Lavoro nero, irregolari 6 aziende su 10

Nel 2016 gli ispettori del Ministero del Lavoro, Inps e Inail hanno ispezionato 191.614 aziende riscontrando irregolarità nel 63% dei casi. Nel complesso sono stati accertati contributi e premi evasi per oltre 1,1 miliardi. Sono i dati del rapporto annuale dell’Ispettorato nazionale del lavoro, illustrati dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Continue Reading


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Sono 400mila gli schiavi dal caporalato a 2,50 euro l’ora

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Il caporalato è un fenomeno che caratterizza ancora oggi le campagne italiane. Dopo un’attenuazione, negli ultimi 15-20 anni tale fenomeno è tornato alla ribalta con una degenerazione dello sfruttamento della manodopera a causa soprattutto dei flussi migratori. Il caporalato detiene oggi nel Mezzogiorno un monopolio nell’attività di mediazione, ma il fenomeno è in aumento anche nelle Regioni del Centro-Nord.

Più di dodici ore di lavoro nei campi per un salario di 25-30 euro al giorno, meno di 2 euro e 50 l’ora. È la situazione in cui lavorano in Italia 400mila lavoratori sfruttati dal caporalato, stranieri nell’80% dei casi, coinvolti con salario giornaliero inferiore del 50% rispetto a quello previsto dai contratti nazionali. A questo vanno sottratti: il trasporto dei lavoratori (5 euro), l’acquisto di acqua e cibo, l’affitto degli alloggi, acquisto di medicinali. È quanto emerge da uno studio di The European House-Ambrosetti su dati Flai Cgil relativi al 2015, presentato al convegno di Assosomm-Associazione italiana delle agenzie per il lavoro “Attiviamo lavoro. Le potenzialità del lavoro in somministrazione nel settore dell’agricoltura”. Continue Reading

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Il caporalato è un reato mafioso



Il Parlamento ieri ha approvato il Disegno di Legge 1138, la riforma del Codice Antimafia, che contiene la confisca e la responsabilità in solido per le aziende che sfruttano i lavoratori nei campi tramite il caporalato, così come chiesto dalla campagna Filiera Sporca per colpire chi trae diretto vantaggio dallo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura.

All’interno della riforma sono stati inseriti tre emendamenti relativi alle sanzioni pecuniarie ed interdittive in relazione a imprese che promuovono, dirigono, organizzano, finanziano o effettuano il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato esponendoli a pericolo per la propria vita o sottoponendoli a trattamento inumano o degradante o ancora sfruttandoli sessualmente o lavorativamente. Il testo, approvato con 281 voti favorevoli, 66 contrari tra Forza Italia e Movimento 5 stelle e due astenuti, dovrà adesso passare all’esame del Senato. Il commento delle associazioni:

“La prima richiesta di Filiera Sporca è passata! Finalmente anche le aziende pagheranno per lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura: è stato approvato alla Camera l’emendamento al Codice Antimafia proposto da‪ #‎FilieraSporca (Terra! onlus, Associazione daSud e terrelibere.org), presentato da Celeste Costantino (Sel) e votato a larga maggioranza che prevede la confisca e la responsabilità in solido per le aziende che sfruttano i lavoratori nei campi tramite il caporalato. Ringraziamo Associazione Studi Giuridici Immigrazione per il supporto legale e Davide Mattiello (Pd) per averla supportata con gli emendamenti in Parlamento. Il prossimo passo è lavorare per una maggiore trasparenza di tutta la filiera che passi per la pubblicazione dell’albo dei fornitori e dall’introduzione di una vera e propria etichetta narrante dei prodotti agroalimentari. Ci auguriamo che il Governo e tutte le forze parlamentari proseguano uniti in questa battaglia”.

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Gli invisibili dell’arancia e lo sfruttamento in agricoltura

Mentre viene celebrato l’Expo come una grande occasione per rilanciare il Made in Italy, intere filiere agricole sopravvivono grazie allo sfruttamento del lavoro. Dal sud della Spagna alla Grecia, fino in Puglia, Sicilia e Calabria, tutta l’Europa mediterranea produce in condizioni di grave sfruttamento i prodotti ortofrutticoli destinati in gran parte ai mercati del Nord.

Il modello si estende e non risparmia regioni un tempo immuni come ad esempio il Piemonte. Quella che a prima vista appare come un’emergenza umanitaria – ghetto di Rignano (Foggia), baraccopoli-tendopoli di Rosarno (Reggio Calabria), area di Saluzzo (Cuneo) etc. – è in realtà il frutto di un vero e proprio sistema di produzione che in tutta l’Europa del Sud ha le stesse caratteristiche e che si nutre dello sfruttamento.

Che fine fanno le arance raccolte sfruttando il lavoro dei migranti? E quali sono le responsabilità delle multinazionali, dei commercianti e dei produttori? A queste domande cerca di rispondere il rapporto “#FilieraSporca. Gli invisibili dell’arancia e lo sfruttamento in agricoltura nell’anno di Expo“, realizzato dalle associazioni “daSud”, “Terra! Onlus”, “Terrelibere”. Un percorso lungo la filiera, dal campo allo scaffale, per stanare i veri invisibili dello sfruttamento del lavoro in agricoltura: la grande distribuzione e le multinazionali.

Quando lo sfruttamento è strutturale, è inutile riferirsi all’emergenza, perché è il prodotto di una filiera malata che scarica costi e disagi sul soggetto più debole, i braccianti, spesso migranti di origine africana o dell’Est Europa.

Il rapporto nasce con l’idea di offrire una prospettiva nuova al problema complesso dello sfruttamento del lavoro in agricoltura. Perché se è vero che ci sono migliaia di persone costrette a subire lo sfruttamento e a paghe da fame, è altrettanto vero che esiste una filiera che si nutre dello sfruttamento come terreno di coltura su cui svilupparsi. Ed è proprio la filiera a dover essere indagata se vogliamo rintracciare le cause e offrire possibili soluzioni.

Quanti sono i consumatori che sarebbero disposti a comprare un’arancia, un pomodoro, una bottiglia di vino, un succo, una conserva, sapendo che vengono dallo sfruttamento e dalla schiavitù? Probabilmente nessuno. Ma nessuno al momento è in grado di sapere se quello che sta mangiando è frutto di questo sfruttamento, se è sporco. Quella che il rapporto ricostruisce è una filiera lunga, troppo lunga, composta da troppi passaggi per portare un’arancia dall’albero al supermercato. Passaggi in cui ogni singolo anello deve guadagnare, fino a far lievitare il costo di un kg di arance a 2.10€ in un supermercato di Roma, e di cui solo 0,03/0,06€ vanno al bracciante agricolo.

Come funziona il caporalato. La raccolta è l’unico elemento visibile di un meccanismo complesso. Il basso salario e il caporalato producono condizioni abitative degradanti. I ghetti sono “fotografabili”, creano immaginario e diventano la spia di un sistema malato. Il caporalato deriva dalla necessità di forza lavoro molto flessibile, specie quando il prodotto è deperibile (pomodoro, frutta, etc.). Allora è necessario organizzare la manodopera in squadre e capisquadra, che diventano gli interlocutori unici per pagamenti e dispiegamento dei lavoratori nei campi. Per un padrone, ovviamente, è molto più semplice parlare con un caporale che con dieci o venti braccianti. I caporali possono affiancare o sostituire cooperative formalmente legali che però finiscono per svolgere una funzione analoga. Mentre i medi produttori ricorrono direttamente ai caporali, le realtà più grandi preferiscono rivolgersi a strutture formalmente legali come le “cooperative senza terra”. Sono formate sia da italiani che stranieri, non producono ma offrono servizi come la potatura e raccolta. Spesso sono aziende serie, altre volte forme di caporalato mascherato. Dietro un contratto formale con l’azienda committente, infatti, possono nascondersi lavoro nero, decurtazione delle buste paga, evasione contributiva.

Soluzioni? Puntare sulla trasparenza, dare il giusto a chi lavora eliminando gli intermediari inutili che sfruttano la manodopera, permetterebbe di abbassare il prezzo finale e porre fine a questa schiavitù.

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La schiavitù del nuovo millennio: Il caporalato

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“Nelle campagne del Salento modaiolo e di tendenza, nel territorio di Nardò, ogni estate va in scena uno dei fenomeni più beceri della schiavitù del nuovo millennio: il caporalato. Centinaia di stagionali (tra i 400 e i 600) nella bella stagione vengono impiegati per la raccolta delle angurie e dei pomodori. Si tratta di lavoratori “migranti”, che si spostano dalla Sicilia al Lazio, per poi arrivare nelle campagne del Salento e del foggiano, a seconda delle esigenze delle aziende agricole. Per le quali lavorano i “sotto caporali”: coloro i quali hanno il compito di “reclutare” i lavoratori, attraverso un oramai collaudato sistema di telefonate ed sms. Si spostano con dei furgoncini nel buio delle ultime ore della notte, prima che l’alba faccia capolino da Santa Maria di Leuca, la punta più ad est del Salento. Raccolgono “squadre” di non più di 6 uomini e raggiungono i campi. Dove si lavora con la schiena piegata per 12 ed anche 14 ore sotto il sole cocente. Per una paga giornaliera tra i 25 e i 35 euro. Che va però decurtata di 3,50 euro per un panino, di 1,50 per una bottiglietta d’acqua e di altri 5 euro per il “passaggio” fornito dai caporali all’andata e al ritorno. Ulteriori 10 euro invece, occorrono nel caso di un trasporto in ospedale, riducendo la paga ad una ignobile miseria. Il tutto condito da un’infinita sequela di insulti quotidiani e di metodi di lavoro da medioevo. Che si completa nello squallore degli “alloggi”, spesso vecchi casolari abbandonati in cui gli stagionali riescono a trovare posto per un piccolo giaciglio. È la sorte che tocca alla maggior parte di loro, visto che appena 80 fortunati possono usufruire del “ghetto tenda” dotato di luce e acqua, messo in piedi dopo la chiusura della masseria “Boncuri” dove il Comune di Nardò aveva pensato di stabilire i lavoratori sino all’estate del 2011. L’anno della svolta e della ribellione degli stagionali guidati dall’ingegnere camerunense Yvan Sagnet attraverso due storiche settimane di sciopero. Tutta questa storia è poi sfociata in un’inchiesta condotta dai Ros di Lecce denominata “Sabr” e durata tre anni, che dopo le denunce sporte dai migranti (in maggioranza tunisini e ghanesi) tra il 2009 e il 2011, il 23 maggio 2012 portò a 22 ordinanze di custodia cautelare in carcere, accendendo definitivamente i riflettori su questa organizzazione a struttura piramidale conosciuta da sempre da tutti.

Proprio in questi giorni è andata in scena la quinta udienza del processo iniziato il 31 gennaio 2013: la prossima si svolgerà il 6 novembre. Sono in tutto sette i braccianti costituitisi parte civile, insieme a Regione Puglia, Cgil, Camera del Lavoro, Flai-Cgil e l’associazione Finis Terrae. Assente il Comune di Nardò. Gli imputati rischiano dai 5 agli 8 anni di reclusione ed una multa pari a 2.000 euro a lavoratore. Grazie all’introduzione, nel settembre 2011, del reato penale nell’articolo 603 bis, contenente il nuovo reato di Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Ma il lavoro contro la schiavitù del nuovo millennio è ancora tanto. Come testimonia Antonio Gagliardi, segretario generale della Flai Cgil Lecce. “A livello nazionale insieme alla Uila abbiamo avanzato una proposta di legge che crei una rete che renda obbligatorio per le aziende il reclutamento attraverso i centri d’impiego”. Eventualità che toglierebbe ogni alibi per lo sfruttamento irregolare nel reclutamento della mano d’opera. Dall’agosto 2011, grazie al sindacato, esistono “delle liste d’impiego e di prenotazione per reclutare mano d’opera presenti in tutti i centri d’impiego della Regione” ricorda Gagliardi. Ma la fine della schiavitù è ancora lontana”. Gianmario Leone

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