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Un nuovo Guru delle staminali misteriose

Il dott. Giovanni De Luca

Il dott. Giovanni De Luca

“Questa volta almeno la laurea è quella giusta: medicina e chirurgia e non scienze della comunicazione come Davide Vannoni. Ma sempre di staminali misteriose si tratta, e sempre sulla pelle dei più disperati che davanti a una sentenza senza appello provano di tutto, anche l’impossibile. E a caro prezzo: una morte terribile e un debito che oggi mette in ginocchio gli “eredi”.

È ciò che è successo a Fabio Petroni, 57 anni di Roma, affetto da SLA e da mieloma al terzo stadio. La speranza si chiama dott. Giovanni De Luca, Direttore Sanitario della clinica “Villa Floria” a Mignano Montelungo nel casertano.

“Siamo arrivati al dott. De Luca per passaparola il 29 agosto 2013” racconta la moglie Antonella a Viva la Vita onlus, associazione di familiari e malati di SLA. “Mio marito già non parlava, camminava con molta difficoltà, faticava a respirare ed era nutrito tramite PEG (ndr alimentazione artificiale direttamente nello stomaco)”. E in aggiunta alla SLA un mieloma avanzato che non lascia nessuna speranza. “Muove l’ugola! Tra sei mesi tornerà a parlare: questo ha riferito il medico alla prima visita e ci siamo aggrappati a questa unica speranza con tutte le nostre forze”.

Da qui Antonella racconta a Viva la Vita onlus del primo ricovero durato 11 giorni e della parcella di 11 mila euro che, a detta della struttura, avrebbe pagato la ASL. La ASL però non paga. La famiglia è modesta: vive della pensione di invalidità di Fabio e del lavoro precario della moglie. La struttura propone allora un prezzo “scontato” di 4 mila euro poiché ci saranno successivi ricoveri.

Ma in cosa consiste questo trattamento con le staminali? Antonella ha un’idea vaga, poco precisa: effettuavano un prelievo alla cresta iliaca e dopo un “certo trattamento” iniettavano il preparato sul collo e sulla colonna vertebrale. Con un laser a caldo, poi, bruciavano a punti tutta la schiena per aumentare – così dicevano – la produzione di cellule staminali. Bruciature, vere e proprie ustioni, che il prof. Maurizio Inghilleri, responsabile del Centro SLA del Policlinico Umberto I di Roma, ha visto sulla schiena di diversi suoi pazienti di SLA reticenti a spiegarne le cause. Finché qualcuno ha confessato con vergogna raccontando del metodo del dott. De Luca e dei debiti contratti per questo trattamento. I ricoveri di Fabio a Villa Floria proseguono con cadenza regolare e con altrettanta cadenza regolare i debiti contratti dalla famiglia aumentano, arrivando alla cifra di 20 mila euro. Continuavano a somministrare questo composto di staminali alla gola di Fabio nonostante avesse le metastasi intorno alla trachea. Fabio continua a peggiorare, pesa 40 chili, ma per i medici di Villa Floria sta migliorando e le promesse si susseguono: “A novembre dichiarano che si poteva togliere la PEG così a dicembre Fabio avrebbe potuto mangiare da solo – continua il racconto a Viva la Vita onlus – ma la situazione precipita nel breve volgere di un mese e Fabio muore tra le più indicibili sofferenze il 28 gennaio 2014”. La morte avviene all’Ospedale di Cassino poche ore dopo il trasferimento, e su pressione della moglie che ha obbligato i medici di Villa Floria a trasferire urgentemente il marito in una struttura competente. “È arrivato in condizioni disperate e non potevamo più far nulla” riferiscono i medici del pronto soccorso.

Per chiedere giustizia, la moglie si è rivolta a un legale, l’avvocato Michele Figusdiaz: “La mia cliente ha presentato una denuncia circostanziata perché avrebbe chiesto, per ben sei volte dopo la morte del marito, le cartelle cliniche pagate ben 150 euro senza avere ricevuta o fattura, e mai avute fino ad oggi”. Al posto delle cartelle cliniche viene recapitata alla famiglia Petroni una lettera dal legale di Villa Floria in cui richiede agli “eredi” il pagamento delle prestazioni mediche oltre agli interessi e alle spese legali. La cifra non è indicata, ma la moglie ipotizza molto rilevante. Oltre al danno anche la beffa.

Il caso di Fabio non è isolato, infatti il direttore dell’AIFA Luca Pani ha denunciato “altri tre casi simili a Stamina in Italia”, tra cui Villa Floria, vicende sulle quali stanno indagando sia L’AIFA che i NAS. La dichiarazione di Mauro Pichezzi, presidente di Viva la Vita onlus: “Oggi 21 giugno, Giornata Mondiale della SLA, sentiamo di avere ancora troppo poco da festeggiare e ancora troppo da denunciare. Il caso di Fabio è emblematico e vogliamo che si faccia chiarezza soprattutto su quelle “terapie alternative” che da più parti vengono offerte a pagamento da molti guru in circolazione e aggiungono sofferenze alle sofferenze dei malati inguaribili”. “Dobbiamo fermarli! Non vogliamo che altri disgraziati cadano nella stessa trappola!” questo l’appello accorato della famiglia e di tutta l’associazione Viva la Vita onlus”. Simonetta Tortora – Ufficio Stampa Viva la Vita onlus


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Stamina truffa o speranza? Un libro per fare chiarezza

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Due giornalisti scientifici, il sostegno dei cittadini e un ebook che faccia finalmente chiarezza sul caso StaminaScienza in rete lancia un progetto di giornalismo investigativo finanziato sul web e che, in ricordo di Romeo Bassoli, vuole trovare strade innovative per sostenere il buon giornalismo reso difficile in Italia dalle condizioni del mercato editoriale. Perché negare la speranza di un’alternativa, quando una cura di provata efficacia non c’è?

Lo comincia a chiedere Giulio Golia in una puntata delle Iene del febbraio 2012, dopo aver raccontato la storia di Celeste e Gioele, due bambini di poco più di un anno affetti da una gravissima malattia che colpisce le cellule nervose, l’atrofia muscolare spinale di tipo 1. Per questi piccoli – sostiene la trasmissione – l’unica speranza risiede nelle cellule staminali della Stamina Foundation del professor Vannoni. È l’inizio del caso Stamina. E di una guerra combattuta a colpi di servizi giornalistici e manifestazioni, dichiarazioni di scienziati e sentenze di tribunali, lettere di cantanti e appelli televisivi, leggi ad hoc e gruppi di discussione sui social media. Come in tutte le guerre, la prima a morire è la verità. Se ce ne è una, in questo caso, sembra irraggiungibile. Restano le domande dei malati, degli scienziati, della popolazione.

Hanno ragione le famiglie che, sfidando le ordinanze delle autorità e le opinioni della comunità scientifica di tutto il mondo, si affidano a Stamina o quelle che si accontentano dei mezzi limitati che nel loro caso la medicina può offrire? E quali sono gli interessi in gioco?Su quali criteri si basano le scelte dei magistrati? È giusto che la possibilità di accedere alle cure dipenda dal tribunale cui fa capo la propria residenza? E ancora, cos’è esattamente il metodo Vannoni e perché è tenuto nascosto?

Chiediamo il vostro aiuto per dedicare due mesi del nostro lavoro a cercare delle risposte a queste domande, mettendo in ordine i fatti del caso Stamina e indagando sui suoi punti oscuri.

L’inchiesta sarà diffusa gratuitamente come e-book sui principali store e, in versione adatta alla stampa. Il sito Scienzainrete è promotore dell’iniziativa. Si tratta di un progetto di cofinanziamento innovativo, con pochi precedenti in Italia, che cerca di rispondere alla richiesta di chiarezza che viene dal pubblico: l’editore Zadig si farà carico dei costi di produzione e di diffusione, mentre le risorse raccolte con il crowdfunding saranno utilizzate come compenso per i giornalisti. Su proposta di Zadig, di cui è stato socio, questo progetto è anche l’occasione per ricordare Romeo Bassoli, giornalista scientifico recentemente scomparso. Fino alla fine Romeo ha ricordato i valori di un atteggiamento razionale, coscientemente critico, soprattutto quando ci si confronta con la morte. Senza per questo perdere in umanità. Pensiamo quindi che avrebbe sostenuto questo tentativo di trovare un nuovo modo per sostenere il giornalismo d’inchiesta, reso difficile in Italia dalle condizioni del mercato editoriale.

Se la soglia non sarà raggiunta, e non potremo dedicarci a questa impresa per tutto il tempo previsto, pubblicheremo comunque su Scienzainrete tutto quel che saremo riusciti a raccogliere. Se al contrario sarà superata la soglia indicata, continuate a donare: il ricavato eccedente sarà impiegato per diffondere il libro a un pubblico più ampio possibile (con la realizzazione di eventi di presentazione, la stampa di volumi da distribuire ad associazione dei malati, la produzione di aggiornamenti sulla vicenda Stamina). Tutte le fasi del progetto saranno documentate con la massima trasparenza.

Scopri subito come donare

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Stamina solo un business?

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Un collegamento video da CapoVerde, a 500 chilometri dalle coste del Senegal. A inizio dicembre Davide Vannoni ha scelto questo modo per annunciare l’ultimo progetto della Fondazione Stamina. Se il suo metodo non troverà il sostegno che merita, ha dichiarato durante un convegno, lui cercherà all’estero “quelle soluzioni che l’Italia sta abbandonando”. E una possibilità è proprio il piccolo arcipelago sperduto nell’Oceano Atlantico: “La proposta è venuta da alcuni pazienti e ci trova favorevoli. Vogliamo creare un laboratorio gestito da una cooperativa di pazienti e senza fini di lucro, all’interno del quale Stamina opererà gratis. Solo se gli stessi pazienti saranno i veri proprietari potremo essere certi che nessuno ci lucrerà” ha detto. Quello delle cure gratuite è un mantra che Vannoni, 46 anni, ripete spesso. II motivo è comprensibile: l’uomo che ha spaccato l’Italia con i suoi trattamenti per malattie incurabili, proponendosi come l’ultima chance per migliaia di famiglie disperate, vuole allontanare ogni sospetto di alimentare un mercato del dolore. Di qui il ritornello sul fatto che la sua Fondazione opera senza scopo di lucro, ripetuto con forza in tivù, sui blog, su Facebook, dove Vannoni segue ogni passo della sua battaglia: lo scontro quotidiano con la comunità scientifica, che lo accusa di non aver mai voluto rivelare i suoi protocolli di cura, le controaccuse ai medici “di sistema” per i finanziamenti istituzionali di cui godono, la protesta dei malati che riversano in piazza la loro sofferenza, arrivando a prelevarsi il sangue in strada per chiedere al ministro Beatrice Lorenzin di dare il via libera alle cure.

L’immagine che Vannoni vuol dare di sé, tuttavia, non riflette del tutto il business che si sta sviluppando attorno a Stamina. In maniera silenziosa, infatti, ormai da tempo sta nascendo un network di laboratori e di società commerciali che vedono il sociologo torinese coinvolto in maniera più o meno diretta. I nodi più importanti sono in Svizzera, dove sono sorte ben due aziende, una delle quali—recitano i documenti ufficiali – “è la detentrice dei diritti esclusivi mondiali del know how di Vannoni”. Ma le ramificazioni raggiungono anche San Marino, dove già da quattro anni esiste una società “in sonno”, collegata al presidente di Stamina, oltre che Città del Messico e Hong Kong, città dove Vannoni ha fatto elaborare a un’impresa specializzata i progetti per aprire laboratori destinati ai trattamenti con cellule staminali. Iniziative che, a prescindere dalle intenzioni e dai meccanismi di pagamento per i malati che Stamina saprà trovare, rischieranno di far partire dei costosi pellegrinaggi della speranza, generando un giro d’affari milionario. Soprattutto se, in Italia, il discusso metodo verrà bloccato. La prima traccia del Vannoni d’oltreconfine era emersa più di un anno fa, quando i carabinieri del Nas si erano recati nella sua casa torinese per una perquisizione. Avevano notato che guidava una Porsche con targa di Lugano, e si erano domandati cosa c’entrasse Vannoni con la Svizzera. Per trovare una risposta, bisogna andare a vedere il bilancio del primo anno di vita di un’impresa denominata Medestea Stemcells, con sede a Torino. Il suo maggiore azionista si chiama Gianfranco Merizzi, un industriale farmaceutico che nei 2012 è diventato il principale finanziatore e partner industriale di Vannoni. È nel bilancio della Medestea che, per la prima volta, vengono messe nero su bianco le mosse internazionali della strategia di Stamina. Il gruppo di Merizzi, infatti, rivela di aver provveduto ad avviare a Lugano due società quasi gemelle. Della prima, battezzata Biogenesis Research, scrive che le sono stati conferiti i diritti mondiali esclusivi sul metodo Vannoni. Della seconda, che si chiama invece Biogenesis Tech, fornisce qualche elemento in più. Ad esempio che Medestea ne ha acquistato una partecipazione da Vannoni per 440.302 euro; e che la società svizzera, forte di un capitale di 100 mila franchi, ha come scopo “la diffusione mondiale della terapia con staminali, attraverso la costituzione di cell factories in joint venture in vari Paesi del mondo”. Dettaglio interessante: nel consiglio di amministrazione delle due società ticinesi Merizzi è affiancato da persone che fanno parte dei movimenti che animano la battaglia sul metodo Vannoni. Il primo è un manager piemontese che figura tra gli amministratori della pagina Facebook del Movimento Pro Stamina; il secondo è il papà di due fratelli affetti da una grave malattia neurodegenerariva che, nei mesi passati, hanno dovuto rivolgersi ai magistrati per ottenere di essere curati con il metodo Vannoni, finendo più volte nelle cronache dei quotidiani. Quale sia il loro ruolo all’interno delle società svizzere dove sono custoditi i diritti di Stamina, è però difficile dirlo. Interpellato da “l’Espresso”, Merizzi risponde di non voler fornire particolari sugli accordi che il suo gruppo sta stringendo all’estero: “Ogni volta che l’abbiamo fatto, si è innescato un meccanismo di denigrazione che ha rischiato di danneggiarci”, spiega. Sostiene che dal mondo scientifico sono partite mail e telefonate alle controparti internazionali che erano state individuate, nel tentativo di bloccare l’espansione di Stamina. “Le posso solo dire che stiamo lavorando per essere pronti, un domani, con le linee di produzione delle cellule. E che, finora, non abbiamo incassato un euro ma, al contrario, investito risorse ingenti per portare avanti le terapie all’ospedale di Brescia e per sviluppare le altre attività”, sostiene. Merizzi non ha mai negato che dietro l’accordo con Vannoni ci sia il proposito di fare business. E, in un’intervista al sito “About pharma“, si era spinto a quantificare in una gamma compresa fra 5 e 7 mila euro il prezzo a cui la cura potrebbe arrivare sul mercato. Un valore che, per Medestea e per Vannoni, si tradurrerebbe in un giro d’affari da decine di milioni; forse centinaia, se riusciranno a piazzare il metodo all’estero. Qui, però, Merizzi ripete la sua linea di difesa: “A chi ci accusa di pensare ai quattrini, voglio ricordare che le cure palliative somministrate attualmente a un malato di atrofia muscolare spinale costano agli ospedali dai 50 ai 250 mila euro. Ditemi voi, allora, chi fa il vero affare”. Anche se il proprietario di Medestea mantiene il riserbo su dove andrà Stamina, nel bilancio c’è scritto che “contatti avanzati” per aprire un primo centro sono in corso in Svizzera, a soli 50 chilometri da Milano: una prossimità che rende concreta la prospettiva di una processione di malati in viaggio dall’Italia. Più distanti, invece, le altre mete: Città del Messico e Hong Kong, per le quali Vannoni già alcuni mesi fa ha affidato a un’azienda specializzata di Milano, la A. Morando Sas, il progetto per realizzare alcune “camere bianche”, come vengono chiamate le stanze ad atmosfera controllata dove sono prodotte le cellule staminali. Nella metropoli asiatica, in particolare, il luogo scelto per la “cell factory” è il Science Park dove ha sede anche la Lee’s Pharmaceutical, una casa farmaceutica cinese con cui Medestea vanta già rapporti di collaborazione. Al di là di queste iniziative, c’è poi un’altra ramificazione di Vannoni che raggiunge San Marino. Così come con la Porsche svizzera (nel frattempo immatricolata in Italia), anche in questo caso la traccia arriva da un’automobile, o meglio da un van modello Mercedes Vaneo, su cui gli esponenti della Fondazione Stamina si sono fatti intervistare in tivù. La targa del furgone, secondo quanto “l’Espresso” ha potuto appurare, è intestata a una piccola srl registrata nella repubblica del Titano, chiamata Biolab. Tre anni fa Vannoni era stato sospettato di aver effettuato dei trapianti di cellule proprio a San Marino, e nel mirino dei magistrati erano già finite altre due società locali, che in seguito avevano cessato o sospeso l’attività. Nelle indagini della procura e negli accertamenti chiesti all’epoca dai parlamentari sanmarinesi, il nome della Biolab, titolare di una licenza per un laboratorio finalizzato al prelievo e al trattamento di cellule staminali adulte, non era però mai emerso e la società ha continuato a operare, senza mai veniere allo scoperto. L’amministratore, Alberto Francini, un avvocato molto noto nel piccolo Stato, spiega a “l’Espresso” che il laboratorio “è in corso di attivazione. Non farei però bene il mio mestiere se le dicessi chi sono i proprietari delle quote della società”. E così, i misteri del guru con la passione per le automobili offshore, non svaniscono del tutto.

(Fonte L’Espresso)

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Bugie e verità sulle cellule staminali

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Mai come in questi mesi  le cellule staminali sono  assurte agli onori  della cronaca: se ne  parla ovunque e, a  onor del vero, quasi  sempre a sproposito. Non solo in Italia,  sempre a onor del vero. Nell’immaginario  collettivo, complici alcuni ciarlatani, speculatori  e fenomeni mediatici le cellule staminali  sono viste come la panacea per tutti i  mali, noti e persino ancora ignoti, e le regolamentazioni,  incluse le famigerate GMP  (Good Manufacturing Practice), un complotto  ordito dalle industrie farmaceutiche per impedire ai pazienti di esercitare un  presunto diritto alla “libertà di cura”. Posizioni,  queste, spesso sposate da incompetenti  in materia e in qualche caso appoggiate,  in modo più o meno velato, da alcune  istituzioni dimentiche del fatto che dovrebbero  essere le prime a tutelare la verità dei  fatti e la salute dei pazienti.  Credo sia utile provare, ancora una volta,  a fare chiarezza.

Qualche settimana fa un  articolo dell’Economist ha suscitato reazioni  di protesta per aver sostenuto che la  scienza è inaffidabile perché sbaglia troppo.  Nulla di più lontano dal vero. La scienza  sbaglia perché dispone di un metodo che  consente di avanzare nella conoscenza, e   solo se si è in grado di scoprire gli errori ci si  avvicina progressivamente a sapere come  stanno le cose. Ci sono poi ambiti, come la  medicina, dove si può sbagliare di più e dove gli scienziati possono più spesso cercare  di mentire. Ma proprio per ovviare a questi  problemi la scienza si è dotata di strumenti  di auto-controllo assai efficaci e ha potenziato  il metodo scientifico (ovviamente inviso  a ciarlatani e speculatori), per esempio  sviluppando la cosiddetta “medicina basata  sulle prove di efficacia”. Dati alla mano, la ricerca medica moderna dall’inizio del secolo  scorso ha permesso, tra altre cose, un  notevole allungamento della speranza di vita:  anche in Italia, dato che con 81.5 anni  siamo al secondo posto nel mondo, dietro  al Giappone.

Quali sono i pilastri della medicina basata  sulle prove di efficacia? Sostanzialmente  tre: una solida ricerca di base, una ricerca  pre-clinica meticolosa e una sperimentazione  clinica rigorosa in tutte le sue tre fasi,  quest’ultima essenziale per garantire ai pazienti  la sicurezza (fase i) e l’efficacia (fasi 2  e 3) dei farmaci che vengono loro proposti.  In buona sostanza stiamo parlando delle regolamentazioni  così tanto discusse in questi  mesi. Le cellule staminali, che sono alla  base delle cosiddette terapie avanzate e della  neonata medicina rigenerativa, sono entità  più complesse dei farmaci tradizionali, richiedono competenze multidisciplinari e  metodi più complicati di produzione. Quindi,  a maggior ragione, devono sottostare alle  regole della medicina basata su prove.  Non è quindi sorprendente che le terapie  avanzate siano oggi sottoposte quasi ovunque,  almeno nei paesi più civili, alla stessa regolamentazione utilizzata per i farmaci.  Chi propone una derubricazione delle colture  cellulari a trapianti o chi si fa promotore  di iniziative che tendono a mettere sul  mercato terapie di non provata efficacia e  non vagliate attraverso le tre le fasi della sperimentazione  clinica mina alla radice il concetto  di medicina scientifica, con potenziale  danno per i pazienti che si dovrebbero e vorrebbero  curare. Perché lo fa? Non ci sono  che due motivi possibili, strettamente collegati  tra loro: un movente di tipo economico speculativo  e la consapevolezza dell’improbabilità  dell’efficacia delle terapie che si tenta  di mettere comunque sul mercato.  Ciò detto, scienziati di diverse parti del globo chiedono regolamentazioni più adatte,  ritagliate su misura per le terapie avanzate  basate su colture cellulari. Credo che questa  sia una richiesta giusta, ragionevole proprio  in funzione della differenza tra un composto  chimico e una cellula. Il che non significa  assolutamente, e mi preme ribadirlo,  un allentamento delle regole o un’abolizione  dei tre principi cardine della medicina basata sulle prove di efficacia (ricerca di base,  ricerca preclinica e tre fasi di sperimentazione clinica)

Come si può dunque conciliare l’irrinunciabile  necessità di sicurezza ed efficacia  con la peculiarità delle colture cellulari? Le  regole attualmente applicate, originariamente  pensate per i farmaci tradizionali,  non sono in realtà del tutto ottimali per le  terapie avanzate. Per esempio su alcuni controlli di processo, che risultano ridondanti  se non addirittura inutili, soprattutto   nel caso di terapie basate su cellule autologhe,  cioè estratte dal paziente stesso e a lui  destinate. Non è difficile, anche per i non  addetti ai lavori, immaginare che i controlli  necessari per un lotto di antibiotici utilizzati da milioni di pazienti sono per forza di  cose diversi da quelli richiesti per la singola  coltura di cellule isolate da un singolo paziente,  e solo a lui destinate.  Sarebbe dunque opportuno che le autorità regolatorie ripensassero alcune di queste  regole, per consentire alle terapie avanzate,  soprattutto se legate a malattie rare e  fondate su un reale razionale scientifico di efficacia, di arrivare alle fasi i e 2 della sperimentazione  (quindi allo sviluppo vero e proprio  della terapia) con un impiego di mezzi  economici e di energie inferiori a quelli necessari  oggi per applicare tout court le regole  del farmaco. Questo, senza che si riduca  la sicurezza per il paziente, che rappresenta  sempre il primo obiettivo di qualsiasi medicina  moralmente sana.  Accanto ad una semplificazione di alcune  regole, sarebbe necessario applicare alle  terapie avanzate basate su colture di cellule  regole ancora più severe e stringenti  sui razionali e sulla ricerca di base e pre-clinica,  che giustifichino la prosecuzione dello sviluppo del prodotto fino all’applicazione  clinica, anche se sperimentale. Questo  perché la cellula è una entità più complessa  di un composto chimico e le sue potenzialità  terapeutiche meno immediatamente note.  Tale cambiamento di prospettiva permetterebbe  di ottenere almeno due risultati:  rendere disponibili per i pazienti i prodotti  di terapie avanzate a base di colture  cellulari in tempi più brevi e con costi inferiori,  e prevenire la diffusione di trattamenti  come quelli tipo “Stamina”, privi di qualsiasi  plausibilità scientifica. Ricordiamoci che la vera compassione,  in campo medico, sta nel fornire ai pazienti  garanzie e informazioni a cui ancorare razionalmente  le speranze che, per definizione,  nella medicina scientifica possono essere  basate solo su solide prove scientifiche. Tutto il resto non può essere in alcun modo  definito né compassione né medicina. È solo illusione.

(Fonte associazionelucacoscioni

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Colore di vernice, gusto di plastica.. eccovi l’hamburger artificiale

hamburger artificiale

Ieri a Londra, per la prima volta è stato cotto e mangiato un hamburger artificiale, interamente realizzato dall’uomo in un laboratorio con le cellule staminali di bovino. L’hamburger oltre a non essere particolarmente gustoso non è neanche economico, infatti è costato circa 250 mila sterline (290 mila euro) per realizzarlo. A noi italiani amanti della buona cucina, l’hamburger di “plastica” non interessa.

Tre italiani su quattro (73%) non mangerebbero mai i 142 grammi dell’hamburger in provetta cotto e fatto assaggiare in uno studio televisivo a Londra. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare l’esperimento di degustazione del primo hamburger creato coltivando in laboratorio cellule staminali prelevate dal muscolo di un bovino, sulla base dell’ultima indagine Eurobarometro che evidenzia una diffusa preoccupazione degli italiani nei confronti dell’applicazione di nuove tecnologie ai prodotti alimentari che hanno portato per ultimo alla produzione di carne artificiale in laboratorio. Alle forti perplessità di natura etica si aggiungono, sottolinea la Coldiretti, quelle di carattere economico con un costo stimato in 250mila euro, per il primo hamburger artificiale creato dal dottor Mark Post, direttore del dipartimento di fisiologia dell’Università di Maastricht, nei Paesi Bassi. Le valutazioni degli assaggiatori, giudicate non particolarmente gratificanti, su una polpa di “carne” cui, per garantire un miglior sapore, è stato aggiunto succo di barbabietola rossa e zafferano e, per assicurare il giusto colore, sale, uova in polvere e pane grattugiato non contribuiscono certamente ad aumentare l’attrattività del piatto. La realtà è che nonostante il rincorrersi di notizie miracolistiche sugli effetti benefici delle nuove modificazioni genetiche effettuate su animali e vegetali in laboratorio (dal supersalmone ad accrescimento rapido al riso ipervitaminico fino al latte materno da mucche transgeniche) rimane elevato, sostiene la Coldiretti, il livello di scetticismo dei cittadini. Per questo, come hanno dimostrato le esperienze del passato a partire dalla mucca pazza (Bse), le innovazioni in un settore come quello alimentare, particolarmente esposto ai rischi per la salute, devono percorrere, conclude la Coldiretti, la strada della naturalità e della sicurezza.

Prima di buttarsi in esperimenti alimentari poco gratificanti, sarebbe meglio iniziare a pensare ad un consumo più responsabile e consapevole. Noi consumatori abbiamo un grande potere usiamolo, impariamo a scegliere bene e consumiamo meno carne, puntanto più alla qualità che alla quantità.

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