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La camorra fa affari milionari con gli shopper illegali

#UnSaccoGiusto

Lo sapevi? Dietro a una busta per la spesa potrebbe nascondersi la criminalità organizzata, che in Italia controlla gran parte del mercato dei sacchetti di plastica bio, non soltanto al Sud, e impone ai commercianti l’acquisto e la distribuzione di prodotti illegali non compostabili.

Metà dei sacchetti in circolazione in Italia sono illegali, il valore perso dalla filiera legale è di circa 160 milioni di euro, a cui si devono aggiungere 30 milioni di euro di evasione fiscale e 50 milioni di euro per lo smaltimento delle buste fuori legge.  Per cambiare le cose basterebbe stare attenti, informarsi, scegliere prodotti virtuosi, denunciare l’illegalità, fare la propria parte.  Continue Reading


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Amnésia, il calvario di mio figlio

Amnésia-droga

La chiamano amnésia, un mix di marijuana e metadone. È la droga della camorra. Da tre anni almeno, la segnalai in un vecchio e criticato post, circola nelle piazze di spaccio gestite dai clan alla periferia di Napoli. Si tratta di marijuana di pessima qualità, trattata con gocce di metadone. Una droga devastante per il cervello e la psiche. Secondo quanto hanno rivelato le analisi dei laboratori della polizia Scientifica, dalla sua combustione si sprigionano fumi devastanti per la salute. La nuova sostanza proviene dall’Olanda e, in questo ultimo periodo, le forze dell’ordine hanno già effettuato numerosi sequestri di amnésia trovata nascosta anche in tir, tra casse contenenti funghi o tergicristalli. Ha già mandato fuori di testa tre giovani napoletani, l’amné: una ragazzina di sedici anni, studentessa del liceo Umberto, un suo amico di diciotto, e un diciannovenne del Vomero.

Il racconto del padre di un ragazzo napoletano di 22 anni che alcuni mesi fa ha fumato l’amnésia.

Che cosa è accaduto a suo figlio? Ha fumato l’amnésia.

Quando? Una decina di mesi fa.

Dove? In un baretto di Chiaia, ma l’aveva acquistata al rione Traiano, pensava si trattasse di semplice marijuana.

Invece? Vai a capire che cosa c’era lì dentro, una bomba. L’hanno chiamata amnésia ma francamente non saprei, potrebbero averci messo dentro di tutto.

Adesso come sta suo figlio? Male.

Di quali disturbi soffre? Giramenti di testa soprattutto, ma anche bruciore agli occhi e ha la vista spesso offuscata. I medici dicono che si tratta di un deficit vestibolare.

Provocato da che cosa? Dalla tossicità della sostanza che ha fumato.

Dopo un anno non ha ancora recuperato? Purtroppo no. E nemmemo so dirvi se mai recupererà. Mi farebbe piacere incontrare le famiglie dei tre ragazzi che hanno avuto lo stesso problema, vorrei chiedere loro come stanno curando i propri figli, a chi si sono rivolti, un confronto per capire insieme che cosa fare.

A che età suo figlio ha cominciato a usare sostanze stupefacenti? Non saprei. Quel che so con certezza è che non è mai stato un consumatore abituale. E non ha mai assunto sostanze diverse dalla cannabis.

Cannabis evidentemente modificata? Immagino di sì visto che, subito dopo averla fumata, mio figlio ha cominciato ad avere una serie di problemi fisici di cui inizialmente nemmeno mi aveva parlato, pensava che presto sarebbe stato meglio e voleva evitare di raccontarmi ciò che era accaduto.

Invece? Dopo qualche giorno è venuto a chiedermi aiuto, continuava a star male, non sapeva più che cosa fare.

E ha dovuto dirle tutto. Sì, mi ha raccontato che subito dopo aver fumato quella roba non riusciva più a parlare e a muovere le gambe, rimase paralizzato su una sedia. Ebbe molta paura ma per fortuna un po’ alla volta recuperò la mobilità e anche la parola.

Quali disturbi invece ha continuato ad avvertire? Giramenti di testa continui, invalidanti direi, di cui soffre tutt’ora.

Che cosa dicono i medici? Ne abbiamo consultati tanti. Abbiamo girato i migliori specialisti: neurologi, psichiatri, tossicologi… Solo in un caso c’è stato un miglioramento.

Quando? Pochi mesi fa, a Modena. Gli diedero delle gocce che per un periodo lo hanno fatto stare meglio ma purtroppo non hanno risolto il problema. L’ultima diagnosi è stata quella di deficit vestibolare provocato dall’intossicazione.

Che cosa fa adesso suo figlio? È all’università, studia, cerca di condurre una vita normale ma è chiaro che se la situazione resta questa, la sua non potrà mai essere una vita normale.

Continua a fare uso di sostanze stupefacenti? Assolutamente no. E maledice ogni giorno il momento in cui decise di fumare quella schifosissima erba.

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Rifiuti: La testimonianza del pentito Carmine Schiavone


La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato … Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, queste avrebbe forse potuto esistere?….All’epoca tenevo ancora il relativo registro, in cui figurava che per  l’immondizia entravano 100 milioni al mese, mentre poi mi sono reso conto che in realtà il profitto era di almeno 600-700 milioni al mese….Sono inoltre al corrente del fatto che arrivavano dalla Germania camion che trasportavano fanghi nucleari, che sono stati scarica nelle discariche, sulle quali sono stati poi effettuati rilevamenti aerei tramite elicotteri: da qualche verbale dovrebbe risultare che ho mostrato quei luoghi…..Vi erano fusti che contenevano tuolene, ovvero rifiuti provenienti da fabbriche della zona di Arezzo: si trattava di residui di pitture.…I rifiuti venivano anche da Massa Carrara, da Genova, da La Spezia, da Milano….Vi sono molte sostanze tossiche, come fanghi industriali, rifiuti di lavorazione di tutte le specie, tra cui quelli provenienti da concerie….. è diventato un affare autorizzato, che faceva entrare soldi nelle casse del clan. Tuttavia, quel traffico veniva già attuato in precedenza e gli abitanti del paese rischiano di morire tutti di cancro entro venti anni; non credo, infatti, che si salveranno: gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via avranno forse venti anni di vita!….Qui si parla di milioni, non di migliaia. Se lei guarda l’elenco che le ho consegnato, vedrà che ci sono 70-80 camion di quelli che smaltivano dal nord, tra i quali vi era anche un mio camion. Si tratta di milioni e milioni di tonnellate. Io penso che per bonificare la zona ci vorrebbero tutti i soldi dello Stato di un anno…..Fino al 1992 noi arrivavamo nella zona del Molise (Isernia e le zone vicine), a Latina … Non so cosa è accaduto dopo. Se vogliono, possono arrivare anche a Milano ….In tutti i 106 comuni della provincia di Caserta. Noi facevamo i sindaci, di qualunque colore fossero. C’è la prova … Io, ad esempio, avevo la zona di Villa Literno e sono stato io a fare eleggere il sindaco. Prima il sindaco era socialista e noi eravamo democristiani. Dopo la guerra con i Bardellino… Ci avrebbe fatto piacere anche se fosse rimasto socialista, perché era la stessa cosa. Per esempio, a Frignano avevamo i comunisti. A noi importava non il colore ma solo i soldi, perché c’era un’uscita di 2 miliardi e mezzo al mese. Posso raccontare un aneddoto, anche perché è già stato verbalizzato ed i protagonisti sono agli arresti, tranquilli. A Villa Literno, che era di mia competenza, ho fatto io stesso l’amministrazione comunale. Abbiamo candidato determinate persone al di fuori di ogni sospetto, persone con parvenze pulite ed abbiamo fatto eleggere dieci consiglieri, mentre prima ne prendevano tre o quattro. Un seggio lo hanno preso i repubblicani, otto i socialisti ed uno i comunisti (un certo Fabozzo). La sera li abbiamo riuniti e ne mancava uno. Io li ho riuniti e ho detto loro: “tu fai il sindaco, tu fai l’assessore e via di questo passo. Mi hanno detto: “ma manca un consigliere per avere la maggioranza”. All’epoca c’era Zorro, il quale era capo zona e dipendeva da me; ho detto: andate a prendere Enrico Fabozzo e lo facciamo diventare democristiano. Infatti, lo facemmo assessore al personale. La sera era comunista e la mattina dopo diventò democristiano. E così che si facevano le amministrazioni. Il patto era che gli affari fino a 100 milioni li gestiva il comune, oltre i 100 milioni, con i consorzi, ci portavano l’elenco dei lavori e noi li assegnavamo. Ai comuni dicevamo che sui grandi lavori avrebbero trattato direttamente con noi al 2,50 per cento. C’era una tariffa: 5 per cento sulle opere di costruzione e 10 per cento sulle opere stradali. Perché le strade si debbono rifare ogni anno? Perché non venivano fatte bene, perché se il capitolato stabiliva che vi dovessero essere sei centimetri di asfalto, in realtà ne venivano messi tre, perché il cemento utilizzato non era quello previsto, e così via. Il sistema generale era così. Speriamo che cambi….Il mercato dei rifiuti in Italia è uno solo e veniva tutto gestito da poche persone. Poi i clan si sono intromessi e hanno detto (come hanno fatto per le strade): noi vi facciamo passare i camion, non ve li distruggiamo, ma ci dovete dare tanto. Poiché era più conveniente dare ai clan che lavorare di nascosto … Ma per poter fare ciò serviva gente che entrasse in queste associazioni culturali, quindi gente intelligente, che studiava…..” Carmine Schiavone – audizione dell’ottobre del 1997 davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo di rifiuti.

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Rifiuti in Campania perenne emergenza

rifiuti-Campania

Capitolo tratto dal libro “Il rifiuto del Sud” di Massimiliano Iervolino – Di Girolamo editore. La storia di un business che non conosce crisi, un business che ingrassa mafie, colletti bianchi, imprenditori, personaggi dello stato e delle istituzioni.

È la linea immaginaria che, in merito allo smaltimento dei rifiuti in Campania, divide chi in questa storia ha rappresentato lo Stato e chi il crimine organizzato. Rossa come il sangue dei tanti esseri umani ed animali che sono morti. Sottile perché, troppo spesso, i metodi ed i fini sono stati molto simili. Un primo esempio si può evincere dalle parole di Andrea un residente di Terzigno che, durante la trasmissione Anno Zero del 30 settembre 2010 dedicata a Cava Vitiello, dichiara: Il principio della deroga è da anni che esiste, sai chi lo ha inventato? La malavita. Quando lo Stato deroga alla legge non fa altro che copiare quello che fa la camorra, perché la camorra tutti i giorni deroga alla legge. Fra la camorra e lo Stato c’è una sola differenza qui in Campania, che lo Stato per derogare fa un documento di carta, la camorra se lo comunica a voce.

Questo pensiero, così forte e crudo, ha un sua logica. Basti pensare a chi ha inquinato le fertili terre del territorio campano. Facile assioma rispondere che sia stata la camorra, di certo aiutata dall’assenza, il più delle volte dolosa, degli enti istituzionali che avrebbero dovuto provvedere al controllo preventivo. Ma lo scempio vero è stato compiuto anche dai partiti che rappresentano lo Stato, visto che in nome dell’emergenza, e aiutati infinite volte anche dagli uomini dei clan, non hanno fatto altro che cercare nuovi buchi dove interrare la spazzatura, contribuendo in modo significativo ad inquinare zone già altamente compromesse dalla malavita 0rganizzata. In queste terre è difficile operare un distinguo tra i comportamenti della camorra e della partitocrazia. Lo abbiamo già scritto ma è giusto ripeterlo: la criminalità politica e quella organizzata, a seconda dei periodi storici, o collaborano o si fanno la guerra. Ciò vale soprattutto in regioni come la Campania. Il fine è sempre lo stesso: il controllo del territorio e quindi del consenso. Il mezzo, nel nostro caso, è la monnezza. Gli effetti collaterali? I morti per avvelenamento ambientale. Tutta la vicenda inerente ai rifiuti in Campania si può dividere in due grandi capitoli che si legano ed alimentano l’uno con l’altro. Il primo vede la criminalità organizzata come protagonista principale, visto che per anni ha smaltito nelle zone che controllava rifiuti tossici e velenosi provenienti dalle industrie del Nord Italia. Il secondo ha come figura di spicco la criminalità politica, che dal 1994 ad oggi non ha saputo e voluto avviare un ciclo integrato dei rifiuti, e in nome dell’emergenza, quindi attraverso le deroghe alle leggi nazionali e alle direttive europee, non ha fatto altro che cercare territori dove buttare il pattume. È chiaro che laddove i protagonisti sono stati gli uni, gli altri hanno svolto un ruolo secondario, ma entrambi non sono mai stati completamente assenti. Il primo grande capitolo è riferito alla camorra, ma di questo parleremo brevemente, vista la vasta letteratura a disposizione di chi volesse approfondire. Piuttosto focalizzeremo gran parte del nostro racconto sui metodi della criminalità politica che, troppe volte, si salva trovando il solito capro espiatorio identificabile nella cosiddetta mela marcia. È nostro interesse dimostrare come la partitocrazia sia un apparato che, distruggendo lo stato di diritto, va ben oltre la responsabilità del singolo dirigente politico colluso.

Ma torniamo alla camorra e allo sversamento illegale dei veleni. Lo facciamo partendo dalle parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che nel giugno del 2008 dichiarò: È assolutamente accertato, anche in sede parlamentare, che ci sono stati traffici per sistematici trasferimenti di rifiuti tossici altamente pericolosi da industrie del Nord in territorio campano, con l’attiva cogestione da parte della camorra. Secondo le confessioni del primo boss delle ecomafie, Nunzio Perrella, è dal 1988 che la camorra è diventata “imprenditrice” della monnezza. Nel campo della gestione dei rifiuti, infatti, gli investimenti illeciti trovano possibilità di guadagno analoghe a quelle presenti nel traffico di sostanze stupefacenti, delle armi e del contrabbando.

La Campania è al primo posto per l’illegalità da smaltimento della spazzatura. Alcune regioni del Nord, verso la metà degli anni ottanta, si trovarono in grossa difficoltà, visto che l’allarme diossina ebbe come conseguenza la chiusura di alcuni inceneritori ed invasi, impianti dove le industrie e le concerie smaltivano i propri rifiuti. Fu così che alcune menti criminali pensarono di smaltire questi veleni in Campania, interrandoli anche in quelle discariche che, per un ventennio, avrebbero dovuto garantire l’autonomia della regione del mezzogiorno. Così facendo, oltre a provocare un disastro ambientale, gli invasi campani si riempirono prima del previsto. La differenza tra il Nord e la Campania l’ha fatta la camorra, infatti nel settentrione, dal 1985 al 1990, si è risolto il problema seguendo la legge, invece a Napoli e dintorni la situazione è rimasta gravissima. È in questo periodo che nasce l’ecomafia partenopea, infatti è l’epoca in cui i vari Francesco Schiavone, Antonio Iovine e Francesco Bidognetti, tramite la società Ecologia 89, entrano nel business della monnezza. Sono gli anni del camorrista Nuzio Perrella e dell’avvocato Cipriano Chianese. Il patto sarebbe stato siglato a Villaricca, ristorante La Lanterna, luogo in cui la compravendita di rifiuti industriali e tossici diventa “sistema”. Parliamo dello smaltimento di almeno tre milioni di tonnellate di rifiuti tossici e nocivi. Nelle casse della criminalità organizzata, alla fine degli anni ottanta ed inizio anni novanta, erano confluiti 18milioni di euro, il prezzo pagato dagli industriali per far sparire fanghi industriali, amianto, fusti tossici, rifiuti ospedalieri, e persino le ceneri spente della centrale termoelettrica Enel di Brindisi, le scorie dell’Acna di Cengio e quelle della CybaGeigy, azienda farmaceutica di Castellammare di Stabia. Le Istituzioni, verso la fine degli anni ottanta, già sapevano di questo immondo business, ma fu fatto poco o nulla. Ci sarebbe stato tutto il tempo per fermare il disastro intervenendo con repressione sul traffico della monnezza che partiva dal Nord per arrivare al Sud e per bonificare i terreni. Invece si preferì intervenire con lo strumento del commissariamento e dei poteri speciali che, come vedremo, garantirà agli attori in campo il non dover cambiare assolutamente nulla. Nel 1999 la magistratura e le forze dell’ordine diedero vita ad una maxi operazione denominata “Cassiopea”. Si scoprì che i rifiuti speciali di Toscana, Piemonte e Veneto venivano sversati illegalmente in alcune regioni del Sud, ed in particolare in Campania. L’affare veniva coordinato da almeno 41 aziende che si dovevano occupare di stoccaggio, di gestioni delle discariche e del trasporto. Un business illecito di circa cento miliardi di vecchie lire all’anno. La legge veniva scavalcata tramite il cosiddetto “girobolla”, metodo che prevedeva il passaggio del rifiuto tossico attraverso un centro di stoccaggio. In questa sede, falsificando il formulario, avveniva il declassamento da rifiuto pericoloso a non pericoloso. Questi veleni sono stati interrati a Grazzanise, Carinaro, Villa Literno, Castelvolturno, Cancello Arnone, S. Maria la Fossa. Si parla addirittura di cassoni di acciaio spaccati dall’acidità dei rifiuti speciali e di una concentrazione di cadmio, piombo e cromo tale da consigliare il blocco delle colture sui terreni interessati dallo smaltimento. Come spesso accade in un paese come il nostro, dove la giustizia è ridotta ad uno stato comatoso, il 18 settembre del 2011 tutti i più importanti giornali pubblicano la scioccante notizia che, in merito all’indagine Cassiopea, si è disposto il non luogo a procedere, quindi niente processo per i 95 accusati. Quasi tutti i reati contestati sono stati cancellati nel tempo, e anche le accuse più gravi sono state derubricate a reati minori, “inghiottiti” a loro volta dalla prescrizione. Una vera e propria vergogna. Dopo l’operazione Cassiopea è il turno, nel 2002, di altre indagini denominate: “Greenland”, “Murgia violata”, “Econox” ed “Ecoservice”.

Nel 2003 prende vita l’indagine “Re Mida”, un traffico di rifiuti pari a 40 mila tonnellate provenienti dal Nord con destinazione la Provincia di Napoli. Nelle cave e sottoterra finivano fanghi industriali ed oli minerali derivanti dalla lavorazione di idrocarburi – inutile sottolineare come queste fossero tutte sostanze altamente tossiche. Diverse società simulavano la lavorazione di questi veleni, che invece venivano sversati così com’erano in cave in ricomposizione ambientale, ed in terreni agricoli controllati dalla camorra. Alcuni pastori erano pagati per fare le vedette ed avvertire con solerzia la criminalità organizzata in caso di movimento delle forze dell’ordine. Il 4 aprile del 2003, presso una cava del giuglianese, si presentò l’Arpac ed i carabinieri e le successive analisi che scaturirono da quel blitz furono impietose: «È stata verificata la presenza di oli minerali. Fase di rischio R45. Codice pericoloso». La nota delle autorità di controllo sottolineava il danno provocato dalle sostanze smaltite che potevano causare il cancro a coloro che, in un modo o nell’altro, ne fossero venuti a contatto. Nel 2004 scattò l’operazione “Terra mia”, nel 2005 quelle denominate “Marco Polo” e “Madre Terra”. Nel 2006 nacque l’inchiesta “Ultimo atto Carosello”, che accertò che ingenti quantità di rifiuti, anche pericolosi e provenienti dal settentrione, venivano smaltiti illegalmente nei terreni o nei Regi Lagni, antico sistema fognario che sfocia direttamente al mare. Quelli più altamente tossici, contenenti anche diossina,venivano mescolati a materiale organico per essere poi utilizzati come compost per concimare terreni. Sempre nel 2006 partì l’inchiesta “Dry Cleaner” e quella denominata “Macchia d’olio”. Fu invece del 2007 l’indagine “Caronte” che accertò, secondo l’impianto accusatorio, come circa 3.000 tonnellate di rifiuti speciali sarebbero stati gettati nelle acque del torrente S. Tommaso, affluente del fiume Sarno. Nello stesso anno vide la luce l’operazione “Chernobyl” che ha portato anche al sequestro dei depuratori di Licola, Marcianise, Mercato San Severino e Orta di Atella.

Lo smaltimento dei rifiuti tossici e cancerogeni avveniva in mezza Campania, attraverso l’interramento in campi coltivati e lo sversamento nei fiumi. Si trattava dei rifiuti provenienti dagli impianti di depurazione delle acque reflue, dalle navi militari, da quelle civili, dai condomini, dagli ospedali, dalle industrie e dai lidi balneari del litorale domizio. Agghiacciante! Il 10 dicembre del 2012 arriva l’ennesima accusa ai Casalesi e affini. Disastro doloso e avvelenamento delle falde acquifere, aggravati dal metodo mafioso e dal fatto di aver agevolato il clan dei Casalesi. Sono i più recenti reati ipotizzati a carico di Francesco Bidognetti, capo storico del clan condannato all’ergastolo nel 2008 e da allora al 41bis, contenuti in una nuova ordinanza di custodia cautelare recapitatagli in carcere. Secondo i Magistrati, infatti, in quanto capo clan dei Casalesi e direttore, tra la fine degli anni ’80 e la metà dei ’90, della società Ecologia 89, Bidognetti avrebbe dato copertura formale al ciclo illegale di smaltimento dei rifiuti prevalentemente provenienti dal Nord Italia, concorrendo a causare l’avvelenamento di una imponente falda acquifera sotto le discariche di Giugliano, in località Scafarea, di proprietà di Cipriano Chianese, anche lui destinatario dell’ordinanza e già in carcere. Gli inquirenti hanno accertato che a Giugliano, in Provincia di Napoli, l’area con le discariche (di 21,4 ettari) è stata inquinata per un ventennio con smaltimenti di rifiuti pericolosi (oltre 800 mila tonnellate), che hanno causato circa 58mila tonnellate di percolato che si è riversato nel sottosuolo, una contaminazione che si prevede durerà almeno fino al 2080. I rifiuti hanno provocato anche la contaminazione della falda, causando un grave rischio per l’agricoltura, la salute animale e soprattutto dell’uomo, per la presenza di alcune sostanze con concentrazioni oltre i limiti previsti. Il picco della contaminazione e dell’avvelenamento della falda è previsto al più entro il 2064.

Anche l’ex sub-Commissario di governo per l’emergenza rifiuti in Campania, Giulio Facchi, è indagato dalla Procura di Napoli per disastro ambientale colposo. «Facchi – scrive il gip nel provvedimento notificato al capo clan dei Casalesi – quale sub-commissario e autore materiale in concorso con altre persone di reati consumati dal 2001 al 2004, è artefice dell’ulteriore sfruttamento di siti da bonificare quali discariche abusive, previo il rilascio di provvedimenti abnormi e autorizzazioni false e illegittime». Quindi nel 2064 il percolato precipiterà nella falda ed inquinerà qualsiasi cosa, acqua, terra, animali, vegetazione e uomini. Nell’accusa della Dda (direzione distrettuale antimafia) Bidognetti forniva l’appoggio della camorra e Chianese (titolare della Setri, successivamente della Resit srl, società che gestivano le discariche sotto inchiesta), sarebbe stato il grande ideatore del traffico, insieme ai capoclan e a Cerci. Ma è la giornalista Rosaria Capacchione che ci aiuta a fare il punto della situazione sulle tante inchieste che hanno riguardato il trasferimento dei rifiuti dal Nord alla Campania. […] a voler mettere in fila le 191 inchieste che hanno attraversato l’Italia delle ecomafie, a voler guardare bene nelle migliaia di faldoni che le compongono, si scopre che raccontano solo a metà il fenomeno che ha appestato campagne e coscienze diventando fonte di guadagni pressoché illimitati (tre miliardi di euro nel solo 2010, stando alle stime di Legambiente) per le consorterie mafiose. Si scopre, insomma qualcosa che lascia sgomenti, avvilisce, in tutte quelle carte mancano i nomi che contano: quelli dei mediatori, dei lobbisti che hanno tessuto la strategia, degli uomini delle istituzioni che hanno consentito, tollerato o coperto il traffico di rifiuti; degli industriali che hanno cinicamente approfittato della possibilità di smaltire milioni di bidoni di sostanze che poi hanno inquinato i territori di Giugliano, Villaricca, Villa Literno, Casal di Principe,Maddaloni, Marcianise.

[…] Una storia incompiuta, piena di buchi: quelli delle discariche abusive e quelli delle conoscenze investigative, interrotte quasi sempre a mezza strada. Dai vari documenti ufficiali esce anche il nome di Licio Gelli e di altri rappresentanti di logge massoniche, tirati più volte in ballo dall’allora capo della Procura di Napoli, Agostino Cordova. La Giornalista del Mattino proprio per questo si chiede: A chi si riferiva Cordova, all’imprenditore ligure Ferdinando Cannavale, che aveva partecipato al tavolo con Perrella e Vassallo? A Gaetano Cerci, che nel 1991 e nel 1992 era stato ospite di Licio Gelli assieme al camorrista Guido Mercurio, che a Villa Literno (che ospita buona parte delle ecoballe della penultima emergenza su piazzole costruite su terreni riferibili al clan Iovine) gestiva un impianto di rottamazione? Ad altri soggetti i cui nomi sono rimasti sconosciuti? Questo è il primo grande capitolo dell’affaire rifiuti in Campania. La camorra, in questo caso, la fa da protagonista anche se, è bene ricordarlo,attraverso comportamenti dolosi e collusi di vari personaggi della pubblica amministrazione e della politica più o meno locale. Per passare al capitolo riguardante la criminalità politica, si deve necessariamente attraversare la sottile linea rossa che divide le due organizzazioni criminali.

A tal fine è necessario citare due esempi che rafforzano l’idea di un confine così minuto. La prima prova riguarda i terreni che i commissari di Governo negli anni hanno scelto per superare le varie emergenze nelle emergenze. Ebbene, è innegabile costatare come le zone individuate siano state, quasi sempre, quelle già sfruttate dalla camorra per smaltire i veleni del Nord. La criminalità organizzata si presenta agli attori istituzionali come uno dei soggetti in grado di offrire risposte immediate. La malavita, infatti, si è sempre contraddistinta per un controllo di alcune aree del territorio.

La seconda prova riguarda lo smaltimento illegale e, in senso più ampio, il mancato rispetto delle leggi. Ci sono, infatti, quattro atti della gestione illegale dei rifiuti in Campania che vedono indagati illustri esponenti della politica e delle istituzioni. Parliamo del processo a carico di Bassolino e della Impregilo, del processo (ancora non iniziato) cosiddetto “rompiballe”, dell’inchiesta sui falsi collaudi degli impianti di produzione del combustibile derivato da rifiuti, e di quella inerente i depuratori attraverso il quale si buttava il percolato a mare. La criminalità organizzata, in questi quattro filoni d’inchiesta c’entra poco o nulla. I veri responsabili sono da ricercare altrove, e cioè all’interno di quella classe politica che doveva risolvere i problemi avviando un ciclo di recupero e di smaltimento diverso da quello dei clan. Lo stato di emergenza in Campania era stato dichiarato per due motivi: il primo riguardava la proprietà delle discariche prima del 1994, gli invasi infatti facevano quasi tutti riferimento alla camorra; il secondo era legato alla mancanza di un vero ciclo integrato dei rifiuti, le percentuali di raccolta differenziata erano vicine allo zero. I poteri d’urgenza, prorogati di anno in anno dal 1994 al 2009, non hanno mai concorso a centrare nessuno dei due obiettivi dichiarati. I processi e le indagini, invece, hanno dimostrato che nonostante gli invasi fossero stati resi pubblici, lo smaltimento illegale comunque è sempre continuato impunemente. Le crisi del 2001, del 2007/2008 e del 2010 costituiscono la prova del come, con il passare degli anni, l’inefficienza del sistema sia rimasta tale. I quindici anni di commissariamento, infatti, sono stati caratterizzati dalla frenetica corsa alla ricerca di nuove discariche, passando da un’emergenza all’altra, superando una crisi per vederne spuntare una nuova all’orizzonte. I tanti decreti del Governo hanno avuto la sola misera funzione di derogare alle leggi, al fine di aprire nuovi buchi dove nasconde re il problema. Difficoltà che, dopo qualche mese, si ripresentavano con maggiore gravità. Tutto il mondo ha visto le immagini di Napoli e della sua Provincia sommerse dai rifiuti. Sono stati tre i momenti di gravissima difficoltà che hanno attanagliato la città partenopea.

La crisi del 2001, riacutizzatasi nel 2003, scoppiò nel momento in cui le due più grandi discariche presenti nel territorio regionale, Tufino e Parapoti, giungevano a saturazione. Per superare le difficoltà del 2001 – in mancanza di apprezzabili percentuali di raccolta differenziata e di impianti per il trattamento – si decise di aprire provvisoriamente gli invasi di Serre e Castel Volturno, e si inviarono migliaia di tonnellate di rifiuti in Toscana, Umbria ed Emilia Romagna, nonché all’estero, cioè in Germania. Nel 2004 furono attribuiti nuovi poteri speciali al Commissario, volti ad assicurare lo smaltimento fuori regione. Per attenuare la crisi, venne prorogato l’esercizio delle discariche attive, passando per l’aumento delle volumetrie ed aprendo quelle non più in esercizio. La seconda forte crisi è quella del 2007/2008, il motivo era sempre lo stesso: la progressiva saturazione delle discariche che, in mancanza di un ciclo virtuoso, ha avuto come diretta conseguenza la spazzatura per le strade della Campania. L’allora Governo Prodi autorizzò nuovi siti da adibire ad invasi e la costruzione di tre nuovi inceneritori che, di fatto, superavano i due previsti dal piano Bassolino. Prodi, con l’ordinanza n. 3639 dell’11 gennaio 2008, nominò nuovo Commissario il Capo della Polizia Gianni De Gennaro, con l’obiettivo di risolvere l’emergenza in quattro mesi. Ripresero i viaggi via treno per lo smaltimento in Germania. Si programmò, inoltre, la riapertura della discarica di Pianura – quella già usata dalla camorra – e successivamente l’apertura di una cava dismessa a Chiaiano.

La situazione comunque rimase lontana dall’essere risolta anche perché le popolazioni locali giustamente non nutrivano fiducia nello Stato, e reagivano organizzando delle proteste che purtroppo, a volte, diventavano molto violente. Un popolo già massacrato dai veleni della camorra si è trovato a dover subire delle scelte emanate dai governi che, di fatto, hanno peggiorato una situazione già di per sé molto compromessa. Il 21 maggio del 2008 si insediò il nuovo Governo Berlusconi e Napoli venne scelta come luogo per il suo primo Consiglio dei Ministri. L’esecutivo di centro destra, il 23 maggio 2008, approvò il Decreto Legge n. 90 che Berlusconi rivendicò come l’atto utile a compiere il miracolo di ripulire Napoli dalla monnezza. Da tanti altri, invece, verrà ricordato come l’ennesima legge che calpestava il diritto in nome dell’emergenza.

Il Decreto prevedeva quattro nuovi inceneritori, invece di tre, dieci nuovi siti da adibire a discariche che, udite udite, vennero contestualmente dichiarati zone di interesse strategico nazionale di competenza militare. Si prevedevano inoltre commissari ad acta per quei comuni che non riuscivano a portare a regime la raccolta differenziata. Il Decreto 90 annunciava, oltre a ciò, la cessazione dello stato di emergenza per il 31 dicembre 2009 e la nomina di Guido Bertolaso, già Commissario nel 2006/2007, come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega all’emergenza rifiuti in Campania. Le popolazioni reagirono male a tale atto governativo, anche perché, all’interno del testo del miracolo berlusconiano in deroga a tutte le leggi nazionali e le direttive europee, c’era l’art. 9 che autorizzava lo smaltimento nelle nuove discariche anche di rifiuti pericolosi. La sottile linea rossa è dunque di nuovo presente! Il 18 febbraio del 2009 venne aperta la discarica di Chiaiano, il 15 giugno toccò a quella ubicata all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio, la cosiddetta Cava Sari di Terzigno. Arrivò poi il turno di San Tammaro (in Provincia di Caserta). L’apertura di tutti questi sversatoi non risolse i gravi problemi che continuavano ad attanagliare la Campania, quindi quello di Berlusconi risultò essere un finto miracolo. La crisi del 2010 ci conferma il perdurare di questa situazione allarmante, tale da poter generare una nuova crisi da un momento all’altro. In tutti questi anni al grido di “bisogna far presto” si è esclusivamente pensato ad autorizzare nuovi invasi. Questo non è il giudizio di un ambientalista “senza se e senza ma”, è invece la motivazione che spinse la Commissione Europea ad avviare, in data 27 giugno 2007, una procedura di infrazione contro l’Italia per la cronica crisi dei rifiuti che vedeva coinvolte Napoli ed il resto della Campania. Il 4 marzo 2010 l’Italia subì la prima condanna della Corte di Giustizia Ue per «non aver adottato tutte le misure necessarie per smaltire i rifiuti». In caso di seconda condanna le sanzioni verrebbero applicate sulle carenze di gestioni passate e future. Si parla di multe da 500.000 euro al giorno. Un gran bel risultato conseguito soprattutto grazie a 15 anni di poteri commissariali. Non ci resta nulla da dire se non: complimenti!

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Le mafie investono in Liguria, Piemonte, Basilicata, Lazio e Lombardia

Fonte transcrime

Fonte transcrime

Il rapporto “Gli investimenti delle mafie” giunge a coronamento di un ambizioso progetto di studio sugli investimenti della criminalità organizzata nell’economia globalizzata, ideato e finanziato dal “Programma Operativo Nazionale Sicurezza per lo Sviluppo – Obiettivo Convergenza 2007-2013”, Programma cofinanziato dall’Unione Europea e gestito dal Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza, destinato a Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, avente lo scopo di diffondere le migliori condizioni di sicurezza, giustizia e legalità in quei territori penalizzati dalla presenza pervasiva della criminalità e così sostenerli in un virtuoso processo di crescita economica e sociale.Vaste aree del Meridione d’Italia, infatti, sono frenate nello sviluppo dalla negativa influenza esercitata dal dispiegarsi di fenomeni delinquenziali organizzati, che condizionano sia i cittadini, sia le imprese, impedendo il conseguimento di una migliore qualità della vita e rallentando la crescita delle attività produttive legali. Il crimine organizzato di matrice mafiosa mette oggi in campo vere e proprie holding finanziarie per riciclare le ingenti ricchezze illecitamente accumulate. Tali strutture, attraverso modalità operative calibrate alle realtà economico-sociali da aggredire, si infiltrano nell’economia legale e, inquinando il “libero mercato”, soffocano il tessuto produttivo sano. E tale abietta strategia non è sperimentata soltanto in quei territori del Sud, ma è anche esportata nelle aree più ricche del Paese e all’estero, approfittando delle opportunità offerte dalla globalizzazione dei mercati. Il Rapporto ha riscontrato una forte presenza mafiosa in alcune zone del Nord-Ovest e del Centro Italia. A livello regionale, Lazio, Liguria, Piemonte, Basilicata e Lombardia fanno infatti registrare una marcata presenza di organizzazioni criminali. A livello provinciale, Roma si colloca in 13a posizione, Imperia in 16a, Genova è 17a, Torino 20a, Latina 25a e Milano 26a. Al di fuori delle regioni a tradizionale presenza mafiosa, vi sono regioni dove vi è un tipo di organizzazione criminale prevalente (es. ‘Ndrangheta in Piemonte, Camorra in Abruzzo), mentre in altre regioni è riscontrabile la contemporanea presenza di più organizzazioni (es. Lazio). 

LE ATTIVITÀ ILLEGALI GENERANO RICAVI PARI IN MEDIA ALL’1,7% DEL PIL (25,7 MILIARDI DI EURO). Sono stati stimati i ricavi delle più importanti attività illegali attribuite alle organizzazioni mafiose: sfruttamento sessuale, traffico illecito di armi da fuoco, droghe, contraffazione, gioco d’azzardo, traffico illecito di rifiuti, traffico illecito di tabacco, usura ed estorsioni. I ricavi illegali ammontano in media all’1,7% del PIL. Nel complesso, le attività illegali analizzate forniscono ricavi che variano tra un minimo di 17,7 e un massimo di 33,7 miliardi di €. In media, i ricavi illegali corrispondono all’1,7% del PIL nazionale (25,7 mld€) e a circa 427€ per abitante nel 2010. Le droghe generano i maggiori ricavi (in media 7,7 mld€) seguiti da estorsioni (4,7 mld€), sfruttamento sessuale (4,6 mld€) e contraffazione (4,5 mld€).

LE ORGANIZZAZIONI MAFIOSE NON HANNO IL MONOPOLIO DELLE ATTIVITÀ ILLEGALI. I RICAVI DELLE MAFIE SONO UNA FRAZIONE DEI RICAVI ILLEGALI COMPLESSIVI (TRA GLI 8,3 E I 13 MILIARDI DI EURO). Solo una quota delle attività illegali finisce alle organizzazioni mafiose (tra il 32% e il 51%). In linea con i risultati della letteratura scientifica, solo una parte delle attività illegali analizzate è stata considerata controllata dalle organizzazioni mafiose (ad eccezione delle estorsioni, in quanto tipiche delle organizzazioni mafiose). I risultati hanno rivelato che i ricavi annuali delle mafie variano tra un minimo 8,3 e un massimo di 13 mld€, pari al 32% e 51% dei ricavi illegali totali. In media, le estorsioni forniscono il 45% di questo importo, seguite dalle droghe (23%), usura (10%), contraffazione e sfruttamento sessuale (8% ciascuna).

Camorra e ‘Ndrangheta le più attive. A livello nazionale, Camorra e ‘Ndrangheta conseguono quasi il 70% dei ricavi delle organizzazioni mafiose. Cosa Nostra realizza il 18% dei ricavi. A differenza delle altre organizzazioni, che ricavano una parte consistente dei propri ricavi nella regione di origine, i ricavi della ‘Ndrangheta provengono dalla Calabria per il 23%, dal Piemonte per il 21%, dalla Lombardia (16%), EmiliaRomagna (8%), Lazio (7,7%) e Liguria (5,7%). Dopo aver stimato i ricavi, si è proceduto a fare un’analisi del portafoglio degli investimenti attraverso l’analisi dei beni confiscati.

COME È COMPOSTO IL PATRIMONIO DELLE MAFIE? PREVALGONO GLI IMMOBILI. Per questa analisi sono stati usati tutti i dati disponibili riguardanti i beni sequestrati e confiscati che a tutt’oggi costituiscono, seppur con tutte le cautele del caso, la migliore proxy per analizzare gli investimenti delle organizzazioni criminali nell’economia legale.

19987 beni confiscati, più della metà è un bene immobile (52,3%). Tra il 1983 e il 2011 il patrimonio confiscato alle organizzazioni criminali mafiose è pari a 19987 beni (immobili, mobili e aziende). In termini numerici, la quota più rilevante degli investimenti è stata destinata all’acquisto di immobili (52,3% sul totale dei beni confiscati). Seguono i mobili registrati (20,6%), altri beni mobili (18,4%) e aziende e titoli societari (8,7%). L’investimento in immobili sembra essere quello privilegiato ma anche quello più esposto al rischio di essere identificato e confiscato.

Tra i beni immobili su cui le organizzazioni mafiose hanno investito spiccano le abitazioni (42,4%) seguite dai terreni (25,6%). Tra le abitazioni, i maggiori investimenti riguardano appartamenti (33,8%) che prevalgono nettamente su altri tipi di insediamenti abitativi (abitazioni indipendenti e ville). Per quanto riguarda i terreni, si tratta soprattutto di terreni agricoli che si concentrano quasi esclusivamente nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa (Sicilia, Campania e Calabria).

Più investimenti in immobili al Sud, più in aziende nel Centro-Nord. Nelle regioni del Sud (ad eccezione della Puglia), esiste una maggiore propensione all’investimento in immobili. In questo settore, il Piemonte ha una quota di gran lunga inferiore alle altre regioni (meno del 20%) mentre Lombardia e Lazio si attestano attorno al 50%. L’incidenza degli investimenti in aziende tende ad essere superiore in Campania, Lombardia e Lazio (con quote intorno al 10%).

Gli investimenti in imprese si fanno con srl (46,6% dei casi). Tra gli investimenti in imprese, le società a responsabilità limitata sono quelle di gran lunga preferite (46,6%), seguite a distanza dalle imprese individuali (25,8%), dalle società in accomandita semplice (14,5%) e dalle società in nome collettivo (8,8%). Al contrario le società per azioni sono presenti in misura ridotta (2%). La preferenza per la forma delle srl è spiegata soprattutto dalla facilità di costituzione (si richiede un capitale sociale di 10.000 €) e dal vantaggio dettato dalla limitazione delle responsabilità patrimoniali. I settori di attività economica privilegiati sembrano essere quelli a bassa tecnologia. Spiccano, in particolare, il settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio (29,4%) e delle costruzioni (28,8%). Seguono più distanziati gli alberghi e i ristoranti (10,5%) e le attività immobiliari (8,9%).

Mafie al Nord? Si, ma esistono differenze. Negli ultimi anni ha suscitato molta attenzione il tema della presenza delle mafie in aree non tradizionali. L’espansione degli investimenti criminali c’è stata ma non in modo omogeneo in tutto il Nord. Si osservano concentrazioni nelle regioni del Nord Ovest (Lombardia e Piemonte, in primis), mentre gli investimenti sono molto meno presenti nelle regioni del Nord Est e in quelle del Centro (ad esclusione del Lazio).

RICICLAGGIO, CONTROLLO DEL TERRITORIO, CONSENSO SOCIALE: ECCO PERCHÉ LE MAFIE INVESTONO NELLE AZIENDE. I motivi di investimento sono vari. L’investimento delle organizzazioni mafiose in aziende risponde ad una pluralità di motivi: la massimizzazione del profitto economico, l’esigenza di riciclare o occultare le attività criminali, il controllo del territorio, il consenso sociale e altre ragioni di ordine culturale e personale. Tali motivi influenzano sia la scelta dei territori e dei settori economici, sia delle modalità di gestione economico-finanziaria, sia delle modalità di infiltrazione e controllo. La redditività non è il primo obiettivo. Le mafie investono in quelle aree geografiche e settori economici che meglio rispondono alle esigenze di controllo del territorio e di massimizzazione del consenso sociale, mentre appare meno influente la redditività del settore. Più esposti i settori a bassa tecnologia, alta intensità di manodopera e alto coinvolgimento di risorse pubbliche. Le aziende delle organizzazioni mafiose si concentrano in settori caratterizzati da un basso grado di apertura verso l’estero, basso livello tecnologico, alta intensità di manodopera, imprese medio-piccole, forte deregolamentazione, alta specificità territoriale e alto coinvolgimento di risorse pubbliche e P.A. I settori che meglio rispondono a tali caratteristiche sono quelli tradizionali: costruzioni,estrazioni e cave, alberghi e ristoranti; mentre le attività commerciali, pur essendo consistenti da un punto di vista numerico, non mostrano una concentrazione di investimenti delle mafie superiore rispetto a quelli “legali”. Non tutti i territori sono uguali e nemmeno le organizzazioni mafiose si comportano allo stesso modo. Le aziende confiscate a Cosa Nostra, per la maggior parte in Sicilia, si concentrano nelle costruzioni o in settori complementari; quelle della Camorra mostrano una maggiore diffusione sul territorio e una maggiore variabilità settoriale, con anche estrazioni, cave (cruciali sia per l’edilizia che per lo smaltimento illegale di rifiuti) e particolari attività commerciali (es. di alimentari, abbigliamento, fiori e piante). Gli investimenti della ‘Ndrangheta puntano anche al Nord, con Milano e Lecco prime province dopo Reggio Calabria per numero di aziende confiscate, e alcune attività (come bar e ristoranti) preferite da alcune cosche rispetto all’edilizia o al commercio. Al Nord l’analisi mostra una situazione “fluida”, caratterizzata anche dalla presenza di imprenditori locali non affiliati a una particolare OC o collegati contemporaneamente a più clan; da casi di joint-venture tra OC diverse per il controllo e la gestione di uno stesso settore dell’economia legittima.

Come controllare le aziende? Tramite s.r.l. guidate spesso da prestanome scelti tra parenti. La forma giuridica più diffusa tra le aziende a partecipazione mafiosa è la società a responsabilità limitata, ritenuta il miglior compromesso tra l’agilità di costituzione e gestione e le esigenze di occultamento dell’identità criminale (grazie alla frammentazione del capitale tra più soggetti diversi). A quest’ultimo obiettivo risponde anche l’utilizzo di prestanome, scelti principalmente nella stretta cerchia famigliare e parentale, e l’utilizzo di complesse strutture di controllo societario, caratterizzate da partecipazioni incrociate e schemi “a scatole cinesi”. D’altra parte dall’analisi è evidente anche la volontà delle mafie di mantenere un controllo diretto ed “intra moenia” sulle aziende: così si spiega lo scarso impiego di consulenti e manager esterni ma il coinvolgimento diretto di famigliari o addirittura degli stessi capi della cosca, soprattutto tra i gruppi ‘ndranghetisti.

LE MAFIE ALL’ESTERO? In Europa Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra sono presenti principalmente in Germania, Spagna e Paesi Bassi. L’organizzazione criminale pugliese risulta avere maggiori attività in Albania, Grecia e nei Balcani in generale. Fuori dall’Europa, Cosa Nostra risulta attiva soprattutto in Canada, Colombia e Venezuela; la ‘Ndrangheta è presente in Australia e Canada e, al pari della mafia siciliana, risulta attiva anche in Sud America, soprattutto in Colombia. La Camorra è collegata con la Cina per lo scambio di merci contraffatte e con Colombia e Venezuela per il traffico di stupefacenti, al pari delle altre organizzazioni criminali. La criminalità pugliese è presente in Cina e Turchia per il traffico di migranti e in Colombia per quello di stupefacenti. Per quanto riguarda gli investimenti delle mafie all’estero, questi riprendono in grandi linee i paradigmi degli investimenti delle medesime in Italia: settore immobiliare, settore turistico-alberghiero, imprese in settori tradizionali tra cui quello agricolo. Si aggiungono anche il commercio e l’import-export. Dall’analisi di alcuni casi studio è emerso che le modalità di gestione delle imprese confiscate all’estero mostrano le medesime caratteristiche di quelle italiane. Tra queste: bassa profittabilità; patrimonio principalmente impiegato in attività correnti e capitale circolante; quasi totale assenza di indebitamento finanziario; utilizzo di parenti come intestatari.

indice presenza mafiosa per Provincia

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