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Rom le radici dell’odio

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“Bastano tre lettere per spaccare il mondo in due. Da una parte chi evoca le ruspe. Dall’altra chi cerca di capire, di contestualizzare una questione – quella dei rom – che è diventata un programma politico, una sparata da comizio. Come quasi tutto in Italia. Ma è ovunque così?

Sono tra i 12 e i 15 milioni gli RSC (Rom, Sinti e Camminanti) in Europa, di cui 9-10 milioni vivono nell’UE e solo 140.000 nel nostro Paese: lo 0,2% della popolazione totale. Una goccia nel mare europeo, dove 2 abitanti su 100 sono di etnia rom o sinti. Tanti. In molti casi integrati, spesso impiegati in aziende pubbliche o private, quasi sempre scolarizzati. Cittadini qualunque, membri di una comunità. Ciò che a queste latitudini è pura utopia, duecento chilometri più in là può essere già realtà.

La storia rom è una ruota che gira, diventata non a caso simbolo – e, dal 1971 bandiera ufficiale – di un popolo anarchico per indole, nomade per necessità. Nessuno sa di preciso da dove vengono, anche se recenti studi individuano il ceppo d’origine in un lembo di terra tra India e Pakistan. Sarebbe cominciata lì l’infinita diaspora dei rom a spasso tra Asia e Europa, seguendo il flusso dei fiumi: l’Indro, il Tigri, l’Eufrate, e poi Danubio, Elba, Reno, fino a stabilirsi nei Balcani tra il XIV e il XV secolo. Sempre in fuga da qualcuno o qualcosa. Oppressi per lo stile di vita e gli abiti eccentrici, esiliati dalla Spagna nel 1492, accusati di cannibalismo in Ungheria, di portare peste e malattie in Italia (e per questo espulsi da Milano nel 1512). Sempre nel ’500, in Germania, una bolla imperiale garantiva impunità a chiunque avesse ucciso uno zingaro. Il destino, per chi si salvava, era la schiavitù.

“Sino alla metà dell’800, la Valacchia, in Romania, era il centro di raccolta degli schiavi rom – racconta Pino Petruzzelli, regista e attore teatrale, autore di Non chiamarmi zingaro (Chiarelettere, 2008) – Per questo oltre 2 milioni di romeni oggi sono gitani”. Fino ad arrivare al Porajmos (“il grande divoramento”, in lingua romani). L’Olocausto degli “zingari”: il genocidio di 550.000 uomini e donne sinti e rom nei campi di sterminio nazisti. Dal dopoguerra in avanti si è aperto in quasi tutta Europa un lento, ma costante, processo di integrazione. Che in Italia si è fermato prima ancora di cominciare.

Le radici del fallimento affondano negli anni ’70, quando lo Stato cominciò ad allestire i primi campi nomadi. “Alla base di tutto c’era l’equazione rom-nomade – spiega Petruzzelli – In realtà l’istinto al nomadismo (la cosiddetta wandertrieb) è una cazzata assurda inventata dai nazisti. La loro è una storia di persecuzione secolare che li ha costretti a fare lavori che ti permettono di scappare in fretta. Un tempo si occupavano del commercio dei cavalli, poi sono passati alle auto”. Risultato? Da quarant’anni un gran numero di rom in Italia è stato sistematicamente ghettizzato, isolato in quartieri- dormitorio sovraffollati, privi delle condizioni igieniche elementari, in cui dilagano malattie e degrado.

Per sopravvivere si fa di tutto: furto di rame, prostituzione, traffico d’armi. Bassa manovalanza su cui la criminalità organizzata ha messo presto le mani. Rom costretti a delinquere? Con il tempo pare diventato un alibi comodo. L’abitudine in taluni gruppi si è radicato, è diventato costume culturale. Negarlo non aiuterebbe a risolvere i problemi. Così come una reciproca difficoltà all’integrazione tra i due lati della barricata. Ma è solo la punta dell’iceberg, “quello che la gente vede, o vuole vedere – spiega Yasmine Accardo, portavoce dell’associazione Garibaldi 101 di Napoli – in un Paese in cui il 75% dei rom vive in case come tutti, in condizioni anche agiate, e perfettamente integrati nel sistema”.

Sono 167 i campi nomadi censiti in Italia nel 2008, tra autorizzati e abusivi; 40.000 i rom che vivono ancora nelle baroccopoli. “L’assistenzialismo con cui per anni si è provato a risolvere il problema ha fallito – prosegue Accardo – Non c’è bisogno di leggi speciali. L’unico modo per realizzare l’integrazione è inserirli in case popolari o in affitto condiviso, come è avvenuto con successo a Bologna, Bolzano, in Sardegna. Non è vero, come ci raccontano, che loro vogliono vivere così. I casi di inclusione esistono già, e sono la stragrande maggioranza. Semplicemente fanno meno rumore”.

Vista da queste latitudini, l’Europa sembra un’altra galassia. A parte la Francia, dove resistono alcune sacche di nomadismo soprattutto di etnia sinti), negli altri Paesi i campi nomadi non sanno neppure cosa siano. Emblematico il modello spagnolo, in cui trent’anni di politiche governative inclusive si riflettono oggi nei numeri: il 92% dei gitani vive in appartamenti tradizionali, in larga parte di proprietà; il 50% di loro ha un contratto o un impiego stabile, mentre il tasso di scolarizzazione elementare è prossimo a quello dei bambini iberici. “Merito dei 130 milioni investiti tra il 2007 e il 2013, tra fondi interni ed europei. Ma anche di un diverso approccio che guarda alle famiglie rom non come zingari, bensì come semplici cittadini in difficoltà” ha ricordato il “New York Times” in una recente inchiesta. In Svizzera la percentuale di rom laureati cresce di anno in anno.

Più complesso il caso della Germania, che ha fatto a lungo i conti con il Porajmos: il peccato originale. A lungo tollerati, negli ultimi anni la loro presenza è aumentata a dismisura, moltiplicando i conflitti sociali. Il governo tedesco ha risposto con apertura, diritti e tolleranza zero: chi delinque o si rifiuta di aderire agli stili di vita tedeschi se ne torna a casa. Per tutti gli altri le porte della società civile sono – se non spalancate – aperte. Esattamente il contrario di quanto avviene in Italia, dove l’ipocrisia e l’assenza di una vera e propria politica di integrazione hanno finito per alimentare l’odio e l’illegalità. Per Petruzzelli, siamo dentro a un circolo vizioso. “Invece di fermarsi al pregiudizio, la nostra società dovrebbe farsi carico del problema. Abbiamo bisogno delle loro intelligenze. Invece ci si ricorda dei rom solo in campagna elettorale. Poi vengono dimenticati e lasciati alla loro sorte”.

Al punto che, da anni, Strasburgo bacchetta l’Italia. L’ultimo cartellino giallo è arrivato nel febbraio scorso. “Nonostante i fondi investiti – ha ricordato l’Ecri (la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza) – il percorso verso il pieno riconoscimento dei diritti ai rom è ancora molto lento”, con preciso riferimento alle condizioni drammatiche vissute nei campi nomadi. “Anche per questo in molti ora stanno lasciando l’Italia, sempre meno quelli che si fermano dalle nostre parti, preferendo ritornare in Romania o spostarsi in Germania” prosegue Accardo. “Chi resta –le fa eco Petruzzelli –spesso si vergogna a confessare le proprie origini rom, per timori di discriminazioni verso sé o i propri figli. Nel nostro vocabolario zingaro e ladro sono ormai sinonimi”. Chissà se sarà sempre così. La ruota gira. E quasi mai si ferma”. Lorenzo Tosa sul Fatto Quotidiano del 11 Maggio 2015


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In Italia 180mila rom, solo 1 su 5 vive nei campi

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Insediati in Italia sin dal 1400 gli “zingari” sono la minoranza storica più svantaggiata e più stigmatizzata.

Oggi, in Italia, vivono tra i 120.000 e i 180.000 rom e sinti, che rappresentano lo 0,25% della popolazione presente sul territorio nazionale. Circa la metà dei rom e sinti presenti in Italia ha la cittadinanza italiana, mentre si stima che circa il 60% del totale abbia meno di 18 anni, e 4 rom e sinti su 5 vivono in regolari abitazioni, studiano, lavorano e conducono una esistenza come quella di ogni altro cittadino, italiano o straniero, residente nel nostro Paese. Una cifra modesta rapportata alla popolazione italiana.

La loro quotidianità, tuttavia, resta quasi sempre sconosciuta agli occhi della pubblica opinione, mentre più visibili, nelle cronache dei giornali e dei commenti degli esponenti politici, sono le circa 40.000 persone che vivono nei cosiddetti “campi” (1 rom su 5 sul totale dei presenti in Italia).

Nei Paesi membri del Consiglio d’Europa (47 Paesi membri, circa 800 milioni di cittadini) la presenza di appartenenti alle comunità rom è stimata intorno ai 12 milioni di individui, mentre sono circa 6 milioni i rom che vivono all’interno dell’Unione Europea.

Secondo i dati diffusi nel 2014 da un autorevole istituto di ricerca americano che ha indagato l’entità dei sentimenti antizigani in 7 Paesi europei (Italia, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia, Grecia e Polonia), il nostro Paese conquista addirittura il primato. In Italia storicamente rom e sinti rientrano tra i capri espiatori d’eccellenza verso cui rigurgitare malcontento e rabbia, soprattutto in momenti di congiuntura economica sfavorevole. Dei 443 episodi di discorsi d’odio contro i rom registrati dall’Osservatorio dell’Associazione 21 luglio, l’87% risulta riconducibile a esponenti politici.

Nel 2014 l’Italia è stata oggetto del secondo ciclo della Revisione Periodica Universale (UPR) effettuata dallo Human Rights Council delle Nazioni Unite, una procedura volta ad analizzare periodicamente la situazione dei diritti umani in ogni Paese membro e ad effettuare raccomandazioni che spronino il Paese sotto revisione a concentrare gli sforzi su determinati aspetti relativi al godimento dei diritti umani entro il suo territorio. Tra le raccomandazioni all’Italia ne figurano varie che trattano della condizione di rom e sinti, e tra queste numerose si concentrano sull’effettiva applicazione della Strategia Nazionale, dimostrando come questo tema venga ritenuto prioritario anche dalla comunità internazionale.

I “campi nomadi” formali rappresentano da anni un’anomalia tutta italiana. Buona parte di essi rientra nella definizione di “baraccopoli” adottata dalla UN-HABITAT delle Nazioni Unite. Sono diversi gli elementi di criticità che, da Torino a Palermo, passando per Roma e Napoli, vengono riscontrati e che li accomunano come luoghi di violazione dei diritti umani:

  • Spesso delimitati da recinzioni, alcuni hanno sistemi di videosorveglianza e di controllo degli ingressi;
  • La maggior parte si colloca al di fuori del tessuto urbano e distanti dai servizi primari, come scuole, ospedali e supermercati. Spesso sono scarsi, se non del tutto assenti, i collegamenti con i servizi di trasporto pubblico;
  • L’isolamento spaziale si traduce in isolamento sociale con forti ricadute sui percorsi scolastici, formativi e lavorativi degli abitanti, le cui opportunità in questi ambiti risultano di conseguenza fortemente ridotte;
  • I già carenti servizi e infrastrutture presenti nei “campi”, risultano spesso deteriorati dall’usura e/o dal dimensionamento inadeguato, traducendosi in condizioni igienico-sanitarie spesso critiche, di cui topi e scarafaggi sono un inequivocabile indicatore;
  • Le unità abitative sono temporanee, solitamente bungalow, container o roulotte, intrinsecamente inclini al deterioramento a causa dei fattori ambientali e al loro interno si registra quasi sempre sovraffollamento, con evidenti ricadute sulla privacy di adulti e minori;
  • La sicurezza del possesso, uno degli elementi di un alloggio adeguato, risulta molto spesso precaria, essendo le abitazioni assegnate per periodi di tempo determinati e ripetutamente rinnovati e mancando solitamente procedure trasparenti che disciplinino la permanenza e l’espulsione dai “campi”.

Le amministrazioni pubbliche non hanno mai fatto una politica che non fosse quella del contenimento e della marginalizzazione delegandone la gestione al privato sociale. Eppure la partecipazione di rom e sinti alla vita collettiva con il proprio contributo umano e culturale è fondamentale per superare l’esclusione, la marginalizzazione di un popolo che ha attraversato secoli di discriminazione fino allo sterminio razziale e che non deve rimanere confinato nei ghetti fisici e spirituali, nei quali troppo spesso viene relegato destinandolo all’assistenza e non alla propria responsabilità.

Ricordano gli Articoli 3 e 6 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali; La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.

>>> Scarica il primo rapporto nazionale, dell’Associazione 21 luglio, sulla condizione dei rom e dei sinti in Italia <<<

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Cento milioni di euro la spesa per i campi nomadi

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Tra il 2005 e il 2011, a Napoli, Roma e Milano sono stati stanziati almeno cento milioni di euro per allestire, gestire e mantenere i “campi nomadi”, ovvero gli spazi che le politiche istituzionali hanno privilegiato per “ospitare” rom, sinti e camminanti nelle nostre città. Il Rapporto “Segregare costa” ricostruisce e analizza in dettaglio i costi (e il fallimento) delle politiche dei campi e denuncia l’urgenza di ripensare completamente i modelli e le pratiche di inclusione sociale e abitativa delle popolazioni rom.

Il Rapporto, curato da Berenice, Compare, Lunaria e OsservAzione, offre un monitoraggio dei costi delle politiche per l’allestimento, la gestione e la manutenzione del sistema dei “campi nomadi” tra il 2005 e il 2011 a Napoli, Roma e Milano. L’obiettivo è quello di fornire elementi di analisi e di riflessione per valutare, oltre ai costi umani – in termini di segregazione spaziale e sociale e di violazione dei diritti – sostenuti dai rom che risiedono nei campi, gli ingenti costi economici per la finanza pubblica legati alla realizzazione delle politiche dei campi. Si tratta di decine di milioni di euro destinati allo sgombero di campi rom “abusivi”; all’affitto, la bonifica, la dotazione infrastrutturale delle aree nelle quali i campi autorizzati dalle Amministrazioni locali vengono collocati e alla loro manutenzione e sorveglianza; all’erogazione di acqua, luce e gas e alla prestazione di servizi di socio-educativi: una vera e propria “economia da ghetto”. Il Rapporto si articola in cinque capitoli, i primi rispettivamente dedicati ai casi di Napoli, Roma e Milano, e si basa – per quanto possibile – sull’analisi dei documenti ufficiali delle amministrazioni pubbliche. La scarsa trasparenza e l’insufficiente livello di dettaglio dei documenti contabili, la difficoltà a reperire delibere comunali e determinazioni dirigenziali con cui si provvede all’impegno e all’erogazione dei fondi, la reticenza di alcuni tra i referenti istituzionali contattati a fornire la documentazione richiesta, l’impossibilità di scorporare voci di spesa rilevanti per l’analisi delle politiche indirizzate ai rom da capitoli di spesa più generali, hanno infatti impedito di effettuare una completa ricostruzione dei costi delle “politiche dei campi”. Sulla base delle informazioni raccolte nei tre capitoli sopra citati, le due parti finali del Rapporto ospitano alcune considerazioni conclusive e indicazioni di policy sulla necessità e l’urgenza di superare il modello dei “campi nomadi”, cioè la modalità ordinaria – socialmente ed economicamente insostenibile – con cui le istituzioni locali hanno governato fino a oggi la presenza rom sui propri territori.

Nel Comune di Napoli, dall’analisi della spesa per l’approntamento e la dotazione infrastrutturale di campi destinati all’ospitalità della popolazione rom partenopea, si evince che tra il 2005 e il 2011 sono stati messi a bilancio complessivamente quasi 18 milioni di euro (17.988.270). Tuttavia, soltanto una quota residuale di questi fondi è stata effettivamente impiegata: 572.274 euro, provenienti dal Ministero dell’Interno e utilizzati per la ristrutturazione del Centro Comunale di Accoglienza e Supporto Territoriale per Rom Rumeni (ex scuola “G. Deledda”). Uno stanziamento ben più consistente dal Fondo Strutturale di Sviluppo Regionale (FESR), pari a 7.015.996 euro, destinato alla realizzazione di un villaggio attrezzato nel quartiere di Scampia – nella stessa area su cui si estende oggi un insediamento non autorizzato di più di cento famiglie, privo di servizi e con condizioni igienico-sanitarie molto carenti –, rimane tuttora inutilizzato. Una situazione simile riguarda lo stato di un ingente finanziamento del Ministero dell’Interno per la realizzazione di un progetto di campo attrezzato in via delle Industrie, approvato nel 2010 con un’ordinanza dell’allora Commissario prefettizio all’“emergenza nomadi”: 10.400.000 euro ad oggi non ancora impiegati. Per quanto riguarda le spese per la manutenzione e la gestione delle strutture adibite all’ospitalità dei rom a Napoli, occorre premettere che sono state prese in esame nella ricerca soltanto quelle relative all’unico campo autorizzato dal Comune, il “Villaggio della solidarietà” di Secondigliano, dove risiedono 700 persone suddivise in 92 moduli abitativi. Dal 2005 al 2011, sono stati impiegati 2.958.357 euro così ripartiti: 1.747.507 per le forniture idriche (una voce che da sola copre quasi il 60% dei costi totali), 761.507 euro per la fornitura di energia elettrica, 449.832 euro per la manutenzione ordinaria e straordinaria del Villaggio. Gli interventi socio-educativi a favore dei rom promossi dall’Amministrazione comunale costituiscono un ulteriore capitolo di spesa esaminato in dettaglio: nel periodo 2005-2011 sono stati impiegati quasi quattro milioni di euro (3.393.558) per finanziare programmi rivolti in gran parte ai minori rom (ad esempio, servizi di accompagnamento e sostegno scolastico), anche grazie ai contributi provenienti dal Fondo Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza e, per un arco di tempo limitato, dal Ministero della Solidarietà Sociale e dal PON Sicurezza 2007/2013. Si tratta tuttavia di finanziamenti insufficienti, disorganici e frammentari, dettati da una logica emergenziale e incapaci di promuovere reali percorsi di autonomizzazione dei rom, in particolare degli adulti. Infine, sul fronte delle politiche degli sgomberi degli insediamenti abusivi dei rom, occorre registrare una spesa da parte del Comune di Napoli di 146.950.000 euro relativa al 2005. Nel complesso, dunque, gli stanziamenti registrati a Napoli tra il 2005 e il 2011 nell’ambito delle politiche di governo del sistema dei campi rom – allestimento delle aree, dotazione infrastrutturale, gestione e manutenzione, interventi socio-educativi e atti di sgombero di insediamenti abusivi –, ammontano a più di 24 milioni di euro (24.487.135).

A Roma, secondo i dati contenuti nelle Relazioni al Rendiconto annuale del Comune, tra il 2005 e il 2011 il mantenimento del sistema dei campi rom – allestimento delle aree e dotazione delle infrastrutture, manutenzione e gestione ordinaria e straordinaria, interventi socio-educativi, spese per il personale degli uffici pubblici preposti – ha comportato una spesa complessiva di 86.247.106 euro. In questa somma sono però ricompresi i fondi per la cosiddetta “emergenza nomadi”, erogati dal Ministero dell’Interno al Comune di Roma e da quest’ultimo trasferiti alla Prefettura: 7,8 milioni di euro nel 2009 e 10 milioni nel 2011. Tuttavia, la disaggregazione delle voci di spesa nelle Relazioni al Rendiconto, pur evidenziando un significativo aumento delle risorse impegnate a “favore dei rom” a partire dal 2008, non risulta sufficientemente particolareggiata. Per questo motivo si è scelto nella ricerca di prendere in esame anche i dati, più dettagliati, forniti dal Dipartimento Promozione dei Servizi Sociali e della Salute del Comune, da cui dipende l’Ufficio Nomadi. Per il periodo 2005-2011, il Dipartimento ha documentato una spesa pari a 69.869.486 euro, inferiore di circa 16 milioni rispetto ai dati desumibili dalle Relazioni al Rendiconto. La disaggregazione della spesa, i cui dati sono stati forniti solo per gli anni 2005-2010, evidenzia che in questo quinquennio la maggior parte dei costi è stata sostenuta per la gestione dei campi (19,9 milioni di euro), per effettuare investimenti (12,6 milioni), per gli interventi curati dall’Ama (9,4 milioni) e per la bonifica delle aree (8,1 milioni). Infine, 6,5 milioni di euro sono stati allocati sulla voce “Lavori campi” per gli interventi di manutenzione e 2,4 milioni per servizi vari a sostegno delle famiglie rom. Per quanto riguarda inoltre la spesa per gli interventi di scolarizzazione dei minori rom sostenuta dal Comune, tra il 2005 e il 2011 sono stati messi a gara per l’affidamento del servizio (accompagnamento all’iscrizione, sostegno alla frequenza, tutoraggio, sensibilizzazione delle famiglie) 9.380.994 euro, ai quali devono però aggiungersi i costi sostenuti per l’estensione delle convenzioni 2005-2008 fino all’emissione dei nuovi bandi avvenuta solo nel 2009. Solo per gli anni 2010 e 2011 sono stati resi disponibili i dati sulla spesa annuale effettivamente sostenuta, pari rispettivamente a 1.815.705 euro nel 2010 e 1.983.277 euro nel 2011. A tale spesa vanno aggiunti i costi di trasporto scuolabus, il cui totale non è stato possibile ricostruire. Infine, sul fronte dei costi legati alle operazioni di sgombero di insediamenti rom considerati abusivi, la documentazione ufficiale raccolta non ha permesso di ottenere informazioni. Secondo alcune stime, per ciascuno sgombero la spesa sostenuta varia tra i 15 e i 20.000 euro. L’Associazione 21 luglio ha censito 450 sgomberi solo nel periodo compreso tra il 31 luglio 2009 e il 24 agosto 2012, mentre le operazioni di smantellamento degli insediamenti “informali” citate esplicitamente nelle Relazioni al Rendiconto generale del Comune di Roma 2005-2011 sono 31.

All’interno del quadro delineato dalla ricerca, il caso di Milano si contraddistingue per le criticità rilevate nella fase di raccolta dati che hanno impedito di offrire una ricostruzione esaustiva dei costi effettivi delle politiche legate al governo del sistema dei campi. Al di là di queste lacune, nel computo delle spese accertate si registrano le seguenti voci. Nel biennio 2005-2006, il Comune di Milano ha implementato tre tipi di attività nei campi: un servizio di mediazione scolastica e sociale per i minori rom inseriti nelle scuole primarie dal costo di 104.000 euro l’anno, un progetto da 50.000 euro l’anno per interventi di animazione sociale per i bambini dei campi comunali e il sostegno a cooperative sociali rom, che vengono incaricate della gestione degli interventi di piccola manutenzione dei campi, per un totale di 170.000 euro l’anno. Il 2007 segna invece il passaggio a un modello organizzativo diverso: si accentua l’approccio securitario e si programmano interventi volti a garantire il controllo dei campi. Vengono così impegnati 480.000 euro per l’installazione di un sistema di video-sorveglianza nei campi comunali, mentre il controllo sociale viene promosso attraverso l’azione dei presidi della polizia locale – di cui non è stato possibile ricostruire il costo totale – e dei presidi sociali, che divengono i nuovi attori incaricati della gestione dei campi occupandosi della manutenzione ordinaria e degli interventi di promozione sociale. Per quanto riguarda inoltre i fondi impiegati per la gestione dei campi del territorio comunale milanese nel periodo 2005-2011, sono stati accertati 812.000 euro per il biennio 2005-2006 e 840.000 euro per il triennio 2008-2011. Quest’ultima cifra è tuttavia parziale, in quanto non tiene conto di diverse voci di costo tra cui il progetto di mediazione culturale per i minori rom inseriti nelle scuole primarie, rifinanziato nel triennio 2008-2011 con uno stanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, e il costo delle utenze e della raccolta rifiuti di tutti i campi comunali. Oltre a questi fondi, nel 2008 vengono stanziati 1.050.000 euro per il progetto “Dal Campo alla Città”, finalizzato alla sperimentazione di formule abitative alternative volte a migliorare le condizioni di vita dei rom. Con questo progetto, basato sulla ristrutturazione di alcuni appartamenti per l’accoglienza temporanea delle famiglie rom provenienti dai campi, inizia a delinearsi – pur con difficoltà e reticenze – un cambiamento di prospettiva nelle politiche dell’Amministrazione comunale in direzione di una progressiva e reale autonomizzazione della popolazione rom.

L’obiettivo che questo Rapporto si propone è quello di evidenziare lo spreco di risorse pubbliche che il mantenimento del sistema dei campi comporta. Ricorre infatti sia tra gli attori istituzionali chiamati a definire le linee di indirizzo delle politiche “a favore dei rom”, sia nell’opinione pubblica – per lo più disinformata e spesso strumentalizzata da chi fa della xenofobia, del razzismo e dell’antiziganismo i principali argomenti della propaganda politica – una tesi che i dati contenuti nel Rapporto contribuiscono a decostruire. Per giustificare il mantenimento dei “campi nomadi”, infatti, si afferma generalmente che non ci sono risorse pubbliche sufficienti, veicolando così il messaggio secondo cui i campi costituiscono la soluzione abitativa meno costosa che le amministrazioni locali possono adottare per ospitare i rom. Non è così. Il Rapporto mostra l’infondatezza di questa tesi: milioni di euro sono stati stanziati tra il 2005 e il 2011 per allestire, gestire e mantenere i campi a Napoli (almeno 24,4 milioni di euro), Roma (almeno 69,8 milioni ai quali si aggiungono almeno altri 9,3 milioni di euro per i progetti di scolarizzazione) e Milano (2,7 milioni di euro gli stanziamenti accertati, ma il dato è parziale). Gli interventi sociali di formazione e inserimento lavorativo a questi collegati non hanno peraltro raggiunto risultati significativi in termini di una reale autonomizzazione delle persone. Si tratta di soldi pubblici che potrebbero essere molto più utilmente impiegati in modo diverso: a tal fine è necessario che le istituzioni cambino del tutto il proprio approccio: non servono soluzioni “speciali”, “temporanee” e “ghettizzanti”, ma progetti di inclusione abitativa, sociale e lavorativa finalizzati alla reale autonomizzazione dei rom. I “piani nomadi” devono e possono essere sostituiti da Piani di chiusura dei campi nomadi. Questi ultimi non hanno naturalmente niente a che vedere con le vergognose politiche degli “sgomberi” che accompagnano le “politiche dei campi”. Pianificare la chiusura di questi ultimi significa prefigurare soluzioni abitative alternative, concordando con i residenti tempi e modalità del cambiamento. Le alternative possibili – come dimostrano, oltre alla sperimentazione realizzata a Milano, le buone pratiche di Pisa, Padova e Bologna ricordate nel quarto contributo del Rapporto – sono molte: dal sostegno all’inserimento in abitazioni ordinarie o in case di edilizia popolare pubblica, all’housing sociale, alla promozione di interventi di auto-recupero di strutture pubbliche inutilizzate.

Per scaricare la versione integrale del rapporto clicca qui 

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