Globalizzazione, il nuovo nome dell’imperialismo

imperialismo

Sul sito Zero Hedge un’interessante analisi sul fenomeno della globalizzazione, che vogliamo qui condividere: lungi dall’essere un’evoluzione “naturale” e “inevitabile”, ormai tutte le evidenze stanno a dimostrare che la globalizzazione è un progetto deliberato, portato avanti da una piccola minoranza, per meglio imporsi sulla grande massa degli individui. L’appiattimento, la liquefazione di diverse culture, modelli di società e tradizioni è in realtà un processo votato al fallimento: molti di essi sono semplicemente incompatibili tra loro. Dietro i finti e vuoti ideali delle “frontiere aperte” si celano gli interessi di una classe dominante disposta a tutto per estendere il proprio controllo sull’umanità.  Continue Reading


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Terra, casa e lavoro, sono diritti sacri

Papa Francesco-povertà

Estratto del discorso del Papa all’Incontro mondiale dei Movimenti Popolari dei cinque continenti riuniti in Vaticano dal 27 al 29 ottobre. Oltre cento delegati da tutto il mondo si sono confrontati sulle questioni legate alla terra, al lavoro e alla casa. Il capitalismo finanziario, le banche e le grandi multinazionali sono i nemici del popolo. Nessuna famiglia senza casa, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessuna persona senza la dignità che dà il lavoro.

Grazie per aver accettato questo invito per dibattere i tanti gravi problemi sociali che affliggono il mondo di oggi, voi che vivete sulla vostra pelle la disuguaglianza e l’esclusione. Grazie al Cardinale Turkson per la sua accoglienza, grazie, Eminenza, per il suo lavoro e le sue parole.

Questo incontro dei Movimenti Popolari è un segno, un grande segno: siete venuti a porre alla presenza di Dio, della Chiesa, dei popoli, una realtà molte volte passata sotto silenzio. I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa!

Non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi. Non stanno neppure aspettando a braccia conserte l’aiuto di Ong, piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai, o che, se arrivano, lo fanno in modo tale da andare nella direzione o di anestetizzare o di addomesticare, questo è piuttosto pericoloso. Voi sentite che i poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare.

Solidarietà è una parola che non sempre piace; direi che alcune volte l’abbiamo trasformata in una cattiva parola, non si può dire; ma una parola è molto più di alcuni atti di generosità sporadici. È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, la terra e la casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro: i dislocamenti forzati, le emigrazioni dolorose, la tratta di persone, la droga, la guerra, la violenza e tutte quelle realtà che molti di voi subiscono e che tutti siamo chiamati a trasformare. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari.

Questo nostro incontro non risponde a un’ideologia. Voi non lavorate con idee, lavorate con realtà come quelle che ho menzionato e molte altre che mi avete raccontato. Avete i piedi nel fango e le mani nella carne. Odorate di quartiere, di popolo, di lotta! Vogliamo che si ascolti la vostra voce che, in generale, si ascolta poco. Forse perché disturba, forse perché il vostro grido infastidisce, forse perché si ha paura del cambiamento che voi esigete, ma senza la vostra presenza, senza andare realmente nelle periferie, le buone proposte e i progetti che spesso ascoltiamo nelle conferenze internazionali restano nel regno dell’idea, è un mio progetto.

Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi. Che triste vedere che, dietro a presunte opere altruistiche, si riduce l’altro alla passività, lo si nega o, peggio ancora, si nascondono affari e ambizioni personali: Gesù le definirebbe ipocrite. Che bello invece quando vediamo in movimento popoli e soprattutto i loro membri più poveri e i giovani. Allora sì, si sente il vento di promessa che ravviva la speranza di un mondo migliore. Che questo vento si trasformi in uragano di speranza. Questo è il mio desiderio.

Questo nostro incontro risponde a un anelito molto concreto, qualcosa che qualsiasi padre, qualsiasi madre, vuole per i propri figli; un anelito che dovrebbe essere alla portata di tutti, ma che oggi vediamo con tristezza sempre più lontano dalla maggioranza della gente: terra, casa e lavoro. È strano, ma se parlo di questo per alcuni il Papa è comunista. Non si comprende che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, casa e lavoro, quello per cui voi lottate, sono diritti sacri. Esigere ciò non è affatto strano, è la dottrina sociale della Chiesa. Mi soffermo un po’ su ognuno di essi perché li avete scelti come parola d’ordine per questo incontro.

Terra. All’inizio della creazione, Dio creò l’uomo custode della sua opera, affidandogli l’incarico di coltivarla e di proteggerla. Vedo che qui ci sono decine di contadini e di contadine e voglio felicitarmi con loro perché custodiscono la terra, la coltivano e lo fanno in comunità. Mi preoccupa lo sradicamento di tanti fratelli contadini che soffrono per questo motivo e non per guerre o disastri naturali. L’accaparramento di terre, la deforestazione, l’appropriazione dell’acqua, i pesticidi inadeguati, sono alcuni dei mali che strappano l’uomo dalla sua terra natale. Questa dolorosa separazione non è solo fisica ma anche esistenziale e spirituale, perché esiste una relazione con la terra che sta mettendo la comunità rurale e il suo peculiare stile di vita in palese decadenza e addirittura a rischio di estinzione.

L’altra dimensione del processo già globale è la fame. Quando la speculazione finanziaria condiziona il prezzo degli alimenti trattandoli come una merce qualsiasi, milioni di persone soffrono e muoiono di fame. Dall’altra parte si scartano tonnellate di alimenti. Ciò costituisce un vero scandalo. La fame è criminale, l’alimentazione è un diritto inalienabile. Per favore, continuate a lottare per la dignità della famiglia rurale, per l’acqua, per la vita e affinché tutti possano beneficiare dei frutti della terra.

Casa. L’ho già detto e lo ripeto: una casa per ogni famiglia. Non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode. Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato. Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto.

Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi. Sapete che nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti. Questi insediamenti sono benedetti da una ricca cultura popolare, lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro!

Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione. Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà.

Lavoro. Non esiste peggiore povertà materiale — mi preme sottolinearlo — di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro. La disoccupazione giovanile, l’informalità e la mancanza di diritti lavorativi non sono inevitabili, sono il risultato di una previa opzione sociale, di un sistema economico che mette i benefici al di sopra dell’uomo, se il beneficio è economico, al di sopra dell’umanità o al di sopra dell’uomo, sono effetti di una cultura dello scarto che considera l’essere umano di per sé come un bene di consumo, che si può usare e poi buttare. Oggi al fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione si somma una nuova dimensione, una sfumatura grafica e dura dell’ingiustizia sociale; quelli che non si possono integrare, gli esclusi sono scarti, “eccedenze”. Questa è la cultura dello scarto, e su questo punto vorrei aggiungere qualcosa che non ho qui scritto, ma che mi è venuta in mente ora. Questo succede quando al centro di un sistema economico c’è il dio denaro e non l’uomo, la persona umana. Sì, al centro di ogni sistema sociale o economico deve esserci la persona, immagine di Dio, creata perché fosse il denominatore dell’universo. Quando la persona viene spostata e arriva il dio denaro si produce questo sconvolgimento di valori.

E per illustrarlo ricordo qui un insegnamento dell’anno 1200 circa. Un rabbino ebreo spiegava ai suoi fedeli la storia della torre di Babele e allora raccontava come, per costruire quella torre di Babele, bisognava fare un grande sforzo, bisognava fabbricare i mattoni, e per fabbricare i mattoni bisognava fare il fango e portare la paglia, e mescolare il fango con la paglia, poi tagliarlo in quadrati, poi farlo seccare, poi cuocerlo, e quando i mattoni erano cotti e freddi, portarli su per costruire la torre. Se cadeva un mattone — era costato tanto con tutto quel lavoro —, era quasi una tragedia nazionale. Colui che l’aveva lasciato cadere veniva punito o cacciato, o non so che cosa gli facevano, ma se cadeva un operaio non succedeva nulla. Questo accade quando la persona è al servizio del dio denaro; e lo raccontava un rabbino ebreo nell’anno 1200, spiegando queste cose orribili.

Per quanto riguarda lo scarto dobbiamo anche essere un po’ attenti a quanto accade nella nostra società. Sto ripetendo cose che ho detto e che stanno nella Evangelii gaudium. Oggi si scartano i bambini perché il tasso di natalità in molti paesi della terra è diminuito o si scartano i bambini per mancanza di cibo o perché vengono uccisi prima di nascere; scarto di bambini.

Si scartano gli anziani perché non servono, non producono; né bambini né anziani producono, allora con sistemi più o meno sofisticati li si abbandona lentamente, e ora, poiché in questa crisi occorre recuperare un certo equilibrio, stiamo assistendo a un terzo scarto molto doloroso: lo scarto dei giovani. Milioni di giovani — non dico la cifra perché non la conosco esattamente e quella che ho letto mi sembra un po’ esagerata — milioni di giovani sono scartati dal lavoro, disoccupati.

Nei paesi europei, e queste sì sono statistiche molto chiare, qui in Italia, i giovani disoccupati sono un po’ più del quaranta per cento; sapete cosa significa quaranta per cento di giovani, un’intera generazione, annullare un’intera generazione per mantenere l’equilibrio. In un altro paese europeo sta superando il cinquanta per cento, e in quello stesso paese del cinquanta per cento, nel sud è il sessanta per cento. Sono cifre chiare, ossia dello scarto. Scarto di bambini, scarto di anziani, che non producono, e dobbiamo sacrificare una generazione di giovani, scarto di giovani, per poter mantenere e riequilibrare un sistema nel quale al centro c’è il dio denaro e non la persona umana.

Nonostante questa cultura dello scarto, questa cultura delle eccedenze, molti di voi, lavoratori esclusi, eccedenze per questo sistema, avete inventato il vostro lavoro con tutto ciò che sembrava non poter essere più utilizzato ma voi con la vostra abilità artigianale, che vi ha dato Dio, con la vostra ricerca, con la vostra solidarietà, con il vostro lavoro comunitario, con la vostra economia popolare, ci siete riusciti e ci state riuscendo… E, lasciatemelo dire, questo, oltre che lavoro, è poesia! Grazie.

Già ora, ogni lavoratore, faccia parte o meno del sistema formale del lavoro stipendiato, ha diritto a una remunerazione degna, alla sicurezza sociale e a una copertura pensionistica. Qui ci sono cartoneros, riciclatori, venditori ambulanti, sarti, artigiani, pescatori, contadini, muratori, minatori, operai di imprese recuperate, membri di cooperative di ogni tipo e persone che svolgono mestieri più comuni, che sono esclusi dai diritti dei lavoratori, ai quali viene negata la possibilità di avere un sindacato, che non hanno un’entrata adeguata e stabile. Oggi voglio unire la mia voce alla loro e accompagnarli nella lotta.

Poco fa ho detto, e lo ripeto, che stiamo vivendo la terza guerra mondiale, ma a pezzi. Ci sono sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra. Allora si fabbricano e si vendono armi e così i bilanci delle economie che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro ovviamente vengono sanati. E non si pensa ai bambini affamati nei campi profughi, non si pensa ai dislocamenti forzati, non si pensa alle case distrutte, non si pensa neppure a tante vite spezzate. Quanta sofferenza, quanta distruzione, quanto dolore! Oggi, care sorelle e cari fratelli, si leva in ogni parte della terra, in ogni popolo, in ogni cuore e nei movimenti popolari, il grido della pace: Mai più la guerra!

Un sistema economico incentrato sul dio denaro ha anche bisogno di saccheggiare la natura, saccheggiare la natura per sostenere il ritmo frenetico di consumo che gli è proprio. Il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità, la deforestazione stanno già mostrando i loro effetti devastanti nelle grandi catastrofi a cui assistiamo, e a soffrire di più siete voi, gli umili, voi che vivete vicino alle coste in abitazioni precarie o che siete tanto vulnerabili economicamente da perdere tutto di fronte a un disastro naturale. Fratelli e sorelle: il creato non è una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno è una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con rispetto e gratitudine.

Parliamo di terra, di lavoro, di casa. Parliamo di lavorare per la pace e di prendersi cura della natura. Ma perché allora ci abituiamo a vedere come si distrugge il lavoro dignitoso, si sfrattano tante famiglie, si cacciano i contadini, si fa la guerra e si abusa della natura? Perché in questo sistema l’uomo, la persona umana è stata tolta dal centro ed è stata sostituita da un’altra cosa. Perché si rende un culto idolatrico al denaro. Perché si è globalizzata l’indifferenza! Si è globalizzata l’indifferenza: cosa importa a me di quello che succede agli altri finché difendo ciò che è mio? Perché il mondo si è dimenticato di Dio, che è Padre; è diventato orfano perché ha accantonato Dio.

Alcuni di voi hanno detto: questo sistema non si sopporta più. Dobbiamo cambiarlo, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno. Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia.

So che tra di voi ci sono persone di diverse religioni, mestieri, idee, culture, paesi e continenti. Oggi state praticando qui la cultura dell’incontro, così diversa dalla xenofobia, dalla discriminazione e dall’intolleranza che tanto spesso vediamo. Tra gli esclusi si produce questo incontro di culture dove l’insieme non annulla la particolarità, l’insieme non annulla la particolarità. Perciò a me piace l’immagine del poliedro, una figura geometrica con molte facce diverse. Il poliedro riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso conservano l’originalità. Nulla si dissolve, nulla si distrugge, nulla si domina, tutto si integra, tutto si integra. Oggi state anche cercando la sintesi tra il locale e il globale. So che lavorate ogni giorno in cose vicine, concrete, nel vostro territorio, nel vostro quartiere, nel vostro posto di lavoro: vi invito anche a continuare a cercare questa prospettiva più ampia; che i vostri sogni volino alto e abbraccino il tutto!

Perciò mi sembra importante la proposta, di cui alcuni di voi mi hanno parlato, che questi movimenti, queste esperienze di solidarietà che crescono dal basso, dal sottosuolo del pianeta, confluiscano, siano più coordinati, s’incontrino, come avete fatto voi in questi giorni. Attenzione, non è mai un bene racchiudere il movimento in strutture rigide, perciò ho detto incontrarsi, e lo è ancor meno cercare di assorbirlo, di dirigerlo o di dominarlo; i movimenti liberi hanno una propria dinamica, ma sì, dobbiamo cercare di camminare insieme. Siamo in questa sala, che è l’aula del Sinodo vecchio, ora ce n’è una nuova, e sinodo vuol dire proprio “camminare insieme”: che questo sia un simbolo del processo che avete iniziato e che state portando avanti!

I movimenti popolari esprimono la necessità urgente di rivitalizzare le nostre democrazie, tante volte dirottate da innumerevoli fattori. È impossibile immaginare un futuro per la società senza la partecipazione come protagoniste delle grandi maggioranze e questo protagonismo trascende i procedimenti logici della democrazia formale. La prospettiva di un mondo di pace e di giustizia durature ci chiede di superare l’assistenzialismo paternalista, esige da noi che creiamo nuove forme di partecipazione che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune. E ciò con animo costruttivo, senza risentimento, con amore.

Cari fratelli e sorelle: continuate con la vostra lotta, fate bene a tutti noi. È come una benedizione di umanità.

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Soldi in Banca? Meglio sotto il materasso

Pinocchio-gatto-volpe

Provate ad aprire un conto corrente in una banca qualsiasi di una cinquantina di euro e tornate dopo un mese per vedere che fine hanno fatto i vostri soldi. Si tratta di un esperimento costoso ma particolarmente utile. Dopo un mese i vostri soldi non ci sono più e molto probabilmente il vostro conto corrente sarà già in rosso. Le spese di tenuta conto, di apertura conto, i vari bolli avranno rosicchiato l’intera cifra. Siamo abituati ad anomalie del genere e quindi probabilmente ci stupiamo meno di quanto dovremmo. Se affido a qualcuno la gestione di una certa cifra come può tale gestione consumare l’intera cifra? Se dessi la stessa cifra ad un amico perché me la custodisse e dopo un po’ di tempo non me la restituisse più dicendomi che il suo lavoro di gestione gli è costato di più della cifra che gli ho dato…beh…probabilmente lo accuserei di appropriazione indebita se non di furto. Questo piccolo esempio purtroppo è la rappresentazione semplificata della situazione economica contemporanea. La crisi economica del 2008 è stata determinata da una bolla speculativa attribuibile ad anomalie nel sistema bancario. La responsabilità delle banche è chiara nonostante che i maggiori gruppi bancari internazionali abbiano partecipazioni in tutti i principali media e quindi possano veicolare messaggi leggermente diversi. Certo in questo caso non possono negare del tutto la loro responsabilità anche se la ridimensionano molto. Il capitalismo finanziario è di gran lunga peggiore del capitalismo tradizionale che quanto meno si basava sulla produzione. Quello che capirebbe anche un bambino è che la nostra ricchezza dipende dalla produzione e la produzione dipende dal lavoro. L’unico modo che hanno gli esseri umani di produrre qualcosa è di lavorare. Anche quando qualcosa viene prodotto attraverso macchine, queste macchine devono essere in precedenza essere state costruite dal lavoro umano. Il capitale, inteso come denaro depositato da qualche parte, di per sé non produce niente. Potete provare, se non mi credete, a seppellire qualche moneta come fece a suo tempo Pinocchio, ma credetemi, non crescerà l’albero dei soldi. Teoricamente dovrebbe arricchirsi chi, in un modo nell’altro, lavora sia attraverso il proprio contributo manuale, intellettuale o gestionale. L’operaio è una persona che lavora, l’imprenditore è una persona che lavora, il manager è una persona che lavora…lo speculatore no, lui non lavora, lui utilizza i soldi un po’ come faceva Pinocchio, solo che il sistema finanziario contemporaneo si è davvero inventato l’albero dei soldi. Il problema è che la produzione totale non cambia in virtù della speculazione ed ecco che la ricchezza che qualcuno guadagna in questo modo viene sottratta a chi davvero l’ha prodotta attraverso il proprio lavoro. A risentirne è l’intero sistema economico. Cantonà in un video recente ha invitato i risparmiatori a togliere i soldi dalle banche. Sembra un invito estremo, irrazionale eppure è l’unica strada per dare una svolta ad un sistema economico ingiusto e iniquo, in cui pochi godono i benefici del lavoro di molti. I grandi speculatori finanziari hanno più potere di tutti i politici mondiali, in un’epoca dominata dall’informazione, loro possiedono tutti i mezzi di comunicazione. I conti correnti ormai rendono meno della mattonella o del materasso. Quando la banca ci presta denaro ci chiede un prezzo alto (sempre che decida di prestarlo) quando noi prestiamo denaro alla banca ci chiede paradossalmente di pagare le spese bancarie. I fondi comuni di investimento negli ultimi 25 anni hanno reso meno dei bot eppure qualcuno continua ad affidare i propri risparmi a questo sistema. L’unico modo di evitare future crisi economiche è di ricostruire completamente il sistema finanziario, ma finché i gruppi bancari avranno questo potere la regolamentazione vera non inizierà…quindi probabilmente ha ragione Cantonà meglio il materasso. Paolo Morelli

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Un palloncino gonfiato prima o poi scoppia

crisi-crisi-sociale-crisi-economica-bolla-edilizia--stato-criminal-finanziario

La parola crisi deriva dal greco e significava, in origine: scelta, giudizio, interpretazione, decisione, risoluzione, esito. In sostanza, la crisi è un punto di svolta in cui talune decisioni andrebbero prese sulla base di interpretazioni e valutazioni appropriate della realtà, in vista di esiti voluti.

Successivamente, nel linguaggio giornalistico-popolare, la parola crisi è venuta a significare un periodo di difficoltà e si è tralasciato sia l’aspetto della interpretazione-comprensione che quello della decisione-risoluzione. O meglio, si è diffusa la convinzione che, mentre le persone comuni vivono/subiscono la crisi, l’interpretazione della stessa è compito di intellettuali e opinionisti, mentre la risoluzione deve essere affidata a politici, economisti e alti burocrati. 

Stando così le cose, non c’è da sorprendersi del fatto che nella interpretazione e nella risoluzione della crisi da parte di questi personaggi l’obiettivo dominante sia la preservazione degli interessi che tali categorie hanno e dei privilegi di cui godono. Più strano e difficile da comprendere e da accettare risulta invece il fatto che, anche taluni di coloro che sono opposti ai privilegi delle categorie dominanti, finiscano poi per dare una interpretazione della crisi che potrebbe risultare in decisioni che prolungano l’esistenza delle categorie dominanti, caso mai allargando soltanto l’area dei privilegiati e dei parassiti.

Purtroppo, non c’è molto di nuovo in tutto ciò. Già in passato, gli avversari del potere si sono associati al potere distruggendo gli aspetti rivoluzionari del loro pensare e agire. Ad esempio:

  • i socialisti hanno distrutto il socialismo comunitario e volontario e si sono associati allo stato pianificatore sorto dopo la prima guerra mondiale;
  • i capitalisti hanno distrutto il capitalismo del libero scambio e della libera impresa e si sono associati definitivamente allo stato protezionista dopo la crisi del ’29.

Adesso potrebbe essere la volta degli esponenti d un’altra corrente di pensiero e di azione, decisamente contraria al potere dello stato (gli anarco-capitalisti), di svolgere la funzione di fornire allo stato una boccata di ossigeno che ne prolungherà, per un po’, l’esistenza.

La crisi sociale ed economica che stiamo vivendo è, in effetti, la crisi dello stato nazional-territoriale sorto dalla prima guerra mondiale e che sta vivendo le sue ultime convulsioni.
A questa crisi reale dello stato si associa però, in molti casi, una crisi mentale di interpretazione e di risoluzione che potrebbe prolungare l’esistenza dello stato, contro le aspettative e contro i desideri di molti. Vediamo allora di soffermarci brevemente sull’interpretazione e su una possibile risoluzione della crisi.

Interpretazione della crisi

Innanzitutto, va rapidamente sgomberato il campo sul fatto che questa sia una crisi del capitalismo industriale e del libero scambio di beni e servizi reali. Infatti, industrie altamente innovative (come la Apple, per citarne una) non sono affatto in crisi e alcune regioni a basso parassitismo statale (ad es. la Svizzera) sono in una florida situazione.

Un’altra idea diffusa, e molto più sensata, fa risalire l’origine della crisi alla bolla edilizia (o, in altre parole ai problemi sorti dal subprime mortgage). Questa, però, mi sembra una interpretazione che si limita a cogliere l’apparenza ma non scende nel profondo della realtà.
E questo profondo è rappresentato dalla finanziarizzazione estrema della vita economica ai nostri tempi. Il prevalere del cosiddetto capitalismo finanziario su capitalismo industriale è un fenomeno vecchio di decenni (si veda: Rudolf Hilferding, Il capitale finanziario) ma è solo verso la fine del secolo XX che ha raggiunto il suo apogeo, grazie anche alle produzioni a basso costo dell’Estremo Oriente (loro producono) e all‘indebitamento crescente degli stati occidentali (noi stampiamo denaro e consumiamo). Fare debiti e consumare sempre di più, sono le due facce della stessa medaglia, coniata dallo stato e diffusa largamente e legalmente nei paesi cosiddetti affluenti.

Questo modo di essere si è diffuso ed ha raggiunto livelli incredibili attraverso due fasi recenti:

  • la fase dei nuovi “conservatori” (Thatcher, Reagan). Negli anni della Thatcher e di Reagan si è assistito allo sviluppo di quella che è stata chiamata la finanziarizzazione (financialization) della vita economica. Le attività di produzione di beni e i loro produttori ristagnano rispetto alla crescita delle attività e dei profitti nel settore finanziario (Banche, Borsa).
  • la fase dei nuovi “progressisti” (Blair, Clinton). Tony Blair e Bill Clinton proseguono le politiche di “liberalizzazione” del settore finanziario iniziate negli anni precedenti con il risultato di produrre una effervescenza economica apparentemente solida nel breve periodo ma foriera di profondi squilibri nell’immediato futuro.

Se facciamo riferimento all’Inghilterra di Tony Blair e Gordon Brown, le Building Societies che prestavano denaro per l’acquisto di una casa sono potute diventare banche a tutti gli effetti e questa semplice liberalizzazione, attraverso il meccanismo della riserva frazionaria, ha permesso di moltiplicare notevolmente la massa monetaria. Inoltre, sotto il governo laburista, 1 milione di persone sono state inserite nei ranghi dello stato, alcune con salari del tutto considerevoli. Immaginatevi quindi il livello di indebitamento statale crescente e di circolante esistenti, il tutto volto ad alimentare una macchina consumistica colossale che permetteva allo stato, attraverso l’incameramento dei proventi della TVA (la tassa sul valore aggiunto), di continuare a fare debiti e di pagare interessi sul debito alle rendite finanziarie. Questa montagna di soldi affluiva poi anche alle banche ed era logico che esse lo prestassero a coloro che ne facevano richiesta, e soprattutto a quanti volevano comprare casa. A fronte di una notevole massa di acquirenti, i prezzi delle case non potevano che salire e quindi prestare 80 per l’acquisto di una casa che ne costava 100 aveva senso perché quella casa, l’anno successivo, avrebbe raggiunto il prezzo 110 e nel giro di alcuni anni il prezzo 140. Quindi talvolta la banca prestava l’intero ammontare del prezzo attuale di una casa nella prospettiva, estremamente fondata, che, il prezzo a cui la si poteva rivendere in caso di mancato pagamento delle rate, sarebbe stato maggiore.
In sostanza, tutti o quasi stavano costruendo un mondo di carta basato sulla carta straccia delle banconote a corso legale di cui l’ispiratore massimo e il regista supremo era lo stato centrale.

Per questo, quando si parla di bolle speculative, l’unica bolla che vedo è quella dello stato. Tutto il resto sono le bollicine, più o meno grandi, conseguenti all’esistenza dello stato parassita e scialacquatore. Se si esamina la gestione di Gordon Brown (ministro dell’economia) fino al 2008, le spese o gli sprechi di denaro pubblico (a seconda dei punti di vista) sono ammontati, secondo un analista, ad oltre un trilione di sterline (£1,229,100,000,000) (David Craig, Squandering, 2008)
La colpa della crisi, almeno per quanto riguarda l’Inghilterra è quindi da attribuirsi, a mio avviso, unicamente allo stato criminal-finanziario. Per questo, qualsiasi proposta che, consapevolmente o inconsapevolmente, finisca per convogliare verso lo stato ulteriori risorse è un assurdo soprattutto se proviene da persone che vogliono, o quantomeno proclamano di volere, la fine dello stato parassita. Ma questo è quanto potrebbe accadere. Vediamo come.

Risoluzione della crisi

Spiegare in dettaglio, caso per caso, perché è arrivata la crisi è come voler spiegare perché un palloncino gonfiato in continuazione poi alla fine scoppia o perché un castello di carta, quindi senza solide fondamenta, a un certo punto, crolla. Molto più utile invece è concentrarsi su come risolvere la crisi in modo che essa sia una opportunità per prendere decisioni benefiche per molti e non una occasione persa per continuare a salvaguardare gli interessi mafiosi di pochi.

Per fare ciò è importante smetterla di farsi manovrare come burattini dai fili costituiti da talune parole magiche e dai burattinai che le utilizzano per sviare le persone. In particolare, occorre non farsi né ammaliare né respingere da queste due coppie di parole:

a) socializzazioni – privatizzazioni
b) regolamentazioni – liberalizzazioni

Una delle caratteristiche di funzionamento dell’essere umano, per evitare un impiego continuo e logorante di energie preziose, è di rispondere in maniera automatica a determinati stimoli. Talvolta però, questa risposta automatica porta un individuo del tutto fuori strada. Il dramma sorge quando alcuni non si rendono conto di essere andati fuori strada e diventano facile preda di coloro che li porteranno, quasi a loro insaputa, per la loro strada.

Abbiamo già visto in passato che socializzazioni e regolamentazioni volute da socialisti altro non erano che statalizzazioni e imposizioni del gruppo dominante. Adesso, in tempi recenti, abbiamo visto che le privatizzazioni hanno portato sovente all’appropriazione di risorse da parte di mafie legate allo stato (il modello post-Unione Sovietica è in tal senso esemplare) e le liberalizzazioni hanno dato la possibilità ai banksters e a tutto l’apparato finanziario (Goldman Sachs in testa) di fare soldi dal nulla.

In sostanza, è doveroso riconoscere, senza nascondere la testa nella sabbia, che talune privatizzazioni industriali e liberalizzazioni finanziarie degli ultimi decenni, oltre a non liberarci dalla presenza asfissiante dello stato, hanno anche contribuito a porre le premesse per la crisi attuale. Ed è molto probabile che, per salvare nuovamente lo stato, nei prossimi mesi assisteremo, sotto la regia dello stato e di organismi internazionali, a una ripresa delle privatizzazioni camorristiche e delle liberalizzazioni gangsteristiche.
Esaminiamo allora uno scenario possibile e plausibile:

  • Lo stato (in Europa, negli USA) crea una massa monetaria gigantesca (quantitative easing) che finisce nelle tasche delle mafie di stato (fase in corso)
  • Questo denaro permette loro di comprarsi ogni sorta di beni tangibili (terreni, palazzi, isole, ecc) quando ripartirà una nuova fase di privatizzazioni.
  • Questi acquisti avverranno prima che l’inflazione riprenda a galoppare per cui questi beni saranno acquistati a prezzi stracciati.
  • A tutti gli altri toccheranno invece, nel breve-medio periodo, le conseguenze nefaste dell’inflazione e della perdita di potere d’acquisto delle remunerazioni (salari e profitti) derivanti dalla loro attività produttiva.
  • Obiettivo finale del potere: salvataggio dello stato e delle cosche mafiose ad esso associate che usciranno quasi indenni da questa crisi, almeno fino alla prossima crisi.

In altre parole, uno scenario probabile è che, per salvarsi, lo stato si venderà tutto quello che non gli appartiene (le spiagge, gli spazi pubblici, i monumenti, ecc.) e liberalizzerà ancor di più le attività finanziarie (ad esempio, allargherà il numero di coloro che possono emettere moneta a corso legale) e questo con il plauso osannante di tutti i “liberali” guidati dal loro pilota automatico che si accende d’entusiasmo al solo sentire le magiche parole “privatizzazioni” e “liberalizzazioni”, senza porsi alcuna domanda al riguardo. E, per tenere a bada la piazza di sinistra, guidata anch’essa dal pilota automatico che evita loro di porsi domande scomode quando la loro parte è al potere, probabilmente queste misure, in Italia, le attueranno i “socialisti” di stato (alla Giuliano Amato, per intenderci), come le precedenti privatizzazioni e liberalizzazioni le hanno fatte i “socialisti” di stato (alla Massimo d’Alema e Pier Luigi Bersani).

Esistono alternative a questo scenario obbrobrioso di marca liberal-socialista-statalista?
Eccome! Una alternativa, ad esempio, consiste nel capovolgere lo scenario privatizzazioni industriali e liberalizzazioni finanziarie e battersi per:

  • liberalizzazioni industriali : chiunque può produrre qualsiasi bene e fornire qualsiasi servizio in qualsiasi parte del mondo, distribuendolo dove vuole e al prezzo che vuole;
  • privatizzazioni finanziarie : chiunque può emettere una sua moneta o mezzi di pagamento elettronici e le persone decideranno quale vogliono usare e a quali condizioni, cioè a chi vogliono dare credito.

Chiaramente questo farebbe saltare il sistema delle mafie di stato e delle loro consorterie (crony capitalismo e crony socialismo) e condurrebbe alla fine dello stato territoriale monopolistico. E, al tempo stesso, anche il teatrino delle parti, la sceneggiata fasulla tra liberali e socialisti, entrambi operanti, di fatto, sotto il mantello dello stato, non attirerebbe più spettatori o sostenitori gabbati.

Quindi il problema è sempre lo stesso: smetterla di farsi abbindolare dalle parole e dai parolai (i politicanti e gli affaristi imbonitori), analizzare i fatti e prendere decisioni sulla base della dinamica del reale. Forse a quel punto capiremo che molte delle contrapposizioni che ci sembrano insormontabili non sono altro che invenzioni del potere che applica da secoli la strategia che ha sempre funzionato per dominare tutti: divide et impera. E forse, dalle contrapposizioni fasulle (destra-sinistra, pubblico-privato, socializzazioni-privatizzazioni) così care agli intellettuali da strapazzo, saremo capaci di passare alle armonie ritrovate (care a Bastiat) e a quell’ordine spontaneo che, una volta estromesso il potere monopolistico, è nella natura delle cose.

(Gian Piero de Bellis – Sulla crisi reale e mentale “ovvero sulle privatizzazioni camorristiche e le liberalizzazioni gangsteristiche”)

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