpito i cittadini delle Lavatrici anche nella nuova denominazione del quadrante, ribattezzato “Pegli 3”, nome preso dal quartiere sul mare che fu prestigiosa stazione balneare di Genova e ovviamente assegnato come specchietto per le allodole per valorizzare gli immobili.

Sembra che l’architetto Aldo Luigi Rizzo abbia disegnato il complesso riciclando un suo progetto di edifici scartato in Medio Oriente e adattandolo in tutta fretta alle colline di Prà per rientrare nei finanziamenti previsti dalla legge 167 per l’edilizia popolare. Ma l’architetto Angelo Sibilla, che si occupò del progetto strutturale, qualche anno fa su Il Secolo XIX la definì una leggenda metropolitana, pur ammettendo l’inadeguatezza dell’ecomostro: “È chiaro che su un territorio così vasto starebbero meglio delle casette. E forse era meglio spezzare l’impatto dei palazzi con la viabilità, che invece è stata concentrata in alto anche per ragione di costi”. E allora perché non si sono progettate casette?

Perché a inizio anni 80 Genova aveva ventimila sfrattati da sistemare e si dovevano costruire più vani possibili nel minor territorio, stipando i cittadini meno facoltosi in spazi piccoli fatti con materiali scadenti. E non è un caso che le Lavatrici ricordino le case-dormitorio delle alienanti città giapponesi, visto che il progetto di Rizzo, Pino e Sibilla somiglia alle Torri a capsule di Nakagin progettate nel 1972 dall’archistar Kisho Kurokawa, con cui Rizzo entrò in contatto negli anni 70.

A occuparsi oggi di un quartiere di difficile abitabilità come questo è un comitato attivo di cittadini che cura gli spazi pubblici e combatte il disinteresse delle amministrazioni. Grazie all’Università di Genova, che si è fatta promotrice di un progetto di riduzione della spesa di energia del 50% nell’ambito del piano di finanziamento europeo “R2 Cities”, inizieranno a breve i lavori per la riqualificazione energetica degli appartamenti. Verranno installati anche impianti fotovoltaici. Se le Lavatrici non si possono abbattere e sostituire si punta così a migliorarne almeno le condizioni abitative, facendo risparmiare chi ci vive su riscaldamenti e spese condominiali. Ironia vuole che possano divenire in futuro un modello ecosostenibile, da Lavatrici sfondate a elettrodomestici di classe A++.



(Da Il Fatto Quotidiano del 19 Gennaio 2015)


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Povera Italia: Rischio idrogeologico, consumo del suolo, cementificazione selvaggia e scarsa manutenzione

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L’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni, fedele ad un impegno istituzionale di offrire contributi di conoscenza e di proposte per la difesa idraulica del territorio del nostro Paese, ha provveduto ad aggiornare al 2013 la proposta per un piano di interventi per la riduzione del rischio idrogeologico. Tra le priorità strategiche per l’economia del Paese non è stato finora considerato il problema della diffusa fragilità del territorio con il riconoscimento della conseguente imprescindibile esigenza di azioni mirate a metterlo in sicurezza attraverso una costante azione di manutenzione che garantisca, con la riduzione del rischio idrogeologico, quelle condizioni di conservazione del suolo indispensabili alla vita civile ed alle attività produttive. Deve essere in sostanza realizzata una politica di messa in sicurezza del territorio attraverso la manutenzione che garantisca quelle condizioni di conservazione del suolo indispensabili alla vita civile e alle attività produttive anche attraverso regole comportamentali sull’uso del suolo. Manutenzione ed usi del territorio sono un binomio inscindibile cui è subordinata in gran parte la sicurezza territoriale del Paese.

Il dissesto idrogeologico in Italia risulta diffuso, interessa, secondo i dati ufficiali, l’82% dei Comuni. Nei rapporti ufficiali vengono raccolti dati che destano vivissima preoccupazione se si considera che la elevata criticità idrogeologica del territorio italiano determina che 6 milioni di persone abitano in un territorio ad alto rischio idrogeologico e 22 milioni in zone a rischio medio. Si calcola che 1 milione 260 mila edifici sono a rischio di frane ed alluvioni e, di questi, oltre 6 mila sono scuole mentre gli ospedali sono 531.

Una analisi compiuta dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR, sugli eventi di frane ed inondazioni con vittime, rivela che tra il 1950 e 2012 si sono registrati 1.061 eventi di frana e 672 eventi di inondazione. Le vittime sono state oltre 9.000 e gli sfollati e senza tetto oltre 700.000. Tali eventi hanno avuto impatto sui beni privati e collettivi, sull’industria, sull’agricoltura, sul paesaggio e sul patrimonio artistico e culturale. Secondo i dati ANCE-CRESME del 2012 tra il 1944 e il 2011 il danno economico prodotto in Italia dalle calamità naturali supera 240 miliardi di euro, con una media di circa 3,5 miliardi di euro all’anno. Le calamità idrogeologiche hanno contribuito per circa il 25% al danno complessivo. Le cause sono molteplici e concorrenti; alla variabilità climatica con il conseguente regime di piogge intense e concentrate nello spazio e nel tempo, si uniscono l’impetuosa urbanizzazione ed il disordine nell’uso del suolo, la mancata cura del territorio attraverso una costante manutenzione. In generale molte delle calamità sono generate da eventi idrologici eccezionali (con ritorni di 30 anni e più) contro i quali non risulta possibile la prevenzione non solo tecnicamente ma anche economicamente attesi i costi enormi per realizzare opere idrauliche in grado di contenere fenomeni con ritorni 50 o 100 anni. E’ però possibile ridurre l’impatto degli eventi eccezionali attraverso azioni volte a rinforzare i territori fragili, a provvedere alle manutenzioni finalizzate a consentire lo scolo e garantire la regolazione idraulica, ad assicurare il funzionamento degli impianti idrovori ed il consolidamento degli argini. Si tratta in sostanza di provvedere alle necessarie e costanti azioni di manutenzione straordinaria del sistema idraulico. D’altra parte va ricordato che lo stabilirsi, nel territorio rurale, di impianti industriali, il diffondersi di insediamenti civili, lo svilupparsi di reti stradali e ferroviarie hanno accresciuto le esigenze di difesa idraulica del territorio, anche per effetto dell’impermeabilizzazione del suolo che ha modificato il regime delle acque superficiali, non più trattenute dal terreno agrario. La fragilità del territorio risulta certamente aggravata dalla intensa urbanizzazione. Si stima che il consumo del suolo nel periodo 1990-2005 sia stato di oltre 244.000 ettari all’anno (circa due volte la superficie del Comune di Roma), in pratica oltre 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio). La Commissione Europea, al riguardo, ha pubblicato uno studio sul tema “orientamenti in materia di buone pratiche per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo”, cui tra gli altri ha contribuito anche l’ANBI.

L’impermeabilizzazione, considerata uno dei maggiori processi di degrado del suolo, è infatti un problema esistente in tutto il territorio europeo, uno dei continenti più urbanizzati al mondo. Si calcola che tra il 1990 e il 2006 in Europa si sia avuto un aumento delle aree di insediamento del 9% in media. Diventa quindi una priorità europea limitare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo, impedendo la occupazione di altre aree verdi (riutilizzo siti dismessi, incentivi all’affitto di case non occupate, ecc.). Va ricordata la forte pressione dell’impermeabilizzazione sulle risorse idriche. Un suolo può incamerare fino a 3.750 tonnellate di acqua per ettaro, o circa 400 mm di precipitazioni. L’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia nel suolo, in casi estremi impedendolo completamente. Viceversa l’infiltrazione di acqua piovana nei terreni talvolta fa si che essa impieghi più tempo per raggiungere i fiumi, riducendo la portata e quindi il rischio di inondazioni (mitigazione naturale delle alluvioni da parte del territorio).

Al fine di risolvere il problema del consumo del suolo, incidente molto negativamente sulla sicurezza idraulica, il Ministro delle Politiche Agricole Prof. Mario Catania ha presentato nel 2012 un disegno di legge con il quale sarebbe possibile contrastare il problema e ridurne in tempi brevi gli effetti. Negli ultimi 40 anni la superficie coltivata si è ridotta di circa il 28% arrivando a meno di 13 milioni di ettari. I fenomeni da contrastare sono la cementificazione selvaggia (principalmente nelle aree più fertili) e l’abbandono delle terre marginali da parte degli agricoltori. L’obiettivo che si vuole raggiungere è quello di fissare l’estensione massima di superficie edificabile sul territorio italiano. Viene introdotto il divieto per coloro che hanno ricevuto aiuti di Stato o comunitari di cambiare la destinazione agricola per almeno 5 anni dall’ultima erogazione pena una contravvenzione e la demolizione delle opere eventualmente costruite. Si attribuisce priorità alla concessione di finanziamenti mirati al recupero dei nuclei abitati privati, per la ristrutturazione e restauro degli edifici esistenti e la conservazione ambientale del territorio. Tali azioni consentirebbero il vantaggio di limitare la perdita di terreni agricoli, aumentando le produzioni agricole e l’approvvigionamento alimentare, ridurrebbe l’alterazione del paesaggio incentivando la riqualificazione dei piccoli borghi rurali, assicurerebbe la tutela dell’ecosistema, aumentando da un lato la capacità del suolo di assorbire CO2, e limitando dall’altro le alterazioni dell’assetto idraulico ed idrogeologico del territorio Si auspica che il nuovo Parlamento possa valutare positivamente tale disegno di legge. In una situazione territoriale come quella fin qui descritta è di fondamentale importanza ridurre i fenomeni di dissesto, contenere i versanti franosi, sistemare le pendici, regolare i torrenti ed i piccoli corsi d’acqua, provvedere finalmente a realizzare gli adeguamenti di quelle opere di bonifica idraulica destinate alla difesa del suolo (canali, scolmatori, argini, manufatti idraulici, colatori, impianti idrovori, etc.) che, alle condizioni attuali di un territorio profondamente modificato, non garantiscono la necessaria riduzione del rischio idraulico.

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