Carne rossa cancerogena come fumo, amianto, arsenico, smog e alcol

carne rossa cancerogena

Addio a pancetta, prosciutto, wurstel e salsicce. Cautela con cotolette, bistecche e arrosti. Possono essere sintetizzate così, le conclusioni della monografia diffusa stamane dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), attraverso le colonne di The Lancet Oncology. «Le carni processate entrano a far parte del gruppo 1 delle sostanze cancerogene», si legge nel rapporto, che pone dunque i salumi al livello più alto di rischio per i tumori (sullo stesso piano già occupato da alcol, amianto, arsenico e fumo di sigaretta). Risultano come probabile cancerogeno per l’uomo (gruppo 2A), invece, le carni rosse fresche: ovvero quelle derivate dal maiale, dai bovini, dal cavallo e dall’agnello.

Sono destinate a far discutere le conclusioni redatte dai 22 esperti con cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha voluto valutare la capacità di indurre un tumore da parte della carni rosse e di quelle trasformate, lavorate attraverso processi di affumicatura, salatura o l’aggiunta di conservanti. Dopo aver preso in esame più di ottocento pubblicazioni inerenti presenti in letteratura, e relative agli ultimi vent’anni, il messaggio degli scienziati sembra lasciare poco spazio ai dubbi. Stroncate le carni trasformate. «Ci sono evidenze sufficienti a lasciar pensare che il loro consumo causi il tumore del colon-retto», hanno affermato i ricercatori. «Bastano cinquanta grammi al giorno per far crescere il rischio del 18%». Prudenza, invece, è suggerita per le carni rosse, riconosciute come probabili cancerogeni. Oltre che per il cancro del colon, il legame è stato riscontrato anche per i tumori del pancreas e della prostata. «Per un singolo individuo il rischio rimane limitato, ma ora sappiamo che aumenta in relazione alla quantità di carne consumata – afferma Kurt Straif, epidemiologo dello Iarc e capofila della pubblicazione -. In considerazione del gran numero di persone che consumano le carni trasformate, l’impatto globale sull’incidenza del cancro diventa un problema rilevante in termini di salute pubblica».

È dunque giunto il momento di eliminare le scorte di carne dal freezer? «Nient’affatto, perché la prudenza nel consumo è raccomandata già da diversi anni – afferma Elena Dogliotti, biologo nutrizionista della Fondazione Umberto Veronesi -. Il messaggio che portiamo a casa da questa metanalisi è quello di tornare alla dieta mediterranea, che sappiamo essere un fattore protettivo rispetto a diversi tumori.

Quanto alla carne, i consumi devono essere limitati e comunque mai superiori a 500 grammi alla settimana: 1-2 porzioni da cento grammi l’una di carne bianca, 1-2 di carne rossa e non più di cinquanta grammi di salumi nell’arco di sette giorni». Per la prima volta, adesso, le carni rosse e quelle trasformate sanno inserite nell’elenco completo delle sostanze cancerogene. Ma di fatto le sostanze responsabili di tale effetto – alcuni conservanti (nitriti e nitrati) e i prodotti della combustione (benzoapirene e idrocarburi policiclici aromatici) – «sono cancerogeni noti da almeno cinquant’anni – dichiara Carmine Pinto, direttore della struttura complessa di oncologia dell’Irccs Santa Maria Nuova di Reggio Emilia e presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) – Il consiglio riguarda sopratutto le modalità di cottura: occorre evitare le combustioni. Quanto ai salumi, quelli che acquistiamo oggi contengono livelli di nitriti e nitrati di molto inferiori a quelli commercializzati fino a qualche anno fa e presi in considerazione nella metanalisi dello Iarc».

Prudenza ha predicato al The Telegraph anche Ian Johnson, Istituto di Ricerca sugli Alimenti di Norwich: «Le evidenze epidemiologiche che associano il consumo di carni trasformate all’insorgenza del tumore del colon esistono, ma le dimensioni dell’effetto sono ridotte e la relazione è ancora poco definita. È imprudente mettere pancetta e salsicce sullo stesso piano del fumo di sigaretta, che con certezza aumenta di venti volte il rischio di sviluppare un tumore al polmone». Il documento redatto dallo IARC raggruppa le sostanze in base al loro livello di cancerogenicità (ve ne sono di quattro tipi). Come spiegato da Cristopher Wild, direttore dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, «queste conclusioni devono servire alle agenzie regolatorie per condurre le opportune valutazioni, al fine di bilanciare  rischi e i benefici». Non bisogna dimenticare «che la carne rossa ha un valore nutrizionale», motivo per cui le nuove conclusioni potrebbero essere utili nella stesure di linee guida dietetiche aggiornate.


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Le 12 regole per ridurre il rischio di cancro


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Il Codice europeo contro il cancro è un’iniziativa della Commissione Europea nata per informare i cittadini delle azioni che possono essere intraprese da ognuno nella propria vita quotidiana per diminuire il proprio rischio di sviluppare un tumore e quello dei propri familiari. Il professor Franco Berrino, epidemiologo noto al grande pubblico come uno dei massimi esperti del rapporto tra alimentazione e tumori, ha partecipato a gruppi di lavoro riguardanti l’alimentazione ed in occasione di una conferenza ha reso note importantissime scoperte. A compilare la lista sono stati gli specialisti dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), l’ente dell’Organizzazione mondiale della sanità specializzato in oncologia, con sede a Lione, di cui Berrino fa parte. Le patologie tumorali, secondo le stime più recenti, colpiscono ogni anno, nell’Unione europea, circa 2,66 milioni di persone causando 1,28 milioni di morti. Si stima che il 30% dei tumori in Europa potrebbe essere evitato se tutti seguissero queste dodici regole.

  1. Non fumate. Non usate alcun tipo di tabacco. Il tabacco fa guadagnare alle ditte 900 miliardi al giorno, e fa morire 15.000 persone al giorno.
  2. Non consentite che si fumi in casa vostra. Il fumo passivo, inoltre ha una sua pericolosità anche tra i non fumatori e fa aumentare il tumore nei bambini.
  3. Impegnatevi a mantenere un peso corporeo sano. L’obesità è associata ai tumori e i grandi obesi perdono 10 anni di vita rispetto alle persone normopeso. Ma quali sono veramente i cibi che più fanno ingrassare secondo le ultimissime ricerche scientifiche? Troviamo le patatine, le patate, le carni conservate, le bevande zuccherate, burro, farine raffinate.
  4. Fate quotidianamente esercizio fisico. Limitate il tempo che trascorrete seduti. Un’ora di attività fisica riduce ad esempio il rischio di cancro alla mammella del 10%.
  5. Mantenete una dieta sana:
    – consumate abbondantemente cereali integrali, legumi, verdure e frutta.
    – limitate i cibi molto calorici (ricchi di zucchero e grassi).
    – evitate le bevande zuccherate.
    – evitate le carni conservate; limitate le carni rosse.
    – limitate i cibi ricchi di sale.
  6. Se consumate bevande alcoliche, di qualunque tipo, limitatene la quantità. Per la prevenzione del cancro è meglio non bere alcol.
  7. Evitate esposizioni prolungate al sole, specialmente da bambini. Usate protezioni solari. Non esponetevi a lampade abbronzanti.
  8. Nei luoghi di lavoro proteggetevi da sostanze cancerogene rispettando le regole di sicurezza.
  9. Controllate se nella vostra abitazione c’è un’alta concentrazione di radon e nel caso procedete a opportune modifiche strutturali.
  10. Per le donne:
    – allattare al seno riduce il rischio di cancro. Se puoi, allatta il tuo bambino.
    – la terapia ormonale sostitutiva (TOS) aumenta il rischio di alcuni tipi di tumore. Limitare l’uso della terapia ormonale sostitutiva (TOS).
  11. Fate partecipare i vostri bambini ai programmi di vaccinazione per:
    – l’epatite B, per i neonati.
    – il papilloma virus (HPV), per le ragazze.
  12. Partecipate ai programmi organizzati di diagnosi precoce per:
    – tumori dell’intestino.
    – tumori della mammella.
    – tumori della cervice uterina.
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Allarme acrilammide: Patatine, biscotti e pane a rischio cancro

acrilammide-cancro

L’acrilammide è un composto chimico che solitamente si forma nei prodotti alimentari amilacei durante la cottura a temperature elevate (al di sopra dei 150°C), come la frittura, la cottura al forno e alla griglia. In una dichiarazione dell’EFSA del 2005 si affermava che l’acrilammide poteva rappresentare una potenziale preoccupazione per la salute, in quanto sostanza notoriamente cancerogena e genotossica (in altre parole può causare danni al materiale genetico delle cellule). I bambini rappresentano la fascia d’età maggiormente esposta.

Questa sostanza si forma a partire da alcuni zuccheri e da un amminoacido (chiamato asparagina), entrambi presenti naturalmente negli alimenti. La reazione chimica che ne è la causa è nota come reazione di Maillard, la stessa reazione chimica che conferisce ai cibi la “doratura”, rendendoli più gustosi. L’acrilammide ha inoltre diffusi impieghi in ambito industriale. La presenza di acrilammide è stata rilevata in prodotti quali patatine, patate fritte a bastoncino, pane, biscotti e caffè. La sua prima scoperta negli alimenti risale all’aprile del 2002, ma è probabile che le persone siano sempre state esposte a questa sostanza tramite la dieta.

L’acrilammide può rappresentare una potenziale preoccupazione per la salute, essendo emersa la cancerogenicità e la genotossicità di tale sostanza nel corso di sperimentazioni condotte sugli animali. Nel settembre 2012 alcune organizzazioni di quattro Stati membri dell’UE (Danimarca, Francia, Germania e Svezia) hanno proposto all’EFSA di prendere in considerazione nuovi elementi scientifici indicanti una possibile cancerogenicità dell’acrilammide. Successivamente l’EFSA ha accettato una richiesta della Commissione europea di elaborare un parere scientifico sui potenziali rischi per la salute umana derivanti dall’acrilammide presente negli alimenti.

Sulla base degli studi sugli animali, l’acrilammide negli alimenti aumenta potenzialmente il rischio di cancro per i consumatori in tutte le fasce d’età. L’acrilammide negli alimenti è prodotta dalla stessa reazione chimica che conferisce al cibo la “doratura”, rendendolo anche più gustoso, durante la normale cottura ad alta temperatura (+150°C) in ambito domestico, nella ristorazione e nell’industria alimentare. Caffè, prodotti fritti a base di patate, biscotti, cracker e pane croccante, pane morbido e alcuni alimenti per l’infanzia rappresentano importanti fonti alimentari di acrilammide. Sulla base del peso corporeo, i bambini sono la fascia d’età maggiormente esposta. Le autorità europee e nazionali già raccomandano di ridurre al minimo la presenza di acrilammide nei cibi e forniscono consulenza a consumatori e produttori alimentari sulla dieta e sulla preparazione degli alimenti.

“L’acrilammide consumata per via orale” spiega la dott.ssa Diane Benford, presidente del gruppo di esperti scientifici CONTAM, “viene assorbita dal tratto gastrointestinale, si distribuisce a tutti gli organi e viene ampiamente metabolizzata. La glicidammide, uno dei principali metaboliti derivati da questo processo, è la causa più probabile delle mutazioni geniche e dei tumori osservati negli studi sugli animali. La dott.ssa Benford ha sottolineato che “finora gli studi sull’esposizione professionale e alimentare all’acrilammide condotti nell’uomo hanno fornito prove limitate e discordanti in merito all’aumento del rischio di sviluppo di tumori”.

Oltre al cancro, il gruppo di esperti scientifici ha considerato i possibili effetti nocivi dell’acrilammide sul sistema nervoso, sullo sviluppo prenatale e postnatale e sulla riproduzione maschile. Questi effetti non sono stati ritenuti motivo di preoccupazione, sulla base dei livelli di esposizione alimentare attuali.

Come difendersi? Essendo di fatto impossibile eliminare completamente l’acrilammide dalla dieta, la maggior parte dei consigli pubblici forniti ai consumatori punta ad abitudini di cottura domestica più selettive e a una maggiore varietà nella dieta. Gli studi evidenziano che la scelta degli ingredienti e la temperatura a cui gli alimenti vengono cucinati influenzano la quantità di acrilammide presente nei diversi tipi di cibi. Poiché i livelli di acrilammide sono direttamente correlati alla doratura di questi alimenti, alcuni paesi raccomandano ai consumatori una: “leggera doratura, non bruciatura”. Anche variare le pratiche di cottura e trovare un migliore equilibrio, ad es. bollire, cuocere a vapore, saltare in padella, oltre a friggere o arrostire, potrebbe contribuire a ridurre l’esposizione complessiva dei consumatori.

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Veronesi: “Non criminalizzate la sigaretta elettronica”

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“Nature, la rivista portavoce del rigore scientifico mondiale, definisce “fandonie” gli attacchi che vengono sistematicamente sferrati alla sigaretta elettronica in nome del principio di precauzione. Lo fa attraverso la pubblicazione di un editoriale di Daniel Sarewitz, Direttore del Consortium for Science, Policy and Outcomes dell’Arizona State University. È la posizione per cui da anni mi batto in Italia insieme a Carlo Cipolla dell’Istituto europeo di Oncologia, Riccardo Polosa dell’Università di Catania e Umberto Tirelli dell’Istituto Nazionale Tumori di Aviano.

Considerati i milioni di cittadini che moriranno per fumo nel prossimo futuro, che senso ha sprecare anni per scoprire i possibili rischi collaterali del vapore della sigaretta elettronica, che sono sicuramente meno gravi del rischio certo del fumo della sigaretta tradizionale, invece di sperimentare subito quella che si prospetta come soluzione ad uno dei più gravi problemi della salute pubblica mondiale? Si chiede Sarewitz.

Il fumo di sigaretta è la prima causa conosciuta di cancro: il solo tumore del polmone provocato dal tabacco uccide due milioni di persone all’anno nel mondo, di cui 40.000 in Italia, senza contare le morti per altri tumori legati al fumo, o per danni cardiocerebrovascolari. La sigaretta è quindi da considerare, per il peso di morte precoce, malattia, disabilità e dolore che porta ovunque si diffonde, una calamità sociale peggiore di una guerra o di qualsiasi epidemia che abbia colpito l’umanità.

Per quarant’anni la comunità medica e oncologica in particolare, si è impegnata per far smettere di fumare, ma ha fallito sostanzialmente perché è rimasta isolata e i governi non hanno mai considerato la lotta al tabagismo una priorità assoluta delle politiche sanitarie e sociali. Recentemente si è tentata allora un’altra via per salvare delle vite che possono facilmente essere salvate: rendere la sigaretta meno pericolosa. Si è arrivati così alla sigaretta senza tabacco. Il tabacco, quando raggiunge la temperatura di combustione, libera ben 13 idrocarburi policiclici cancerogeni, che il fumatore assorbe attraverso i polmoni, insieme ad altre decine di sostanze cancerogene che derivano anche dalla combustione della carta.

ecigaretteNella sigaretta elettronica il tabacco è sostituito da una soluzione acquosa che contiene glicole o glicerina vegetale, entrambe innocue, integrata da aromi vari. Per facilitare la disassuefazione si può aggiungere una bassa dose di nicotina, anziché assumerla per via orale o transdermica. La sigaretta elettronica è uno strumento efficace per contrastare la gravissima tragedia del cancro del polmone. Se per ipotesi tutti i fumatori di sigarette tradizionali passassero alla sigaretta senza tabacco si otterrebbe a breve una riduzione drastica del cancro polmonare, che nel tempo diventerebbe una malattia rara. Il legame causa-effetto fra sigaretta tradizionale e cancro (oltre che malattie cardiovascolari) è infatti una certezza solida dell’oncologia.

Chiarito questo punto fondamentale, si può discutere sul fatto che la sigaretta elettronica sia anche uno strumento di disassuefazione, come appare dai primi studi internazionali. È inevitabile che la sigaretta elettronica sia invisa alle multinazionali del tabacco e ai produttori e che la loro forza di lobby a livello mondiale si stia indirizzando accanitamente in questa direzione.

Questo non dovrebbe tuttavia spingere istituzioni mondiali e nazionali preposte alla salute dei cittadini a prendere posizioni contro la sigaretta elettronica sulla base di possibili rischi (del vapore, degli aromi e così via) non scientificamente documentati. Come sottolinea anche Sarewitz su Nature, c’è una sproporzione enorme tra un’ipotesi di rischio collaterale e la certezza di provocare un cancro del polmone. L’Istituto Europeo di Oncologia sta elaborando i dati del protocollo sulla sigaretta elettronica (un protocollo internazionale ufficiale, censito dall’ente americano per l’idoneità alle sperimentazioni scientifiche sull’uomo) che ha appena concluso e sarà oggetto di pubblicazione entro fine anno. Nello studio non si è verificato un solo singolo caso di tossicità o effetto collaterale, in presenza invece di una significativa efficacia della sigaretta elettronica senza nicotina nella disassuefazione dal fumo.

Uno studio pilota pubblicato sul Bmc Public Health dall’Università di Catania ha dimostrato l’efficacia e la sicurezza della sigaretta elettronica. Insieme ai miei colleghi, sosteniamo quindi la posizione di Nature e rinnoviamo l’invito, già presentato all’Oms con una lettera firmata da altri 50 scienziati europei e americani, a non criminalizzare la sigaretta elettronica, e non lanciare allarmi e divieti basati su supposizioni, ma al contrario, promuoverne lo studio scientifico e l’utilizzo nella lotta al cancro e alle malattie cardiovascolari”. Umberto Veronesi

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Il miraggio delle cure miracolose

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Il caso, o meglio il casino Stamina, riporta alla luce un grande problema. Maghi, cartomanti e guaritori imperversano, in pratica, legalmente, e a farne le spese sono persone ignoranti o con problemi o, come nel caso Stamina, disperate. In questo Mondo alla Rovescia non si capisce più se è lo Stato che non vuole curarci oppure siamo circondati da ciarlatani che speculano sui malati. Forse entrambi?  Un caso eclatante fu il famoso Siero di Bonifacio, l’incredibile storia del veterinario che aveva scoperto la cura per i tumori osservando le capre. Una vicenda solo italiana? Una storia del passato? Forse no..

Il miraggio della cura definitiva del cancro ha radici antiche e popolari. In Italia uno dei casi più rilevanti è stato quello del siero di Bonifacio, che si è prodotto in un contesto caratterizzato da un basso livello culturale medio, nel quale la medicina, soprattutto nei piccoli centri, risentiva ancora moltissimo della tradizione popolare e della superstizione. Liborio Bonifacio era un veterinario di origine siciliana che esercitava la sua professione ad Agropoli, in provincia di Salerno. La sua fu una carriera “ordinaria” che cambiò radicalmente attorno agli anni ’50, quando cominciarono a diffondersi voci su una presunta cura per il cancro da lui scoperta. Bonifacio racconta di aver avuto un’intuizione in seguito ad un esperimento eseguito nel suo allevamento. Espose per 20 giorni delle capre ad una sostanza cancerogena (il benzopirene) e queste non svilupparono mai il tumore che ci si aspettava. Da questo il veterinario concluse che le capre fossero immuni dal cancro e che somministrare un “estratto biologico di capra” potesse proteggere anche gli uomini dalla malattia (non sperimentò comunque in alcun modo la veridicità della sua ipotesi). Ideò quindi un composto a base di feci ed urine di capra mescolate ad acqua: secondo il tipo istologico di tumore le capre dal quale si “estraeva” il siero dovevano essere di sesso differente.

L’idea (sicuramente bizzarra) del veterinario campano inizialmente si diffuse solo a livello locale: in quegli anni non esisteva internet, le comunicazioni erano particolarmente difficoltose e le uniche fonti di “novità” erano i giornali. Furono proprio questi che svelarono quello che stava accadendo ad Agropoli. File di persone, incidenti, tafferugli, interventi delle forze dell’ordine e perfino l’interesse della malavita per ottenere le poche dosi di “siero” che il veterinario riusciva a produrre. Iniziò pure un mercato nero della pozione e si sparsero false copie del siero miracoloso. Tutto questo non fece che aumentare l’aura di interesse attorno al prodotto che si estese oltre i confini nazionali. Bonifacio chiese ad alcuni suoi amici medici dell’istituto Pascale di Napoli di sperimentare (in quegli anni le “regole” sulla sperimentazione umana erano piuttosto vaghe se non inesistenti) su dei malati di tumore il suo siero: i risultati furono del tutto negativi, ma i giornali dell’epoca continuavano ad elencare casi felicemente risolti e testimonianze emozionanti, proprio ciò che accade oggi con altre pseudo cure. Bonifacio rilevava che la maggioranza dei malati era in stato terminale, il siero quindi poteva fare ben poco, ma anche in questi casi sosteneva che “qualcosa” sic riusciva ad ottenere; in stadi iniziali invece, il siero, sempre a detta del suo inventore, era efficace nell’80% dei casi. Fu quello il momento della “sollevazione popolare”. Furono inviate petizioni al Papa ed al governo, richieste di sperimentazione, di somministrazione controllata e anche alcuni medici si esprimevano a favore del veterinario. Il ministro della sanità dell’epoca diede l’autorizzazione (per “volontà popolare”) ad eseguire uno studio. L’analisi dei flaconi ricevuti mostrava un’assoluta superficialità nella preparazione delle fiale: dosi differenti da una all’altra, conservazione inadeguata (le fiale erano chiuse manualmente e molte risultavano contaminate) e nessun componente “sconosciuto” o segreto. Erano vitamine e proteine disciolte in glucosio.

Questo non impedì di proseguire nella sperimentazione, che avvenne da marzo 1970 al maggio successivo. Il risultato sugli esseri umani fu assolutamente inconsistente: nessuna guarigione, nessun miglioramento, qualche “miglioramento della qualità di vita” che non era necessariamente da imputare all’effetto della preparazione. Il trattamento durò dai 23 ai 75 giorni con somministrazione da 14 fino a 44 iniezioni di siero. Un paziente fu ricoverato per 25 giorni subendo 13 iniezioni ed “avendo riferito un peggioramento delle condizioni locali e generali, il trattamento fu sospeso”. Quattro pazienti morirono durante la sperimentazione.

Furono inoltre analizzate migliaia di cartelle cliniche in possesso di Bonifacio. Dopo tale verifica le cartelle furono definite prive di consistenza per mancanza di diagnosi e di documentazione specifica. Il ministero dichiarò: «In conclusione risulta chiaro che il prodotto in sperimentazione non presenta nessuna azione curativa sul cancro, non cambia la sintomatologia e non esercita effetti benefici sulle condizioni del paziente. Questo verdetto automaticamente esclude la possibilità di sperimentare il prodotto su un gruppo più vasto di pazienti». La pratica fu quindi archiviata ma, nonostante questo, Bonifacio ed il suo staff continuarono a somministrare e vendere il loro siero, il veterinario inoltre pubblicò un libro che però ebbe scarsa diffusione. In realtà sin dall’inizio era abbastanza evidente che l’idea di Bonifacio non potesse avere alcuna possibilità di essere corretta. Non solo non esisteva alcuna evidenza di effetto del siero sui tumori, ma la stessa ipotesi di partenza, che le capre cioè fossero “immuni” dal cancro, era del tutto errata. Le capre contraggono tumori maligni come qualsiasi altro animale. Bonifacio, come veterinario, probabilmente ne avrà anche visto qualcuno, ma questo non gli impedì di formulare la sua strana teoria.

L’eco della vicenda arrivò anche negli Stati Uniti, dove l’American Cancer Society, che stava preparando un dossier sulle cure alternative per il cancro, incluse nella lista anche il siero di Bonifacio, definendolo inefficace e frutto di illazioni. 

Quando il clamore sembrava ormai un ricordo, nel 1981 si ricominciò a parlare del metodo: alcune riviste a larga diffusione pubblicarono delle interviste a presunti “guariti” e la polemica ricominciò come se niente fosse successo. Nuove polemiche, “testimoni” che spuntavano come funghi e persino attività commerciali che proponevano varianti “potenziate” del beverone. Alla fine il veterinario di Agropoli richiese una nuova sperimentazione dicendosi in possesso di altri dati e di cartelle che dimostravano l’efficacia del suo preparato. Un gruppo di medici americani si dichiararono disposti a sperimentare il siero direttamente su malati delle loro strutture: nuove polemiche, schieramenti da una parte e dall’altra, movimenti politici di solito interessati ai voti più che alla salute, costrinsero il ministero della sanità ad accettare un “tavolo di discussione” per decidere come dovesse avvenire la nuova sperimentazione fissata per l’inizio del 1982. Tutto si finì con un colpo di scena: in una conferenza stampa convocata d’urgenza Liborio Bonifacio annunciò il suo rifiuto di partecipare alla sperimentazione ed il suo ritiro definitivo dalla scena pubblica italiana. Morì poco dopo nel 1983. 

Dopo un periodo di silenzio fu il figlio del veterinario che ripropose la vendita della sostanza (inizialmente solo nei luoghi di venerazione di Padre Pio perché, a suo dire, lo faceva “soprattutto per le mamme dei bambini malati”). Egli brevettò il preparato con il nome di “Oncoclasina” e cedette i diritti di fabbricazione ad un’azienda chimica. Leonardo Bonifacio, questo il suo nome, raccomandava comunque di non abbandonare le cure standard. Alla fine degli anni novanta un gruppo di Messina ripropose l’Oncoclasina sostenendo che si erano ottenute le prove scientifiche del suo funzionamento, prove che non diventarono mai di dominio pubblico. Oggi il siero di Bonifacio è praticamente sconosciuto e non si ha notizia di malati che lo assumono. 

Per molti tutta la vicenda è “all’italiana” (tanto da ricordare molto da vicino un’altra simile, quella relativa al “metodo Di Bella”): un’idea indimostrata ed implausibile si trasforma per “volontà popolare” in un dato meritevole di interesse scientifico, l’ideatore diventa un paladino della povera gente (i malati) e la scienza si trasforma in “ottusa” agli occhi del popolo. Non ci è servito da lezione però, e poi la vicenda sarà pure “all’italiana”, ma anche in altre parti del mondo sono accaduti e continuano a ripetersi casi simili, come abbiamo mostrato anche in questa rubrica.

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