1

È più economico comprare un robot che assumere un dipendente

robots working mcdonalds

“Non vorrei vi fosse sfuggita la notizia:  il capo supremo della nota multinazionale McDonald,  Steve Easterbrook, ha dichiarato : “La ditta avrà sempre un importante elemento umano”. Con ciò ha smentito l’ex capo supremo della  medesima McDo, Ed Rensi.  Poiché in Usa si sta discutendo di alzare il salario minimo obbligatorio a 15 dollari l’ora,  Rensi ha ritenuto bene gettarsi nella polemica con un ragionamento matematico: “Il salario minimo di 15 dollari all’ora, si traduce in 30mila dollari all’anno per un lavoratore a tempo pieno; è più economico comprare un braccio robotico a 35mila dollari piuttosto che assumere un dipendente che per 15 dollari all’ora è inefficiente nell’impacchettare le patatine”.  Ha aggiunto che alzare il salario minimo è “inflazionario”. Continue Reading


Condividi:
0

La Rivoluzione non come obiettivo ma come processo

rivoluzione

Un testo assai interessante di Amador Fernández-Savater, filosofo spagnolo, una lettura del libro A nuestros amigos del Comité Invisible, dal titolo “Riaprire la questione rivoluzionaria”.

Introduzione: Estendere le piazze

Recentemente, durante un viaggio in Argentina, dopo aver ascoltato il mio racconto delle peripezie politiche che vanno dal M15 a Podemos, un amico mi chiese se nella società spagnola c’è una spinta verso il cambiamento che abbia una forma diversa dal desiderio di tornar a vivere in un capitalismo “tranquillo”. Ovvero se ci sono elementi di una mutazione di civiltà o se si chieda soltanto di tornare a quel che c’era prima ma ora non c’è (neppure come aspettativa), un cambiamento senza cambiamento.

Non sapevo bene cosa rispondere se non qualche banalità (c’è un po’ di tutto) ma la domanda continuò a risuonare nella mia testa. Quale è il movimento di fondo che stiamo vivendo dopo il 2011? Si tratta solo di veder la caduta di coloro che sono responsabili del fatto che le cose non sono più come erano e cercare qualcuno che ci riporti alla normalità, o si tratta di inventare nuovi modi di vita?

Sette anni dopo aver pubblicato quel best-seller paradossale che fu La insurrection qui viene, l’ultimo libro del Comité invisible (CI) inizia dicendo che “finalmente le insurrezioni sono arrivate”. Primavera araba, 15M, Syntagma, Occupy, Gezi… A partire da qui una scommessa: nei movimenti delle piazza vi sono indizi di una mutazione di civiltà, però senza un proprio linguaggio, senza una bussola, nel mezzo di una grande confusione.

“A nuestros amigos” è un piccolo evento nel mondo editoriale, non nel senso che si tratti di un successo di vendita o di marketing, ma di una anomalia. Non è un libro di autore, se non per il fatto che viene firmato con la denominazione fittizia di una costellazione di collettivi e di persone che sostengono che “la verità non ha proprietario.” Non è un libro che semplicemente emerga dalla lettura di altri libri, ma un complesso di esperienze, di pratiche e di lotte che considerano importante pensarsi e raccontarsi da sole. Non è un libro che pretenda di convincere qualcuno, e perciò si dirige agli amici, a quelli che in qualche modo già stanno camminando insieme anche senza conoscersi proponendo una serie di segnali, come quelle fessure che lasciano coloro che vanno per sentieri ad altri amanti delle passeggiate, con la differenza che questo cammino non esiste prima della camminata.

Il dato da cui parte il libro sono le potenze e le impasses dei movimenti delle piazze, non intesi come una serie dispersa di eruzioni non collegate, ma come una sequenza storica di sollevazioni collegate tra loro. Questi movimenti irrompono e alterano profondamente i contesti nei quali si svolgono, fondendo legittimità che apparivano solide come la roccia e redescrivendo la realtà, però sembrano alla fine scontrarsi con un muro (la politica macro) ed entrare in fase di riflusso. E’ qui che appare o può apparire l’operazione egemonica: approfittando del collasso e dello spostamento del senso comune generato dal clima delle piazze, si tratta di conquistare l’opinione pubblica, i voti e il potere istituzionale, per forzare il limiti del capitalismo parlamentare dall’interno, attraverso politiche effettivamente socialdemocratiche (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna).

Ci sono altre opzioni? Si può immaginare un prolungamento non elettorale o istituzionale della potenza a delle piazze? Tra la riproposizione del verticismo politico e la tentazione della nostalgia e del risentimento come continuare e come andare oltre?

Il Comité Invisible propone la sua alternativa: riaprire la questione rivoluzionaria. Cioè riproporre il problema della trasformazione radicale dell’esistente chiusa dai disastri del comunismo autoritario del ventesimo secolo. La rivoluzione non come obiettivo ma come processo ovvero non tanto come un orizzonte astratto o ideologico, un puro dover essere senza ancoraggio nel desiderio e nella realtà, ma come prospettiva, come un punto di vista capace di spingersi più lontano però a partire da dove si sta, con i piedi a terra. Questa prospettiva rivoluzionaria sarebbe, secondo il CI quella del passaggio dal “paradigma di governo “ (che in Occidente regola tutto: l’ordine politico economico e intimo) al “paradigma dell’abitare”, una svolta insieme fisica e metafisica. Ci torneremo.

Riaprire la questione rivoluzionaria, una proposta eccessiva, irreale, delirante, inopportuna, di minoranze per minoranze? Sicuramente sì. Però al tempo stesso che spostamento significativo è nato come opzione maggioritario come riflesso del senso comune? Non è sempre stato dall’esterno del possibilità che le questioni decisive si sono aperte? E non sono forse ogni volta un piccolo pugno di pazzi (schiavi, operai, neri, donne, omosessuali)
coloro che avviano le mutazioni più importanti? La politica trasformatrice non è mai consistita in un calcolo di maggioranze, ma in una nuova verità che si dirige potenzialmente a chiunque. Continue Reading

Condividi:
0

Farinetti il capitalista “buono”

Oscar Farinetti

“Godo quando assumo un giovane” Oscar Farinetti, settembre 2013.

Un discorso che merita particolare attenzione è quello che lega Eataly e occupazione. Al di là della retorica green e della difesa del made in Italy, la ricerca di consenso passa sempre attraverso la promessa di nuovi posti di lavoro, diretti o indiretti, o attraverso quella della loro salvaguardia. E’ accaduto agli albori dell’Italia industriale, è accaduto con il boom e accade tantopiù oggi, stagione di crisi e povertà economica crescente. Posti che, realmente creati o solo vagheggiati, sono una leva da muovere all’interno dei rapporti tra istituzioni pubbliche, sindacati, banche e soggetti privati.

Farinetti & Co. fanno gran uso di questo strumento come tassello interno alla loro retorica e come elemento base in un processo alchemico continuamente attivo: per la ricerca di consenso più spiccio, di pancia, preferiscono usarlo replicato e ampliato dai canali dei media nazionali, che rilanciano uscite spesso smargiasse in modo acritico. Sono tanti e tali gli interventi di questo tipo effettuati in questi ultimi anni che non si contano; basterà una semplice ricerca in rete per farsi una discreta enciclopedia.

Da un lato sono occasioni in cui si denota il profilo dell’attore scafato e dell’imprenditore cui sembra che tutto sia possibile e legittimo; dall’altro sono discorsi che sovente scivolano verso il paternalismo, se non nella pura elemosina sociale, sia verso i dipendenti che verso i sindacati. Casi nei quali Farinetti si dimostra degno rappresentante della morale capitalista incentrata sulla benevolenza del padrone che “dona” il lavoro al subordinato, come quando si vanta di assumere in luoghi depressi, oppure quando definisce i suoi assunti “tutti giovani e belli”.

Frasi, in realtà, che nascondono come il comportamento dell’imprenditore capitalista sia utilizzare le persone e il loro lavoro come mere risorse da spremere per la massima resa, dopo averne acquisito le capacità e il tempo di vita al prezzo più concorrenziale concesso dal mercato e dai paletti che a questo vengono posti.

Alla prova dei fatti, cioé dei salari, le cose sono più nitide: quasi tutti i dipendenti/collaboratori sono assunti tramite agenzia interinale e con contratti a progetto o a tempo determinato. Molti ricevono circa 8 euro lordi all’ora, che equivalgono a 800 euro netti al mese nel caso di 40 ore settimanali, 500 per il parttime. Un salario, come ammettono i lavoratori stessi, che non permette né il sostentamento di una famiglia né l’acquisto/affitto di una prima casa. Questo capitalista “buono”, che si vanta di assumere e far lavorare tanti giovani, dimentica che con questi soldi è impossibile farsi un futuro nemmeno se si lavora per gente come lui, che non perde occasione di pronunciare questa parola come valore e impegno personale. L’invito di rivedersi qualche spot girato con Guerra ai tempi di Unieuro fa solo sorridere amaro.

Al di là della retorica imprenditoriale e occupazionale, considerato che il fatturato annuo di Eataly si aggira sui 400 milioni di euro, alla certezza che qualcuno si stia arricchendo sulle spalle di tanti altri segue una domanda: ma non era Farinetti che nel marzo 2014, poco prima di aprire Eataly Smeraldo, disse “Se un imprenditore ha i conti in ordine e non assume in modo stabile è un bastardo”? E dunque: Eataly ha i conti in ordine? Che si può anche porre così: e se Eataly avesse i conti in ordine grazie ai bassi salari (e alla tassazione agganciata) che elargisce alla maggioranza dei suoi assunti? D’altro canto non esiste solo il lavoro dei dipendenti o collaboratori, ma anche quello dei fornitori. Una questione che chi fa discorsi imprenditoriali venati di etica – come Farinetti e Co. fannodovrebbe tenere ben presente.

Ci riferiamo alla ristrutturazione dell’ex teatro Smeraldo a Milano per l’apertura di un nuovo punto vendita (apertura avvenuta il 18 marzo 2014). Alla faccia del bollino made in Italy di cui si fregia Eataly parlando del proprio lavoro e dell’indotto, i lavori sono stati affidati a una impresa di Perugia, che con una mera operazione speculativa e agendo da semplice passacarte li ha subappaltati a un ditta rumena, tale Cobetra Power di Suceava (vicino al confine con la Moldova e l’Ucraina), che paga i propri operai 3 euro lordi all’ora, da un lato allargando l’area di sfruttamento lavorativo da dentro il perimetro del negozio fino alle imprese dei fornitori di servizi e lavoro, dall’altra contravvenendo a regole della Comunità Europea che impediscono di pagare gli operai in trasferta meno dei minimi sindacali del paese in cui si opera (note burocratiche o giuridiche che citiamo per completezza).

Per il dio profitto non esistono regole, né marchi made in Italy che tengano; Farinetti guadagna milioni di euro, l’impresa di Perugia incassa senza muovere un dito e gli operai rumeni ci mettono il lavoro vivo. Riassunta ai minimi termini, all’interno di un supermercato con le caratteristiche che Eataly brama, la questione della gestione delle risorse diventa anche gestione della merce, dei corpi e dello sguardo che su loro si posa: vale per i fornitori, costretti ad accettare accordi al ribasso pur di lavorare per Eataly, che – anche se per “luce riflessa”- garantisce visibilità; vale per dipendenti e collaboratori che, a contatto con la clientela, sono tenuti vivamente a sorridere nonostante contratti discutibili e quotidiani dispositivi di controllo; vale per i corpi, o alcune loro parti, degli animali esposti nelle teche, venduti sugli scaffali o appesi ai soffitti, da presentare come rappresentazione di un cibo che si definisce “buono, pulito e giusto” e simbolo di messaggio che promette esperienza, salubrità e benessere. Una esposizione della fisicità forzata e distorta, in realtà, che coinvolge tanto le gambe appese dei maiali quanto le labbra dei baristi o delle cassiere che devono sorridere. Più delicato invece è il lavoro da svolgere per ottenere aperture di credito da soggetti istituzionali o partner di mercato. I fatti sembrano però dare ragione alla strategia utilizzata finora.

Molte delle aperture di Eataly in Italia riempiono spazi comunali in disuso o sottoutilizzati; così facendo riescono a garantirsi una doppia vittoria: prezzi vantaggiosi per la gestione della struttura affidata da Amministrazioni Comunali in apnea di liquidità e un ritorno di immagine come “benefattori” che “salvano” tessuti sociali, portando lavoro e riempiendo luoghi percepiti come abbandonati e di nessuno. Sarà forse a causa di questo sodalizio ormai radicato con soggetti istituzionali di varia grandezza che, nella alla loro azione, Farinetti e soci ormai arrivano a discettare di politica economica e sviluppo del paese. E’ qui che il cerchio si chiude, con un metaforico passaggio di testimone da Letizia Moratti a Oscar Farinetti. Turismo e produzione agricola, manovalanza e bracciantato, infrastrutture e logistica. Abbiamo il palesarsi di una piattaforma programmatica che vede in questi settori i binari su cui incanalare l’economia italiana nei prossimi anni e che avrà in EXPO 2015 il suo palcoscenico e nei suoi partner i primi protagonisti interessati, che vogliono essere la faccia “buona pulita e giusta” dell’economia del nostro paese e del grande evento, ma che sono solo una copertura per chi preferisce fare affari lontano dalle telecamere.

(Tratto da Nessuna faccia buona, pulita e giusta a EXPO 2015)

Condividi:
0

Lo Stato è fondato sulla schiavitù del lavoro

schiavi-lavoro

Johann Kaspar Schmidt, detto Max Stirner, nacque Bayreuth il 25 ottobre 1806 e morì a Berlino il 26 giugno 1856. Per il suo contributo al pensiero dell’occidente non riscosse in vita né fama, né soldi: morì praticamente in miseria dopo essere finito due volte in prigione per debiti… Testo di Max Stirner tratto dal libro: “L’unico e la sua proprietà“.

“Il denaro governa il mondo” ecco il cardinal principio del secolo borghese. Un nobile senza fortuna e un miserabile operaio contano lo stesso, cioè nulla: nulla contano nascita e lavoro; il denaro solo conferis e valore alla persona. Quelli che lo posseggono dominano, ma lo Stato educa tra i non abbienti i suoi “servi” e li paga con denaro in conformità dei servizi che ne riceve.

Io ricevo tutto dallo Stato. Ho io qualche cosa senza l’autorizzazione dello Stato? Ciò che io posseggo senza suo consenso o contro il suo decreto egli me lo ritoglie non appena scopre che non ho i titoli legali per ritenerlo. Non possiedo io dunque ogni cosa per grazia sua, per sua autorizzazione? Su ciò soltanto, sui titoli di diritto, s’appoggia la borghesia. Il borghese è ciò che è per la protezione dello Stato, per grazia sua. Egli deve temere di perder tutto se lo Stato andasse in frantumi.

Ma come procedono le cose col proletario? Siccome costui nulla ha da perdere, egli non abbisogna d’una “protezione dello Stato”. Anzi egli non può che trar vantaggio se avvenga che lo Stato revochi la protezione ai suoi prediletti. Per ciò il nulla abbiente deve considerare lo Stato quale una potenza protettrice delle classi agiate, la quale ad esse conferisce privilegi per dissanguar lui. Lo Stato è uno Stato borghese, è lo “Status ” della borghesia. Esso non protegge l’uomo in ragione del suo lavoro, bensì della sua devozione (“lealtà”), cioè secondo ch’egli gode ed esercita i diritti conferiti dallo Stato in conformità della volontà sua, cioè delle leggi. Nel regime borghese i lavoratori vanno a cadere sempre nelle mani degli abbienti, di coloro che hanno a lor disposizione un bene dello Stato (tutto ciò che è posseduto appartiene in fatti allo Stato, che lo distribuisce tra i singoli a guisa di feudo), principalmente danari e ricchezze; dunque dei capitalisti. L’operaio non può trarre dal suo lavoro un frutto che corrisponda al valore che il prodotto di tal lavoro ha per colui che le consuma.

“Il lavoro è mal compensato!”. Il capitalista ne ritrae il guadagno maggiore. Bene e più che bene non sono pagati che quei lavori che accrescono lo splendore e la potenza dello Stato, i lavori degli alti funzionari dello Stato. Lo Stato paga bene, affinchè i suoi “buoni cittadini”, gli abbienti, possono poi, a lor volta, pagar male, senza correr pericolo di sorta; egli assicura a se stesso dei buoni servi coi quali forma una valorosa polizia (della quale fanno parte e soldati e impiegati d’ogni categoria: della giustizia, dell’istruzione, e così via). I “buoni cittadini” gli pagano volentieri le imposte più elevate, per aver il diritto di pagar tanto di meno ai proprii operai. Ma la classe degli operai è senza difesa (essa non gode protezione dallo Stato, dacchè quali soggetti dello Stato, soltanto, non già quali lavoratori, gli operai hanno diritto d’essere difesi dalla polizia); essa rappresenta una potenza avversa, nemica allo Stato, alla classe degli abbienti, al regno dei borghesi. Il principio che essa professa, il lavoro, non è valutato secondo il suo vero valore: esso viene sfruttato, come bottino in guerra, da parte degli abbienti, i nemici.

Gli operai hanno in mano loro il più immenso dei poteri, e se essi riuscirono a convincersi intimamente di ciò, nulla potrebbe loro resistere: basterebbe ch’essi sospendessero di lavorare e considerassero ciò che hanno prodotto come se fosse a loro appartenente. Questa è la significazione delle sollevazioni di operai che succedono di tempo in tempo. Lo Stato è fondato sulla schiavitù del lavoro. Quando il lavoro sarà libero, lo Stato sarà perduto.

Condividi:
0

La Grecia svende tutto per pagare il pizzo alla Troika



La Grecia si vende tutto. Isole, porti, aeroporti, strade e anche acquedotti. Miliardari, è l’ora dei saldi! Il più grande programma di cessione al mondo è partito. Con il 27% di disoccupazione, il 50% di disoccupazione giovanile e il 180% di debito pubblico sul Pil, la Grecia privatizza per fare cassa. Questo è il prezzo per ripagare i 247,5 miliardi che l’Unione Europea avrebbe speso per salvarla dalla bancarotta. Anche l’Italia ha dato il suo contributo ma la cifra versata, chi dice 10 chi 50 miliardi, non è del tutto chiara. Quello che è chiaro e che dalle privatizzazioni devono essere recuperati non meno di 22,3 milioni di euro entro il 2020, due anni fa erano cinquanta i miliardi da incassare entro il 2015 per abbassare il debito pubblico.

La lista dei beni censiti che dovranno essere messi in vendita è lunga: 38 aeroporti, 12 porti, una compagnia del gas e una elettrica, le ferrovie, le poste, ben quattro centri termali, un tratto di autostrada da 700 chilometri, l’Hellenic Petroleum, almeno cento porti turistici, un castello a Corfù e centinaia e centinaia di ettari di terreno sulle spiagge. Lo segnala il quotidiano della sinistra francese Liberation, ma è tutto verificabile consultando il sito dell’Ente ellenico per la valorizzazione delle proprietà dello Stato (Taiped).

La Cina è pronta a comprarsi tutto. Con soli 6,5 miliardi sono stati firmati 19 accordi economici che coprono export, trasporti marittimi, aerei e terrestri, cantieristica navale, addirittura è stata comprata una partecipazione nella quota della società di produzione greca dell’olio di oliva. E pensate che in Grecia sta facendo shopping perfino l’Azerbaigian, che ha investito 400 milioni di euro per l’acquisto del 66% della Desfa, filiale della Depa (società greca del gruppo pubblico produttore di gas), e ha raggiunto un importante accordo per il gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) che porterà il gas naturale del giacimento azero di Shah Deniz sino alle coste italiane, attraversando l’Adriatico.

Il paese, grazie a questi sforzi, potrebbe ritornare a crescere nel 2016, profetizzano il Fmi e l’Unione Europea. Il Primo ministro greco Samaras è contento, il popolo con questa svendita obbligata dalla Ue, Bce e dalla Troika, un po’ meno. Ormai i greci dopo migliaia di proteste sono rassegnati. Benvenuti in Grecia, laboratorio europeo del capitalismo del disastro!

Condividi: